Chiaro Davanzati
Rime - Canzoni e Sonetti
Edizione di riferimento: Chiaro Davanzati: Rime, a
cura di Aldo Menichetti, Commissione per i testi di lingua, Bologna 1965
TENZONE CON FRATE UBERTINO
<I a-II>
I
(V CXIX)
FRATE UBERTINO
In gran parole la proferta fama
e in voce comun senno laudato,
se séguita l'afetto, è gran virtute;
sennò, l'om disavanza ed infama
lo laudamento a paragon provato: 5
(.....) onore e le grazze ha perdute.
Vile metallo talfiada è dorato
e prende alto colore,
e poco ha di valore;
la canna prende altezza di bel vana, 10
laidi fa fiori, e nullo frutto grana.
Aprite gli oc<c>hi a no avere sdignanza,
fatevi avanti e non serate porte,
vostro savere aprite a chi lui chere;
di che vedete prendete intendanza,
non divinate altro sen<n>o che aporte, 15
non trasformate le chiarite spere.
A invisibil' cose deste figura,
lo non-sostanzïato
faceste corporato.
Caldo senza fredor non posso usare: 20
proveder si convene al consigliare.
La planeta mag<g>ior di gran potenza,
che in terra segnoreg<g>ia tut<t>a gente,
genera e cresce assai diverse cose;
in molte corpora sta sua valenza 25
e 'n tut<t>e apare assa' isplend<ï>ente,
flori creante con gran spine e rose;
e a tut<t>e dà splend<ï>ente luce
con diversi splendori
insieme operatori; 30
in molte guise varia, chi li guarda.
e molte volte d'abagliar non tarda.
Dolce ha veleno ed amaro mèle,
trestizïa con gaudio insieme ad ora,
languir con gioia, solazzo e lamento; 35
e talor ha pïetanza crudele,
e in u<n> stato ferma non dimora;
dole e dà pianto con alegramento.
Come le piace ti muta colore,
<e> tìrati e alenta, 40
e svolge e atalenta;
e ancor più, che dilett'ha' in pene,
e vai atorno e tieneti in catene.
< . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -eso 45
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -ere
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -ato
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -eso
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -ere
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -ato 50
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . -ondo
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ero
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ero
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ate
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ate
I
(V CC)
2
Se l'alta disclezion di voi mi chiama
(per altrui voce, non per mio aprovato)
loda, s'è per sag<g>iar, nonn-ha salute:
ma, qual ch'io sia, lo mio cor si richiama,
per vostro onor seguire e fare a grato, 5
di quanto più avesse in me vertute.
E son certo che siete colorato
d'ambra e di moscato; lo sapore
è d'ogn'altro megliore:
onde s'alegra mia mente e sta sana 10
quando v'adirizzate a mia quintana.
Chi vuole di valor sag<g>io l'usanza
le vie di verità ha tut<t>e acorte:
per altrui fallo sua grazza non père;
e quei conversa ben, chi ha lenza, 15
e 'l confessar ragion no˙lli par forte
ma diletta, chi usa tal mestere.
Dunqua, s'ag<g>io planete a grande altura
e ciascun'ha lo suo corpo formato,
celestïal nomato 20
fu per celestïal tereno usare:
per ciaschedun si salva meo parlare.
Non de' l'om molto dir là ov'è la scienza,
ché breve detto di molti è 'ntendente,
ché lunghe aringherie odo noiose: 25
sapore vene d'amara semenza,
caldo fredur'ha temperatamente,
chi 'l mezzo segue ha gioi' più saporose.
Però chi per planeta si conduce
prenda qual<unqu>e più li dà calori: 30
mag<g>ior è <'n> sol valori;
chi de lo sol veracemente imbarda
in genera<r> calor bo˙no si tarda.
Di grazza tempro, io non m'apello fiele,
né di sapienza non mi gitto fora, 35
né di ciò degno sia d'aver convento;
ma 'nver' di voi in croce ag<g>io le vele;
se fe' figura in terra dimora,
seguite qual più scaldavi talento.
Supercelestïal Dio e Segnore 40
in Suo corpo acontenta
chi·lLui crede; non penta;
dunque tre son li regni ov'E' sostene,
<in> corpo e sustanza, amore e bene.
Assai vi narro, se m'avete inteso 45
onde lo confessar vi de' piacere
che senza intesa no è bon giudicato:
avegna ch'io perdon' vostro ripreso,
e sol di benenanza l'ho tenere,
perché simil costume veg<g>io usato. 50
Onde pensate al primo e al secondo,
e poi, dopo 'l pensiero
non siate menzoniero:
usate propiamente veritate,
se fin pregio volete di bontate. 55
(V CXCVIII)
FRATE UBERTINO
Puro senno e leanza,
alto savere e plena veritate,
ove dimora e grana cupïosa,
non dotto in mia fallanza.
No riprension, ma <'n> buona fé sacc<i>ate 5
inver' voi dissi lauda grazïosa.
Ag<g>io colori umani
e saver d'om mortale,
ma, quanto il mio cor vale
o conosce, in dritta lëaltate 10
vogl'io usare a tut<t>o mio podere.
Del mio poco valore
in poca caonoscenza i' ho usanza,
ma per la tòrta via a taston vado;
ma per zo ch'è onore 15
usar ragione sanza alcuna eranza,
quel che saccio né altro non m'è a grado.
