ORLANDO INNAMORATO

di Matteo Maria Boiardo

 

[Libro Primo]

EL LIBRO PRIMO DE ORLANDO INAMORATO, EN EL QUALE SE CONTIENE LE DIVERSE AVENTURE E LE CAGIONE DI ESSO INAMORAMENTO, TRADUTTO DA LA VERACE CRONICA DE TURPINO, ARCIVESCOVO REMENSE, PER IL MAGNIFICO CONTE MATEO MARIA BOIARDO, CONTE DE SCANDIANO, A LO ILLUSTRISSIMO SIGNOR ERCULE DUCA DE FERRARA.


CANTO PRIMO

1.

Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quieti, ed ascoltati
La bella istoria che 'l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L'alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.

2.

Non vi par già, signor, meraviglioso
Odir cantar de Orlando inamorato,
Ché qualunche nel mondo è più orgoglioso,
È da Amor vinto, al tutto subiugato;
Né forte braccio, né ardire animoso,
Né scudo o maglia, né brando affilato,
Né altra possanza può mai far diffesa,
Che al fin non sia da Amor battuta e presa.

3.

Questa novella è nota a poca gente,
Perché Turpino istesso la nascose,
Credendo forse a quel conte valente
Esser le sue scritture dispettose,
Poi che contra ad Amor pur fu perdente
Colui che vinse tutte l'altre cose:
Dico di Orlando, il cavalliero adatto.
Non più parole ormai, veniamo al fatto.

4.

La vera istoria di Turpin ragiona
Che regnava in la terra de oriente,
Di là da l'India, un gran re di corona,
Di stato e de ricchezze sì potente
E sì gagliardo de la sua persona,
Che tutto il mondo stimava niente:
Gradasso nome avea quello amirante,
Che ha cor di drago e membra di gigante.

5.

E sì come egli adviene a' gran signori,
Che pur quel voglion che non ponno avere,
E quanto son difficultà maggiori
La desiata cosa ad ottenere,
Pongono il regno spesso in grandi errori,
Né posson quel che voglion possedere;
Così bramava quel pagan gagliardo
Sol Durindana e 'l bon destrier Baiardo.

6.

Unde per tutto il suo gran tenitoro
Fece la gente ne l'arme asembrare,
Ché ben sapeva lui che per tesoro
Né il brando, né il corsier puote acquistare;
Duo mercadanti erano coloro
Che vendean le sue merce troppo care:
Però destina di passare in Franza
Ed acquistarle con sua gran possanza.

7.

Cento cinquanta millia cavallieri
Elesse di sua gente tutta quanta;
Né questi adoperar facea pensieri,
Perché lui solo a combatter se avanta
Contra al re Carlo ed a tutti guerreri
Che son credenti in nostra fede santa;
E lui soletto vincere e disfare
Quanto il sol vede e quanto cinge il mare.

8.

Lassiam costor che a vella se ne vano,
Che sentirete poi ben la sua gionta;
E ritornamo in Francia a Carlo Mano,
Che e soi magni baron provede e conta;
Imperò che ogni principe cristiano,
Ogni duca e signore a lui se afronta
Per una giostra che aveva ordinata
Allor di maggio, alla pasqua rosata.

9.

Erano in corte tutti i paladini
Per onorar quella festa gradita,
E da ogni libroe, da tutti i confini
Era in Parigi una gente infinita.
Eranvi ancora molti Saracini,
Perché corte reale era bandita,
Ed era ciascaduno assigurato,
Che non sia traditore o rinegato.

10.

Per questo era di Spagna molta gente
Venuta quivi con soi baron magni:
Il re Grandonio, faccia di serpente,
E Feraguto da gli occhi griffagni;
Re Balugante, di Carlo parente,
Isolier, Serpentin, che fôr compagni.
Altri vi fôrno assai di grande afare,
Come alla giostra poi ve avrò a contare.

11.

Parigi risuonava de instromenti,
Di trombe, di tamburi e di campane;
Vedeansi i gran destrier con paramenti,
Con foggie disusate, altiere e strane;
E d'oro e zoie tanti adornamenti
Che nol potrian contar le voci umane;
Però che per gradir lo imperatore
Ciascuno oltra al poter si fece onore.

12.

Già se apressava quel giorno nel quale
Si dovea la gran giostra incominciare,
Quando il re Carlo in abito reale
Alla sua mensa fece convitare
Ciascun signore e baron naturale,
Che venner la sua festa ad onorare;
E fôrno in quel convito li assettati
Vintiduo millia e trenta annumerati.

13.

Re Carlo Magno con faccia ioconda
Sopra una sedia d'ôr tra' paladini
Se fu posato alla mensa ritonda:
Alla sua fronte fôrno e Saracini,
Che non volsero usar banco né sponda,
Anzi sterno a giacer come mastini
Sopra a tapeti, come è lor usanza,
Sprezando seco il costume di Franza.

14.

A destra ed a sinistra poi ordinate
Fôrno le mense, come il libro pone:
Alla prima le teste coronate,
Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone,
Molto nomati in la Cristianitate,
Otone e Desiderio e Salamone;
E li altri presso a lor di mano in mano,
Secondo il pregio d'ogni re cristiano.

15.

Alla seconda fôr duci e marchesi,
E ne la terza conti e cavallieri.
Molto fôrno onorati e Magancesi,
E sopra a tutti Gaino di Pontieri.
Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,
Perché quei traditori, in atto altieri,
L'avean tra lor ridendo assai beffato,
Perché non era come essi adobato.

16.

Pur nascose nel petto i pensier caldi,
Mostrando nella vista allegra fazza;
Ma fra se stesso diceva: "Ribaldi,
S'io vi ritrovo doman su la piazza,
Vedrò come stareti in sella saldi,
Gente asinina, maledetta razza,
Che tutti quanti, se 'l mio cor non erra,
Spero gettarvi alla giostra per terra.

17.

Re Balugante, che in viso il guardava,
E divinava quasi il suo pensieri,
Per un suo trucimano il domandava,
Se nella corte di questo imperieri
Per robba, o per virtute se onorava:
Acciò che lui, che quivi è forestieri,
E de' costumi de' Cristian digiuno,
Sapia l'onor suo render a ciascuno.

18.

Rise Rainaldo, e con benigno aspetto
Al messagier diceva: - Raportate
A Balugante, poi che egli ha diletto
De aver le gente cristiane onorate,
Ch'e giotti a mensa e le puttane in letto
Sono tra noi più volte acarezate;
Ma dove poi conviene usar valore,
Dasse a ciascun il suo debito onore. -

19.

Mentre che stanno in tal parlar costoro,
Sonarno li instrumenti da ogni banda;
Ed ecco piatti grandissimi d'oro,
Coperti de finissima vivanda;
Coppe di smalto, con sotil lavoro,
Lo imperatore a ciascun baron manda.
Chi de una cosa e chi d'altra onorava,
Mostrando che di lor si racordava.

20.

Quivi si stava con molta allegrezza,
Con parlar basso e bei ragionamenti:
Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,
Tanti re, duci e cavallier valenti,
Tutta la gente pagana disprezza,
Come arena del mar denanti a i venti;
Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
Fe' lui con gli altri insieme sbigotire.

21.

Però che in capo della sala bella
Quattro giganti grandissimi e fieri
Intrarno, e lor nel mezo una donzella,
Che era seguita da un sol cavallieri.
Essa sembrava matutina stella
E giglio d'orto e rosa de verzieri:
In somma, a dir di lei la veritate,
Non fu veduta mai tanta beltate.

22.

Era qui nella sala Galerana,
Ed eravi Alda, la moglie de Orlando,
Clarice ed Ermelina tanto umana,
Ed altre assai, che nel mio dir non spando,
Bella ciascuna e di virtù fontana.
Dico, bella parea ciascuna, quando
Non era giunto in sala ancor quel fiore,
Che a l'altre di beltà tolse l'onore.

23.

Ogni barone e principe cristiano
In quella libroe ha rivoltato il viso,
Né rimase a giacere alcun pagano;
Ma ciascun d'essi, de stupor conquiso,
Si fece a la donzella prossimano;
La qual, con vista allegra e con un riso
Da far inamorare un cor di sasso,
Incominciò così, parlando basso:

24.

- Magnanimo segnor, le tue virtute
E le prodezze de' toi paladini,
Che sono in terra tanto cognosciute,
Quanto distende il mare e soi confini,
Mi dàn speranza che non sian perdute
Le gran fatiche de duo peregrini,
Che son venuti dalla fin del mondo
Per onorare il tuo stato giocondo.

25.

Ed acciò ch'io ti faccia manifesta,
Con breve ragionar, quella cagione
Che ce ha condotti alla tua real festa,
Dico che questo è Uberto dal Leone,
Di gentil stirpe nato e d'alta gesta,
Cacciato del suo regno oltra ragione:
Io, che con lui insieme fui cacciata,
Son sua sorella, Angelica nomata.

26.

Sopra alla Tana ducento giornate,
Dove reggemo il nostro tenitoro,
Ce fôr di te le novelle aportate,
E della giostra e del gran concistoro
Di queste nobil gente qui adunate;
E come né città, gemme o tesoro
Son premio de virtute, ma si dona
Al vincitor di rose una corona.

27.

Per tanto ha il mio fratel deliberato,
Per sua virtute quivi dimostrare,
Dove il fior de' baroni è radunato,
Ad uno ad un per giostra contrastare:
O voglia esser pagano o baptizato,
Fuor de la terra lo venga a trovare,
Nel verde prato alla Fonte del Pino,
Dove se dice al Petron di Merlino.

28.

Ma fia questo con tal condizione
(Colui l'ascolti che si vôl provare):
Ciascun che sia abattuto de lo arcione,
Non possa in altra forma repugnare,
E senza più contesa sia pregione;
Ma chi potesse Uberto scavalcare,
Colui guadagni la persona mia:
Esso andarà con suoi giganti via. -

29.

Al fin delle parole ingenocchiata
Davanti a Carlo attendia risposta.
Ogni om per meraviglia l'ha mirata,
Ma sopra tutti Orlando a lei s'accosta
Col cor tremante e con vista cangiata,
Benché la voluntà tenia nascosta;
E talor gli occhi alla terra bassava,
Ché di se stesso assai si vergognava.

30.

"Ahi paccio Orlando!" nel suo cor dicia
"Come te lasci a voglia trasportare!
Non vedi tu lo error che te desvia,
E tanto contra a Dio te fa fallare?
Dove mi mena la fortuna mia?
Vedome preso e non mi posso aitare;
Io, che stimavo tutto il mondo nulla,
Senza arme vinto son da una fanciulla.

31.

Io non mi posso dal cor dilibroire
La dolce vista del viso sereno,
Perch'io mi sento senza lei morire,
E il spirto a poco a poco venir meno.
Or non mi val la forza, né lo ardire
Contra d'Amor, che m'ha già posto il freno;
Né mi giova saper, né altrui consiglio,
Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio."

32.

Così tacitamente il baron franco
Si lamentava del novello amore.
Ma il duca Naimo, ch'è canuto e bianco,
Non avea già de lui men pena al core,
Anci tremava sbigotito e stanco,
Avendo perso in volto ogni colore.
Ma a che dir più parole? Ogni barone
Di lei si accese, ed anco il re Carlone.

33.

Stava ciascuno immoto e sbigottito,
Mirando quella con sommo diletto;
Ma Feraguto, il giovenetto ardito,
Sembrava vampa viva nello aspetto,
E ben tre volte prese per partito
Di torla a quei giganti al suo dispetto,
E tre volte afrenò quel mal pensieri
Per non far tal vergogna allo imperieri.

34.

Or su l'un piede, or su l'altro se muta,
Grattasi 'l capo e non ritrova loco;
Rainaldo, che ancor lui l'ebbe veduta,
Divenne in faccia rosso come un foco;
E Malagise, che l'ha cognosciuta,
Dicea pian piano: "Io ti farò tal gioco,
Ribalda incantatrice, che giamai
De esser qui stata non te vantarai."

35.

Re Carlo Magno con lungo parlare
Fe' la risposta a quella damigella,
Per poter seco molto dimorare.
Mira parlando e mirando favella,
Né cosa alcuna le puote negare,
Ma ciascuna domanda li suggella
Giurando de servarle in su le carte:
Lei coi giganti e col fratel si libroe.

36.

Non era ancor della citade uscita,
Che Malagise prese il suo quaderno:
Per saper questa cosa ben compita
Quattro demonii trasse dello inferno.
Oh quanto fu sua mente sbigotita!
Quanto turbosse, Iddio del celo eterno!
Poi che cognobbe quasi alla scoperta
Re Carlo morto e sua corte deserta.

37.

Però che quella che ha tanta beltade,
Era figliola del re Galifrone,
Piena de inganni e de ogni falsitade,
E sapea tutte le incantazione.
Era venuta alle nostre contrade,
Ché mandata l'avea quel mal vecchione
Col figliol suo, ch'avea nome Argalia,
E non Uberto, come ella dicia.

38.

Al giovenetto avea dato un destrieri
Negro quanto un carbon quando egli è spento,
Tanto nel corso veloce e leggieri,
Che già più volte avea passato il vento;
Scudo, corazza ed elmo col cimieri,
E spada fatta per incantamento;
Ma sopra a tutto una lancia dorata,
D'alta ricchezza e pregio fabricata.

39.

Or con queste arme il suo patre il mandò,
Stimando che per quelle il sia invincibile,
Ed oltra a questo uno anel li donò
Di una virtù grandissima, incredibile,
Avengaché costui non lo adoprò;
Ma sua virtù facea l'omo invisibile,
Se al manco lato in bocca se portava:
Portato in dito, ogni incanto guastava.

40.

Ma sopra a tutto Angelica polita
Volse che seco in compagnia ne andasse,
Perché quel viso, che ad amare invita,
Tutti i baroni alla giostra tirasse,
E poi che per incanto alla finita
Ogni preso barone a lui portasse:
Tutti legati li vôl nelle mane
Re Galifrone, il maledetto cane.

41.

Così a Malagise il dimon dicia,
E tutto il fatto gli avea rivelato.
Lasciamo lui: torniamo a l'Argalia,
Che al Petron di Merlino era arivato.
Un pavaglion sul prato distendia,
Troppo mirabilmente lavorato;
E sotto a quello se pose a dormire,
Ché di posarse avea molto desire.

42.

Angelica, non troppo a lui lontana,
La bionda testa in su l'erba posava,
Sotto il gran pino, a lato alla fontana:
Quattro giganti sempre la guardava.
Dormendo, non parea già cosa umana,
Ma ad angelo del cel rasomigliava.
Lo annel del suo germano aveva in dito,
Della virtù che sopra aveti odito.

43.

Or Malagise, dal demon portato,
Tacitamente per l'aria veniva;
Ed ecco la fanciulla ebbe mirato
Giacer distesa alla fiorita riva;
E quei quattro giganti, ogniuno armato,
Guardano intorno e già niun dormiva.
Malagise dicea: "Brutta canaglia,
Tutti vi pigliarò senza battaglia.

44.

Non vi valeran mazze, né catene,
Né vostri dardi, né le spade torte;
Tutti dormendo sentirete pene,
Come castron balordi avreti morte."
Così dicendo, più non si ritiene:
Piglia il libretto e getta le sue sorte,
Né ancor aveva il primo foglio vòlto,
Che già ciascun nel sonno era sepolto.

45.

Esso dapoi se accosta alla donzella
E pianamente tira for la spada,
E veggendola in viso tanto bella
Di ferirla nel collo indugia e bada.
L'animo volta in questa libroe e in quella,
E poi disse: "Così convien che vada:
Io la farò per incanto dormire,
E pigliarò con seco il mio desire."

46.

Pose tra l'erba giù la spada nuda,
Ed ha pigliato il suo libretto in mano;
Tutto lo legge, prima che lo chiuda.
Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano,
Per la potenzia dello annel sì cruda.
Malagise ben crede per certano
Che non si possa senza lui svegliare,
E cominciolla stretta ad abbracciare.

47.

La damisella un gran crido mettia:
- Tapina me, ch'io sono abandonata! -
Ben Malagise alquanto sbigotia,
Veggendo che non era adormentata.
Essa, chiamando il fratello Argalia,
Lo tenia stretto in braccio tutta fiata;
Argalia sonacchioso se sveglione,
E disarmato uscì del pavaglione.

48.

Subitamente che egli ebbe veduto
Con la sorella quel cristian gradito,
Per novità gli fu il cor sì caduto,
Che non fu de appressarse a loro ardito.
Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto,
Con un troncon di pin l'ebbe assalito,
Gridando: - Tu sei morto, traditore,
Che a mia sorella fai tal disonore. -

49.

Essa gridava: - Legalo, germano,
Prima ch'io il lasci, che egli è nigromante;
Ché, se non fosse l'annel che aggio in mano,
Non son tue forze a pigliarlo bastante. -
per questo il giovenetto a mano a mano
Corse dove dormiva un gran gigante,
Per volerlo svegliar; ma non potea,
Tanto lo incanto sconfitto il tenea.

50.

Di qua, di là, quanto più può il dimena;
Ma poi che vede che indarno procaccia,
Dal suo bastone ispicca una catena,
E de tornare indrieto presto spaccia;
E con molta fatica e con gran pena
A Malagise lega ambe le braccia,
E poi le gambe e poi le spalle e il collo:
Da capo a piede tutto incatenollo.

51.

Come lo vide ben esser legato,
Quella fanciulla li cercava in seno;
Presto ritrova il libro consecrato,
Di cerchi e de demonii tutto pieno.
Incontinenti l'ebbe diserrato;
E nello aprir, né in più tempo, né in meno,
Fu pien de spirti e celo e terra e mare,
Tutti gridando: - Che vôi comandare? -

52.

Ella rispose: - Io voglio che portate
Tra l'India e Tartaria questo prigione,
Dentro al Cataio, in quella gran citate,
Ove regna il mio padre Galafrone;
Dalla mia libroe ce lo presentate,
Ché di sua presa io son stata cagione,
Dicendo a lui che, poi che questo è preso,
Tutti gli altri baron non curo un ceso. -

53.

Al fin delle parole, o in quello instante,
Fu Malagise per l'aere portato,
E, presentato a Galafrone avante,
Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.
Angelica col libro a ogni gigante
Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.
Ogn'om strenge la bocca ed alcia il ciglio,
Forte ammirando il passato periglio.

54.

Mentre che qua fôr fatte queste cose,
Dentro a Parigi fu molta tenzone,
Però che Orlando al tutto se dispose
Essere in giostra il primo campione;
Ma Carlo imperatore a lui rispose
Che non voleva e non era ragione;
E gli altri ancora, perché ogni om se estima,
A quella giostra volean gire in prima.

55.

Orlando grandemente avea temuto
Che altrui non abbia la donna acquistata,
Perché, come il fratello era abattuto,
Doveva al vincitore esser donata.
Lui de vittoria sta sicuro e tuto,
E già li pare averla guadagnata;
Ma troppo gli rencresce lo aspettare,
Ché ad uno amante una ora uno anno pare.

56.

Fu questa cosa nella real corte
Tra il general consiglio essaminata;
Ed avendo ciascun sue ragion pòrte,
Fu statuita al fine e terminata,
Che la vicenda se ponesse a sorte;
Ed a cui la ventura sia mandata
D'essere il primo ad acquistar l'onore,
Quel possa uscire alla giostra di fore.

57.

Onde fu il nome de ogni paladino
Subitamente scritto e separato;
Ciascun segnor, cristiano e saracino,
Ne l'orna d'oro il suo nome ha gettato;
E poi ferno venire un fanciullino
Che i breve ad uno ad uno abbia levato.
Senza pensare il fanciullo uno afferra;
La lettra dice: Astolfo de Anghilterra.

58.

Dopo costui fu tratto Feraguto,
Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone;
E poi Grandonio, quel gigante arguto,
L'un presso all'altro, e Belengiere e Otone;
Re Carlo dopo questi è for venuto;
Ma per non tenir più lunga tenzone,
Prima che Orlando ne fôr tratti trenta:
Non vi vo' dir se lui se ne tormenta.

59.

Il giorno se calava in ver la sera,
Quando di trar le sorte fu compito.
Il duca Astolfo con la mente altiera
Dimanda l'arme, e non fu sbigottito,
Benché la notte viene e il cel se anera.
Esso parlava, sì come omo ardito,
Che in poco d'ora finirà la guerra,
Gettando Oberto al primo colpo in terra.

60.

Segnor, sappiate ch'Astolfo lo Inglese
Non ebbe di bellezze il simigliante;
Molto fu ricco, ma più fu cortese,
Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.
La forza sua non vedo assai palese,
Ché molte fiate cadde del ferrante.
Lui suolea dir che gli era per sciagura,
E tornava a cader senza paura.

61.

Or torniamo a la istoria. Egli era armato,
Ben valeano quelle arme un gran tesoro;
Di grosse perle il scudo è circondato,
La maglia che se vede è tutta d'oro;
Ma l'elmo è di valore ismesurato
Per una zoia posta in quel lavoro,
Che, se non mente il libro de Turpino,
Era quanto una noce, e fu un rubino.

62.

Il suo destriero è copertato a pardi,
Che sopraposti son tutti d'ôr fino.
Soletto ne uscì fuor senza riguardi,
Nulla temendo se pose in camino.
Era già poco giorno e molto tardi,
Quando egli gionse al Petron di Merlino;
E ne la gionta pose a bocca il corno,
Forte suonando, il cavalliero adorno.

63.

Odendo il corno, l'Argalia levosse,
Ché giacea al fonte la persona franca,
E de tutte arme subito adobosse
Da capo a piedi, che nulla gli manca;
E contra Astolfo con ardir se mosse,
Coperto egli e il destrier in vesta bianca,
Col scudo in braccio e quella lancia in mano
Che ha molti cavallier già messi al piano.

