Giovanni Boccaccio

 

Ninfale Fiesolano

 

 

 

Edizione di riferimento: Giovanni Boccaccio: Ninfale Fiesolano, a cura di Armando Balduino, in Giovanni Boccaccio: Tutte le opere, a cura di Vittore Branca, vol. III, Mondadori, Milano 1974.

 

 

 

COMINCIA IL LIBRO CHIAMATO NINFALE: E PRIMAMENTE MOSTRA IL FACITORE CHE DI FAR QUESTO GLI È CAGIONE AMORE.

 

 

1

 

Amor mi fa parlar, che m'è nel core

gran tempo stato e fatto n'ha su' albergo,

e legato lo tien con lo splendore

e con que' raggi a cui non valse usbergo,

quando passaron dentro col favore

degli occhi di colei, per cui rinvergo

la notte e 'l giorno pianti con sospiri,

e ch'è cagion di tutti e' mie' martìri.

 

2

 

Amor è que' che mi guida e conduce,

nell'opera la qual a scriver vegno;

Amor è que' ch'a far questo m'induce,

e che la forza mi dona e lo 'ngegno;

Amor è que' ch'è mia scorta e mia luce,

e che di lui trattar m'ha fatto degno;

Amor è que' che mi sforza ch'i' dica

un'amorosa storia molto antica.

 

3

 

Però vo' che l'onor sia sol di lui,

poi ch'egli è que' che guida lo mio stile,

mandato dalla mia donna, lo cui

valor è tal ch'ogni altro mi par vile,

e che 'n tutte virtù avanza altrui,

e sopra ogni altra è più bella e gentile:

né non le mancheria veruna cosa,

sed ella fosse un poco più pietosa.

 

4

 

Or priego qui ciascun fedele amante

che siate in questo mia difesa e scudo

contro a ogni invidioso e mal parlante

e contro a chi è d'amor povero e 'gnudo;

e voi care mie donne tutte quante,

che non avete il cor gelato e crudo,

priego preghiate la mia donna altera

che non sia contro a me servo sì fera.

 

5

 

Prima che Fiesol fosse edificata

di mura o di steccati o di fortezza,

da molta poca gente era abitata:

e quella poca avea presa l'altezza

de' circustanti monti, e abandonata

istava la pianura per l'asprezza

della molt'acqua ed ampioso lagume,

ch'a pie de' monti faceva un gran fiume.

 

6

 

Era 'n quel tempo la falsa credenza

degl'iddii rei, bugiardi e viziosi;

e sì cresciuta la mala semenza

era, ch'ognun credea che graziosi

fosson in ciel come nell'apparenza;

e lor sacrificavan con pomposi

onori e feste, e sopra tutti Giove

glorificavan qui sì come altrove.

 

7

 

Ancor regnava in que' tempi un'iddea

la qual Diana si facea chiamare,

e molte donne in divozion l'avea;

e maggiormente quelle ch'osservare

volean verginità, e che spiacea

lor la lussuria e a lei si volean dare,

costei le riceveva con gran feste,

tenendole per boschi e per foreste.

 

8

 

Ed ancor molte glien'erano offerte

dalli lor padri e madri, che promesse

l'avean a lei per boti, e chi per certe

grazie o don che ricevuto avesse;

Diana tutte con le braccia aperte

le riceveva, pur ch'elle volesse

servar verginità e l'uom fuggire,

e vanità lasciar e lei servire.

 

9

 

Così per tutto 'l mondo era adorata

questa vergine iddea; ma ritornando

ne' poggi fiesolan, dove onorata

più ch'altrove era, lei glorificando,

vi vo' contar della bella brigata

delle vergini sue, che, lassù stando,

tutte eran ninfe a quel tempo chiamate

e sempre gìan di dardi e d'archi armate.