Bona grazza non falla
per fallo d'altra gente,
ma afina valente: 20
io so ben trare sanza vostro segno,
e non m'adritto a <la> vostra quintana.
Me una cosa sola
costringe e sforza e dà caldo e fredore,
e scalda e fred<d>a vertute e talento, 25
e grande porta scola,
e segnoreg<g>ia onne teren segnore,
ed a cui piace dà gioia e tormento:
quel che di sovra al cielo
co l 'oc<c>hio cordïale 30
lo <...> celestïale
<.....................> possa vedere:
non mischiam que<llo> co le cose umane.
Un segnore tereno
comune in ogni regno ha segnoria; 35
lui ubidisco e servo a mia possanza
e sua fé porto in seno;
nullo sopra segnore credo sia
che 'nver' di lui non ag<g>ia <'n sé> mancanza.
Esto teren segnore 40
dimoranza averàe
e perpetuo staràe
<in>fin che fiaro le cose terene
e che sarà <lo> novis<s>imo die.
Giudicar non si puote 45
senz'a<ver> proveduta canoscenza,
ne senza intesa aperta proferere;
de le chiosate note
manifesta si puote avere intenza:
chi nonn-intenda detto de' tacere. 50
Perfetto insegnamento
non s'ha senza dottore
né senza core, amore:
giudice senza leg<g>e sempreterna
falla for<i> misura in sua <s>entenza. 55
II
(V CCI)
Novo savere e novo intendimento,
novel dimando e nova risponsione,
a nuovo fatto, nuovo consigliato:
vertù non par per poco mostramento?
poco dimostro da grande intenzione 5
folle fa sag<g>io, pregio <fa> blasmato?
D'agua ven foco e foco se ne spegne;
tai cose son laudat'e non son degne,
ché 'l poco foco gran sel<v>a divora:
chi troppo parla, credo, invan lavora. 10
Lingua ch'è di parlar molto imbiadata
perde semenza e genera malizza;
sovente grana loglio in sua ricolta:
chi non vuol pregio non ha nominata,
ed omo largo non ama avarizza; 15
l'onesto schifa lo pecar talvolta:
per me lo dico e per voi veramente
ch'avem gra·libro fatto di neiente,
la via de' folli sempre seguitando
salvata rima e sentenze fallando. 20
Per due ragion' le cose intendo care:
perché son rade over per lor vertute;
ma d'este due la lor via non tenete,
ma lo contrado, per certo mi pare:
a far mesione honde scole tenute, 25
poi tra le lode es<s>er voi non volete.
D'avril de l'òra s'ha
gran<de> diletto;
poi ven lo mag<g>io: cala 'l suo afetto
e perde per la troppa soverchianza,
perché di le' è troppa <l'>abondanza. 30
Poi non v'intendo e voi non m'intendete,
così conven si falli l'argomento
da l'una parte per l'altra ac<c>ertire;
io vi dimostro ciò che mi cherete:
or mio è 'l fallo o vostr'è il fallimento? 35
Così non so qual s'ag<g>ia lo gradire.
Vostro segnore assai ave in balia;
chi sua vertute fug<g>e fa follia:
prim'o secondo, fermo in trinitate,
giusta tien parte in pura deïtate. 40
III
(V CCII)
Assai m'era posato
di non voler cantare,
credendo ricelare
la benenanza e l'amoroso stato,
per nonn-adimostrare 5
là ove son tut<t>o dato,
non mi fosse furato
d'alcun malvagio per lo mio parlare.
Or m'ha sì preso amore,
che mi fa risvegliare 10
lo dolze <ri>membrare
ch'aio de lo sapore:
farò canzon di fina rimmembranza,
poi ch'io son tut<t>o ne la sua posanza.
Amor m'ave in podere, 15
distretto in sua balia
a la sua segnoria:
più ch'altra m'è 'n piacere.
Forse <per>ch'io n'avia
<cotanto> in mio podere, 20
non credea pare avere
né che d'amor più sia.
Ma poi, perseverando,
m'ha˙ffatto conoscente
ch'io lo credea neiente 25
apo ch'io trovo amando;
lo primo e 'l mezzo fue neiente a dire
apo la fine, tant'è lo gradire.
Amor, sed io valesse
quanto valer voria 30
o tut<t>a fosse mia
la terra, quanta se ne posedesse,
neiente mi paria,
s'i' da˙llui no l'avesse
o per lui la tenesse, 35
tanto mi par gioiosa gentilia.
Ch'al primo quando amai
di folle amor mi prese;
or son d'amor cortese
più ch'io non coninzai, 40
ed amo la mia donna in veritate
al mondo sag<g>ia e ferma in dietate.
Quat<t>ro son l'aulimenta
ch'ogni animal mantene
ed in vita li tene, 45
onde ciascun per sé vi s'acontenta:
la talpa in terra ha bene,
àleche in agua abenta,
calameon di venta,
la salamandra in foco si mantene. 50
Ed io sono animale,
di ciò vita non prendo,
ma pur d'amor servendo
cresce mio bene e sale:
ch'amore e la mia donna e 'l core mio 55
sono una cosa e hanno uno disio
Mia canzon d'ubidenza
e di gran gechimento,
va' là ov'è il piacimento:
pregio ed aunore tutto vi s'agenza, 60
ed ivi è 'l compimento
di tutta la valenza
senza nesuna intenza;
là ov'è mia donna fa' dimoramento:
dille che mi perdoni 65
s'aggio fallato in dire,
ch'io non posso covrire
ch'io di lei no ragioni:
ch'amore ed essa m'ha˙ffatto credente
che più gioia che i˙llor non sia neiente 70
IV
(V CCIII)
Donna, ciascun fa canto
di gioia per amore:
mostrano ben che 'l core
trovi merzede alquanto;
ma io nonn-ho valore, 5
ca di sospiri e pianto
sovente mi ramanto,
veg<g>endo ch'a voi piace il meo dolore.