64.

Ciascun se salutò cortesemente,
E fôr tra loro e patti rinovati,
E la donzella lì venne presente.
E poi si fôrno entrambi dilungati,
L'un contra l'altro torna parimente,
Coperti sotto a i scudi e ben serrati;
Ma come Astolfo fu tocco primero,
Voltò le gambe al loco del cimero.

65.

Disteso era quel duca in sul sabbione,
E crucioso dicea: - Fortuna fella,
Tu me e' nemica contra a ogni ragione:
Questo fu pur diffetto della sella.
Negar nol pôi; ché s'io stavo in arcione,
Io guadagnavo questa dama bella.
Tu m'hai fatto cadere, egli è certano,
Per far onore a un cavallier pagano. -

66.

Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato,
E lo menarno dentro al pavaglione;
Ma quando fu de l'arme dispogliato,
La damisella nel viso il guardone,
Nel quale era sì vago e delicato,
Che quasi ne pigliò compassione;
Unde per questo lo fece onorare,
Per quanto onore a pregion si può fare.

67.

Stava disciolto, senza guardia alcuna,
Ed intorno alla fonte solacciava;
Angelica nel lume della luna,
Quanto potea nascoso, lo amirava;
Ma poi che fu la notte oscura e bruna,
Nel letto incortinato lo posava.
Essa col suo fratello e coi giganti
Facea la guardia al pavaglion davanti.

68.

Poco lume mostrava ancor il giorno,
Che Feraguto armato fu apparito,
E con tanta tempesta suona il corno,
Che par che tutto il mondo sia finito;
Ogni animal che quivi era d'intorno
Fuggia da quel rumore isbigotito:
Solo Argalia de ciò non ha paura,
Ma salta in piede e veste l'armatura.

69.

L'elmo affatato il giovanetto franco
Presto se allaccia, e monta in sul corsieri;
La spada ha cinto dal sinistro fianco,
E scudo e lancia e ciò che fa mistieri.
Rabicano, il destrier, non mostra stanco,
Anzi va tanto sospeso e leggieri,
Che ne l'arena, dove pone il piede,
Signo di pianta ponto non si vede.

70.

Con gran voglia lo aspetta Feraguto,
Ché ad ogni amante incresce lo indugiare;
E però, come prima l'ha veduto,
Non fece già con lui lungo parlare;
Mosso con furia e senza altro saluto,
Con l'asta a resta lo venne a scontrare;
Crede lui certo, e faria sacramento,
Aver la bella dama a suo talento.

71.

Ma come prima la lancia il toccò,
Nel core e nella faccia isbigotì;
Ogni sua forza in quel punto mancò,
E lo animoso ardir da lui libroì;
Tal che con pena a terra trabuccò,
Né sa in quel punto se gli è notte o dì.
Ma come prima a l'erba fu disteso,
Tornò il vigore a quello animo acceso.

72.

Amore, o giovenezza, o la natura
Fan spesso altrui ne l'ira esser leggiero.
Ma Feraguto amava oltra misura;
Giovanetto era e de animo sì fiero,
Che a praticarlo egli era una paura;
Piccola cosa gli facea mestiero
A volerlo condur con l'arme in mano,
Tanto è crucioso e di cor subitano.

73.

Ira e vergogna lo levâr di terra,
Come caduto fu, subitamente.
Ben se apparecchia a vendicar tal guerra,
Né si ricorda del patto niente;
Trasse la spada, ed a piè se disserra
Ver lo Argalia, battendo dente a dente.
Ma lui diceva: - Tu sei mio pregione,
E me contrasti contro alla ragione. -

74.

Feraguto il parlar non ha ascoltato,
Anci ver lui ne andava in abandono.
Ora i giganti, che stavano al prato,
Tutti levati con l'arme se sono,
E sì terribil grido han fuor mandato,
Che non se odì giamai sì forte trono
(Turpino il dice: a me par meraviglia),
E tremò il prato intorno a lor due miglia.

75.

A questi se voltava Feraguto,
E non credeti che sia spaventato.
Colui che vien davanti è il più membruto,
E fu chiamato Argesto smisurato;
L'altro nomosse Lampordo il veluto,
Perché piloso è tutto in ogni lato;
Urgano il terzo per nome si spande,
Turlone il quarto, e trenta piedi è grande.

76.

Lampordo nella gionta lanciò un dardo,
Che se non fosse, come era, fatato,
Al primo colpo il cavallier gagliardo
Morto cadea, da quel dardo passato.
Mai non fu visto can levrer, né pardo,
Né alcun groppo di vento in mar turbato,
Così veloci, né dal cel saetta,
Qual Feraguto a far la sua vendetta.

77.

Giunse al gigante in lo destro gallone,
Che tutto lo tagliò, come una pasta,
E rene e ventre, insino al petignone;
Né de aver fatto il gran colpo li basta,
Ma mena intorno il brando per ragione,
Perché ciascun de' tre forte il contrasta.
L'Argalia solo a lui non dà travaglia,
Ma sta da libroe e guarda la battaglia.

78.

Fie' Feraguto un salto smisurato:
Ben vinti piedi è verso il cel salito;
Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,
Che 'l capo insino a i denti gli ha libroito.
Ma mentre che era con questo impacciato,
Argesto nella coppa l'ha ferito
D'una mazza ferrata, e tanto il tocca,
Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.

79.

Esso per questo più divenne fiero,
Come colui che fu senza paura,
E messe a terra quel gigante altiero,
libroito dalle spalle alla cintura.
Alor fu gran periglio al cavalliero,
Perché Turlon, che ha forza oltra misura,
Stretto di drieto il prende entro alle braccia,
E di portarlo presto se procaccia.

80.

Ma fosse caso, o forza del barone,
Io no' 'l so dir, da lui fu dispiccato.
Il gran gigante ha di ferro un bastone,
E Feraguto il suo brando afilato.
Di novo si comincia la tenzone:
Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,
Con maggior forza assai ch'io non vi dico;
Ogni om ben crede aver còlto il nemico.

81.

Non fu di quelle botte alcuna cassa,
Ché quel gigante con forza rubesta
Giunselo in capo e l'elmo gli fraccassa,
E tutta quanta disarmò la testa;
Ma Feraguto con la spada bassa
Mena un traverso con molta tempesta
Sopra alle gambe coperte di maglia,
Ed ambedue a quel colpo le taglia.

82.

L'un mezo morto, e l'altro tramortito
Quasi ad un tratto cascarno sul prato.
Smonta l'Argalia e con animo ardito
Ha quel barone alla fonte portato,
E con fresca acqua l'animo stordito
A poco a poco gli ebbe ritornato;
E poi volea menarlo al pavaglione,
Ma Feraguto niega esser pregione.

83.

- Che aggio a fare io, se Carlo imperatore
Con Angelica il patto ebbe a firmare?
Son forsi il suo vasallo o servitore,
Che in suo decreto me possa obligare?
Teco venni a combatter per amore,
E per la tua sorella conquistare:
Aver la voglio, o ver morire al tutto. -
Queste parole dicea Feragutto.

84.

A quel rumore Astolfo se è levato,
Che sino alora ancor forte dormia,
Né il crido de' giganti l'ha svegliato
Che tutta fe' tremar la prataria.
Veggendo i duo baroni a cotal piato,
Tra lor con parlar dolce se mettia,
Cercando de volerli concordare:
Ma Feraguto non vôle ascoltare.

85.

Dicea l'Argalia: - Ora non vedi,
Franco baron, che tu sei disarmato?
Forse che de aver l'elmo in capo credi?
Quello è rimaso in sul campo spezzato.
Or fra te stesso iudica, e provedi
Se vôi morire, o vôi esser pigliato:
Che stu combatti avendo nulla in testa,
Tu in pochi colpi finira' la festa. -

86.

Rispose Feraguto: - E' mi dà il core,
Senza elmo, senza maglia e senza scudo,
Aver con teco di guerra l'onore;
Così mi vanto di combatter nudo
Per acquistare il desiato amore. -
Cotal parole usava il baron drudo,
Però ch'Amor l'avea posto in tal loco,
Che per colei s'arìa gettato in foco.

87.

L'Argalia forte in mente si turbava,
Vedendo che costui sì poco il stima
Che nudo alla battaglia lo sfidava,
Né alla seconda guerra né alla prima,
Preso due volte, lo orgoglio abassava,
Ma de superbia più montava in cima;
E disse: - Cavallier, tu cerchi rogna:
Io te la grattarò, ché 'l ti bisogna.

88.

Monta a cavallo ed usa tua bontade,
Ché, come digno sei, te avrò trattato;
Né aver speranza ch'io te usi pietade,
Perch'io ti vegga il capo disarmato.
Tu cerchi lo mal giorno in veritade,
Facciote certo che l'avrai trovato;
Diffendite se pôi, mostra tuo ardire,
Ché incontinente ti convien morire. -

89.

Ridea Feraguto a quel parlare,
Come di cosa che il stimi niente.
Salta a cavallo e senza dimorare
Diceva: - Ascolta, cavallier valente:
Se la sorella tua mi vôi donare,
Io non te offenderò veracemente;
Se ciò non fai, io non ti mi nascondo,
Presto serai di quei de l'altro mondo. -

90.

Tanto fu vinto de ira l'Argalia,
Odendo quel parlar che è sì arrogante,
Che furioso in sul destrier salia,
E con voce superba e minacciante
Ciò che dicesse nulla se intendia.
Trasse la spada e sprona lo aferante,
Né se ricorda de l'asta pregiata,
Che al tronco del gran pin stava apoggiata.

91.

Così cruciati con le spade in mano
Ambi co' 'l petto de' corsieri urtaro.
Non è nel mondo baron sì soprano,
Che non possan costor star seco al paro.
Se fosse Orlando e il sir de Montealbano,
Non vi serìa vantaggio né divaro;
Però un bel fatto potreti sentire,
Se l'altro canto tornareti a odire.

CANTO SECONDO

1.

Io vi cantai, segnor, come a battaglia
Eran condotti con molta arroganza
Argalia, il forte cavallier di vaglia,
E Feraguto, cima di possanza.
L'uno ha incantata ogni sua piastra e maglia,
L'altro è fatato, fuor che nella panza;
Ma quella libroe d'acciarro è coperta
Con vinte piastre, quest'è cosa certa.

2.

Chi vedesse nel bosco duo leoni
Turbati, ed a battaglia insieme appresi,
O chi odisse ne l'aria duo gran troni
Di tempeste, rumore e fiamma accesi,
Nulla sarebbe a mirar quei baroni,
Che tanto crudelmente se hanno offesi;
Par che il celo arda e il mondo a terra vada,
Quando se incontra l'una e l'altra spada.

3.

E' si feriano insieme a gran furore,
Guardandosi l'un l'altro in vista cruda;
E credendo ciascuno esser megliore
Trema per ira, e per affanno suda.
Or lo Argalia con tutto suo valore
Ferì il nemico in su la testa nuda,
E ben si crede senza dubitanza
Aver finita a quel colpo la danza.

4.

Ma poi che vidde il suo brando polito
Senza alcun sangue ritornar al celo,
Per meraviglia fu tanto smarito
Che in capo e in dosso se li aricciò il pelo.
In questo Feraguto l'ha assalito;
Ben crede fender l'arme come un gelo,
E crida: - Ora a Macon ti raccomando,
Ché a questo colpo a star con lui ti mando. -

5.

Così dicendo, quel barone aitante
Ferisce ad ambe man con forza molta;
Se stato fosse un monte de diamante,
Tutto l'avria tagliato in quella volta.
L'elmo affatato a quel brando troncante
Ogni possanza di tagliare ha tolta.
Se Feragù turbosse, io non lo scrivo;
Per gran stupor non sa se è morto o vivo.

6.

Ma poi che ciascadun fu dimorato
Tacito alquanto, senza colpezare
(Ché l'un de l'altro è sì meravigliato,
Che non ardiva a pena di parlare),
L'Argalia prima a Ferragù dricciato
Disse: - Barone, io ti vo' palesare,
Che tutte le arme che ho, da capo e piedi,
Sono incantate, quante tu ne vedi.

7.

Però con meco lascia la battaglia,
Ché altro aver non ne puoi, che danno e scorno. -
Feragù disse: - Se Macon mi vaglia,
Quante arme vedi a me sopra ed intorno,
E questo scudo e piastre, e questa maglia,
Tutte le porto per essere adorno,
Non per bisogno; ch'io son affatato
In ogni libroe, fuor che in un sol lato.

8.

Sì che, a donarti un optimo consiglio,
Benché nol chiedi, io ti so confortare
Che non te metti de morte a periglio;
Senza contesa vogli a me lasciare
La tua sorella, quel fiorito giglio,
Ed altramente tu non puoi campare.
Ma se mi fai con pace questo dono,
Eternamente a te tenuto sono. -

9.

Rispose lo Argalia: - Barone audace,
Ben aggio inteso quanto hai ragionato,
E son contento aver con teco pace,
E tu sia mio fratello e mio cognato:
Ma vo' saper se ad Angelica piace,
Ché senza lei non si faria il mercato. -
E Feragù gli dice esser contento,
Che con essa ben parli a suo talento.

10.

A benché Feragù sia giovanetto,
Bruno era molto e de orgogliosa voce,
Terribile a guardarlo nello aspetto;
Gli occhi avea rossi, con batter veloce.
Mai di lavarse non ebbe diletto,
Ma polveroso ha la faccia feroce:
Il capo acuto aveva quel barone,
Tutto ricciuto e ner come un carbone.

11.

E per questo ad Angelica non piacque,
Ché lei voleva ad ogni modo un biondo;
E disse allo Argalia, come lui tacque:
- Caro fratello, io non mi ti nascondo:
Prima me affogarei dentro a quest'acque,
E mendicando cercarebbi 'l mondo,
Che mai togliessi costui per mio sposo.
Meglio è morir che star con furioso.

12.

Però ti prego per lo dio Macone,
Che te contenti de la voglia mia.
Ritorna a la battaglia col barone,
Ed io fra tanto per necromanzia
Farò portarme in nostra regione.
Volta le spalle, e vieni anco tu via
(Destrier non è che 'l tuo segua di lena:
Io fermarommi alla selva de Ardena)

13.

Acciò ch'insieme facciamo ritorno
Dal vecchio patre, al regno de oltra mare.
Ma se quivi non giongi il terzo giorno,
Soletta al vento me farò passare,
Poi che aggio il libro di quel can musorno,
Che me credette al prato vergognare.
Tu poi adaggio per terra venrai;
La strata hai caminata, e ben la sai. -

14.

Così tornarno e baroni al ferire,
Dapoi che questo a quello ha referito
Che la sorella non vôle assentire;
Ma Feragù perciò non è libroito,
Anci destina o vincere o morire.
Ecco la dama dal viso florito
Subito sparve a i cavallier davante:
Presto sen corse il suspettoso amante.

15.

Però che spesso la guardava in volto,
Parendogli la forza radoppiare;
Ma poi che gli è davanti così tolto,
Non sa più che si dir, né che si fare.
In questo tempo lo Argalia rivolto,
Con quel destrier che al mondo non ha pare
Fugge del prato e quanto può sperona,
E Feraguto e la guerra abandona.

16.

Lo inamorato giovanetto guarda,
Come gabato si trova quel giorno.
Esce del prato correndo e non tarda,
E cerca il bosco, che è folto, d'intorno.
Ben par che nella faccia avampa ed arda,
Tra sé pensando il recevuto scorno,
E non se arresta correre e cercare;
Ma quel che cerca non può lui trovare.

17.

Tornamo ora ad Astolfo, che soletto,
Come sapete, rimase alla Fonte.
Mirata avea la pugna con diletto,
E de ciascun guerrer le forze pronte;
Or resta in libertà senza suspetto,
Ringraziando Iddio con le man gionte;
E per non dare indugia a sua ventura
Monta a destrier con tutta l'armatura.

18.

E non aveva lancia il paladino,
Ché la sua nel cadere era spezzata.
Guardasi intorno, ed al troncon del pino
Quella de lo Argalia vidde appoggiata.
Bella era molto, e con lame d'ôr fino,
Tutta di smalto intorno lavorata;
Prendela Astolfo quasi per disaggio,
Senza pensare in essa alcun vantaggio.

19.

Così tornando a dietro allegro e baldo,
Come colui che è sciolto di pregione,
Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo,
E tutto il fatto appunto gli contone.
Era il figlio de Amon d'amor sì caldo,
Che posar non puotea di passione:
Però fuor della terra era venuto,
Per saper che aggia fatto Feraguto.

20.

E come odì che fuggian verso Ardena,
Nulla rispose a quel duca dal pardo.
Volta il destriero e le calcagne mena,
E di pigricia accusa il suo Baiardo.
De l'amor del patron quel porta pena;
E chiamato è rozone, asino tardo,
Quel bon destrier che va con tanta fretta,
Ch'a pena l'avria gionto una saetta.

21.

Lasciamo andar Ranaldo inamorato.
Astolfo ritornò nella citade;
Orlando incontinente l'ha trovato,
E dalla lunga, con sagacitade,
Dimanda come il fatto sia passato
Della battaglia, e de sua qualitade.
Ma nulla gli ragiona del suo amore,
Perché vano il cognosce e zanzatore.

22.

Ma come intese ch'egli era fuggito
L'Argalia al bosco e seco la donzella,
E che Rainaldo lo aveva seguito,
libroisse in vista nequitosa e fella;
E sopra al letto suo cadde invilito,
Tanto è il dolor che dentro lo martella.
Quel valoroso, fior d'ogni campione,
Piangea nel letto come un vil garzone.

23.

"Lasso, - diceva - ch'io non ho diffesa
Contra al nemico che mi sta nel core!
Or ché non aggio Durindana presa
A far battaglia contra a questo amore,
Qual m'ha di tanto foco l'alma accesa,
Che ogni altra doglia nel mondo è minore?
Qual pena è in terra simile alla mia,
Che ardo d'amore e giazo in zelosia?

24.

Né so se quella angelica figura
Se dignarà de amar la mia persona;
Ché ben serà figliol della ventura,
E de felice portarà corona,
Se alcun fia amato da tal creatura.
Ma se speranza de ciò me abandona,
Ch'io sia sprezato da quel viso umano,
Morte me donarò con la mia mano.

25.

Ahi sventurato! Se forse Rainaldo
Trova nel bosco la vergine bella,
Ché ben cognosco io come l'è ribaldo,
Giamai di man non gli uscirà polcella.
Forse gli è mo ben presso il viso saldo!
Ed io, come dolente feminella,
Tengo la guancia posata alla mano,
E sol me aiuto lacrimando in vano.

26.

Forse ch'io credo tacendo coprire
La fiamma che me rode il core intorno?
Ma per vergogna non voglio morire.
Sappialo Dio ch'allo oscurir del giorno
Sol di Parigio mi voglio libroire,
Ed andarò cercando il viso adorno,
Sin che lo trovo, e per state e per verno,
E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno."

27.

Così dicendo dal letto si leva,
Dove giaciuto avea sempre piangendo;
La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva,
E su e giù si va tutto rodendo.
Uno atimo cento anni li rileva,
Or questo adviso or quello in sé facendo.
Ma come gionta fu la notte scura,
Nascosamente veste l'armatura.

28.

Già non portò la insegna del quartero,
Ma de un vermiglio scuro era vestito.
Cavalca Brigliadoro il cavalliero,
E soletto alla porta se ne è gito.
Non sa de lui famiglio, né scudero;
Tacitamente è della terra uscito.
Ben sospirando ne andava il meschino,
E verso Ardena prese il suo cammino.

29.

Or son tre gran campioni alla ventura:
Lasciali andar, che bei fati farano,
Rainaldo e Orlando, ch'è di tanta altura,
E Feraguto, fior d'ogni pagano.
Tornamo a Carlo Magno, che procura
Ordir la giostra, e chiama il conte Gano,
Il duca Namo e lo re Salomone,
E del consiglio ciascadun barone.

30.

E disse lor: - Segnori, il mio parere
È che il giostrante ch'al rengo ne viene,
Contrasti ciascaduno al suo potere,
Sin che fortuna o forza lo sostiene;
E 'l vincitor dipoi, come è dovere,
Dello abbattuto la sorte mantiene,
Sì che rimanga la corona a lui,
O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. -

31.

Ciascuno afferma il ditto de Carlone,
Sì come de segnore alto e prudente:
Lodano tutti quella invenzione.
L'ordine dasse: nel giorno seguente
Chi vôl giostrar se trovi su l'arcione.
E fu ordinato che primieramente
Tenesse 'l rengo Serpentino ardito
A real giostra dal ferro polito.

32.

Venne il giorno sereno e l'alba gaglia:
Il più bel sol giamai non fu levato.
Prima il re Carlo entrò ne la travaglia,
Fuor che de gambe tutto disarmato,
Sopra de un gran corsier coperto a maglia,
Ed ha in mano un bastone e il brando a lato.
Intorno a' pedi aveva per serventi
Conti, baroni e cavallier possenti.

33.

Eccoti Serpentin che al campo viene,
Armato e da veder meraviglioso:
Il gran corsier su la briglia sostiene;
Quello alcia i piedi, de andare animoso.
Or qua, or là la piaza tutta tiene,
Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso;
Ringe il feroce e non ritrova loco,
Borfa le nari e par che getti foco.

34.

Ben lo somiglia il cavalliero ardito,
Che sopra li venìa col viso acerbo;
Di splendide arme tutto era guarnito,
Nello arcion fermo e ne l'atto superbo.
Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito;
Di tal valor si mostra e di tal nerbo,
Che ciascadun ben iudica a la vista,
Che altri che lui quel pregio non acquista.

35.