 

10

 

Avea di queste vergini raccolte

gran quantità Diana, del paese,

per questi poggi, benché rade volte

dimorasse con lor molto palese,

sì come quella che n'aveva molte

a guardar per lo mondo dall'offese

dell'uom; ma pur, quando a Fiesol venìa,

in cotal modo e guisa ella apparia:

 

11

 

ell'era grande e schietta come quella

grandezza richiedea, e gli occhi e 'l viso

lucevan più ch'una lucente stella,

e ben pareva fatta in paradiso,

con raggi intorno a sé gittando quella,

sì che non si potea mirar ben fiso;

e' cape' crespi e biondi, non com'oro,

ma d'un color che vie meglio sta loro.

 

12

 

E le più volte sparti li tenea

sopra 'l divelto collo, e 'l suo vestire

a guisa d' una cioppa il taglio avea;

d'un zendado era ch'a pena coprire,

sì sottil era, le carni potea:

tutta di bianco, sanz'altro partire

cinta nel mezzo, e talor un mantello

di porpora portava molto bello.

 

13

 

Venticinque anni di tempo mostrava

sua giovinezza, sanz'aver niun manco;

nella sinistra man l'arco portava,

e 'l turcasso pendea dal destro fianco,

pien di saette, le qua' saettava

alle fiere selvagge, e talor anco

a qualunque uom che lei noiar volesse

e le sue ninfe gli uccidea con esse.

 

14

 

In cotal guisa a Fiesole venìa

Diana le sue ninfe a visitare,

e con bel modo, graziosa e pia,

assai sovente le facea adunare

intorno a fresche fonti, o all'ombria

di verdi fronde, al tempo ch'a scaldare

comincia il sol la state, com'è usanza;

e di verno al caldin faceano stanza.

 

15

 

E quivi l'amoniva tutte quante

nel ben perseverar verginitate;

alcuna volta ragionan d'alquante

cacce che fatte aveano molte fiate

su per que' poggi, seguendo le piante

delle fiere selvagge, che pigliate

e morte assai n'avean, ordine dando

per girle ancor di nuovo seguitando.

 

16

 

Cota' ragionamenti tra costoro,

com'io v'ho detto, tenean di cacciare;

e quando si partia Diana da loro,

tosto una ninfa si facea chiamare,

la qual fosse di tutto il concestoro

di lei vicaria, faccendo giurare

all'altre tutte di lei ubidire,

se pel suo arco non volean morire.

 

17

 

Quella cotal da tutte era ubidita,

come Diana fosse veramente;

e ciascheduna d'un panno vestita

di lin tessuto molto sottilmente,

faccendo, con lor archi, d'esta vita

passar molti animali assai sovente:

e qual portava un affilato dardo,

più destre che non fu mai liopardo.

Qui tien Diana consiglio alla fonte;

Africo vede, innamorasi d'una

di quelle ninfe che poi sale il monte:

di sé si duole e de la sua fortuna.

 

18

 

Era 'n quel tempo del mese di maggio,

quando i be' prati rilucon di fiori,

e gli usignuoli per ogni rivaggio

manifestan con canti i lor amori,

e' giovinetti, con lieto coraggio,

senton d'amor i più caldi valori,

quando la dea Diana a Fiesol venne,

e con le ninfe sue consiglio tenne.

 

19

 

Intorno ad una bella e chiara fonte

di fresca erba e di fiori intorniata,

la qual ancor dimora a piè del monte

Cécer, da quella parte che 'l sol guata

quand'è nel mezzogiorno a fronte a fronte,

e fonte Aquelli è oggi nominata,

intorno a quella Diana allor sì volse

essere, e molte ninfe vi raccolse.

 

20

 

Così a sedere tutte quante intorno

si poson alla fonte chiara e bella,

ed una ninfa, sanza far sogiorno,

si levò ritta, leggiadretta e snella,

ed a sonar incominciò un corno

perch'ognuna tacesse: e poi, quand'ella

ebbe sonato, a seder si fu posta,

aspettando di Diana la proposta.