Ma non cangio labore,
ché m'è rimaso di voi lo guardare; 10
so che noia vi pare,
ma già furare
da me l'amare
non potete, ch'io non sia servidore.
S'io servo e voi dispiace, 15
veg<g>io ben ch'è follia,
ma d'amare è la via
omo di sua ofesa render pace;
e tut<t>o ciò disia
lo mio cor, s'a voi piace, 20
e com'oro in fornace
ci afina tutavia.
Se voi par villania
da me voi ricepere
lo parlare e 'l vedere, 25
guardate a lo savere,
come valere
po<tesse> donna sanza cortesia.
Cortesia è sofrire
doglia per istagione: 30
tut<t>o ciò vuol ragione,
ch'apresso oltra<ggio> nasce l<o> disire;
s'io misi mia intenzione
in voi per me' gradire,
veg<g>io che v'è languire, 35
partir non pos' la mia openïone.
Ma questa è la cagione
ca tut<t>o ciò ch'io dico m'<è> arivato
in bono usato:
che chi è amato 40
sì è blasmato,
se non ama, <ed> in fallo si ripone.
Ponesi in fallimento
donna senza pietate;
non s'aven protestate 45
là ov'è argogliamento;
la vostra richitate
venne in dibassamento,
se per un'ira cento
ver' me, bella, mostrate. 50
La claritate
de la vostra bellezza
a me dava chiarezza
che la greve ferezza
serà dolcezza, 55
s'io tegno l'umiltate.
L'umiltate mi guida
a una dolze speranza,
ché 'l chieder pïetanza
nesun amante isfida. 60
Visto l'ho per usanza
che lo leon per grida
cresce in vita e rafida
li figli suoi di pic<c>iola possanza:
così i˙lleanza 65
poreste voi di me, bene allegrando:
s'io per usando
merzé chiamando,
uno vostro comando
mi doneria possanza. 70
V
(V CCIV)
La mia vita, poi <ch'è> sanza conforto,
forzatamente ho misa in disperanza,
perché pietanza – non mi val cherere;
tant'è lo gran martiro ched io porto
ch'ogn'altra cosa tegno in obrïanza, 5
ed in crudel pesanza
radoppio meo podere,
pensando ch'io fui ric<c>o oltre misura
e portai gioia com'altro amadore,
poi partio con dolore 10
e l'alegranza mi torna in rancura;
di voi, gentil mia donna, fui gaudente
e presi frutto in vostra degnitate:
ed or v'è niquitate
senza ofension di farmene perdente. 15
Perdente, già per mia comessïone
non fui di voi; néd esser non poria
che tutavïa – di quant'io valesse,
non sia di voi, a farvi subezione,
disiderando sovente la dia 20
ch'a vostra segnoria
lo me' servir piacesse.
Com'io solëa, lasso doloroso,
prendere parte de l<o> vostro regno,
più ch'io non era degno! 25
S'io vi capesse ancor, saria gioioso.
Perciò mag<g>ior dolor deg<g>io portare,
perder la cosa ch'ag<g>io posseduta,
che s'io˙n l'avesse avuta:
seria danno, ma no sì da blasmare. 30
S'io blasmo avesse già per mio follore,
non mi doria di ciò che m'incontrasse,
e s'io merzé chiamasse,
perder ne dovria prova;
poi ch'io non sia maleal servidore, 35
non seria fallo s'io pietà trovasse
e a me s'aumilïasse
il vostro core ed a merzé si muova,
se˙lla manera e l'uso ritenete
dello leone quand'è più adirato, 40
che torna umilïato
a chi merzé li chiere, voi il savete.
E io non fino voi merzé cherendo,
e poria sucitar d'un'acoglienza
di voi meco 'n piagenza, 45
poi fineria lo mio dolor servendo.
Servendo fineria già la mia doglia
e lo penare mi saria alegranza,
sed io saver certanza
potesse de l'ofesa, 50
la qual non feci, e non saria mia voglia:
ma piace tanto a vostra gentilanza
di me dare agrestanza,
ch'io sto contento, no ne fo difesa;
e˙ll'uso del segugio vo' seguire: 55
quando il segnor lo batte più cocente,
se 'l chiama, di presente
e' torna, e mette in gioia lo languire;
se tal manera a me tener non vale,
convene a me stesso es<s>ere nemico: 60
poi non truovo omo amico,
de le mie man' sarònne micidiale.
Ahïmè lasso, che dirà la gente,
se la vostra bellezza è dispietata?
Serà per me blasmata, 65
abiendo pregio, di crudalitate.
Dipo la morte, l'arma mia dolente
di ciò si crederà esser dannata:
perciò sia acomandata
a voi, ch'avete in ciò la libertate: 70
ch'i' odo dir ch'al pulican divene
che sucita li suo figli di morte,
e certo no gli è forte,
ma fug<g>e il suo dolore e 'n gioia rivene:
così poreste surgere e amendare 75
la morte e 'l fallo, e sariavi leg<g>ero,
se per lo mio preghero
doveste solo un'ora aumilïare.