Per insegna portava il cavalliero
Nel scudo azuro una gran stella d'oro;
E similmente il suo ricco cimiero,
E sopravesta fatta a quel lavoro,
La cotta d'arme e il forte elmo e leggiero
Eran stimati infinito tesoro;
E tutte quante l'arme luminose
Frixate a perle e pietre preciose.

36.

Così prese l'arengo quel campione,
E poi che l'ebbe intorno passeggiato,
Fermosse al campo, come un torrione.
Ma già suonan le trombe da ogni lato;
Entrono giostratori a ogni cantone,
L'un più che l'altro riccamente armato,
Con tante perle e oro e zoie intorno,
Che il paradiso ne sarebbe adorno.

37.

Colui che vien davanti, è paladino;
Porta nel blavo la luna de argento,
Sir di Bordella, nomato Angelino,
Maestro di guerra e giostra e torniamento.
Subitamente mosse Serpentino,
Con tal velocità che parve un vento.
Da l'altra libroe, menando tempesta,
Viene Angelino,e pone l'asta a resta.

38.

Là dove l'elmo al scudo se confina,
Ferì Angelino a Serpentino avante;
Ma non se piega adietro, anze se china
Adosso al colpo il cavalliero aitante,
E lui la vista incontra in tal ruina,
Che il fe' mostrare al cielo ambe le piante.
Levasi il grido in piaza, ogni om favella
Che 'l pregio al tutto è di quel dalla Stella.

39.

Ora se mosse il possente Ricardo,
Che signoreggia tutta Normandia.
Un leon d'oro ha quel baron gagliardo
Nel campo rosso, e ben ratto venìa.
Ma Serpentino a mover non fu tardo,
E rescontrollo a mezo della via,
Dandogli un colpo de cotanta pena,
Che il capo gli fe' batter su l'arena.

40.

O quanto Balugante se conforta,
Veggendo al figliol sì franca persona!
Or vien colui che i scacchi al scudo porta,
E d'oro ha sopra l'elmo la corona:
Re Salamone, quella anima acorta.
Stretto a la giostra tutto se abandona;
Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere,
E lui getta per terra e il suo destriere.

41.

Astolfo alla sua lancia diè de piglio,
Quella che l'Argalia lasciò su il prato.
Tre pardi d'oro ha nel campo vermiglio,
Ben ne venìa su l'arcione assettato.
Ma egli incontrò grandissimo periglio,
Ché il destrier sotto li fu trabuccato.
Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede,
E dislocosse ancora il destro piede.

42.

Spiacque a ciascuno del caso malvaggio,
E forse più che a gli altri a Serpentino,
Perché sperava gettarlo al rivaggio;
Ma certamente era falso indovino.
Il duca fu portato al suo palaggio,
E ritornògli il spirto pelegrino;
E similmente il piede dislocato
Gli fu raconcio e stretto e ben legato.

43.

E benché Serpentin tanto abbia fatto,
Danese Ogier di lui non ha spavento.
Mosse il destrier sì furioso e ratto,
Quale è nel mar di tramontana il vento.
Era la insegna del guerrero adatto
Il scudo azzurro e un gran scaglion d'argento;
Un basalisco porta per cimero
Di sopra a l'elmo lo ardito guerrero.

44.

Suonâr le trombe: ogni om sua lancia aresta
E vengonsi a ferir quei duo campioni.
Non fu quel giorno botta sì rubesta,
Ché parve nel colpir scontro de troni.
Danese Ogieri con molta tempesta
Ruppe di Serpentin ambi li arcioni:
E per la groppa del destrieri il mena,
Sì che disteso il pose in su l'arena.

45.

Così rimase vincitore al campo
Il forte Ogieri, e la renga difende.
Re Balugante par che meni vampo,
Sì la caduta del figliol lo offende.
Anco egli ariva pur a quello inciampo,
Perché il Danese per terra il distende.
Ora si move il giovine Isolieri:
Bene è possente e destro cavallieri.

46.

Era costui di Feragù germano;
Tre lune d'oro avea nel verde scudo.
Mosse 'l destriero, e la lancia avea in mano:
Nel corso l'arestò quel baron drudo.
Il pro' Danese lo mandò su 'l piano
De un colpo tanto dispietato e crudo,
Che non se avede se gli è morto o vivo,
E ben sette ore stie' del spirto privo.

47.

Gualtiero da Monleon dopo colui
Fu dal Danese per terra gettato.
Un drago era la insegna di costui,
Tutto vermiglio nel campo dorato.
- Deh non facciamo la guerra tra nui, -
Diceva Ogieri - o popol baptizato!
Ch'io vedo caleffarci a' Saracini,
Perché facciamo l'un l'altro tapini. -

48.

Spinella da Altamonte fu un pagano,
Ch'era venuto a provar sua persona
A questa corte del re Carlo Mano:
Nel scudo azuro ha d'oro una corona.
Questo fu messo dal Danese al piano.
Or Matalista al tutto se abandona:
Fratello è questo a Fiordespina bella,
Ardito, forte e destro su la sella.

49.

Costui portava il scudo divisato
Di bruno e d'oro, e un drago per cimiero;
E cadde sopra al campo riversato.
A vota sella ne andò il suo destriero.
Mosse Grandonio, il cane arabiato:
Aiuti Ogieri Iddio, ché gli è mistiero!
Ché in tutto il mondo, per ogni confino,
Non è di lui più forte Saracino.

50.

Avea quel re statura de gigante,
E venne armato sopra a un gran ronzone;
Il scudo negro portava davante,
E d'ôr scolpito ha quel dentro un Macone.
Non vi fu Cristian tanto arrogante
Che non temesse di quel can felone:
Gan da Pontier, come lo vide in faza,
Nascosamente uscì fuor della piaza.

51.

Il simil fe' Macario de Lusana,
E Pinabello e il conte de Altafoglia,
Né già Falcon da gli altri se alontana:
Parli mille anni che de qui se toglia.
Sol della gesta perfida e villana
Grifon rimase fermo in su la soglia,
O virtute o vergogna che il rimorse,
O che al libroir degli altri non se accorse.

52.

Ora torniamo a quel pagano orribile,
Che per il campo tal tempesta mena.
La sua possanza par cosa incredibile;
Porta per lancia un gran fusto de antena.
Né di lui manco è il suo corsier terribile,
Che nella piazza profonda l'arena,
Rompe le pietre, fa tremar la terra,
Quando nel corso tutto se disserra.

53.

Con questa furia andò verso il Danese,
E proprio a mezo il scudo l'ha colpito:
Tutto lo spezza, e per terra il distese
Col suo destriero insieme e sbalordito.
Il duca Naimo sotto il braccio il prese,
E con lui fuor del campo si ne è gito;
E fêgli medicare e braccio e petto,
Che più che un mese poi stette nel letto.

54.

Grande fu il crido per tutta la piaza,
E più de gli altri i Saracin se odirno.
Grandonio al rengo superbo minaza,
Ma non per questo gli altri isbigotirno.
Turpin di Rana adosso a lui si caza,
E nel mezo del corso se colpirno;
Ma il prete uscì de arcion con tal martìre,
Che ben fu presso al ponto del morire.

55.

Astolfo ne la piaza era tornato
Sopra a un portante e bianco palafreno;
Non avea arme, fuor che 'l brando a lato,
E tra le dame, con viso sereno,
Piacevolmente s'era solacciato,
Come quel che de motti è tutto pieno.
Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone
Fu da Grandonio messo in sul sabbione.

56.

Era costui di casa di Maganza,
Che porta in scudo azuro un falcon bianco.
Crida Grandonio con molta arroganza:
- O Cristiani, è già ciascadun stanco?
Non gli è chi faccia più colpo de lanza? -
Allor se mosse Guido, il baron franco,
Quel de Borgogna, che porta il leone
Negro ne l'oro; e cadde dello arcione.

57.

Cadde per terra il possente Angelieri,
Che porta il drago a capo de donzella.
Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri,
L'un dopo l'altro fur tolti di sella.
L'acquila nera portan per cimeri,
La insegna a tutti quattro era pur quella;
Ma il scudo a scacchi d'oro e de azuro era,
Come oggi ancora è l'arma di Bavera.

58.

Ad Ugo di Marsilia diè la morte
Questo Grandonio, che è tanto gagliardo.
Quanto più giostra, più se mostra forte;
Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo,
Svilaneggiando Carlo e la sua corte,
Chiamando ogni cristian vile e codardo.
Ben sta turbato in faccia lo imperieri;
Eccoti gionto il marchese Olivieri.

59.

Parve che il ciel se aserenasse intorno,
Alla sua gionta ogni omo alciò la testa.
Venìa il marchese in atto molto adorno;
Carlo li uscitte incontra con gran festa.
Non vi sta queta né tromba, né corno,
Piccoli e grandi de cridar non resta:
- Viva Olivier, marchese di Viena! -
Ride Grandonio e prende la sua antena.

60.

Or se ne va ciascun de animo acceso,
Con tanta furia quanta si può dire;
Ma chiunche guarda, attonito e suspeso,
Aspetta il colpo di quel gran ferire;
Né solo una parola avresti inteso,
Tanto par che ciascuno attento mire.
Ma nello scontro Olivier di possanza
Nel scudo ad alto li attaccò la lanza.

61.

Nove piastre de acciaro avea quel scudo:
Tutte le passa Olivier de Viena.
Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo
Ben mezo il ferro gl'inchiavò con pena.
Ma quel gigante dispietato e crudo
Ferì in fronte Olivier con quella antena;
E con tanto furor di sella il caccia,
Che andò longe al destrier ben sette braccia.

62.

Ogni om crede di certo che 'l sia morto,
Perché l'elmo per mezo era libroito,
E ciascadun che l'ha nel viso scorto,
Giura che il spirto al tutto se n'è gito.
Oh quanto Carlo Magno ha disconforto!
E piangendo dicea: - Baron fiorito,
Onor della mia corte, figliol mio,
Come comporta tanto male Iddio? -

63.

Se quel pagano in prima era superbo,
Or non se può se stesso supportare,
Cridando a ciascadun con atto acerbo:
- O paladini, o gente da trincare,
Via alla taverna, gente senza nerbo!
Io de altro che di coppa so giuocare.
Gagliarda è questa Tavola Ritonda,
Quando minaccia e non vi è chi risponda! -

64.

Quando il re Carlo intende tanto oltraggio,
E di sua corte così fatto scorno,
Turbato nella vista e nel coraggio,
Con gli occhi accesi se guardava intorno.
- Ove son quei che me dièn fare omaggio,
Che m'hanno abandonato in questo giorno?
Ov'è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo?
Ove ène Orlando, traditor bastardo?

65.

Figliol de una puttana, rinegato!
Che, stu ritorni a me, poss'io morire,
Se con le proprie man non t'ho impiccato! -
Questo e molt'altro il re Carlo ebbe a dire.
Astolfo, che di dietro l'ha ascoltato,
Occultamente se ebbe a dislibroire,
E torna a casa, e sì presto si spaccia,
Che in un momento gionse armato in piaccia.

66.

Né già se crede quel franco barone
Aver vittoria contra del pagano,
Ma sol con pura e bona intenzione
Di far il suo dover per Carlo Mano.
Stava molto atto sopra dello arcione,
E somigliava a cavallier soprano;
Ma color tutti che l'han cognosciuto,
Diceano: - Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! -

67.

Chinando il capo in atto grazioso
Davante a Carlo, disse: - Segnor mio,
Io vado a tuor d'arcion quello orgoglioso,
Poi ch'io comprendo che tu n'hai desio. -
Il re, turbato d'altro e disdegnoso,
Disse: - Va pur, ed aiuteti Iddio! -
E poi, tra' soi rivolto, con rampogna
Disse: - E' ci manca questa altra vergogna. -

68.

Astolfo quel pagano ha minacciato
Menarlo preso e porlo in mar al remo,
Onde il gigante sì forte è turbato,
Che cruccio non fu mai cotanto estremo.
Nell'altro canto ve averò contato,
Se sia concesso dal Segnor supremo,
Gran meraviglia e più strana ventura
Ch'odisti mai per voce, o per scrittura.

CANTO TERZO

1.

Segnor, nell'altro canto io ve lasciai
Sì come Astolfo al Saracin per scherno
Dicea: - Briccone, non te vantarai,
Se forse non te vanti ne l'inferno,
Di tanti alti baron che abattuto hai.
Sappi, come io te piglio, io ti governo
Nella galea. Poi che sei gigante,
Farotte onore, e serai baiavante. -

2.

Il re Grandonio, che sempre era usato
Dire onta ad altri, e mai non l'ascoltare,
Per la grande ira tanto fu gonfiato,
Quanto non gonfia il tempestoso mare
Alor che più dal vento è travagliato
E fa il parone ardito paventare.
Tanto Grandonio se turba e tempesta,
Battendo e denti e crollando la testa,

3.

Soffia di sticcia che pare un serpente,
Ed ebbe Astolfo da sé combiatato;
E rivoltato nequitosamente,
Arresta quel gran fusto e smisurato;
E ben se crebbe lui certanamente
Passarlo tutto, insin da l'altro lato,
O de gettarlo morto in sul sabbione,
O trarlo in duo cavezzi de l'arcione.

4.

Or ne viene il pagano furioso.
Astolfo contra lui è rivoltato,
Pallido alquanto e nel cor pauroso,
Bench'al morir più che a vergogna è dato.
Così con corso pieno e ruinoso
Se è un barone e l'altro riscontrato.
Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso
Alla caduta qual fu quel fraccasso.

5.

Levosse un grido tanto smisurato,
Che par che 'l mondo avampi e il cel ruini.
Ciascun ch'è sopra a' palchi, è in piè levato,
E cridan tutti, grandi e piccolini.
Ogni om quanto più può s'è là pressato.
Stanno smariti molto i Saracini;
L'imperator, che in terra il pagan vede,
Vedendol steso a gli occhi soi non crede.

6.

Nella caduta che fece il gigante,
Perché egli uscì d'arcion dal lato manco,
Quella ferita ch'egli ebbe davante,
Quando scontrosse col marchese Franco,
Tanto s'aperse, che questo Africante
Rimase in terra tramortito e bianco,
Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,
Che una fontana più d'acqua non mena.

7.

Chi dice che la botta valorosa
De Astolfo il fece, ed a lui dànno il lodo.
Altri pur dice il ver, come è la cosa.
Chi sì, chi no, ciascun parla a suo modo.
Fu via portato in pena dolorosa
Il re Grandonio; il qual, sì com'io odo,
Occise Astolfo al fin per tal ferita,
Benché ancor lui quel dì lasciò la vita.

8.

Stavasi Astolfo nel rengo vincente,
Ed a se stesso non lo credea quasi.
Eraci ancor della pagana gente
Duo cavallier solamente rimasi,
Di re figlioli, e ciascadun valente,
Giasarte il bruno e 'l biondo Piliasi.
Il padre de Giasarte avea acquistata
Tutta l'Arabia per forza de spata.

9.

Ma quel de Piliasi la Rossìa
Tutta avea presa, e sotto Tramontana
Tenea gran libroe de la Tartaria,
E confinava al fiume della Tana.
Or, per non far più longa diceria,
Sol questi duo della fede pagana
Giostrorno con Astolfo, e in breve dire
L'un dopo l'altro per terra fe' gire.

10.

In questo un messo venne al conte Gano,
Dicendo che Grandonio era abbattuto.
Lui creder non può mai che quel pagano
Sia per Astolfo alla terra caduto;
Anci pur stima e rendesi certano,
Che qualche caso strano intervenuto
A quel gigante, fuor d'ogni pensata,
Sia stato la cagion di tal cascata.

11.

Onde se pensa lui mo d'acquistare
Di quella giostra il triomfale onore;
E per voler più bella mostra fare,
Con pompa grande e con molto valore,
Undeci conti seco fece armare,
Ché di sua casa n'avea tratto il fiore.
Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo
Fa molta scusa del suo gionger tardo.

12.

O sì o no che Carlo l'accettasse,
Io nol so dir; pur gli fe' bona ciera.
Parme che Gano ad Astolfo mandasse;
Poi che non gli è pagano alla frontera,
Che la giostra tra lor se terminasse;
Perché, essendo valente come egli era,
Dovea agradir quante più gente vano
A riscontrarlo, per gettarli al piano.

13.

Astolfo, che è parlante di natura,
Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano:
Tra un Saracino e lui non pongo cura,
Ché sempre il stimai peggio che pagano,
De Dio nimico e d'ogni creatura,
Traditor, falso, eretico e villano.
Venga a sua posta, ch'io il stimo assai meno
Che un sacconaccio di letame pieno. -

14.

Il conte Gano che ode quella ingiuria,
Nulla risponde; ma tutto fellone
Verso de Astolfo se ne va con furia;
E fra se stesso diceva: "Giottone!
Io te farò di zanze aver penuria."
Ben se crede gettarlo dello arcione,
Perché ciò far non gli era cosa nova,
Ed altre volte avea fatto la prova.

15.

Or non andò come si crede il fatto:
Gano le spalle alla terra mettia.
Macario dopo lui si mosse ratto,
E fe', cadendo, a Gano compagnia.
- Potrebbe fare Iddio, che questo matto -
Diceva Pinabello - a cotal via
Vergogna tutta casa di Magancia? -
Così dicendo arresta la sua lancia.

16.

Questo ancor cadde con molta tempesta.
Non dimandar se Astolfo si dimena,
Forte gridando: - Maledetta gesta,
Tutti alla fila vi getto a l'arena. -
Conte Smiriglio una grossa asta arresta,
Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena,
Che fo portato per piede e per mano.
Oh quanto se lamenta il conte Gano!

17.

Questo surgendo, diceva Falcone:
- Ha la fortuna in sé tanta nequizia?
Può farlo il celo che questo buffone
Oggi ce abbatta tutti con tristizia? -
Nascosamente sopra dello arcione
Legar si fece con molta malizia,
E poi ne viene Astolfo a ritrovare:
Legato è in sella, e già non può cascare.

18.

Proprio alla vista il duca l'incontrava,
Ed hallo in tal maniera sbarattato,
Che ora da un canto, or da l'altro pigava,
Sì come al tutto de vita passato.
Ogni omo attende se per terra andava.
Alcun se avidde che gli era legato,
Unde levosse subito il rumore:
- Dàgli, ché gli è legato il traditore. -

19.

Fu via menato con molta vergogna
De tutti e suoi, e con suo gran tormento.
Non vi vo' dir se 'l conte Gano agogna.
Astolfo crida con molto ardimento:
- Venga chi vôl ch'io gli gratti la rogna,
E legase pur ben, ch'io son contento;
Perché legato, senza alcuna briga,
Meglio che sciolto, il paccio si castiga. -

20.

Anselmo della Ripa, il falso conte,
Nella sua mente avea fatto pensieri
Di vendicarse a inganno di tante onte:
Che, come Astolfo colpisce primeri,
Esso improviso riscontrarlo a fronte.
A lui davanti va il conte Raineri,
Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è di spalle:
Credese ben mandare Astolfo a valle.

21.

Astolfo con Raineri è riscontrato.
A gambe aperte il trasse dello arcione;
E non essendo ancor ben rassettato
Pel colpo fatto, sì come è ragione,
Anselmo de improviso l'ha trovato,
Con falso inganno e molta tradigione,
Avvengaché sì fece quel malvaso,
Che non apparve voluntà, ma caso.

22.

Nulla di manco Astolfo andò pur gioso;
Sopra la sabbia distese la schena.
Pensati voi se ne fo doloroso:
Ché, come in piedi fu dricciato apena,
Trasse la spada irato e disdegnoso,
E quella intorno fulminando mena
Contra di Gano e di tutta sua gesta.
Gionse a Grifone, e dàgli in su la testa.

23.

Da morte il campò l'elmo acciarino.
Or se comincia una gran ciuffa in piaccia,
Perché Gaino, Macario ed Ugolino
Adosso a Astolfo con l'arme se caccia.
Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino
Di darli aiuto ciascun se procaccia;
Di qua, di là se ingrossa più la gente.
Gionse il re Carlo a questo inconveniente,

24.

Dando gran bastonate a questo e quello,
Che a più di trenta ne ruppe la testa.
- Chi fu quel traditor, chi fu il ribello,
Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? -
Volta il corsiero in mezzo a quel trapello,
Né di menar per questo il baron resta.
Ciascun fa largo a l'alto imperatore,
O li fugge davanti, o fagli onore.

25.

Dicea lui a Gano: - Ahimè! che cosa è questa? -
Dicea ad Astolfo: - Or diessi così fare? -
Ma quel Grifon che avea rotta la testa,
Se andò davanti a Carlo a ingenocchiare,
E con voce angosciosa, alta e molesta,
- Iustizia! - forte comincia a cridare
- Iustizia, segnor mio, magno e preziato,
Ch'io sono in tua presenzia assassinato.

26.

Sappi, segnor, da tutta questa gente,
Ch'io te ne prego, come il fatto è andato;
E, stu ritrovi che primeramente
Fosse lo Anglese da mi molestato,
Chiamomi il torto, e stommi paciente:
Su questa piazza voglio esser squartato.
Ma se il contrario sua ragione agreva,
Fa che ritorni il male onde se leva. -

27.

Astolfo era per ira in tanto errore,
Che non stima de Carlo la presenza;
Anci diceva: - Falso traditore,
Che sei ben nato da quella semenza!
Io te trarò del petto fora il core,
In prima che de qui facciam libroenza. -
Dicea Grifone a lui: - Temote poco,
Quando seremo fuor di questo loco.

28.

Ma qui me sottometto alla ragione,
Per non far disonore al segnor mio. -
Segue il duca dicendo: - Can felone,
Ladro, ribaldo, maledetto e rio. -
Turbosse ne la faccia il re Carlone,
Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio,
Se non te adusi a parlar più cortese,
Farotte costumato alle tue spese. -

29.