 

21

 

La qual, com'usata era, così allora

diceva lor ch'ognuna si guardasse

che con niun uom facesse mai dimora,

– E se avvenisse pur che l'uom trovasse,

fuggal come nimico ciascun'ora,

acciò che 'nganno o forza non usasse

contra di voi: ché, qual fosse ingannata,

da me sarebbe morta e sbandeggiata. –

 

22

 

Mentre che tal consiglio si tenea,

un giovinetto ch'Africo avea nome,

il qual forse venti anni o meno avea,

sanz'ancor barba avere, e le sue chiome

bionde e crespe, ed il suo viso parea

un giglio o rosa, over d'un fresco pome;

costui, ind'oltre abitava col padre,

sanz'altra vicinanza, e con la madre;

 

23

 

il giovane era quivi in un boschetto

presso a Diana quando il ragionare

delle ninfe sentì, ch'a suo diletto

ind'oltre s'era andato a diportare;

per che fattosi innanzi, il giovinetto

dopo una grotta si mise a 'scoltare,

per modo che veduto da costoro

non era, ed e' vedeva tutte loro.

 

24

 

Vedea Diana sopra l'altre stante,

rigida nel parlar e nella mente,

con le saette e l'arco minacciante,

e vedeva le ninfe parimente

timide e paurose tutte quante,

sempre mirando il suo viso piacente,

istando ognuna cheta, umile e piana

pel minacciar che facea lor Diana.

 

25

 

Poi vide che Diana fece in piede

levar ritta una ninfa, ch'Alfinea

aveva nome, però ch'ella vede

che più che niun'altra tempo avea,

dicendo: – Ora m'intenda qual qui siede:

i' vo' che questa nel mio loco stea,

però ch'i' 'ntendo partirmi da voi,

sì che, com'io, ubidita sia poi. –

 

26

 

Africo stante costoro ascoltando,

fra l'altre una ninfa agli occhi li corse,

la qual alquanto nel viso mirando,

sentì ch'Amor per lei il cor gli morse

sì che gli fe' sentir, già sospirando,

le fiaccole amorose: ché gli porse

un sì dolce disio, che già saziare

non si potea della ninfa mirare.

 

27

 

E fra se stesso dicea: «Qual saria

di me più grazioso e più felice,

se tal fanciulla io avessi per mia

isposa? Ché per certo il cor mi dice

ch'al mondo sì contento uom non saria;

e se non che paura mel disdice

di Diana, i' l'arei per forza presa,

che l'altre non potrebbon far difesa».

 

28

 

Lo 'nnamorato amante in tal maniera

nascoso stava infra le fresche fronde,

quando Diana, veggendo che sera

già si faceva, e che 'l sol si nasconde

e già perduto avea tutta la spera,

con le sue ninfe, assai liete e gioconde,

si levâr ritte, ed al poggio salendo,

di belle melodi' e canzon dicendo.

 

29

 

Africo quando vide che levata

s'era ciascuna, e simil la sua amante,

udì che da un'altra fu chiamata:

– Mensola, andianne –, e quella, su levante,

con l'altre tosto si fu ritrovata.

E così via n'andaron tutte quante:

ognuna a sua capanna si tornoe,

poi Diana si partì e lor lascioe.

 

30

 

Avea la ninfa forse quindici anni:

biondi com'oro e grandi i suoi capelli,

e di candido lin portava i panni;

du' occhi in testa rilucenti e belli,

che chi li vede non sente mai affanni;

con angelico viso ed atti isnelli,

e 'n man portava un bel dardo affilato.

Or vi ritorno al giovane lasciato.

 

31

 

Il qual soletto rimase pensoso,

oltre modo dolente del partire

che fe' la ninfa col viso vezzoso,

e ripiatando il passato disire,

dicendo: «Lasso a me, che 'l bel riposo

ch'ho ricevuto mi torna in martire,

pensando ch' i' non so dove o 'n qual parte

cercarmene giammai, o con qual arte.

 

32

 

Né conosco costei che m'ha ferito,

se non ch'io udi' che Mensola avea nome:

e lasciato m'ha qui, solo e schernito,

sanz'avermi veduto; ed almen come

i' l'amo sapesse ella, e a che partito

Amor m'ha qui per lei carche le some!

Omè, Mensola bella, ove ne vai,

e lasci Africo tuo con molti guai?».