VI
(V CCV)
Lungiamente portai
mia ferita in celato
e fui temente di dir mia doglienza;
tut<t>o in me 'maginai
vostro prencipio stato, 5
credendo in voi campar per ubidenza:
ché la valenza – di voi, donna altera,
fueme pantera – e presemi d'amore
come d'aulore
<che> d'essa <ven> si prende ogn'altra fera: 10
così di voi mi presi inamorando;
mercé chiamando, – istato son cherente,
se fosse a voi piacente,
di dare ancor ciò che dimostro in cera.
Acciò ch'io più celare 15
non posso il mio tormento,
gentil donna, lo dicer mi convene:
tanto mi sforza amare,
ch'io nonn-ho sentimento:
conosco ciò ch'i' ho che da voi vene; 20
e gioia e pene – e quant'ho di possanza
mi veste amanza – più ch'io non so dire.
Del mio ag<g>echire
convene ormai a voi aver pietanza,
ché 'l mio penare a blasmo non tornasse: 25
s'eo più v'adimandasse,
dotto non si paresse ciò ch'io porto:
però voria far porto
del mio lontano ateso in benenanza.
Quando penso ed isguardo 30
la vostra gran bieltate,
in ciascun membro sento li sospiri,
cotanto n'ho riguardo
de lo tardar che fate
non perdan ciò, ond'atendon disiri. 35
Oh i dolzi smiri – e la gaia fazzone!
Del parpaglione – aver mi par natura,
che si mette a l'arsura
per lo chiaror del foco a la stagione:
così m'aven, di voi, bella, veg<g>endo, 40
che mi moro temendo,
cherendo a voi merzede,
ed ancora con fede
che mi doniate, s'ag<g>io in voi ragione.
Per lungo atendimento 45
ogne frutto pervene
veracemente a sua stagione e loco;
al mio coninzamento
simile non avene,
ché, com' più tardo, più dimoro in foco. 50
Se nonn-ha loco – in voi merzé cherere,
non pò parere – in me vita gioiosa,
ma com' fa l'antalosa
conven ch'io facc<i>a a giusto mio podere,
ch'a l'albero là dove più costuma 55
sì si consuma – per lo suo diletto:
ed io simile aspetto:
se non mi date, non posso valere.
Poi che per me non vaglio,
se da voi non proseg<g>io, 60
dunque, s'io prendo, vostr'è la fatura:
piacc<i>avi il mio travaglio,
ché, quant'io più vi veg<g>io,
sento lo core in più cocente arsura:
ed ho paura, – se non provedete, 65
però che voi <'l> volete,
poi ched i' voi non ag<g>io,
esendo in vostro omag<g>io;
ed io mi moro e pietà non avete.
Ben fora ormai stagion, tant'ho soferto 70
di voi amar coverto,
d'avere alcuna gioia
anzi cad io mi moia:
poria campar, se voi mi socorete.
VII
(V CCVI)
Or vo' cantar, e poi cantar mi tene
ch'è 'l merito d'amor con benenanza,
in allegranza – affanno m'è tornato:
mille mercé a l'amoroso bene
che dispietò ver' me con orgoglianza, 5
poi d'umilianza – m'ha rico<r> donato.
A tal m'ha dato – che mi fa parere
gioia la pena e l<o> tormento gioco,
ag<g>end'io parte e loco
nel suo nobil savere; 10
ch'io già per me contare io no 'l savria
la sua bieltade quant'è poderosa,
che l'aira tenebrosa,
s'apare, fa parer di notte dia.
Dunqua, s'io canto, ben ag<g>io ragione: 15
membrando a la sua gaia portatura
ogne rancura – aver deg<>io 'n obrio;
si˙llargamente me ha fatto mesione,
che 'n un voler congiunt'ha sua natura
meco, si ch'io paura 20
non ho di perder mai lo suo disio.
Ma tegno in fio
<da lei> la propietà della mia vita,
perch'io con gioia la presi non forzando,
ma, pur merzé chiamando, 25
degnò di darmi gioiosa compita:
ond'io son ric<c>o da˙llei, conoscendo
che 'l suo valore avanti m'ha corètto
de lo dispetto
dov'era, <pur> pensando, ritemendo. 30
Io portai mia feruta lungiamente
celata, ch'io non volli adimostrare
per non gravar – la sua ferma conscienza:
fe' com'omo salvag<g>io veramente:
quand'ha rio tempo, forza lo cantare 35
co lo sperare
ca 'l buon vegna, ch'abassi sua doglienza.
Così pura credenza
avea tutor nel suo ric<c>o valore,
ch'io non sana dal suo ben dipartito 40
s'io le stesse gechito,
ma avanzerei com'altro servidore:
onde 'l suo pregio m'ha tut<t>o donato
più che medesmo lei non dimandai;
ond'io ringrazzo ormai 45
amore e˙llei e 'l mio dolze aspetato.
Ringrazzo voi, di fin cor merzé rendo:
merzé, mia donna, ancor degno non sia
sì alta segnoria – me aquistare;
e s'io n'avesse parte pur veg<g>endo, 50
sereb<b>e altura di gran gentilia,
non che balia – di voi senz'esser pare.