Astolfo al re non attende de niente,
Sempre parlando con più vilania,
Come colui che offeso è veramente,
Avvengaché altri ciò non intendia.
Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,
Per mala sorte inanti gli venìa.
Più non se puote Astolfo contenire,
Ma con la spada quel corse a ferire.

30.

E certamente ben l'arebbe morto,
Se non l'avesse il re Carlo diffeso.
Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto,
E volse lo imperier ch'el fusse preso,
E subito al castello a furia scorto.
Nella pregion portato fu di peso,
Dove di sua paccìa buon frutto tolse,
Perché vi stette assai più che non volse.

31.

Or lasciamo star lui, poi che sta bene
A rispetto de' tre altri inamorati,
Che senton per Angelica tal pene,
Né giorno o notte son mai riposati.
Ciascun di lor diverso camin tiene,
E già son tutti in Ardena arivati.
Prima vi giunse il principe gagliardo,
Mercé de' sproni del destrier Bagliardo.

32.

Dentro alla selva il barone amoroso
Guardando intorno se mette a cercare:
Vede un boschetto d'arboselli ombroso,
Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.
Preso alla vista del loco zoioso,
In quel subitamente ebbe ad intrare,
Dove nel mezo vide una fontana,
Non fabricata mai per arte umana.

33.

Questa fontana tutta è lavorata
De un alabastro candido e polito,
E d'ôr sì riccamente era adornata,
Che rendea lume nel prato fiorito.
Merlin fu quel che l'ebbe edificata,
Perché Tristano, il cavalliero ardito,
Bevendo a quella lasci la regina,
Che fu cagione al fin di sua ruina.

34.

Tristano isventurato, per sciagura
A quella fonte mai non è arivato,
Benché più volte andasse alla ventura,
E quel paese tutto abbia cercato.
Questa fontana avea cotal natura,
Che ciascun cavalliero inamorato,
Bevendo a quella, amor da sé cacciava,
Avendo in odio quella che egli amava.

35.

Era il sole alto e il giorno molto caldo,
Quando fu giunto alla fiorita riva
Pien di sudore il principe Ranaldo;
Ed invitato da quell'acqua viva
Del suo Baiardo dismonta di saldo,
E de sete e de amor tutto se priva;
Perché, bevendo quel freddo liquore,
Cangiosse tutto l'amoroso core.

36.

E seco stesso pensa la viltade
Che sia a seguire una cosa sì vana;
Né aprezia tanto più quella beltade,
Ch'egli estimava prima più che umana,
Anci del tutto del pensier li cade;
Tanto è la forza de quella acqua strana!
E tanto nel voler se tramutava,
Che già del tutto Angelica odiava.

37.

Fuor della selva con la mente altiera
Ritorna quel guerrer senza paura.
Così pensoso, gionse a una riviera
De un'acqua viva, cristallina e pura.
Tutti li fior che mostra primavera,
Avea quivi depinto la natura;
E faceano ombra sopra a quella riva
Un faggio, un pino ed una verde oliva.

38.

Questa era la rivera dello amore.
Già non avea Merlin questa incantata;
Ma per la sua natura quel liquore
Torna la mente incesa e inamorata.
Più cavallieri antiqui per errore
Quella unda maledetta avean gustata;
Non la gustò Ranaldo, come odete,
Però che al fonte se ha tratto la sete.

39.

Mosso dal loco, il cavalier gagliardo
Destina quivi alquanto riposare;
E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,
Pascendo intorno al prato il lascia andare.
Esso alla ripa senz'altro riguardo
Nella fresca ombra s'ebbe adormentare.
Dorme il barone, e nulla se sentiva;
Ecco ventura che sopra gli ariva.

40.

Angelica, dapoi che fu libroita
Dalla battaglia orribile ed acerba,
Gionse a quel fiume, e la sete la invita
Di bere alquanto, e dismonta ne l'erba.
Or nova cosa che averite odita!
Ché Amor vôl castigar questa superba.
Veggendo quel baron nei fior disteso,
Fu il cor di lei subitamente acceso.

41.

Nel pino atacca il bianco palafreno,
E verso di Ranaldo se avicina.
Guardando il cavallier tutta vien meno,
Né sa pigliar libroito la meschina.
Era dintorno al prato tutto pieno
Di bianchi gigli e di rose di spina;
Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,
E danne in viso al sir de Montealbano.

42.

Pur presto si è Ranaldo disvegliato,
E la donzella ha sopra a sé veduta,
Che salutando l'ha molto onorato.
Lui ne la faccia subito se muta,
E prestamente nello arcion montato
Il parlar dolce di colei rifiuta.
Fugge nel bosco per gli arbori spesso:
Lei monta il palafreno e segue apresso.

43.

E seguitando drieto li ragiona:
- Ahi franco cavalier, non me fuggire!
Ché t'amo assai più che la mia persona,
E tu per guidardon me fai morire!
Già non sono io Ginamo di Baiona,
Che nella selva ti venne assalire,
Non son Macario, o Gaino il traditore;
Anci odio tutti questi per tuo amore.

44.

Io te amo più che la mia vita assai,
E tu me fuggi tanto disdignoso?
Vòltati almanco, e guarda quel che fai,
Se 'l viso mio ti die' far pauroso,
Che con tanta ruina te ne vai
Per questo loco oscuro e periglioso.
Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!
Contenta son più tarda a te seguire.

45.

Che se per mia cagion qualche sciagura
Te intravenisse, o pur al tuo destriero,
Serìa mia vita sempre acerba e dura,
Se sempre viver mi fosse mistiero.
Deh volta un poco indrieto, e poni cura
Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!
Non merta la mia etade esser fuggita,
Anci, quando io fuggessi, esser seguita. -

46.

Queste e molte altre più dolci parole
La damigella va gettando invano.
Bagliardo fuor del bosco par che vole,
Ed escegli de vista per quel piano.
Or chi saprà mai dir come si dole
La meschinella e batte mano a mano?
Dirottamente piange, e con mal fiele
Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.

47.

Ma chiama più Ranaldo crudel molto,
Parlando in voce colma di pietate.
"Chi avria creduto mai che quel bel volto -
Dicea lei - fosse senza umanitate?
Già non me ha il cor amor fatto sì stolto
Ch'io non cognosca che mia qualitate
Non se convene a Ranaldo pregiato;
Pur non die' sdegnar lui de essere amato.

48.

Or non doveva almanco comportare
Ch'io il potessi vedere in viso un poco,
Ché forse alquanto potea mitigare,
A lui mirando, lo amoroso foco?
Ben vedo che a ragion nol debbo amare;
Ma dove è amor, ragion non trova loco
Per che crudel, villano e duro il chiamo,
Ma sia quel che si vôle, io così l'amo."

49.

E così lamentando ebbe voltata
Verso il faggio la vista lacrimosa:
- Beati fior, - dicendo - erba beata,
Che toccasti la faccia graziosa,
Quanta invidia vi porto a questa fiata!
Oh quanto è vostra sorte aventurosa
Più della mia! Che mo torria a morire,
Se sopra lui me dovesse venire. -

50.

Con tal parole il bianco palafreno
Dismonta al prato la donzella vaga,
E dove giacque Ranaldo sereno,
Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,
Così stimando il gran foco far meno;
Ma più se accende l'amorosa piaga.
A lei pur par che manco doglia senta
Stando in quel loco, ed ivi se adormenta.

51.

Segnori, io so che vi meravigliati
Che 'l re Gradasso non sia gionto ancora
In tanto tempo; ma vo' che sappiati
Che più tre giorni non faran dimora.
Già sono in Spagna i navigli arrivati.
Ma non vo' ragionar de esso per ora,
Ché prima vo' contar ciò che è avvenuto
De' nostri erranti, e pria de Feraguto.

52.

Il giovanetto per quel bosco andava,
Acceso nella mente a dismisura;
Amore ed ira il petto gli infiammava.
Lui più sua vita una paglia non cura,
Se quella bella donna non trovava,
O l'Argalia dalla forte armatura;
Ché assai sua pena gli era men dispetta,
Quando con lui potesse far vendetta.

53.

E cavalcando con questo pensiero,
Guardandose de intorno tuttavia,
Vede dormire a l'ombra un cavalliero,
E ben cognosce ch'egli è l'Argalia.
Ad un faggio è legato il suo destriero.
Feragù prestamente il dissolvia,
Indi con fronde lo batte e minaccia,
E per la selva in abandono il caccia.

54.

E poi fu presto in terra dismontato,
E sotto un verde lauro ben se assetta,
Al quale aveva il suo destrier legato,
E che Argalia se svegli, attento aspetta;
Avvengaché quello animo infiammato
Male indugiava a far la sua vendetta;
Ma pur tra sé la collera rodia,
Parendoli il svegliarlo vilania.

55.

Ma in poco d'ora quel guerrer fu desto,
E vede che fuggito è il suo destriero.
Ora pensati quanto gli è molesto,
Poi che de andare a piè gli era mestiero.
Ma Feraguto a levarse fu presto,
E disse: - Non pensare, o cavalliero,
Ché qui convien morire o tu, o io:
Di quei che campa serà il destrier mio.

56.

Lo tuo disciolsi per tuorti speranza
Di potere altra volta via fuggire;
Sì che col petto mostra tua possanza,
Ché nelle spalle non dimora ardire.
Tu me fuggesti e facesti mancanza,
Ma ben mi spero fartene pentire.
Esser gagliardo e diffenderti bene,
Se non, lassar la vita te conviene. -

57.

Diceva l'Argalia: - Scusa non faccio,
Che 'l mio fuggir non fosse mancamento;
Ma questa man ti giuro, e questo braccio,
E questo cor che nel petto mi sento,
Ch'io non fuggiti per battaglia saccio,
Né doglia, né stracchezza, né spavento,
Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere
Per far a mia sorella quel piacere.

58.

Sì che prendila pur come ti piace,
Che a te sono io bastante in ogni lato.
Sia a tuo piacere la guerra e la pace,
Che sai ben che altra volta io te ho anasato. -
Così parlava il giovanetto audace;
Ma Feraguto non è dimorato,
Forte cridando con voce de ardire:
- Da me ti guarda! - e vennelo a ferire.

59.

L'un contra l'altro de' baron se mosse,
Con forza grande e molta maistria.
Il menar delle spade e le percosse
Presso che un miglio nel bosco se odìa.
Or l'Argalia nel salto se riscosse,
Con la spada alta quanto più potia,
Fra sé dicendo: "Io nol posso ferire,
Ma tramortito a terra il farò gire."

60.

Menando il colpo l'Argalia minaccia,
Che certamente l'averia stordito;
Ma Feraguto adosso a lui se caccia,
E l'un con l'altro presto fu gremito.
Più forte è lo Argalia molto di braccia,
Più destro è Feraguto e più espedito.
Or alla fin, non pur così di botto,
Feragù l'Argalia messe di sotto.

61.

Ma come quel che avea possanza molta,
Tenendo Feragù forte abracciato
Così per terra di sopra se volta.
Battelo in fronte col guanto ferrato,
Ma Feragù la daga avea in man tolta,
E sotto al loco dove non è armato,
Per l'anguinaglia li passò al gallone.
Ah, Dio del cel, che gran compassione!

62.

Ché se quel giovanetto aveva vita,
Non serìa stata persona più franca,
Né di tal forza, né cotanto ardita:
Altro che nostra Fede a quel non manca.
Or vede lui che sua vita ne è gita;
E con voce angosciosa e molto stanca
Rivolto a Feragù disse: - Un sol dono
Voglio da te, dapoi che morto sono.

63.

Ciò te dimando per cavalleria:
Baron cortese, non me lo negare!
Che me con tutta l'armatura mia
Dentro d'un fiume tu debbi gettare,
Perché io son certo che poi si diria,
Quando altro avesse queste arme a provare:
Vil cavallier fu questo e senza ardire,
Che così armato se lasciò morire. -

64.

Piangea con tal pietate Feraguto,
Che parea un giaccio posto al caldo sole,
E disse a l'Argalia: - Baron compiuto,
Sappialo Iddio di te quanto mi dole.
Il caso doloroso è intravenuto:
Sia quel che 'l celo e la fortuna vôle.
Io feci questa guerra sol per gloria:
Non tua morte cercai, ma mia vittoria.

65.

Ma ben di questo te faccio contento:
A te prometto sopra la mia Fede,
Che andarà il tuo volere a compimento,
E se altro posso far, comanda e chiede.
Ma perch'io sono in mezo al tenimento
De' Cristiani, come ciascun vede,
E sto in periglio, s'io son cognosciuto,
Baron, ti prego, dammi questo aiuto.

66.

Per quattro giorni l'elmo tuo mi presta,
Che poi lo gettarò senza mentire. -
Lo Argalia già morendo alcia la testa,
E parve alla dimanda consentire.
Qui stette Ferragù ne la foresta
Sin che quello ebbe sua vita a finire;
E poi che vide che al tutto era morto,
In braccio il prende quel barone acorto.

67.

Subito il capo gli ebbe disarmato,
Tuttor piangendo, l'ardito guerrero:
E lui quello elmo in testa se ha allacciato,
Troncando prima via tutto il cimero.
E poi che sopra al caval fu montato,
Col morto in braccio va per un sentiero
Che dritto alla fiumana il conducia;
A quella giunto, getta l'Argalia.

68.

E stato un poco quivi a rimirare,
Pensoso per la ripa se è aviato.
Or vogliovi de Orlando racontare,
Che quel deserto tutto avea cercato,
E non poteva Angelica trovare;
Ma crucioso oltra modo e disperato,
E biastemando la fortuna fella,
Apunto giunse dove è la donzella.

69.

La qual dormiva in atto tanto adorno,
Che pensar non si può, non che io lo scriva.
Parea che l'erba a lei fiorisse intorno,
E de amor ragionasse quella riva.
Quante sono ora belle, e quante fôrno
Nel tempo che bellezza più fioriva,
Tal sarebbon con lei, qual esser suole
L'altre stelle a Diana, o lei col sole.

70.

Il conte stava sì attento a mirarla,
Che sembrava omo de vita diviso,
E non attenta ponto di svegliarla;
Ma fiso riguardando nel bel viso
In bassa voce con se stesso parla:
"Sono ora quivi, o sono in paradiso?
Io pur la vedo, e non è ver niente,
Però ch'io sogno e dormo veramente."

71.

Così mirando quella se diletta
Il franco conte, ragionando in vano.
Oh quanto sé a battaglia meglio assetta
Che d'amar donne quel baron soprano!
Perché qualunche ha tempo, e tempo aspetta,
Spesso se trova vota aver la mano:
Come al presente a lui venne a incontrare,
Che perse un gran piacer per aspettare.

72.

Però che Feraguto caminando
Dietro alla riva in sul prato giongia,
E quando quivi vede il conte Orlando,
Avvengaché per lui nol cognoscia,
Assai fra sé si vien meravigliando.
Poi vede la donzella che dormia:
Ben prestamente l'ebbe cognosciuta;
Tutto nel viso e nel pensier se muta.

73.

Certo se crede lui, senza mancanza,
Che 'l cavallier se stia lì per guardarla;
Unde con voce di molta arroganza,
A lui rivolto, subito gli parla:
- Questa prima fu mia che la tua manza,
Però delibra al tutto de lasciarla.
Lasciar la dama o la vita con pene,
O a mi tuorla al tutto ti conviene. -

74.

Orlando che nel petto se rodia
Vedendo sua ventura disturbare,
Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via,
E non voler del mal giorno cercare,
Perché io te giuro per la fede mia,
Che mai alcun non volsi ingiuriare,
Ma il tuo star qui me offende tanto forte,
Che forza mi serà darti la morte. -

75.

- O tu, o io si converrà libroire,
Per quel ch'io odo, adunque, d'esto loco;
Ma io te acerto ch'io non me vuo' gire,
E tu non li potrai star più sì poco,
Che te farò sì forte sbigotire,
Che se dinanzi ti trovasti un foco,
Dentro da quel serai da me fuggito. -
Così parlava Feraguto ardito.

76.

Il conte se è turbato oltra misura,
E nel viso di sangue se è avampato.
- Io sono Orlando, e non aggio paura
Se 'l mondo fosse tutto quanto armato;
E di te tengo così poca cura
Come de un fanciullino adesso nato,
Vil ribaldello, figlio de puttana! -
Così dicendo trasse Durindana.

77.

Or se incomincia la maggior battaglia
Che mai più fosse tra duo cavallieri.
L'arme de' duo baroni a maglia a maglia
Cadean troncate da quei brandi fieri.
Ciascun presto spacciarse si travaglia,
Perché vedean che li facea mistieri;
Ché, come la fanciulla se svegliava,
Sua forza in vano poi se adoperava.

78.

Ma in questo tempo se fu risentita
La damigella da il viso sereno;
E grandemente se fu sbigotita,
Veggendo il prato de arme tutto pieno,
E la battaglia orribile e infinita.
Subitamente piglia il palafreno,
E via fuggendo va per la foresta.
Alora Orlando de ferir se arresta.

79.

E dice: - Cavallier, per cortesia
Indugia la battaglia nel presente,
E lasciami seguir la dama mia,
Ch'io ti serò tenuto al mio vivente;
E certo io stimo che sia gran folìa
Far cotal guerra insieme per niente.
Colei ne è gita, che ci fa ferire:
Lascia, per Dio! ch'io la possa seguire. -

80.

- Non, non, - rispose crollando la testa
Lo ardito Ferragù - non gli pensare.
Stu vôi che la battaglia tra nui resta,
Convienti quella dama abandonare.
Io te fo certo che in questa foresta
Un sol de noi la converrà cercare;
E s'io te vinco, serà mio mestiero:
Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. -

81.

- Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, -
Rispose Orlando - per lo Dio beato! -
Ora se fece la crudel baruffa,
Come ne l'altro canto avrò contato:
Vedrete come l'un l'altro ribuffa.
Più che mai fosse, Orlando era turbato;
Di Feraguto non dico niente,
Che mai non fu senza ira al suo vivente.

CANTO QUARTO

1.

L'altro cantar vi contò la travaglia
Che fu tra' duo baroni incominciata;
E forse un altro par di tanta vaglia
Non vede il sol che ha la terra cercata.
Orlando con alcun mai fe' battaglia
Che al terzo giorno gli avesse durata,
Se non sol duo, per quanto abbia saputo:
L'un fu don Chiaro, e l'altro Feraguto.

2.

Or se tornano insieme ad afrontare,
Con vista orrenda e minacciante sguardo.
Ogniun di lor più se ha a meravigliare
De aver trovato un baron sì gagliardo.
Prima credea ciascun non aver pare;
Ma quando l'uno a l'altro fa riguardo,
Iudica ben e vede per certanza
Che non v'è gran vantaggio di possanza.

3.

E cominciarno il dispietato gioco,
Ferendose tra lor con crudeltate.
Le spade ad ogni colpo gettan foco,
Rotti hanno i scudi e l'arme dispezzate;
E ciascadun di loro a poco a poco
Ambe le braccie se avean disarmate.
Non pôn tagliarle per la fatasone,
Ma di color l'han fatte di carbone.

4.

Così le cose tra quei duo ne vano,
Né v'è speranza de vittoria certa.
Eccoti una donzella per il piano,
Che de samito negro era coperta.
La faccia bella se battia con mano;
Dicea piangendo: - Misera! diserta!
Qual omo, qual Iddio me darà aiuto,
Che in questa selva io truovi Feraguto? -

5.

E come vide li duo cavallieri,
Col palafreno in mezo fu venuta.
Ciascun di lor contiene il suo destrieri;
Essa con riverenzia li saluta,
E disse a Orlando: - Cortese guerrieri,
A benché tu non m'abbi cognosciuta,
Né io te cognosco, per mercé te prego
Che alla dimanda mia non facci nego.

6.

Quel ch'io te chiedo si è che la battaglia
Sia mo compiuta, c'hai con Feraguto,
Perch'io mi trovo in una gran travaglia,
Né me è mestier d'altrui sperare aiuto.
Se la fortuna mai vorà ch'io vaglia,
Forse che un tempo ancor serà venuto
Che di tal cosa te renderò merto.
Giamai nol scordarò: questo tien certo. -

7.

Il conte a lei rispose: - Io son contento,
(Come colui che è pien di cortesia),
E se de oprarme te viene in talento,
Io te offerisco la persona mia;
Né me manca per questo valimento.
Abenché Feragù forse non sia,
Nulla di manco per questo mistiero
Farò quel che alcun altro cavalliero. -

8.

La damisella ad Orlando se inchina,
E volta a Feragù disse: - Barone,
Non me cognosci ch'io son Fiordespina?
Tu fai battaglia con questo campione,
E la tua patria va tutta in ruina;
Né sai, preso è tuo patre e Falsirone;
Arsa è Valenza e disfatta Aragona,
Ed è lo assedio intorno a Barcellona.

9.

Uno alto re, che è nomato Gradasso;
Qual signoreggia tutta Sericana,
Con infinita gente ha fatto il passo
Contra al re Carlo e la gente pagana.
Cristiani e Saracin mena a fracasso,
Né tregua o pace vôl con gente umana.
Discese a Zebeltaro, arse Sibilia;
Tutta la Spagna del suo foco impiglia.

10.

Il re Marsilio a te solo è rivolto,
E te piangendo solamente noma;
Io vidi il vecchio re battersi il volto,
E trar del capo la canuta chioma.
Vien; scodi il caro patre che ti è tolto,
E il superbo Gradasso vinci e doma.
Mai non avesti e non avrai vittoria
Che più de ora te acquisti fama e gloria. -

11.

Molto fu stupefatto il Saracino,
Come colui che ascolta cosa nova;
E volto a Orlando disse: - Paladino,
Un'altra volta farem nostra prova.
Ma ben te giuro per Macon divino
Che alcun simile a te non se ritrova;
E se io te vinco, io non te mi nascondo,
Ardisco a dir ch'io sono il fior del mondo. -

12.