Perzò laudare
mi converia, ma non son sì sennato
che 'l vostro pregio a me si convenisse; 55
ma, come 'l sag<g>io disse,
chi non pò tut<t>o, alquanto gli è serbato:
però pregio, valore e caunoscenza
in voi sormonta e tut<t>o acompimento
e più ben per un cento 60
ch'io divisar non so per la mia scienza.
VIII
(V CCVII)
Quando mi membra, lassa,
sì com' già fui d'amore,
pensando alore
ben dovrïa languire,
veg<g>endo lo meo sire 5
me non guardare: e' passa
e gli oc<c>hi bassa;
mostra ch'io sia dolore.
Ma io nonn-ho valore
null'altro ma pesanza: 10
veg<g>endo la mia amanza – dipartire,
voria morire
o ritornare a la sua benenanza.
Ben voria ritornare,
quant'i' ho più potenza, 15
e met<t>ere ubidenza,
a ciò ch'io aver potesse ciò ch'io soglio;
non mi saria cordoglio
ma disïo trovare,
vogliendo conservare 20
compiuta sua piagenza.
Poi che di lui servenza
non ho, che deg<g>io fare?
Piangere e sospirare – tutavia,
o la sua segnoria 25
compiuta raquistare.
Eo raquistar non posso,
lassa, già mai diletto,
ch'io fallii 'l suo precetto:
son degna d'aver pena 30
più che donna terena.
Però è 'l meo sir mosso
sì fero ver' me adosso
che non cura meo detto:
dunqua, che ne raspetto? 35
Doglia e maninconia.
Da poi che m'ha 'n obria,
non so che deg<g>ia fare:
pianger e sospirare
tanto ch'amenderag<g>io la follia. 40
Lo mio greve follore,
lassa me dolorosa,
fu quand'io dispetosa
credea ch'egli altra amasse,
o che 'nver' me fallasse 45
lo suo verace amore:
s'io ne sento dolore
ragion'è, poi ched io ne fui vogliosa;
e s'io parto dogliosa
nonn-è già meraviglia. 50
Dunque, se s'asotiglia
di darmi malenanza,
convene con pietanza,
merzé cherendo, che 'nalzi le ciglia;
co le man' giunte avanti, 55
dolze 'l meo sir, piangendo,
umilmente cherendo
del mio fallir perdono:
e s'io colpata sono,
honne sospiri e pianti; 60
li miei dolor' son tanti
ch'io tut<t>a ardo ed incendo:
però, se voi veg<g>endo,
com' solete non fate,
ché moro in veritate, 65
s'io no ritorno a lo prencipio stato
ch'io v'ag<g>ia inamorato,
ubriando la fera niquitate.
IX
(V CCVIII)
Troppo ag<g>io fatto lungia dimoranza,
lasso, ch'ïo non vidi
la dolze speme a cu' i' m'era dato:
sonne smaruto e vivone in pesanza,
ohimè, ché non m'avidi 5
del folle senno mio, che m'ha 'nganato
ed allungiato – da lo suo comando:
però è dritto ch'ogni gioia m'infragna,
poi ch'io m'alungo da la sua compagna;
e come più me ne vo alungiando, 10
men'ho di gioia e più doglio affannando.
Se mia follïa m'inganna e m'aucide
e dà pena e tormenti,
ben è ragion che nullo omo mi pianga,
ch'io sono ben come quei che si vide 15
ne l'agua infino a' denti,
e mor di sete temendo no afranga:
ma no rimanga – io ne lo scoglio afranto.
Così ag<g>‘io per somigliante eranza
smisurata la sua dolze speranza: 20
e so, s'io perdo lei cui amo tanto,
perdut'ho me a gioia e riso e canto.
Tant'aio minespreso feramente,
ch'io˙n mi sao consigliare:
gran ragion'è ch'io perisca a tal sorte, 25
ch'io faccio come 'l cecer certamente,
che si sforza a cantare
quando si sente aprossimar la morte.
E più m'è forte
la pena ov'io son dato, 30
quand'io non veg<g>io quella dolze spera,
che ne lo scuro mi donò lumera:
ohmè, s'io fosse un anno morto stato,
sì doverei a˙llei es<s>er tornato.
Sì come non si puo<t> rilevare, 35
da poi che cade giuso,
lo lëofante, ch'è di gran possanza,
mentre che gli altri co lo lor gridare
vegnon, che˙levan suso
e rendorli il conforto e la baldanza; 40
a tal sembianza,
canzon, vatene in corso
ad ogne fino amante ovunque sede,
che deg<g>iano per me gridar merzede;
ché se per lor non m'è fatto socorso, 45
fra i ternafin' del disperar son corso.
X
(V CCIX)
Gravosa dimoranza
faccio, poi che disparte
convenmi contro a voglia adimorare,
metendo la speranza
là ove non ag<g>io parte 5
altro che solamente tormentare,
da poi non veg<g>io possasi partire
da me punto languire:
più disïando là dov'aio spera,
penando, trovo fera 10
per me pietà e la mercé calare.
Se 'l dimoro ch'eo faccio
col pensier non m'alena,
la mia vita <porà> durare poco;
meglio è la morte avaccio, 15
che vivendo con pena:
forse ch'a l'altro mondo avrag<g>io gioco,
ché lo tormento in esto mondo avere
è per l'altro tenere,
do<v'o>gni bon <sofrente ha bon> membrato 20
secondo io veg<g>io usato:
ma per me, lasso, so ch'è tut<t>o foco.
Dunque voria partire,
se 'l mio cor concedesse,
ricanoscendo meo meglioramento; 25
ma˙nno mi vol seguire,
tant'ha sue voglie messe
in altro loco ond'è 'l suo piacimento.
Però d'amor voria fosse in usanza,
omo quand'ha pesanza, 30
ch'e<lli> trovasse la pietà incarnata,
quando fosse chiamata
secondo opera che desse tormento.
Se 'n disperar dimoro
da tutto meo disio 35
e di tornar non ag<g>io libertate,
de lo talento moro:
ché sanza 'l core mio
non posso dimorare a le contrate.
E la valente, in cui messo ag<g>io intenza, 40
s'eo non veio in presenza,
non pote gioia aver già la mia vita,
ma di crudel ferita
conven morir con fera niquitate.
Ordunque, canzonetta, 45
poi di lontana via
ti convene far <corso> a l'avenente,
dille ch'altro no aspetta
<or> la speranza mia
solo che˙llei vedere di presente; 50
e questo è ciò laond'io riprendo gioia
de la mia pena e noia,
<pur> atendendo a˙llei tosto redire:
se non torna in fallire
lo mio pensero, alegr<er>ò sovente. 55
XI
(V CCX)
In voi, mia donna, misi lo mio core:
ben more
d'amore,
e neiente lo posso dipartire.
Io vivo in gra<n> temenza ed in tremore 5
tutore;
valore
non ag<g>io, ché sento lo cor partire.
Père chi cor non ave,
ma troppo è cosa grave 10
a disturbar la morte,
ch'è forte,
che no la pò om neiente fug<g>ire.
Serrato l'amore ave
lo cor con forte chiave 15
e dentro da le porte
sì forte,
che per voi, bella, volesi morire.
Se lo cor more, morire io non voglio:
cordoglio 20
ch'io soglio
aver, non averia, né nulla pena;
ma quanto vivo sanza cor, più doglio,
e sfoglio
d'orgoglio 25
la mia persona, ché cor no la mena,
però che 'n voi lo misi
e no lo ne divisi:
faccio giusta vendetta
più dritta 30
che s'io morisse, ché vivo in catena.
Non m'alegrai né risi
poi che lo core asisi
in voi, bella, c'ho detta:
più stretta 35
fia la mia vita d'ogn'altra terena.
In doglia con martìri e con penare
istare
mi pare,
poi ch'io pietate in voi, donna, non trovo; 40
e 'mpres'ho la manera e 'l costumare
d'amare:
dottare
ciascuna cosa; ad umiltà mi movo.
In tal or
cominza<i>, 45
già mai
aver non credo abento:
tormento
e doglio <forte>, se˙nno provedete;
da poi ch'io 'namorai, 50
di guai
m'è fatto il nodrimento:
del compimento
non sac<c>io, donna, che talento avete.
S'io pur m'alegro e tegno in voi speranza, 55
pietanza!,
d'amanza,
non s'aumilia inver' me vostro core;
credo che per lontana adimoranza
la benenanza 60
vene in falanza,
e la gran gioia fenisce con dolore.
Dunqua, <poi zo> vedete,
tenete
la via de lo savere: 65
ch'avere
non pote donna pregio veramente,
se gaia e bella sète
e già non provedete
ciò che vi fa valere 70
e dispiacere:
pietate ed umiltate solamente.
Canzonetta, di presente t'invia,
in cortesi<a>,
chi ha balia 75
di consigliare amante disamato;
ché per sua diletosa gentilia
già m'è 'n obria
lor compagnia:
no m'abandoni perch'io sia afondato; 80
ma per me umilmente
<vadane> a l'avenente
ch'è sì dispïetosa,
sì che gioiosa
tornasse inver' di me per sua preghera; 85
che, sì m'ha lungiamente
perdente,
la mia vita dogliosa
e tenebrosa
non fosse sempre di cotal manera.
XII
(V CCXI)
Quand'è contrado il tempo e la stagione
ed omo ha pena contro a suo volere,
co lo pensere – adoppia suo tormento;
ché 'l mal sofrire è 'l dritto paragone
a que' ch'è sag<g>io: quando <ha> lo spiacere, 5
met<t>er piacere – inanzi a <'n>tendimento,
e bon talento – aver, ché tempo vene
che torna in bene – lo gravoso affanno,
e menda danno, – se conforto tene,
chi bona spene – non mette in inganno. 10
Ordunque, sag<g>io di savere ornato
in cui pregio ed onore era e valenza,
la soferenza – gentil cor nodrisce;
mette 'n obrïa ciò dov'ha affannato,
in bona spene mette il core e penza 15
che grave intenza – non dura e rincresce.
E ben sor<t>isce
chi nel male conforta la sua vita:
ch'i' ho in udita
che 'l pulicano sucita di morte, 20
e no gli è forte:
così la pena pò venir gioita,
chi nonn-i<n>vita – pensiero oltre grato.