Or se libroon densieme i cavallieri;
Orlando se dricciò verso Levante,
Ché tutto il suo disire e il suo pensieri
È di seguir de Angelica le piante;
Ma gran fatica li farà mestieri,
Perché, come se tolse a lor davante
La damigella, per necromanzia
Portata fu, che alcun non la vedia.

13.

Va Feraguto con molto ardimento
Per quella selva menando fracasso,
Ché ciascuna ora li parea ben cento
Di ritrovarse a fronte con Gradasso;
Però ne andava ratto come un vento.
Ma il ragionar di lui ora vi lasso,
E tornar voglio a Carlo imperatore,
Che della Spagna sente quel rumore.

14.

Il suo consiglio fece radunare:
Fuvi Ranaldo ed ogni paladino;
E disse loro: - Io odo ragionare,
Che, quando egli arde il muro a noi vicino,
De nostra casa debbiam dubitare.
Dico che, se Marsilio è saracino,
Ciò non attendo; egli è nostro cognato,
Ed ha vicino a Francia gionto il stato.

15.

Ed è nostro parere e nostra intenza
Che si li dona aiuto ad ogni modo,
Contra alla estrema ed orribil potenza
Del re Gradasso, il qual, sì come io odo,
Minaccia ancor di Francia a la excellenza,
Né della Spagna sta contento al sodo.
Ben potemo saper che per niente
Non fa per noi vicin tanto potente.

16.

Vogliamo adunque per nostra salute
Mandar cinquanta millia cavallieri;
E cognoscendo l'inclita virtute
Del pro' Ranaldo, e come è buon guerrieri,
Nostro parer non vogliam che si mute,
Ché a megliorarlo non faria mestieri:
In questa impresa nostro capitano
Sia generale il sir di Montealbano.

17.

Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione,
Linguadoca e Guascogna a governare,
Mentre che durarà questa tenzone;
E quei segnor con lui debbiano andare. -
Così dicendo, gli porge il bastone.
Ranaldo si ebbe in terra a ingenocchiare,
Dicendo: - Forzaromme, alto segnore,
Di farme degno di cotanto onore. -

18.

Egli avea pien di lacrime la faccia
Per allegrezza, e più non può parlare;
Lo imperator strettamente lo abbraccia,
E dice: - Figlio, io ti vo' racordare
Ch'io pono il regno mio nelle tue braccia,
Il quale è in tutto per pericolare.
Via se ne è gito, e non so dove, Orlando:
Il stato mio a te lo racomando. -

19.

Questo li disse ne l'orecchia piano.
Ciascun se va con Ranaldo allegrare:
Ivone ed Angelin, che con lui vano,
E gli altri ancor, che seco hanno a passare.
Ranaldo a tutti con parlare umano
Proferir si sapeva e ringraziare.
Subitamente se pose in viaggio,
E fu ordinato in Spagna il suo passaggio.

20.

Ciascun bon cavallier, ch'è di guerra uso,
Segue Ranaldo e la Francia abandona.
Montano l'alpe, sempre andando in suso,
E già vedon fumar tutta Aragona.
Essi vargarno al passo del Pertuso,
In poco tempo gionsero a Sirona.
Il re Marsilio quivi era fermato;
Grandonio in Barcelona avea mandato,

21.

Per riparare al tenebroso assedio,
Benché si creda non poter giovare,
Né lui sa imaginare alcun remedio,
Che non convenga il regno abandonare;
E per malanconia e molto atedio
Sol se ne sta, né si lascia parlare.
Ora ad un tempo li viene lo aiuto
Di Carlo Magno, e gionse Feraguto.

22.

Era con lui già prima Serpentino,
Isoliere e Spinella e il re Morgante,
E Matalista, il franco Saracino,
Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante.
Ogni altro baron grande e piccolino,
Che al re Marsilio obediva davante,
Coi fratel Balugante e Falsirone,
Tutti son morti, o son nella pregione.

23.

Imperoché Gradasso smisurato,
Da poi che se libroì de Sericana,
Tutto il mar de India avea conquistato,
E quella isola grande Taprobana,
La Persia con la Arabia lì da lato,
Terra de' negri, che è tanto lontana;
E mezo il mondo ha circuito in mare,
Pria che 'l stretto di Spagna abbia intrare.

24.

E tanta gente avea seco adunata,
E tanti re, che adesso non vi naro,
Che più non ne fu insieme alcuna fiata.
Discese in terra, e prese Zibeltaro,
Arse e disfece il regno di Granata;
Sibilia né Toledo fier' riparo.
Venne dapoi a Valenzia meschina;
Con Aragona la pose in ruina.

25.

Sì come io dissi, aveva in sua pregione
Ogni baron che a Marsilio obedia,
Tratti coloro de cui fei ragione,
Che dentro da Sirona seco avia,
E de Grandonio, che in opinione
De esser ben presto preso se vedia:
Ché Barcellona da sera a matina
È combattuta, e mai non se rafina.

26.

Ora tornamo al re Marsilione,
Che riceve Ranaldo a grande onore,
E molto ne ringrazia il re Carlone.
Ma Feraguto bacia con amore,
Dicendo: - Figlio, io tengo opinione
Che la tua forza e l'alto tuo valore
Abbatterà Gradasso, quel malegno,
A noi servando il nostro antiquo regno. -

27.

Ordine dasse, che il giorno seguente
Se debba verso Barcellona andare,
Perché Grandonio continüamente
Con foco aiuto aveva a dimandare.
Così fôrno ordinate incontinente
Le schiere, e chi le avesse a governare.
La prima che se libroe al matutino,
Guida Spinella e il franco Serpentino.

28.

Vinti millia guerreri è questa schiera.
Segue Ranaldo, il franco combattente:
Cinquanta millia sotto sua bandiera.
Matalista vien drieto e il re Morgante,
Con trenta millia di sua gente fiera;
Ed Isolier da poi con lo Amirante,
Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto
Trenta milliara mena Feraguto.

29.

Il re Marsilio l'ultima guidava,
Cinquanta millia de bella brigata.
Ciascuna schiera in ordine ne andava,
L'una da l'altra alquanto separata.
Era il sol chiaro e a l'ôra sventillava
Ogni bandiera, che è ad alto spiegata;
Sì che al calar del monte fôr vedute
Dal re Gradasso, e da' soi cognosciute.

30.

Quattro re chiama, e lor così ragiona:
- Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra,
Combattete alle mura Barcellona,
E questo giorno ponitele a terra.
Non vi rimanga viva una persona;
E quel Grandonio che fa tanta guerra,
Io voglio averlo vivo nelle mane
Per farlo far battaglia col mio cane. -

31.

Questi son de India sopra nominati.
Di negra gente seco ne avean tanti,
Quanti mai non seriano annumerati:
Ed oltra a questo duo millia elefanti,
Di torre e di castella tutti armati.
Ora Gradasso fa venirse avanti
Un gran gigante, re di Taprobana,
Che ha una giraffa sotto per alfana.

32.

Più brutta cosa non se vide mai
Che 'l viso di quel re, che ha nome Alfrera.
A lui disse Gradasso: - Ne anderai,
Fa che me arrechi la prima bandiera;
Tutta la gente mena, quanta n'hai. -
E poi, rivolto con la faccia altiera
Al re de Arabia, che gli è lì da lato,
(Faraldo è quel robusto nominato),

33.

A questo re comanda a mano a mano
Che gli meni Ranaldo per presone,
E la bandiera del re Carlo Mano:
- Ma guarda che non scampi il suo ronzone
Ch'io te faria impiccar come un villano;
Ché quel cavallo è stato la cagione
Che me ha fatto libroir de Sericana,
Per aver quello e insieme Durindana. -

34.

Al re di Persia fa comandamento
Che prenda Matalista e il re Morgante:
Framarte è questo, il re di valimento.
Ecco il re di Macrobia, ch'è gigante,
Che tutto negro è come un carbon spento:
Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante.
Destrier non ha, ma sempre va pedone
Questo gigante, ed ha nome Orione.

35.

Re de Etiopia fu un gigante arguto,
Che quasi un palmo avea la bocca grossa.
Davanti al re Gradasso fu venuto
(Balorza ha nome quel c'ha tanta possa);
Comandagli che prenda Feraguto.
Ultimamente pone alla riscossa
Li Sericani ed ogni suo barone:
Ma lui non se arma e sta nel paviglione.

36.

Diciamo de Marsilio e di sua gente,
Che sopra al campo vengono arivare,
Vedendo il piano de sotto patente,
Che è pien de omini armati insino al mare.
E' non credeano già primeramente
Che tanta gente potesse adunare
Il mondo tutto, quanto è quivi unita;
Né la posson stimar, perché è infinita.

37.

L'un campo a l'altro più se fa vicino,
Ché le bandiere a l'incontro se vano.
Ciascun dalle due libroe è saracino,
Fuor che la gente del re Carlo Mano.
Spinella de Altamonte e Serpentino
Con la lor schiera son gionti nel piano;
Levasi il crido de una e d'altra gente,
Che par che il cel profondi veramente.

38.

Risuona il monte e tutta la rivera
Di trombe, di tamburi e d'altre voce.
Serpentin sta davanti alla frontera,
Sopra a corsier terribile e veloce.
Ora si move il gran gigante Alfrera:
Cosa non fu giamai tanto feroce,
Quanto è colui, che trenta piedi è altano
Su la zirafa, ed ha un bastone in mano.

39.

Di ferro è tutto quanto quel bastone:
Tre palmi volge intorno per misura.
Serpentin contra lui va di rondone
Con l'asta a resta, e già non ha paura.
Ferì il gigante e ruppe il suo troncone;
Ma quella contrafatta creatura
Ha con tal forcia Serpentin ferito,
Che lo distese in terra tramortito.

40.

Nulla ne cura e lascialo disteso;
Con la zirafa passa entro la schiera.
Trova Spinella, e nel braccio l'ha preso;
Via nel portò, come cosa leggiera.
Tutta la gente, di furore acceso,
Col baston batte, e branca la bandiera,
E quella al re Gradasso via mandone,
Insieme con Spinella, chi è prigione.

41.

Ranaldo la sua schiera avea lasciata
In man de Ivone e del fratello Alardo,
E la battaglia avea tutta guardata,
E quanto il grande Alfrera era gagliardo.
Veggendo quella gente sbarattata,
Tempo non parve a lui de esser più tardo:
Manda a dire ad Alardo che si mova;
Lui con la lancia il gran gigante trova.

42.

Or che li potrà far, che quel portava
Un coi' di serpa sopra la coraccia?
Ma pur con tanta furia lo inscontrava,
Che la ziraffa e lui per terra caccia.
Poi tra la schiera Bagliardo voltava,
E ben de intorno con Fusberta spaccia.
Tutti i Cristiani intanto ve arivaro;
Non vi fu a' Saracini alcun riparo.

43.

Vanno per la campagna in abandono;
Rotta, stracciata fu la sua bandiera,
Benché dugento millia armati sono.
Or di terra si leva il forte Alfrera,
Più terribile assai ch'io non ragiono;
Ma poi che vide in volta la sua schera,
Con la ziraffa se messe a seguire,
Non so se per voltarli o per fuggire.

44.

Ranaldo è con lor sempre mescolato,
Ed a destra e sinistra il brando mena;
Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato,
Le teste in l'elmi cadeno a l'arena.
Come un branco di capre disturbato,
Cotal Ranaldo avanti sé li mena:
Ora convien che 'l faccia maggior prove,
Ché il re Faraldo la sua schiera move.

45.

Era quel re de Arabia incoronato,
E non aveva fin la sua possanza.
Or non può suo valore aver mostrato,
Perché Ranaldo de un contro di lanza
L'ha per il petto alle spalle passato.
Tocca Bagliardo, e con molta arroganza
Dà tra gli Aràbi, ché nulla li preza:
Con l'urto atterra e con la spada speza.

46.

Era però Ranaldo accompagnato,
Per le più volte, de assai buon guerreri;
Guizardo e Ricciardetto li era a lato,
E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri;
Ed ora Serpentino era arivato,
Chi è risentito e tornato a destrieri.
Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore;
De ogni bel colpo lui solo ha l'onore.

47.

Tutta la gente de li Aràbi è in piega,
Gambili e dromendarii a terra vano;
Ranaldo li cacciò più de una lega.
Or vien Framarte, il gran re persiano,
La sua bandiera d'oro al vento spiega,
Ben lo adocchia il segnor di Montealbano.
Adosso a lui con la lancia se caccia;
Dopo le spalle il passa ben tre braccia.

48.

Quel gran re cade morto alla pianura,
Fuggeno i suoi per la campagna aperta.
Ranaldo mena colpi a dismisura:
Non dimandar se 'l frappa con Fusberta.
Ecco Orione, la sozza figura;
Mai non fu visto cosa più deserta:
Negro fra tutti, e nulla porta indosso,
Ma la sua pelle è dura più che un osso.

49.

Venne il gigante nudo alla battaglia,
Uno arbor avea in mano il maledetto;
Tutta la schiera de' Cristian sbaraglia,
Non ve ha diffesa scudo o bacinetto.
Avea d'intorno a sé tanta canaglia,
Che per forza Ranaldo fu costretto
Ritrarsi alquanto e suonare a ricolta,
Per ritornar più stretto l'altra volta.

50.

Ma mentre con li altri se consiglia,
Ed halli il suo libroito dimostrato,
E già la lancia su la cossa piglia,
Giunse l'Alfrera, quello ismisurato,
Con tanta gente, che è una meraviglia.
Ed eccoti arivar da l'altro lato
L'alto Balorza; e tanta gente viene,
Che in ogni verso sette miglia tiene.

51.

Venian cridando con tanto rumore,
Che la terra tremava e il celo e il mare.
Ivone e Serpentino e ogni segnore
Dicean che aiuto si vôl domandare.
Dicea Ranaldo: - E' non serebbe onore.
Voi vi potete adietro retirare:
Ed io soletto, come io son, mi vanto
Metter quel campo in rotta tutto quanto. -

52.

Né più parole disse il cavalliero,
Ma strenge i denti e tra color se caccia;
Rompe la lancia lo ardito guerriero,
Poi con Fusberta se fa far tal piaccia,
Che aiuto de altri non li fa mestiero;
E con voce arrogante li minaccia:
- Via! populaccio vil, senza governo!
Che tutti ancòi vi metto nello inferno. -

53.

Il re Marsilio da il monte ha veduto
Movere a un tratto cotanta canaglia;
Per un suo messo dice a Ferraguto
Che ogni sua schiera meni alla battaglia.
Ranaldo già de vista era perduto:
Lui tra la gente saracina taglia,
Tutta la sua persona è sanguinosa;
Mai non se vide più terribil cosa.

54.

Or si comincia la battaglia grossa.
A tutti Feraguto vien davante:
Giamai non fu pagan di tanta possa.
Isolier, Matalista e il re Morgante,
Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l'ossa.
L'Argalifa vien drieto e lo Amirante;
Prima entrato era Alardo e Serpentino,
Ivone e Ricciardetto ed Angelino.

55.

Il re Balorza, con la faccia scura,
Ne porta sotto il braccio Ricciardetto;
Combatte tutta fiata, e non ha cura
De aver nel braccio manco il giovanetto.
Ogniun ben de aiutarlo se procura,
Ma il gigante il porta al lor dispetto.
Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno:
Esso de tutti fa gran beffe e scorno.

56.

Il terribile Alfrera avea levato,
Al suo dispetto, Isolier dello arcione.
Feraguto li è sempre nel costato,
Né vôl che 'l porta senza questione.
Vero è che 'l suo destriero è spaventato,
Né può accostarse con nulla ragione:
Per la ziraffa, lo animal diverso,
Fugge il cavallo indrieto ed a traverso.

57.

Il crudel Orione alcun non piglia,
Ma con l'arbore occide molta gente,
E petto e faccia ha di sangue vermiglia;
Lancie, né spade non cura niente,
Ché la sua pelle a uno osso se assomiglia.
Ora tornamo a Ranaldo valente,
Che forte se conturba nello aspetto,
Perché Balorza porta Ricciardetto.

58.

Se or non mostra Ranaldo il suo valore,
Giamai nol mostrarà il barone accorto;
Ché a Ricciardetto porta tanto amore,
Che per camparlo quasi serìa morto.
Dente con dente batte a gran furore,
L'uno e l'altro occhio nella fronte ha torto.
Ma al presente io lascio sua battaglia,
Per ricontarvi un'altra gran travaglia.

59.

Io ve contai pur mo che in Barcellona
Stava Grandonio, e facea gran diffesa;
Come a quei de India e soi re de corona
Fo comandato che l'avesser presa.
Turpin di questa cosa assai ragiona,
Perché non fu giamai più cruda impresa.
Forte è la terra, intorno ben murata;
Or se è la gran battaglia incominciata.

60.

Da mezodì, dove la batte il mare,
Era ordinato un naviglio infinito;
Da terra gli elefanti hanno a menare,
Di torre e di beltresche ogniom guarnito.
Fanno quei Negri sì gran saettare,
Che ciascun nella terra è sbigottito;
Ogni om s'asconde e fugge per paura,
Grandonio solo appar sopra alle mura.

61.

Comincia il crido orribile e diverso,
Ed alle mura s'accosta la gente.
Non è Grandonio già per questo perso,
Ma se diffende nequitosamente;
Tira gran travi dritto ed a traverso;
Pezzi di torre e merli veramente,
Colonne integre lancia quel gigante;
Ad ogni colpo atterra uno elefante.

62.

E va d'intorno facendo gran passo,
Salta per tutto quasi in un momento;
Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso,
Getta gran foco con molto spavento;
Perché la gente, che era gioso al basso,
Che e soi fatti vedea e suo ardimento,
Solfo gli dànno con pegola accesa;
Lui tra' la vampa fuora alla distesa.

63.

Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo,
Che nella mente tutto se rodia;
Tanto è di scoter Ricciardetto caldo,
Che se dispera e non trova la via.
Quel gran gigante sta lì fermo e saldo,
E un gran baston di ferro in man tenia;
Armato è tutto da capo alle piante,
E per destriero ha sotto uno elefante.

64.

Or non gli vale il furioso assalto,
Non vale a quel barone esser gagliardo,
Però che non puotea gionger tanto alto.
Subitamente smonta di Baiardo,
E nella croppa se gitta d'un salto
A quel gigante, che non gli ha riguardo;
L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia,
Né pone indugia che 'l colpo ridoppia.

65.

Par che si batta un ferro alla fucina;
Quella gran testa in due libroe disserra.
Cadde 'l gigante con tanta roina,
Che a sé d'intorno fie' tremar le terra.
Or ne fugge la gente saracina,
Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra,
Come la lepre fugge avanti al pardo:
Stretti gli caccia quel baron gagliardo.

66.

Aveva Feraguto tuttavia
Più de quattro ore cacciato l'Alfrera;
Ardea ne gli occhi pien de bizaria,
Perché non trova modo, né maniera
Per la quale Isolier riscosso sia.
Quella ziraffa, contraffatta fera,
Via ne lo porta, correndo il trapasso;
E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.

67.

Ferragù segue dentro al paviglione.
L'Alfrera, che se vide al ponto stretto,
Getta Isoliero e mena del bastone,
Ed ebbel gionto sopra al bacinetto,
E sbalordito il fe' cader de arcione:
Quel gran gigante li fu presto al petto.
Così fu preso l'ardito guerreri.
Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri.

68.

Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore,
Che nostra gente è rotta ad ogni modo,
Ché quel Ranaldo è di troppo valore.
Mal volentiera un tuo nemico lodo;
Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore,
E poco d'ora fa, sì come io odo,
libroì la testa al gigante Balorza;
Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza.

69.

A chi te piace de' tuoi ne dimanda,
Benché anch'io sappia della sua possanza,
Ché 'l re Faraldo d'una ad altra banda
Vidi io passato d'un scontro de lanza.
Il re di Persia a Macon racomanda,
Che fu pur gionto a simigliante danza.
Debb'io tacer di me, che andai per terra,
Che mai non mi intervenne in altra guerra? -

70.

Dicea Gradasso: - Può questo Iddio fare,
Che quel Ranaldo sia tanto potente?
Chi me volesse del cel coronare
(Perché la terra io non stimo niente),
Non me potrebbe al tutto contentare,
S'io non facessi prova de presente,
Se quel barone è cotanto gagliardo
Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. -

71.

Così dicendo chiede l'armatura,
Quella che prima già portò Sansone.
Non ebbe il mondo mai la più sicura;
Da capo a piedi se arma il campione.
Ecco la gente fugge con paura,
Dietro gli caccia quel figlio d'Amone.
Non pô Gradasso star sì poco saldo,
Che dentro al pavaglion serà Ranaldo.

72.

Più non aspetta, e salta su l'alfana.
Questa era una cavalla smisurata:
Mai non fu bestia al mondo più soprana;
Come Baiardo proprio era intagliata.
Ecco Ranaldo, che gionge alla piana,
In mezo della gente sbaratata.
Oh quanto ben d'intorno il camin spaza,
Troncando busti e spalle e teste e braza!

73.

Ora se move il forte re Gradasso
Sopra l'alfana, con tanta baldanza,
Che tutto il mondo non stimava un asso.
Verso Ranaldo bassava la lanza,
E nel venir menava tal fraccasso,
Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza.
Sedeci piedi salì suso ad alto;
Non fo mai visto il più mirabil salto.

74.

Il re Gradasso assai si meraviglia,
Ma mostra non curare, e passa avante;
Tutta la gente sparpaglia e scombiglia,
Per terra abbatte Ivone e il re Morgante.
L'Alfrera, che gli è dietro, questi piglia,
Ché sempre lo seguiva quel gigante.
Trova Spinella, Guizardo e Angelino:
Tutti gli abbatte il forte Saracino.