Ben ho savere al sag<g>io rimembrare
ch'Adammo de lo 'nferno si partio 25
e soferio
la pena ch'amendò lo suo fallire
(non dico certo in voi fosse fallare,
ma sanza colpa giudicò sì Dio);
e tenne in fio 30
dal suo Segnor la mort' e <i> fu disire;
mostrò che lo sofrire
dovesse fare ogn'omo, in suo dolore;
e questo è lo valore,
ch'al mondo nonn-è pena sì cocente 35
che non torni piagente,
chi 'n buona spene mette lo suo core.
XIII
(V CCXII e CCXXXVIII)
Oi lasso, lo mio partire
non pensai che fosse doglia;
credea co l'amor gioire
ed esser tut<t>o a sua voglia:
ed io ne sono alungato 5
e no lo posso vedere;
morag<g>io disconfortato
di tut<t>o il mïo piacere.
Non mi credea, perch'io gisse,
esser con doglia pensoso 10
che lo mio core ismarisse:
com'io lo sento dottoso!
Or vivo in più disperanza
che s'io fosse giudicato:
levata m'è l'alegranza, 15
ch'ag<g>io l'amor mio lasciato.
Ma quest'è lo meo disio:
ca per lungo adimorare
verà in gioia lo voler mio,
sì ch'io porò alegrare; 20
e, s'altro d'amore avene,
non serà pregio a l'amore,
ch'io afino per <mie> pene
a cui sono servidore.
Servire con umiltate 25
a chi 'l fa diven gioioso:
compie la sua volontate
di ciò ch'è stato pensoso.
Ma io non posso servire:
tanto mi sono alungato 30
che non saccio de˙redire:
Amor, voi sia acomandato.
XIV
(V CCXIII)
Gentil donna, s'io canto
non vi deg<g>ia spiacere,
ché lo mi fa volere
il vostro adorno viso e la bieltate
e 'l valore, ch'è tanto 5
ch'ogn'altro dispare<re>
fate; tant'è il piacere,
ch'ogni doglienza in gioia ritornate.
Dunqua lo mio cantare
nasce di tanta altura, 10
che s'io 'l volesse, amor no lo voria:
sì mi stringe e disia,
che vuol ch'io canti sanza ricelare,
conservando l'amare
umilemente, sanza villania. 15
Madonna, rimembrando
ove credo avenire,
non m'è noia languire,
ma disïosa vita veramente:
però mi vo alegrando, 20
so˙nno de lo disire
ch'aio di pervenire
a l'adornezza che 'n voi è piagente:
ché là ove aüsate
non pò parir nebiore, 25
ma tut<t>a claritate e benenanza;
non eb<b>e in voi mancanza,
ma tut<t>a potestate,
ché l'altre riparate
quando tra esse fate dimoranza. 30
Gentil donna amorosa,
il vostro adornamento
ha tanto valimento,
che, s'io non vaglio, sì mi fa valere:
non pote star nascosa 35
la mia voglia e 'l talento:
però fa sentimento;
non ch'eo dimostri quel ch'è da tenere,
ma canto inamorato,
come fedel c'ha gioia, 40
isperando di pervenir davanti
a li disir' cotanti:
che com'i' amo sia da voi amato,
ch'altro non m'è più 'n grato
se no la vostra cera e' be' sembianti. 45
Li be' sembianti e l'amoroso viso
di voi, donna sovrana,
e 'l colore di grana
alegra la mia mente co lo core;
d'ogn'altra son diviso: 50
per voi fiorisce e grana
la mia vita e sta sana,
che senza voi non poria aver valore.
Dunque ag<g>iate voglienza
come l'amor congiunga, 55
ca per troppo tardare omo amarisce,
e gran pena patisce
chi non ha provedenza:
se 'n voi pregio s'agenza,
pietanza è quel ch'avanti lo norisce. 60
Orata donna e sag<g>ia,
assai dicer poria
di vostra gentilia,
ma dotto che per dir non si paresse:
s'amor non v'incorag<g>ia, 65
che vita fia la mia?
Quando serà la dia
ch'a le mie braccia stretta vi tenesse?
Solo per lo pensero
son mo' degno d'avere 70
altro che solo lo vostro disio.
Ben so che già 'n obrio
non mi terà lo vostro viso altero,
ma secondo mestero
de<l> meo servir riceverag<g>io in fio. 75
XV
(V CCXIV)
Quant'io più penso, e 'l pensier più m'incende,
e quando io mi sog<g>iorno di pensare
amore non mi lascia rechïare;
inmantenente tra<r>mi a sé s'imprende:
e vuol ch'io sia servo, ancor ch'io franco sia: 5
e lungiamente io son stato servente,
di crudel' pene umìle e soferente,
voglioso di seguir tut<t>a sua via.
Poi al suo volere acordai lo talento,
e dipartì' quant'ho al suo piacere; 10
ciò fei in quel punto contro a mio volere:
or mi distringe ch'io sia a servimento.
Non m'asicura già di megliorare,
ed io non so quale mi sia il migliore
tra˙llui seguire ed esser servitore 15
od in mia franchitate dimorare.
Lasso, s'io franco met<t>omi a servag<g>io,
abiendo pena e tutor radopiando,
che me ne nasce pur dolor pensando!
E s'io lo scuso, fo contro a corag<g>io: 20
però conven da me venir l'aiuto,
ch'adimandare io non ne so consiglio;
però m'avëo che qualunque eo piglio
già non mi rende gioia né saluto.
Ordunque, se li sag<g>i e li valenti 25
hanno 'n amore la lor voglia misa,
facendone per pena non divisa,
ma seguitando tut<t>i a' suoi argomenti,
se so˙ngannati e intra li sag<g>i sono,
voglio dunque verace amor seguire; 30
e, s'io n'aquisto affanno con martire,
alcun dirà di poi ch'io sïa bono.
XVI
(V CCXV)
1
<Messere>
Io non posso celare né covrire
ciò che m'aduce, donna, il vostro amore,
ed ho temenza, s'io ne fo sentore,
non vi dispiaccia o donivi languire;
però son di merzede cheritore: 5
che s'io fallasse, sia 'n voi 'lo parcire;
ché 'l vostro alegro viso mi fa dire
e poi ch'avete me e lo mio core.
Dunque, madonna, se l'amor mi stringe
ed hami dato al vostro servimento, 10
ben veg<g>io, tale fue 'l cominciamento,
ch'alegro deg<g>io gir là ove mi pinge:
ché 'mprima mi credea l'amore u˙nome,
mentre che 'l viso vostro non m'avinse;
da voi è nato quel che mi costrinse: 15
be˙llo direi, ma ho dottanza come.
Donna, con gran temenza incominzai
non credendo caper nel vostro regno,
ch'io già per me non era tanto degno:
m'a quel ch'io vidi, a ciò mi sicurai, 20
sì che ciò ch<ed> io vaglio da voi tegno,
e non mi credo dipartir già mai:
in tale guisa di voi inamorai,
che nel mio core pur sesto e disegno
perché lo 'ncominzare fue gioioso 25
e poi hanno seguito i be' sembianti.
Quand'io passo veg<g>endovi davanti,
lo cor si parte, a voi vien talentoso
di dicer ciò ch'io sento per amare;
a me non torna, con voi si dimora: 30
così con voi potess'io in quell'ora
es<s>ere in terzo sanza villanare!
Madonna, ben s'alegra la mia mente,
e parte dole ed ha greve dottanza
non perda per la lunga dimoranza 35
che˙molte cose fallane presente;
però conviene a voi aver pietanza
di me, con tutto ch'io non sia cherente.
Non vi dispiacc<i>a: tanto son temente,
che dicer non vi so la mia pesanza. 40
Ma fo fra me medesimo ragione,
se guerir tarda la vostra bieltate
e non avete di me pïetate,
ch'io morò, sì fort'è la condizione:
però, gentil, cortese donna e sag<g>ia, 45
non falli il vostro dolze inconinzare,
ché troppo foria forte il mio penare,
se pietà e merzé non v'incorag<g>ia.
Madonna, ciò ch'io dico è gran follore,
ché sì gran gioia, come di voi atendo, 50
è sì alta cosa che mi va p<a>rendo
che soferirne morte sia valore;
ma tutavia s'io vo merzé cherendo,
sono com' ubidente servitore:
faccio per sollenar lo grande ardore 55
ch'io sento per amar, là ond'io incendo;
ché mante fiate son ch'io mi dispero,
e dico: «Ohi lasso, che vit'è la mia?
Ché non mi movo e vo a la donna mia
e moro avanti a lo suo viso altero?» 60
Poi m'asicuro a la vostra valenza,
che so ch'è tanta, che pietà n'avrete:
merzé, donna; se troppo il mi tenete,
dipo la morte non vi fia a <'n>crescenza.
Donna, sovente dicere ag<g>io audito 65
assai si lauda lo buon cominzato,
ma pur la fine facelo laudato,
lodalo 'l pregio là ov'è l'om salito.
Dunque lo vostro fu dolze aportato,
quando d'amor mi faceste lo 'nvito; 70
e poi nel mezzo avetelo seguito,
lo bon fenir vi de' essere in grato:
ch'io già per me nonn-ag<g>io altro disio,
se non ch'io atendo lo bon compimento:
che si congiunga il vostro piacimento 75
insiemormente co lo voler mio;
ché tempo ven, don<n>a, ch'om pote avere
gioia, e se smarisce il temporale,
lo tempo passa, suo pregio non vale:
s'è tempo, per Dio fatemi gaudere. 80
XVII
(V CCXVI)
2
<Madonna>
Orato di valor, dolze meo sire,
alegra son, se 'l vostro gentil core
canta del fino amore,
vogliendo il mio comincio perseguire:
ch'assai m'è gioia avervi a servidore, 5
e quand'io sento ch'ag<g>iate disire,
obrio ogne martire
e sol di benenanza ag<g>io savore:
ca, voi mirando, amor tut<t>a m'avinge,
sì ch'io ho 'n obrio ogne altro intendimento 10
e se non fosse blasmo che pavento,
io seguirei là ove l'amor mi pinge;
ma lo dolze sperare ag<g>io del pome,
lo qual credo compiér como m'avinse,
che quando cominciai tanto mi vinse, 15
che, pur tempo aspetando, dico: «Oh me!».
Orato sire, quando inamorai
del vostro gran valor, diedivi pegno
lo cor: meco no˙l tegno;
con voi dimora, poi che coninzai, 20
ed ho temenza, s'io più nanti vegno,
non io ag<g>ia destati li miei guai,
perch'io già non amai
né disïai; se 'n su questo m'avegno,
porag<g>io dir ch'amor sia poderoso, 25
e possa me, sì come gli altri amanti,
alegra far di canti,
ed ogne meo sospiro far gioioso:
però fermezza deg<g>iate pigliare
ch'altra voglien