75.

Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare,
E vide quel pagan tanto gagliardo.
Una grossa asta in man se fece dare,
E poi dicea: - O destrier mio Baiardo,
A questa volta, per Dio! non fallare,
Ché qui conviensi avere un gran riguardo.
Non già, per Dio! ch'io mi senta paura;
Ma quest'è un omo forte oltra misura. -

76.

Così dicendo serra la visiera,
E contra al re ne vien con ardimento.
Videl Gradasso, la persona altiera:
Mai, da che nacque, fo tanto contento;
Ché a lui par cosa facile e leggiera
Trar de l'arcion quel sir de valimento.
Ma nella prova l'effetto si vede:
Più fatica li avrà ch'el non si crede.

77.

Fo questo scontro il più dismisurato
Che un'altra volta forse abbiate udito.
Baiardo le sue croppe misse al prato,
Che non fu più giamai a tal libroito,
Benché se fo de subito levato.
Ma Ranaldo rimase tramortito;
L'alfana trabuccò con gran fracasso:
Nulla ne cura il potente Gradasso.

78.

Spronando forte la facea levare,
Tra l'altra gente dà senza paura.
Dice a l'Alfrera che debba pigliare
Ranaldo, e che 'l destrier mena con cura.
Ma certo e' gli lasciò troppo che fare,
Perché Baiardo per quella pianura
Via ne portava il cavalliero ardito;
In poco de ora se fo risentito.

79.

Credendosi ancora esser là dove era
Il re Gradasso, prende il brando in mano;
Con la zirafa lo seguia l'Alfrera,
Che quasi ancora l'ha seguito in vano.
Sopra Baiardo, la bestia leggiera,
Ranaldo va correndo per il piano;
Per tutto va cercando, e piano e monte,
Sol per trovarse con Gradasso a fronte.

80.

Ed eccoti davanti, ed ha abbattuto
Fuor de l'arcione il suo fratello Alardo.
Esso non ha Ranaldo ancor veduto,
Ché in quella libroe non facea riguardo.
Ma de improviso li è sopra venuto,
E punto nel ferir non fu già tardo.
A due man mena con tanta flagella,
Che sel crede libroir fin su la sella.

81.

Non fu il gran colpo a quel re cosa nova,
Ché di valor portava la ghirlanda;
Né crediati per questo che si mova,
Né arma si spezzi, né sangue si spanda.
Disse a Ranaldo: - Or vederem la prova,
E dir potrai, se alcun te ne dimanda,
Qual sia di noi più franco feritore.
Se ora mi campi, io te dono l'onore. -

82.

Così ragiona il forte saracino,
E mena della spada tutta fiata;
Cade Ranaldo tramortito e chino,
Ché mai tal botta non ha lui provata.
Lo elmo affatato, che fu de Mambrino,
Gli ha questa volta la vita campata.
Presto Baiardo adietro si è voltato,
Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.

83.

Gradasso quasi un miglio l'ha seguito,
Ché ad ogni modo lo volea pigliare;
Ma poi che for di vista gli fu uscito,
È delibrato adrieto ritornare.
Ora Ranaldo se fu risentito,
E ben destina de se vendicare.
Non è Gradasso rivoltato apena,
Ranaldo un colpo ad ambe man li mena

84.

Sopra de l'elmo con tanto furore,
Che ben li fece batter dente a dente.
Tra sé ridendo, quel re di valore
Dicea: "Questo è un demonio veramente.
Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore,
Ognior cerca la briga parimente.
Ma sempre mai non li andarà ben còlta:
Se non adesso, il giongo un'altra volta."

85.

Così parlando quel Gradasso altiero
Li viene adosso con gli occhi infiammati.
Ranaldo tenia l'occhio al tavoliero:
Se 'l bisogna, segnor, non dimandati.
Un colpo mena quel gigante fiero
Ad ambe mani, ed ha i denti serrati.
Il baron nostro sta su la vedetta:
Trista sua vita se quel colpo aspetta!

86.

Ma certamente e' n'ebbe poca voglia;
Con un gran salto via se fu levato.
Radoppia il colpo il gigante con doglia;
Baiardo se gittò da l'altro lato.
- Può fare Iddio ch'una volta non coglia? -
Diceva il re Gradasso disperato;
E mena 'l terzo; ma nulla li vale:
Sempre Baiardo par che metta l'ale.

87.

Poi che assai se ebbe indarno affaticato,
Delibra altrove sua forza mostrare,
E nella schiera de' nemici entrato
Cavagli e cavallier fa trabuccare.
Ma cento passi non è dislongato,
Che Ranaldo lo vene a travagliare;
E benché molto stretto non lo offenda,
Forza li è pur che ad altro non attenda.

88.

Tornati sono alla cruda tenzone:
Bisogna che Ranaldo giochi netto.
Ecco venire il gigante Orione,
Che se ne porta preso Ricciardetto.
Per li piedi il tenia quel can fellone:
Forte cridava aiuto il giovanetto.
Quando Ranaldo a tal libroito il vede,
Della compassion morir si crede.

89.

Così nel viso li abondava il pianto,
Che veder non poteva alcuna cosa;
Mai fu turbato alla sua vita tanto.
Or li monta la colora orgogliosa.
Ed io vi narrarò ne l'altro canto
Il fin della battaglia dubitosa,
Che, come io dissi, cominciò a l'aurora,
E durò tutto il giorno, e dura ancora.

CANTO QUINTO

1.

Voi vi doveti, segnor, racordare
Come Ranaldo forte era turbato
Veggendo Ricciardetto via portare.
Gradasso incontinente ebbe lasciato,
E il gran gigante viene ad afrontare.
Era quello Orione ignudo nato;
Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura,
Che de coperta de arme nulla cura.

2.

Ranaldo dismontò subito a piede,
Perché forte temeva di Baiardo
Per il gran tronco che al gigante vede;
Esser non li bisogna pigro o tardo.
Apena che Orione estima o crede,
Che si ritrova in terra un sì gagliardo
Che ardisca far con lui battaglia stretta:
Però si sta ridendo, e quello aspetta.

3.

Ma non aveva Fusberta assaggiata,
Né le feroce braccia di Ranaldo,
Ché l'armatura se avrebbe augurata.
A due man mena il principe di saldo,
E nella cossa fa grande tagliata.
Quando Orione sente il sangue caldo,
Tra' contra terra forte Ricciardetto,
Mugiando come un toro, il maledetto.

4.

Stava disteso Ricciardetto in terra,
Senza alcun spirto, sbigotito e smorto;
E quel gigante il grande arboro afferra:
Ranaldo in su l'aviso stava accorto.
Quando Orione il gran colpo disserra,
Non che lui solo, un monte ne avria morto;
Ranaldo indietro si retira un passo.
Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso.

5.

Non sa Ranaldo già più che si fare,
E certamente gli tocca paura.
Lui, che di core al mondo non ha pare,
Mena un gran colpo fuor d'ogni misura:
Fusberta se sentiva zuffellare.
Gionse Orione al loco de cintura;
A meza spada nel fianco lo afferra:
Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.

6.

Nulla dimora fa il franco barone,
Né pur guarda il gigante che è cascato,
Subitamente salta su l'arcione,
E contra di Gradasso se n'è andato.
Ma non se può levar de opinione
Quel re il colpo che ha visto ismisurato;
Con la man disarmata ebbe a cignare
Verso Ranaldo, che li vôl parlare.

7.

E ragionando poi con lui dicia:
- E' sarebbe, barone, un gran peccato
Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia,
Quanto ne hai oggi nel campo mostrato,
Perisse con sì brutta villania;
Ché tu sei da mia gente intorniato.
Come tu vedi, non te pôi libroire:
Convienti esser pregione, o ver morire.

8.

Ma Dio non voglia che cotal diffetto
Per me si faccia a un baron sì gagliardo;
Unde per mio onore io aggio eletto,
Da poi che 'l giorno de oggi è tanto tardo,
Che noi veniamo dimane allo effetto,
Io senza alfana, e tu senza Baiardo;
Ché la virtute de ogni cavalliero
Si disaguaglia assai per il destriero.

9.

Ma con tal patto la battaglia sia,
Che stu me occidi o prendime pregione,
Ciascun chi è preso di tua compagnia,
O sia vasallo al re Marsilione,
Seran lasciati su la fede mia;
Ma s'io te vinco, io voglio il tuo ronzone.
O vinca, o perda, poi me abbia a libroire,
Né più in ponente mai debba venire. -

10.

Ranaldo già non stette altro a pensare,
Ma subito rispose: - Alto segnore,
Questa battaglia che debbiamo fare,
Essere a me non può se non de onore.
E di prodecia sei sì singulare,
Che, essendo vinto da tanto valore,
Non mi serà vergogna cotal sorte,
Anci una gloria aver da te la morte.

11.

Quanto alla prima libroe, te rispondo
Che ben te voglio e debbo ringraziare,
Ma non che già mi trovi tanto al fondo,
Che da te debba la vita chiamare;
Perché, se armato fosse tutto 'l mondo,
Non potrebbe al libroir mio divetare,
Non che voi tutti; e se forse hai talento
Farne la prova, io son molto contento. -

12.

Incontinente se ebbeno accordare
Della battaglia tutto il conveniente:
Il loco sia nel litto apresso il mare,
Lontan sei miglia a l'una e l'altra gente.
Ciascuno al suo talento se può armare
De arme a diffensa e di spada tagliente;
Lancia né mazza o dardo non si porta,
E denno andar soletti e senza scorta.

13.

Ciascuno è molto bene apparecchiato
Per domatina alla zuffa venire;
Ogni vantaggio a mente hanno tornato,
Le usate offese e l'arte del scrimire.
Ma prima che alcun de essi venga armato,
De Angelica vi voglio alquanto dire;
La qual per arte, come ebbe a contare,
Dentro al Cataio se fece portare.

14.

Benché lontana sia la giovanetta,
Non può Ranaldo levarse del core.
Come cerva ferita di saetta,
Che al lungo tempo accresce il suo dolore,
E quanto il corso più veloce affretta,
Più sangue perde ed ha pena maggiore:
Così ognor cresce alla donzella il caldo,
Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.

15.

E non poteva la notte dormire,
Tanto la strenge il pensiero amoroso;
E se pur, vinta dal longo martìre,
Pigliava al far del giorno alcun riposo,
Sempre sognando stava in quel desire.
Ranaldo gli parea sempre crucioso
Fuggir, sì come fece in quella fiata
Che fu da lui nel bosco abandonata.

16.

Essa tenea la faccia in ver ponente,
E sospirando e piangendo talora
Diceva: "In quella libroe, in quella gente
Quel crudel tanto bello ora dimora.
Ahi lassa! Lui di me cura niente!
E questo è sol la doglia che me accora:
Colui, che di durezza un sasso pare,
Contra a mia voglia a me il conviene amare.

17.

Io aggio fatto ormai l'ultima prova
Di ciò che pôn gli incanti e le parole,
E l'erbe strane ho còlto a luna nova,
E le radice quando è oscuro il sole;
Né trovo che dal petto me rimova
Questa pena crudel, che al cor mi dole,
Erba né incanto o pietra preciosa:
Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa.

18.

Perché non venne lui sopra a quel prato,
Là dove io presi il suo saggio cugino?
Che certamente io non avria cridato.
Ora è pregione adesso quel meschino.
Ma incontinente serà liberato,
Acciò che quello ingrato peregrino
Cognosca in tutto la bontate mia,
Che dà tal merto a sua discortesia."

19.

E detto questo se ne andò nel mare,
Là dove Malagise era pregione;
Con l'arte sua là giù si fe' portare,
Ché andarvi ad altra via non c'è ragione.
Malagise ode l'uscio disserrare,
E ben si crede in ferma opinione,
Che sia il demonio, per farlo morire,
Perché a quel fondo altrui non suol mai gire.

20.

Gionta che fu là dentro la donzella,
Di farlo portar sopra ben si spaccia;
E poi che l'ebbe entro una sala bella,
La catena li sciolse dalle braccia;
E nulla per ancora gli favella,
Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia.
Come fu sciolto, li disse: - Barone,
Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.

21.

Sì che, volendo una cortesia fare
A me, che fuor te trassi di quel fondo,
Da morte a vita mi pôi ritornare,
Se qua mi meni il tuo cugin iocondo:
Dico Ranaldo, che mi fa penare.
A te la mia gran doglia non nascondo:
Penar fa me de amore in sì gran foco,
Che giorni e notte mai non trovo loco.

22.

Se me prometti nel tuo sacramento
Far qua Ranaldo inanti a me venire,
Io te farò de una cosa contento,
Che forse de altra non hai più desire:
Darotti il libro tuo, se n'hai talento.
Ma guarda, stu prometti, non mentire;
Perché te aviso che uno annello ho in mano,
Che farà sempre ogni tuo incanto vano. -

23.

Malagise non fa troppo parole,
Ma come a quella piace, così giura;
Né sa come Ranaldo non ne vôle,
Anci crede menarlo alla sicura.
Già se chinava allo occidente il sole;
Ma, come gionta fu la notte scura,
Malagise un demonio ha tolto sotto,
E via per l'aria se ne va di botto.

24.

Quel demonio li parla tutta fiata
(E va volando per la notte bruna)
Della gente che in Spagna era arivata,
E come Ricciardetto ebbe fortuna,
E la battaglia come era ordinata.
Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcuna
Che quel demonio non la sappia dire;
Anci più dice, perché sa mentire.

25.

E già son gionti presso a Barcellona
(Forse restava un'ora a farse giorno),
E Malagise il demonio abandona.
E per quei paviglion guardando intorno,
Dove sia de Ranaldo la persona,
E' dormir vede il cavallier adorno;
Nella trabacca sua stava colcato.
Malagise entra, ed ebbelo svegliato.

26.

Quando Ranaldo vide la sua faccia,
Non fu nella sua vita sì contento;
Del trapontin se leva e quello abbraccia,
E delle volte lo baciò da cento.
Disse a lui Malagise: - Ora te spaccia,
Ch'io son venuto sotto a sacramento.
Piacendo a te, me pôi deliberare:
Non te piacendo, in pregion vo' tornare.

27.

Non aver nella mente alcun sospetto
Ch'io voglia che tu facci un gran periglio;
Con una fanciulletta andrai nel letto,
Netta come ambro, e bianca come un giglio.
Me trai di noia, e te poni in diletto.
Quella fanciulla dal viso vermiglio
È tal, che tu nol pensaresti mai:
Angelica è colei di cui parlai. -

28.

Quando Ranaldo ha nominare inteso
Colei che tanto odiava nel suo core,
Dentro dal petto è di alta doglia acceso,
E tutto in viso li cangiò il colore.
Ora un libroito, ora un altro n'ha preso
Di far risposta, e non la sa dir fuore;
Or la vôl fare, ora la vôl differire;
Ma nello effetto e' non sa che si dire.

29.

Al fin, come persona valorosa
Che in zanze false non se sa coprire,
Disse: - Odi, Malagise: ogni altra cosa
(E non ne trago il mio dover morire),
Ogni fortuna dura e spaventosa,
Ogni doglia, ogni affanno vo' soffrire,
Ogni periglio, per te liberare:
Dove Angelica sia, non voglio andare. -

30.

E Malagise tal risposta odìa,
Qual già non aspettava in veritate.
Prega Ranaldo quanto più sapìa,
Non per merito alcun, ma per pietate,
Che nol ritorna in quella pregionia.
Or gli ricorda la sanguinitate,
Or le proferte fatte alcuna volta;
Nulla gli val, Ranaldo non l'ascolta.

31.

Ma poi che un pezzo indarno ha predicato,
Disse: - Vedi, Ranaldo, e' si suol dire,
Ch'altro piacer non s'ha de l'omo ingrato
Se non buttarli in occhio il ben servire.
Quasi per te ne l'inferno m'ho dato:
Tu me vôi far nella pregion morire.
Guârti da me; ch'io ti farò uno inganno,
Che ti farà vergogna, e forse danno. -

32.

E, così detto, avante a lui se tolse.
Subitamente se fo dislibroito;
E come fo nel loco dove volse
(Già caminando avea preso il libroito),
Il suo libretto subito disciolse.
Chiama i demonii il negromante ardito;
Draginazo e Falsetta tra' da banda:
Agli altri il dilibroir presto comanda.

33.

Falsetta fa adobar com'uno araldo,
Il qual serviva al re Marsilione.
L'insegna avea di Spagna quel ribaldo,
La cotta d'arme, e in mano il suo bastone.
Va messagiero a nome de Ranaldo,
E gionse di Gradasso al paviglione,
E dice a lui che a l'ora de la nona
Avrà Ranaldo in campo sua persona.

34.

Gradasso lieto accetta quello invito,
E d'una coppa d'ôr l'ebbe donato.
Subito quel demonio è dilibroito,
E tutto da quel che era, è tramutato;
Le annelle ha ne l'orecchie, e non in dito,
E molto drappo al capo ha inviluppato,
La veste lunga e d'ôr tutta vergata;
E di Gradasso porta l'ambasciata.

35.

Proprio parea di Persia uno almansore,
Con la spada di legno e col gran corno;
E qui, davanti a ciascadun segnore,
Giura che all'ora primera del giorno,
Senza niuna scusa e senza errore,
Serà nel campo il suo segnore adorno,
Solo ed armato, come fo promesso;
E ciò dice a Ranaldo per espresso.

36.

In molta fretta se è Ranaldo armato;
E suoi gli sono intorno d'ogni banda.
Da libroe Ricciardetto ebbe chiamato,
Il suo Baiardo assai gli racomanda.
- O sì, o no, - dicea - che sia tornato,
Io spero in Dio, che la vittoria manda;
Ma se altro piace a quel Segnor soprano,
Tu la sua gente torna a Carlo Mano.

37.

Fin che sei vivo debbilo obedire,
Né guardar che facesse in altro modo.
Or ira, or sdegno m'han fatto fallire;
Ma chi dà calci contra a mur sì sodo,
Non fa le pietre, ma il suo piè stordire.
A quel segnor, dignissimo di lodo,
Che non ebbe al fallir mio mai riguardo,
S'io son occiso, lascio il mio Baiardo. -

38.

Molte altre cose ancora gli dicia;
Forte piangendo, in bocca l'ha baciato.
Soletto alla marina poi s'invia;
A piedi sopra il litto fo arivato.
Quivi d'intorno alcun non apparia.
Era un naviglio alla riva attaccato,
Sopra di quel persona non appare:
Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.

39.

Or ecco Draginazo che s'appara;
Proprio è Gradasso, ed ha la sopravesta
Tutta d'azurro e d'ôr dentro la sbara,
E la corona d'ôr sopra la testa,
L'armi forbite e la gran simitara,
E 'l bianco corno, che giamai non resta,
E per cimero una bandiera bianca;
In summa di quel re nulla gli manca.

40.

Questo demonio ne vene sul campo:
Il passeggiare ha proprio di Gradasso;
Ben dadovero par ch'el butti vampo.
La simitara trasse con fraccasso.
Ranaldo, che non vôle avere inciampo,
Sta su l'aviso e tiene il brando basso;
Ma Draginazo con molta tempesta
Li calla un colpo al dritto della testa.

41.

Ranaldo ebbe quel colpo a riparare:
D'un gran riverso gli tira alla cossa.
Or cominciano e colpi a radoppiare;
A l'un e l'altro l'animo s'ingrossa.
Mo comincia Ranaldo a soffiare,
E vôl mostrare a un punto la sua possa:
Il scudo che avea in braccio getta a terra,
La sua Fusberta ad ambe mane afferra.

42.

Così crucioso, con la mente altiera,
Sopra del colpo tutto se abandona.
Per terra va la candida bandiera;
Calla Fusberta sopra alla corona,
E la barbuta getta tutta intiera.
Nel scudo d'osso il gran colpo risuona,
E dalla cima al fondo lo disserra;
Mette Fusberta un palmo sotto terra.

43.

Ben prese il tempo il demonio scaltrito:
Volta le spalle, e comincia a fuggire.
Crede Ranaldo averlo sbigotito,
E de allegrezza sé non può soffrire.
Quel maledetto al mar se n'è fuggito;
Dietro Ranaldo se 'l mette a seguire,
Dicendo: - Aspetta un poco, re gagliardo:
Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.

44.

Or debbe far un re sì fatta prova?
Non te vergogni le spalle voltare?
Torna nel campo e Baiardo ritrova:
La meglior bestia non puoi cavalcare.
Ben è guarnito ed ha la sella nova,
E pur ier sira lo feci ferrare.
Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada?
Eccolo quivi, in ponta a questa spada. -

45.

Ma quel demonio niente l'aspetta,
Anci pariva dal vento portato.
Passa ne l'acqua, e pare una saetta,
E sopra quel naviglio fo montato.
Ranaldo incontinente in mar se getta,
E poi che sopra al legno fo arivato,
Vede il nemico, e un gran colpo gli mena:
Quel per la poppa salta alla carena.

46.

Ranaldo ognior più drieto se gl'incora,
E con Fusberta giù pur l'ha seguito.
Quel sempre fugge, e n'esce per la prora.
Era 'l naviglio da terra libroito,
Né pur Ranaldo se n'avede ancora,
Tanto è dietro al nemico invellenito;
Ed è dentro nel mar già sette miglia,
Quando disparve quella meraviglia.

47.

Quello andò in fumo. Or non me domandate
Se meraviglia Ranaldo se dona.
Tutte le libroe del legno ha cercate:
Sopra al naviglio più non è persona.
La vella è piena, e le sarte tirate;
Camina ad alto e la terra abandona.
Ranaldo sta soletto sopra al legno:
Oh quanto se lamenta il baron degno!

48.

"Ah Dio del cel, - dicea - per qual peccato
M'hai tu mandato cotanta sciagura?
Ben mi confesso che molto ho fallato,
Ma questa penitenzia è troppo dura.
Io son sempre in eterno vergognato,
Ché certo la mia mente è ben sicura
Che, racontando quel che me è accaduto,
Io dirò il vero, e non serà creduto.

49.

La sua gente mi dette il mio segnore,
E quasi il stato suo mi pose in mano:
Io, vil, codardo, falso, traditore,
Gli lascio in terra e nel mar me allontano;
Ed or mi par d'odir l'alto romore
Della gran gente del popol pagano;
Parmi de' miei compagni odir le strida,
Veder parmi l'Alfrera che gli occida.

50.

Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso
Sì giovanetto, tra cotanta gente?
E voi, che pregion seti di Gradasso,
Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente?
Or foss'io stato della vita casso,
Quando in Spagna passai primeramente!
Gagliardo fui tenuto e d'arme esperto:
Questa vergogna ha l'onor mio coperto.

51.

Io me ne vado; or chi farà mia scusa,
Quando serò de codardia appellato?
Chi non sta al paragon, se stesso accusa:
Più non son cavallier, ma riprovato.
Or foss'io adesso il figliol de Lanfusa,
E per lui nel suo loco impregionato!
Per lui dovessi in tormento morire!
Ch'io non ne sentirei mità martìre.

52.

Che se dirà di me nella gran corte,
Quando serà sentito il fatto in Franza?
Quanto Mongrana se dolerà forte
Che il sangue suo commetta tal mancanza!
Come triomfaranno in su le porte
Gaino con tutta casa di Maganza!
Ahimè! Già puote' dirli traditore:
Parlar non posso più; son senza onore."

53.

Così diceva quel baron pregiato,
Ed altro ancora nel suo lamentare;
E ben tre volte fu deliberato
Con la sua spada se stesso passare;
E ben tre volte, come disperato,
Come era armato, gettarse nel mare:
Sempre il timor de l'anima e lo inferno
Li vetò far di sé quel mal governo.

54.

La nave tutta fiata via camina,
E fuor del stretto è già trecento miglia.
Non va il delfino per l'onda marina,
Quanto va questo legno a meraviglia.
A man sinistra la prora se inchina,
Volto ha la poppa al vento di Sibiglia;
Né così stette volta, e in uno istante
Tutta se è volta incontra di levante.

55.

Fornita era la nave da ogni banda,
Excetto che persona non li appare,
Di pane e vino ed optima vivanda.
Ranaldo ha poca voglia di mangiare:
In genocchione a Dio si racomanda;
E così stando, se vede arivare
Ad un giardin, dove è un palagio adorno;
Il mare ha quel giardin d'intorno intorno.

56.

Or qui lasciar lo voglio nel giardino,
Che sentirete poi mirabil cosa,
E tornar voglio a Orlando paladino,
Qual, come io dissi, con mente amorosa
Verso levante ha preso il suo camino;
Giorno né notte mai non se riposa,
Sol per cercare Angelica la bella,
Né trova chi di lei sappia novella.

57.

Il fiume della Tana avea passato,
Ed è soletto il franco cavalliero.
In tutto il giorno alcun non ha trovato:
Presso alla sera riscontra un palmiero.
Vecchio era assai e molto adolorato,
Cridando: - Oh caso dispietato e fiero!
Chi m'ha tolto il mio bene e 'l mio desio?
Figliol mio dolce, te acomando a Dio! -

58.

- Se Dio te aiute, dimme, peregrino,
Quella cagion che te fa lamentare. -
Così diceva Orlando; e quel meschino
Comincia il pianto forte a radoppiare,
Dicendo: - Lasso! misero! tapino!
Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. -
Orlando di pregarlo non vien meno
Che il fatto gli raconti tutto a pieno.

59.

- Dirotti la cagion perch'io me doglio, -
Rispose lui, - da poi che il vôi sapere.
Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio,
Che a la tua vista pô chiaro apparere;
Non a me, che non vedo come io soglio,
Per pianger molto e per molti anni avere.
La ripa di quel scoglio è d'erba priva,
E di colore assembra a fiamma viva.

60.

Alla sua cima una voce risuona,
Non se ode al mondo la più spaventosa;
Ma già non te so dir ciò che ragiona.
Corre di sotto una acqua furiosa,
Che cinge il scoglio a guisa di corona.
Un ponte vi è di pietra tenebrosa,
Con una porta che assembra a diamante;
E stavvi sopra armato un gran gigante.

61.

Un giovanetto mio figliuolo ed io
Quivi dapresso passavam pur ora;
E quel gigante maledetto e rio,
Quasi dir posso ch'io nol vidi ancora,
Sì de nascoso prese il figliol mio;
Hassel portato, e credo che il divora.
La cagion de che io piango, or saverai;
Per mio consiglio indietro tornarai. -

62.

Pensossi un poco, e poi rispose Orlando:
- Io voglio ad ogni modo avanti andare. -
Disse il palmiero: - A Dio ti racomando,
Tu non debbi aver voglia di campare.
Ma credi a me, che il ver te dico: quando
Avrai quel fier gigante a remirare,
Che tanto è lungo e sì membruto e grosso,
Pel non avrai che non ti tremi adosso. -

63.

Risene Orlando, e preselo a pregare
Che per Dio l'abbia un poco ivi aspettato,
E se nol vede presto ritornare,
Via se ne vada senza altro combiato.
Il termine de un'ora li ebbe a dare,
Poi verso il scoglio rosso se n'è andato.
Disse il gigante, veggendol venire:
- Cavallier franco, non voler morire.

64.

Quivi m'ha posto il re di Circasia,
Perch'io non lasci alcuno oltra passare;
Ché sopra al scoglio sta una fera ria,
Anci un gran monstro se debbe appellare,
Che a ciascadun che passa in questa via,
Ciò che dimanda, suole indivinare;
Ma poi bisogna che anco egli indivina
Quel che la dice, o che qua giù il roina. -

65.

Orlando del fanciullo adimandone:
Rispose averlo e volerlo tenire;
Onde per questo fu la questione,
E cominciorno l'un l'altro a ferire.
Questo ha la spada, e quell'altro il bastone:
Ad un ad un non voglio i colpi dire.
Al fine Orlando tanto l'ha percosso,
Che quel si rese e disse: - Più non posso. -

66.

Così riscosse Orlando il giovanetto,
E ritornollo al padre lacrimoso.
Trasse il palmiero un drappo bianco e netto,
Che nella tasca tenia nascoso.
Di questo fuor sviluppa un bel libretto,
Coperto ad oro e smalto luminoso;
Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto,
Sempre in mia vita ti serò tenuto.

67.

E s'io volessi te remeritare,
Non bastarebbe mia possanza umana.
Questo libretto voglilo accettare,
Che è de virtù mirabile e soprana,
Perché ogni dubbioso ragionare
Su queste carte si dichiara e spiana. -
E, donatogli il libro, disse: - Addio! -
E molto allegro da lui se libroio.

68.

Orlando s'arestò col libro in mano,
E fra se stesso comincia a pensare;
Mirando al scoglio che è cotanto altano,
Ad ogni modo in cima vôl montare,
E vôl veder quel monstro tanto istrano,
Che ogni dimanda sapea indivinare.
E sol per questo volea far la prova,
Per saper dove Angelica si trova.

69.

Passa nel ponte con vista sicura,
Ché già non lo divieta quel gigante.
Egli ha provata Durindana dura,
Dàgli la strata: Orlando passa avante.
Per una tomba tenebrosa e oscura
Monta alla cima quel baron aitante,
Dove, entro a un sasso rotto per traverso,
Stava quel monstro orribile e diverso.

70.

Avea crin d'oro e la faccia ridente
Come donzella, e petto di lione,
Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente,
Le braccie d'orso e branche di grifone,
E busto e corpo e coda di serpente;
L'ale depinte avea come pavone.
Sempre battendo la coda lavora,
Con essa e sassi e il forte monte fora.

71.

Quando quel monstro vede il cavalliero,
Distese l'ale e la coda coperse:
Altro che il viso non mostrava intiero.
La pietra sotto lui tutta se aperse.
Orlando disse a lui con viso fiero:
- Tra le provenze e le lingue diverse,
Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora,
Dimmi ove adesso Angelica dimora. -

72.

Dolce parlando, la maligna fiera
Così risponde a quel che Orlando chiede:
- Quella per cui tua mente se dispera,
Presso al Cataio in Albraca si vede.
Ma tu respondi ancora a mia manera:
Qual animal passeggia senza piede?
E poi qual altro al mondo se ritrova,
Che con quattro, dui, tre de andar se prova? -

73.

Pensa Orlando alla dimanda strana,
Né sa di quella punto sviluppare:
Senza dire altro trasse Durindana.
Quella comincia intorno a lui volare;
Or lo ferisce tutta subitana,
Or lo minaccia e fallo intorno andare,
Or di coda lo batte, or dello ungione:
Ben li è mistiero aver sua fatasone.

74.

Che se non fosse lui stato afatato,
Come era tutto, il cavalliero eletto,
Ben cento volte l'arebbe passato,
D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto.
Quando fu Orlando assai ben regirato,
L'ira li monta e crescegli il dispetto;
Adocchia il tempo e, quando quella cala,
Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala.

75.

Cridando il crudel monstro cade a terra;
Longe d'intorno fu quel crido odito.
Le gambe a Orlando con la coda afferra,
E con le branche il scudo li ha gremito.
Ma presto fu finita questa guerra,
Perché nel ventre Orlando l'ha ferito;
Poi che de intorno a sé l'ebbe spiccato,
Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.

76.

Smonta la ripa e prende il suo destriero,
Forte camina, come inamorato;
E cavalcando li venne in pensiero
De ciò che il monstro l'avea dimandato.
Tornagli a mente il libro del palmiero,
E fra sé disse: "Io fui ben smemorato!
Senza battaglia potea satisfare.
Ma così piacque a Dio che avesse andare."

77.

E guardando nel libro, pone cura
Quel che disse la fera indivinare;
Vede il vecchio marino e sua natura,
Che con l'ale che nota, ha a passeggiare;
Poi vede che l'umana creatura
In quattro piedi comincia ad andare,
E poi con duo, quando non va carpone;
Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone.

78.

Leggendo il libro gionse a una rivera
De una acqua negra, orribile e profonda.
Passar non puote per nulla maniera,
Ché derupata è l'una e l'altra sponda.
Lui de trovare il varco pur se spera,
E, cavalcando il fiume alla seconda,
Vede un gran ponte e un gigante che guarda:
Vassene Orlando a lui, ché già non tarda.

79.

Come 'l gigante il vide, prese a dire:
- Misero cavallier! Malvagia sorte
Fu quella che ti fece qui venire.
Sappi che questo è il Ponte della Morte;
Né più di qui ti potresti libroire,
Perché son strate inviluppate e torte,
Che pur al fiume te menan d'ogniora:
Convien che un di noi doi sul ponte mora. -

80.

Questo gigante che guardava il ponte,
Fu nominato Zambardo il robusto:
Più de duo piedi avea larga la fronte,
Ed a proporzion poi l'altro busto.
Armato proprio rasembrava un monte,
E tenea in man di ferro un grosso fusto;
Dal fusto uscivan poi cinque catene,
Ciascuna una pallotta in cima tiene:

81.

Ogni pallotta vinte libbre pesa.
Da capo a piede è di un serpente armato,
Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa;
La simitara avea dal manco lato.
Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa,
Perché, quando alcun l'abbia contrastato,
Ed abbia ardire e forza a meraviglia,
Con la rete di ferro al fine il piglia.

82.

E questa rete non si può vedere,
Perché coperta è tutta ne l'arena;
Lui col piede la scocca a suo piacere,
E il cavallier con quella al fiume mena.
Rimedio non si pote a questo avere;
Qualunche è preso, è morto con gran pena.
Non sa di questa cosa il franco conte:
Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.

83.

Il scudo ha in braccio e Durindana in mano,
Guarda il nemico grande ed aiutante;
Tanto ne cura il senator romano,
Quanto quel fusse un piccoletto infante.
Dura battaglia fu sopra quel piano.
Ma in questo canto più non dico avante,
Ché quello assalto è tanto faticoso,
Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo.

CANTO SESTO

1.

Stati ad odir, segnor, la gran battaglia,
Che un'altra non fu mai cotanto oscura.
Di sopra odisti la forza e la taglia
De Zambardo, diversa creatura.
Ora odireti con quanta travaglia
Fu combattuto, e la disaventura
Che intravenne ad Orlando senatore,
Qual forse non fu mai, né fia maggiore.

2.

Lo ardito cavallier monta su il ponte;
Zambardo la sua mazza in mano afferra.
A mezza cossa non li aggiunge il conte,
Ma con gran salti si leva da terra,
Sì che ben spesso li tien fronte a fronte.
Ecco il gigante che il baston disserra:
Orlando vede il colpo che vien d'alto,
Da l'altro canto se gittò de un salto.

3.

Forte se turba quel saracin fello;
Ma ben lo fece Orlando più turbare,
Perché nel braccio il gionse a tal flagello,
Che il baston fece per terra cascare.
Subitamente poi parve uno uccello,
Che l'altro colpo avesse a radoppiare;
Ma tanto è duro il cor' di quel serpente,
Che sempre poco ne tocca, o niente.

4.

La simitara avea tratto Zambardo,
Da poi ch'in terra gli cadde il bastone.
Ben vide quel barone esser gagliardo,
E de adoprar la rete fa rasone;
Ma quello aiuto vôl che sia il più tardo.
Or mena della spada un riversone;
A meza guancia fu il colpo diverso:
Ben vinti passi Orlando andò in traverso.

5.

Per questo è il conte forte riscaldato,
Il viso gli comincia a lampeggiare;
L'un e l'altro occhio aveva stralunato.
Questo gigante ormai non può campare:
Il colpo mena tanto infulminato,
Che Durindana facea vinculare,
Ed era grossa, come Turpin conta,
Ben quattro dita da l'elcio alla ponta.

6.

Orlando lo colpisce nel gallone,
Spezza le scaglie e il dosso del serpente.
Avea cinto di ferro un corrigione:
Tutto lo libroe quel brando tagliente.
Sotto lo usbergo stava il pancirone,
Ma Durindana ciò non cura niente;
E certamente per mezo il tagliava,
Se per lui stesso a terra non cascava.

7.

A terra cadde, o per voglia, o per caso,
Io nol so dir; ma tutto se distese.
Color nel volto non gli era rimaso,
Quando vidde il gran colpo sì palese;
Il cor gli batte, e freddo ha il mento e 'l naso.
Il suo baston, ch'è in terra, ancor riprese;
Così a traverso verso Orlando mena,
E gionsel proprio a mezo alla catena.

8.

Il conte di quel colpo andò per terra,
E l'un vicino a l'altro era caduto.
Così distesi, ancora se fan guerra;
Più presto in piedi Orlando è rivenuto.
Nella barbuta ad ambe man lo afferra;
Lui anco è preso dal gigante arguto,
E stretto se lo abbraccia sopra al petto;
Via ne 'l porta nel fiume il maledetto.

9.

Orlando ad ambe man gli batte il volto,
Ché Durindana in terra avea lasciata;
Sì forte il batte, che 'l cervel gli ha tolto:
Cadde il gigante in terra un'altra fiata.
Incontinente il conte si è rivolto
Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata.
Balordito è il gigante, e non gli vede,
Ma al dispetto de Orlando salta in piede.

10.

Or si rinova il dispietato assalto:
Questo ha il bastone, e quello ha Durindana.
Già nol puotea ferire Orlando ad alto,
Standose fermo in su la terra piana,
Ma sempre nel colpire alciava un salto:
Battaglia non fu mai tanto villana.
Vero è che Orlando del scrimire ha l'arte;
Già ferito è il gigante in quattro libroe.

11.

Mostra Zambardo un colpo radoppiare,
Ma nel ferire a mezo se rafrena;
E, come vede Orlando indietro andare,
Passagli adosso, e forte a due man mena.
Non vale a Orlando il suo presto saltare;
Sibilla il cielo e suona ogni catena.
Non se smarisce quel conte animoso,
Col brando incontra 'l colpo roinoso:

12.

Ed ha rotto il bastone e fraccassato.
E non crediati poi ch'el stia a dormire;
Ma d'un riverso al fianco gli ha menato,
Là dove l'altra volta ebbe a colpire.
Quivi il cor' del serpente era tagliato:
Or che potrà Zambardo ben guarnire?
Ché Durindana vien con tal furore,
Che la saetta de 'l tron non l'ha maggiore.

13.

Quasi il libroe da l'uno a l'altro fianco
(Da un lato se tenea poco, o niente).
Venne il gigante in faccia tutto bianco,
E vede ben che è morto veramente.
Forte la terra batte col piè stanco,
E la rete si scocca incontinente,
E con tanto furor agrappa Orlando,
Che nel pigliar de man li trasse 'l brando.

14.

Le braccia al busto li strenge con pena,
Che già non si poteva dimenare;
Tanto ha grossa la rete ogni catena,
Che ad ambe man non si puotria pigliare.
- O Dio del celo, o Vergine serena, -
Diceva il conte - debbiame aiutare! -
Alor che quella rete Orlando afferra,
Cadde Zambardo morto in su la terra.

15.

Solitario è quel loco e sì diserto,
Che rare volte gli venìa persona.
Legato è il conte sotto il celo aperto;
Ogni speranza al tutto l'abandona.
Perduto è de l'ardire ogni suo merto:
Non gli val forza, né armatura buona.
Senza mangiare un dì stette in quel loco,
E quella notte dormì molto poco.

16.

Così quel giorno e la notte passava;
Cresce la fame, e la speranza manca.
A ciò che sente d'intorno, guardava:
Ed ecco un frate con la barba bianca.
Come lo vidde, il conte lo chiamava,
Quanto levar puotea la voce stanca:
- Patre, amico de Dio, donami aiuto!
Ch'io sono al fin della vita venuto. -

17.

Forte si meraviglia il vecchio frate,
E tutte le catene va mirando;
Ma non sa come averle dischiavate.
Diceva il conte: - Pigliate il mio brando,
E sopra a me questa rete tagliate. -
Rispose il frate: - A Dio te racomando,
S'io te occidessi, io serìa irregulare;
Questa malvagità non voglio fare. -

18.

- Stati securo in su la fede mia, -
Diceva Orlando - ch'io son tanto armato,
Che quella spada non mi tagliaria. -
Così dicendo tanto l'ha pregato,
Che il monaco quel brando pur prendia:
Apena che di terra l'ha levato.
Quanto può l'alcia sopra alla catena:
Non che la rompa, ma la segna apena.

19.

Poi che se vidde indarno affaticare,
Getta la spada, e con parlare umano
Comincia 'l cavalliero a confortare:
- Vogli morir - dicea - come cristiano,
Né ti voler per questo disperare.
Abbi speranza nel Segnor soprano,
Ché, avendo in pacienzia questa morte,
Te farà cavallier della sua corte. -

20.

Molte altre cose assai gli sapea dire,
E tutto il martilogio gli ha contato,
La pena che ogni Santo ebbe a soffrire:
Chi crucifisso, e chi fo scorticato.
Dicea: - Figliolo, il te convien morire:
Abbine Dio del celo ringraziato. -
Rispose Orlando, con parlar modesto:
- Ringraziato sia lui, ma non di questo;

21.

Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto.
Mal aggia l'asinel che t'ha portato!
Se un giovane venìa, non serìa morto:
Non potea giunger qui più sciagurato. -
Rispose il frate: - Ahimè! barone accorto,
Io vedo ben che tu sei disperato.
Poi che ti è forza la vita lasciare,
L'anima pensa, e non l'abbandonare.

22.

Tu sei barone di tanta presenza,
E lascite alla morte spaventare?
Sappi che la divina Provvidenza
Non abandona chi in lei vôl sperare:
Troppo è dismisurata sua potenza!
Io di me stesso ti voglio contare,
Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato:
Odi da qual fortuna io son campato.

23.

Tre frati ed io di Ermenia se libroimo,
Per andar al perdono in Zorzania;
E smarrimo la strata, come io stimo,
Ed arivamo quivi in Circasia.
Un fraticel de' nostri andava primo,
Perché diceva lui saper la via.
Ed ecco indietro correndo è rivolto,
Cridando aiuto, e pallido nel volto.

24.

Tutti guardamo; ed ecco giù del monte
Venne un gigante troppo smisurato.
Un occhio solo aveva in mezo al fronte;
Io non ti sapria dir de che era armato:
Pareano ungie di draco insieme agionte.
Tre dardi aveva e un gran baston ferrato;
Ma ciò non bisognava a nostra presa,
Che tutti ce legò senza contesa.

25.

A una spelonca dentro ce fe' entrare,
Dove molti altri avea nella pregione;
Lì con questi occhi miei viddi io sbranare
Un nostro fraticel, che era garzone;
E così crudo lo viddi mangiare,
Che mai non fo maggior compassione.
Poi volto a me dicea: "Questo letame
Non se potrà mangiar, se non con fame;"

26.

E con un piè mi trabuccò del sasso.
Era quel scoglio orribile ed arguto:
Trecento braccia è dalla cima al basso.
In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto;
Perché ruinando io giù tutto in un fasso,
Me fo un ramo de pruno in man venuto,
Che uscia del scoglio con branchi spinosi;
A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.

27.

Io stavo queto e pur non soffiava,
Fin che venuto fu la notte oscura. -
Mentre che 'l frate così ragionava
Guardosse indietro, e con molta paura
Fuggia nel bosco. - Ahimè tristo! - cridava
- Ecco la maladetta creatura,
Quel che io t'ho detto ch'è cotanto rio.
Franco barone, io te acomando a Dio. -

28.

Così li disse, e più non aspettava,
Ché presto nella selva se nascose.
Quel gigante crudel quivi arivava:
La barba e le mascielle ha sanguinose;
Con quel grande occhio d'intorno guardava.
Vedendo Orlando, a riguardar se il pose;
Sul col lo abbranca e forte lo dimena,
Ma nol può sviluppar della catena.

29.

- Io non vo' già lasciar questo grandone, -
Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato;
Debbe esser sodo come un bon montone:
Integro a cena me lo avrò mangiato,
Sol de una spalla vo' fare un boccone. -
Così dicendo, ha il grande occhio voltato,
E vede Durindana su la terra:
Presto se china e quella in mano afferra.

30.

E soi tre dardi e il suo baston ferrato
Ad una quercia avea posati apena,
Che Durindana, quel brando afilato,
Con ambe mano adosso a Orlando mena;
Lui non occise, perché era fatato,
Ma ben gli taglia adosso ogni catena;
E sì gran bastonata sente il conte,
Che tutto suda dai piedi alla fronte.

31.

Ma tanto è l'allegrezza de esser sciolto,
Che nulla cura quella passione.
Dalle man del gigante è presto tolto;
Corre alla quercia, e piglia il gran bastone.
Quel dispietato se turbò nel volto,
Ché se 'l credea portar come un castrone:
Poi che altramente vede il fatto andare,
Per forza se il destina conquistare.

32.

Come sapiti, essi hanno arme cambiate.
Orlando teme assai della sua spada,
Però non se avicina molte fiate;
Da largo quel gigante tiene a bada.
Ma lui menava botte disperate:
Il conte non ne vôl di quella biada;
Or là, or qua giamai fermo non tarda,
E da sua Durindana ben se guarda.

33.

Batte spesso il gigante del bastone,
Ma tanto viene a dir come niente,
Ché quello è armato d'ungie de grifone:
Più dura cosa non è veramente.
Per lunga stracca pensa quel barone
Che nei tre giorni pur sarà vincente;
E mentre che 'l combatte in tal riguardo,
Muta pensiero, e prende in mano un dardo.

34.

Un di quei dardi che lasciò il gigante;
Orlando prestamente in man l'ha tolto.
Non fallò il colpo quel segnor d'Anglante,
Ché proprio a mezo l'occhio l'ebbe còlto.
Un sol n'avea, come odisti davante,
E quel sopra del naso in cima al volto:
Per quello occhio andò il dardo entro al cervello;
Cade il gigante in terra con flagello.

35.

Non fa più colpo a sua morte mistiero:
Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia.
Ora ritorna il frate in sul sentiero,
Ma come vede quel gigante in faccia,
Ben che sia morto, li parve sì fiero,
Che ancor fuggendo nel bosco si caccia.
Ridendo Orlando il chiama ed assicura:
E quel ritorna, ed ha pur gran paura.

36.

E poi diceva: - O cavallier de Dio,
Ché ben così ti debbo nominare,
Opera de un baron devoto e pio
Serà de morte l'anime campare
Che avea nella pregion quel monstro rio:
Alla spelonca te saprò guidare.
Ma se un gigante fosse rivenuto,
Da me non aspettare alcuno aiuto. -

37.

Così dicendo alla spelonca il guida,
Ma de entrar dentro il frate dubitava.
Orlando in su la bocca forte crida:
Una gran pietra quel buco serrava.
Là giù se odìno voce in pianto e strida,
Ché quella gente forte lamentava.
La pietra era de un pezzo, quadra e dura;
Dece piedi è ogni quadro per misura.

38.

Aveva un piede e mezo di grossezza,
Con due catene quella si sbarava.
In questo loco infinita fortezza
Volse mostrare il gran conte di Brava;
Con Durindana le catene spezza,
Poi su le braccia la pietra levava;
E tutti quei prigion subito sciolse,
Ed andò ciascadun là dove volse.

39.

De qui se libroe il conte, e lascia il frate;
Va per la selva dietro ad un sentiero,
E gionse proprio dove quattro strate
Faceano croce; e stava in gran pensiero
Qual de esse meni alle terre abitate.
Vede per l'una venire un correro;
Con molta fretta quel correro andava:
Il conte de novelle il dimandava.

40.

Dicea colui: - Di Media son venuto,
E voglio andare al re di Circasia;
Per tutto il mondo vo' cercando aiuto
Per una dama, che è regina mia.
Ora ascoltati il caso intravenuto:
Il grande imperator di Tartaria
De la regina è inamorato forte,
Ma quella dama a lui vôl mal di morte.

41.

Il patre della dama, Galifrone,
È omo antiquo ed amator di pace;
Né col Tartaro vôl la questione,
Ché quello è un segnor forte e troppo audace.
Vôl che la figlia, contra a ogni ragione,
Prenda colui che tanto li dispiace:
La damigella prima vôl morire
Che alla voglia del patre consentire.

42.

Ella ne è dentro ad Albraca fuggita,
Che longe è dal Cataio una giornata;
Ed è una rocca forte e ben guarnita,
Da fare a lungo assedio gran durata.
Lì dentro adesso è la dama polita,
Angelica nel mondo nominata;
Ché qualunche è nel cel più chiara stella,
Ha manco luce ed è di lei men bella. -

43.

Poi che libroito fo quel messagiero,
Orlando via cavalca alla spiccata;
E ben pare a se stesso nel pensiero
Aver la bella dama guadagnata.
Così pensando, il franco cavalliero
Vede una torre con lunga murata,
La qual chiudeva de uno ad altro monte;
Di sotto ha una rivera con un ponte.

44.

Sopra a quel ponte stava una donzella,
Con una coppa di cristallo in mano.
Veggendo il conte, con dolce favella
Fassigli incontra, e con un viso umano
Dice: - Baron, che seti su la sella,
Se avanti andati, vo' andareti in vano.
Per forza o ingegno non si può passare:
La nostra usanza vi convien servare.

45.

Ed è l'usanza che in questo cristallo
Bever conviensi di questa rivera. -
Non pensa il conte inganno o altro fallo:
Prende la coppa piena, e beve intera.
Come ha bevuto, non fa lungo stallo
Che tutto è tramutato a quel che egli era;
Né sa per che qui venne, o come, o quando,
Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.

46.

Angelica la bella gli è fuggita
Fuor della mente, e lo infinito amore
Che tanto ha travagliata la sua vita;
Non se ricorda Carlo imperatore.
Ogni altra cosa ha del petto bandita,
Sol la nova donzella gli è nel core;
Non che di lei se speri aver piacere,
Ma sta suggetto ad ogni suo volere.

47.

Entra la porta sopra a Brigliadoro,
Fuor di se stesso, quel conte di Brava.
Smonta a un palagio de sì bel lavoro,
Che per gran meraviglia il riguardava;
Sopra a colonne de ambro e base d'oro
Una ampla e ricca logia se posava;
Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto,
Il cel de azurro ed ôr tutto è depinto.

48.

Davanti della logia un giardin era,
Di verdi cedri e di palme adombrato,
E de arbori gentil de ogni maniera.
Di sotto a questi verdeggiava un prato,
Nel qual sempre fioriva primavera:
Di marmoro era tutto circondato;
E da ciascuna pianta e ciascun fiore
Usciva un fiato di suave odore.

49.

Posesi il conte la logia a mirare,
Che avea tre facce, ciascuna depinta.
Sì seppe quel maestro lavorare,
Che la natura vi serebbe vinta.
Mentre che il conte stava a riguardare,
Vide una istoria nobile e distinta.
Donzelle e cavallieri eran coloro:
Il nome de ciascuno è scritto d'oro.

50.

Era una giovanetta in ripa al mare,
Sì vivamente in viso colorita,
Che, chi la vede, par che oda parlare.
Questa ciascuno alla sua ripa invita,
Poi li fa tutti in bestie tramutare.
La forma umana si vedia rapita;
Chi lupo, chi leone e chi cingiale,
Chi diventa orso, e chi grifon con l'ale.

51.

Vedevasi arivar quivi una nave,
E un cavalliero uscir di quella fuore,
Che con bel viso e con parlar suave
Quella donzella accende del suo amore.
Essa pareva donarli la chiave,
Sotto la qual si guarda quel liquore,
Col qual più fiate quella dama altera
Tanti baron avea mutati in fera.

52.

Poi si vedea lei tanto accecata
Del grande amor che portava al barone,
Che dalla sua stessa arte era ingannata,
Bevendo al napo della incantasone;
Ed era in bianca cerva tramutata,
E da poi presa in una cacciasone
(Circella era chiamata quella dama):
Dolesi quel baron che lei tanto ama.

53.

Tutta la istoria sua ve era compita,
Come lui fugge, e lei dama tornava.
La depintura è sì ricca e polita,
Che d'ôr tutto il giardino aluminava.
Il conte, che ha la mente sbigotita,
Fuor de ogni altro pensier quella mirava.
Mentre che de se stesso è tutto fore,
Sente far nel giardino un gran romore.

54.

Ma poi vi contarò di passo in passo
Di quel romore, e chi ne fu cagione.
Ora voglio tornare al re Gradasso,
Che tutto armato, come campione,
Alla marina giù discese al basso.
Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone:
Or pensati se il debbe aspettare,
Ché quel dua millia leghe è longe in mare.

55.

Ma poi che vede il cel tutto stellato,
E che Ranaldo pur non è apparito,
Credendo certamente esser gabato
Ritorna al campo tutto invelenito.
Diciam de Ricciardetto adolorato,
Che, poi che vede il giorno esserne gito,
E che non è tornato il suo germano,
O morto, o preso lo crede certano.

56.

De l'animo che egli è, voi lo pensati;
Ma non lo abatte già tanto il dolore,
Che non abbia i Cristian tutti adunati,
E del suo dilibroir conta il tenore;
E quella notte se ne sono andati.
Non ebbeno i Pagani alcun sentore;
Ché ben tre leghe il sir di Montealbano
Dal re Marsilio aloggiava lontano.

57.

Via caminando van senza riposo,
Fin che son gionti di Francia al confino.
Or tornamo a Gradasso furioso:
Tutta sua gente fa armare al matino.
Marsilio da altra libroe è pauroso,
Ché preso è Ferraguto e Serpentino,
Né vi ha baron che ardisca di star saldo:
Fugirno i Cristian, perso è Ranaldo.

58.

Viene lui stesso, con basso visaggio,
Avante al re Gradasso ingenocchione;
De' Cristiani raconta lo oltraggio,
Che fuggito è Ranaldo, quel giottone.
Esso promette voler fare omaggio,
Tenir il regno come suo barone;
Ed in poche parole èssi acordato;
L'un campo e l'altro insieme è mescolato.

59.

Uscì Grandonio fuor de Barcellona;
E fece poi Marsilio il giuramento
Di seguir de Gradasso la corona
Contra di Carlo e del suo tenimento.
Esso in secreto e palese ragiona
Che disfarà Parigi al fondamento,
Se non gli è dato il suo Baiardo in mano;
E tutta Francia vôl gettare al piano.

60.

Già Ricciardetto con tutta la gente
È gionto dal re Carlo imperatore;
Ma di Ranaldo non sa dir niente.
Di questo è nato in corte un gran romore.
Quei di Magancia assai vilanamente
Dicono che Ranaldo è un traditore.
Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire,
E vôl battaglia con chi lo vôl dire.

61.

Ma il re Gradasso ha già passati i monti,
Ed a Parise se ne vien disteso.
Raduna Carlo soi principi e conti,
E bastagli lo ardir de esser diffeso.
Nella cità guarnisce torre e ponti,
Ogni libroito della guerra è preso.
Stanno ordinati; ed ecco una matina
Vedon venir la gente saracina.

62.

Lo imperatore ha le schiere ordinate
Già molti giorni avanti nella terra.
Or le bandiere tutte son spiegate,
E suonan gl'instrumenti de la guerra.
Tutte le gente sono in piaza armate,
La porta di San Celso se disserra;
Pedoni avanti, e dietro i cavallieri:
Il primo assalto fa il danese Ogieri.

63.

Il re Gradasso ha sua gente libroita
In cinque libroe, ognuna è gran battaglia.
La prima è de India una gente infinita:
Tutti son negri la brutta canaglia.
Sotto a duo re sta questa gente unita:
Cardone è l'uno, e come cane abaglia;
Il suo compagno è il dispietato Urnasso,
Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso.

64.

A Stracciaberra la seconda tocca.
Mai non fu la più brutta creatura:
Dui denti ha de cingial fuor della bocca,
Sol nella vista a ogni om mette paura.
Con lui Francardo, che con l'arco scocca
Dardi ben lunghi e grossi oltra misura.
Di Taprobana è poi la terza schiera;
Conducela il suo re, e quello è l'Alfrera.

65.

La quarta è tutta la gente di Spagna,
Il re Marsilio ed ogni suo barone.
La quinta, che empie il monte e la campagna,
È proprio di Gradasso il suo penone;
Tanta è la gente smisurata e magna,
Che non se ne può far descrizione.
Ma parlamo ora del forte Danese,
Che con Cardone è già gionto alle prese.

66.

Dodeci millia di bella brigata
Mena il danese Ogieri alla battaglia,
E tutta insieme stretta e ben serrata;
La schiera de quei negri apre e sbaraglia.
Contra a Cardone ha la lancia arestata:
Quel brutto viso come un cane abaglia;
Sopra un gambilo armato è il maledetto.
Danese lo colpisce a mezo il petto.

67.

E non li vale scudo o pancirone,
Ché giù di quel gambilo è ruinato;
Or tra' di calci al vento sul sabbione,
Perché da banda in banda era passato.
Movese Urnasso, l'altro compagnone:
Verso il Danese ha de un dardo lanciato.
Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo,
Ed andò il ferro insino al petto nudo.

68.

Ogier turbato li sperona adosso;
Quel lanciò l'altro con tanto furore,
Che li passò la spalla insino a l'osso,
E ben sente il Danese un gran dolore,
Fra sé dicendo: "Se accostar mi posso,
Io te castigarò, can traditore!"
Ma quello Urnasso e dardi in terra getta,
E prende ad ambe mani una gran cetta.

69.

Segnor, sappiate che il caval de Urnasso
Fu bon destriero e pien de molto ardire:
Un corno aveva in fronte lungo un passo,
Con quel suoleva altrui spesso ferire.
Ma per adesso di cantar vi lasso,
Ché, quando è troppo, incresce ogni bel dire:
E la battaglia, ch'ora è cominciata,
Serà crudele e lunga e smisurata.

CANTO SETTIMO

1.

Dura battaglia e crudele e diversa
È cominciata, come ho sopra detto;
Ora il Danese Urnasso giù riversa:
libroito l'ha Curtana insino al petto.
Questa schiera pagana era ben persa;
Ma quel destrier de Urnasso maledetto
Ferì il Danese col corno alla coscia:
Lo arnese e quella passa con angoscia.

2.

Era il Danese in tre libroe ferito,
E tornò indrieto a farse medicare.
Lo imperator, che 'l tutto avea sentito,
Fa Salamone alla battaglia entrare,
E dopo lui Turpino, il prete ardito;
Il ponte a San Dionigi fa callare,
E mette Gaino fuor con la sua scorta:
Ricardo fece uscir de un'altra porta.

3.

De un'altra uscitte il possente Angelieri,
Dudon quel forte, che a bontà non mente:
E da Porta Real vien Olivieri,
E di Bergogna quel Guido possente;
Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,
Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,
Chi da una porta e chi da l'altra vene,
Per dare a' Saracin sconfitta e pene.

4.

Lo imperator, de gli altri più feroce,
Uscitte armato, e guida la sua schiera,
Racomandando a Dio con umil voce
La cità di Parigi, che non piera.
Monaci e preti con reliquie e croce
Vanno de intorno, e fan molte preghera
A Dio e a' Santi, che diffenda e guardi
Re Carlo Mano e' soi baron gagliardi.

5.

Ora suona a martello ogni campana,
Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;
E da ogni libroe la gente pagana
Davanti, in mezzo e dietro èno assaltati.
Battaglia non fu mai cotanto strana,
Ché tutti insieme son ramescolati.
Olivier tra la gente saracina
Un fiume par che fenda la marina.

6.

Cavalli e cavallier vanno a traverso,
E questo occide, e quel getta per terra;
Mena Altachiera a dritto ed a roverso,
Più che mille altri ai Saracin fa guerra:
Non creder che un sol colpo egli abbia perso.
Ecco scontrato fu con Stracciaberra,
Quel negro de India, re di Lucinorco,
C'ha for di bocca il dente come porco.

7.

Tra lor durò la battaglia niente,
Ché il marchese Olivier mosse Altachiera,
Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente,
libroendo in mezo quella faccia nera;
Poi dà tra li altri col brando tagliente,
Mete in ruina tutta quella schiera;
E mentre che 'l combatte con furore,
Ariva quivi Carlo imperatore.

8.

Avea quel re la spada insanguinata,
Montato era quel giorno in su Baiardo;
La gente saracina ha sbarattata,
Mai non fu visto un re tanto gagliardo.
Ripone il brando e una lancia ha pigliata,
Però che ebbe adocchiato il re Francardo:
Francardo, re d'Elissa, l'Indiano,
Che combattendo va con lo arco in mano.

9.

Sagittando va sempre quel diverso:
Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco.
Lo imperatore il gionse su il traverso,
E tutto lo passò da fianco a fianco;
De l'anima pensati, il corpo è perso.
Ma già non parve allor Baiardo stanco;
Col morto era il gambilo in sul sentiero,
Sopra de un salto li passò il destriero.

10.

- Chi mi potrà giamai chiuder il passo,
Ch'io non ritrovi a mio diletto scampo? -
Dicea il re Carlo; e con molto fracasso
Parea fra' Saracin di foco un vampo.
Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso,
Andava a vota sella per il campo.
Col corno in fronte va verso Baiardo:
Non si spaventa quel destrier gagliardo.

11.

Senza che Carlo lo governi o guide,
Volta le groppe e un par de calci sferra;
Dove la spalla a ponto se divide,
Gionse a Cornuto, e gettalo per terra.
Oh quanto Carlo forte se ne ride!
Mo se incomincia ad ingrossar la guerra,
Perché de' Saracin gionge ogni schiera;
Davanti a tutti gli altri vien l'Alfrera.

12.

Su la zirafa viene il smisurato,
Menando forte al basso del bastone:
Turpin de Rana al campo ebbe trovato,
Sotto la cinta se il pose al gallone;
Tal cura n'ha se non l'avesse a lato.
Dopo lui branca Berlengiere e Otone:
De tutti tre dopo ne fece un fasso,
Legati insieme li porta a Gradasso.

13.

E ritornò ben presto alla campagna,
Ché tutti gli altri ancora vôl pigliare.
Gionse Marsilio e sua gente di Spagna;
Or si comincia le man a menare.
La vita o il corpo qua non si sparagna,
Ciascun tanto più fa, quanto può fare.
Già tutti i paladini ed Olivieri
Sono redutti intorno allo imperieri.

14.

Egli era in su Baiardo, copertato
A zigli d'ôr da le côme al tallone;
Oliviero il marchese a lato a lato,
Alle sue spalle il possente Dudone,
Angelieri e Ricardo apregiato,
Il duca Naimo e il conte Ganelone.
Ben stretti insieme vanno con ruina
Contra a Marsilio e gente saracina.

15.

Ferraguto scontrò con Olivieri:
Ebbe vantaggio alquanto quel pagano,
Ma non che lo piegasse de il destrieri;
Poi cominciorno con le spade in mano.
E scontrorno Spinella ed Angelieri;
E il re Morgante se scontrò con Gano,
E lo Argalifa e il duca di Bavera,
E tutta insieme poi schiera con schiera.

16.

Così le schiere sono insieme urtate.
Grandonio era afrontato con Dudone;
Questi si davan diverse mazate,
Però che l'uno e l'altro avea il bastone.
Par che le gente siano acoppiate;
Re Carlo Mano è con Marsilione:
E ben l'arebbe nel tutto abattuto,
Se non gli fosse gionto Ferraguto,

17.

Che lasciò la battaglia de Oliviero,
Tanto gl'increbbe di quel suo ciano.
Ma quel marchese, ardito cavalliero,
Venne allo aiuto lui de Carlo Mano.
Or ciascun di lor quattro è bon guerrero,
Di core ardito e ben presto di mano;
Re Carlo era quel giorno più gagliardo
Che fosse mai, perché era su Baiardo.

18.

Ciascuno è gran barone, o re possente,
E per onore e gloria se procaccia;
Non se adoprano i scudi per niente,
Ogni om mena del brando ad ambe braccia.
Ma in questo tempo la cristiana gente
La schiera saracina in rotta caccia;
Del re Marsilio è in terra la bandiera.
Ecco alla zuffa è tornato l'Alfrera.

19.

Quella gente de Spagna se ne andava
A tutta briglia fuggendo nel piano.
Marsilio, né Grandonio li voltava,
Anci con gli altri in frotta se ne vano.
E lo Argalifa le gambe menava,
E il re Morgante, quel falso pagano;
Spinella si fuggiva alla distesa:
Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.

20.

Lui ritornava a guisa di leone,
Né mai le spalle al tutto rivoltava.
Adosso a lui sempre è il franco Dudone,
Olivieri e il re Carlo martellava.
Lui or de ponta, or mena riversone,
Or questo, or quel di tre spesso cacciava;
Ma, come egli era punto dai soi mosso,
A furia tutti tre gli eran adosso.

21.

E certamente l'avrian morto, o preso,
Ma, come è detto, ritornò l'Alfrera.
Mena il bastone di cotanto peso,
Al primo colpo divide una schiera.
Già Guido di Bergogna a lui si è reso,
Con esso il vecchio duca di Bavera;
Ma Olivier, Dudone e Carlo Mano