 

33

 

Poi, ponendosi a seder in quel loco

ove prima seder veduto avea

la bella ninfa, e nel suo petto il foco

con più fervente caldo s'accendea;

così continovando questo gioco,

il viso bel nell'erba nascondea:

baciandola dicea: – Ben se' beata,

sì bella ninfa t'ha oggi calcata. –

 

34

 

E poi dicea: «Lasso a me,» sospirando

«qual ria fortuna, o qual altro destino,

oggi qui mi condusse lusingando,

perché, di lieto, dolente e tapino

io divenissi una fanciulla amando,

la qual m'ha messo in sì fatto cammino,

sanz'aver meco scorta o guida alcuna,

ma sol Amore è meco e la fortuna!

 

35

 

Almen sapesse ella pur quanto amata

ell'è da me, o veduto m'avesse!

Ben ch'i' credo che tutta spaventata

se ne sarebbe, sed ella credesse

esser da me o da uom disiata;

e son ben certo, in quanto ella potesse,

ella si fuggiria, sì come quella

c'ha 'n odio l'uomo ed a lui si rubella.

 

36

 

Che farò dunque, lasso, poi ch'io veggio

ch'a palesarmi saria 'l mio piggiore,

e s'io mi taccio, veggio ch'è 'l mio peggio,

però ch'ognor mi cresce più l'ardore?

Dunque, per miglior vita, morte cheggio,

la qual sarebbe fin di tal dolore:

bench'io mi credo ch'ella penrà poco

a venir, se non si spegne esto foco.»

 

37

 

Cotali ed altre simili parole

diceva il giovinetto innamorato;

ma poi, veggendo che già tutto 'l sole

era tramonto, e che 'l cielo stellato

già si facea, il che forte gli dole

per lo partir; ma poi ch'alquanto stato

sopra sé fu, e' disse: «O me tapino,

ch'or foss'egli di domane il mattino!».

 

38

 

Ma pur levato, piede innanzi piede,

pien di molti pensier, per la rivera

si mise vêr l'ostello, che ben vede

che non ritorna qual venuto v'era;

così pensoso che non se n'avvede,

alla casa pervenne, la qual era,

scendendo verso 'l pian, della fontana

forse un quarto di miglio o men lontana.

 

39

 

Quivi tornato, nella cameretta

dove dormia, soletto se n'entroe,

e sospirando in sul letto si getta,

ch'a padre o madre prima non parloe;

quivi con gran disio il giorno aspetta,

né 'n tutta notte non s'adormentoe,

ma in qua e 'n là si volge sospirando

e ne' sospir Mensola sua chiamando.

 

40

 

Acciò che voi, allora, non crediate

che vi fosson palagi o casamenti,

com'or vi son, sì vo' che voi sappiate

che sol d'una capanna eran contenti;

sanz'esser con calcina allor murate,

ma sol di pietre e legname le genti

facean lor case, e qual facea capanne

tutte murate con terra e con canne.

 

41

 

E forse quattro eran gli abitatori

che facevano stanza nel paese,

giù nelle piagge de' monti minori,

che son a piè de' gran poggi distese;

ma ritornar vi voglio a' gran dolori

che Africo sentia, che presso a un mese

stette sanza veder Mensola mai,

benché dell'altre ne scontrasse assai.

Venere ad Africo viene in visione;

promettegli aiuto; ricerca per lei,

truova altre ninfe, domanda di lei:

fuggon sanza rispondere al garzone.

 

42

 

Amor, volendo crescer maggior pena,

come usato è di fare, al giovinetto,

parendogli ch'avesse alquanto lena

ripresa e spento il foco nel suo petto,

legar lo volle con maggior catena,

e con più lacci tenerlo costretto,

modo trovando a fargli risentire

le fiaccole amorose col martìre.

 

43

 

Per ch'una notte il giovane, dormendo,

veder in visione gli parea

una donna con raggi risplendendo,

ed un piccol garzone in collo avea,

ignudo tutto ed un arco tenendo;

e del turcasso una freccia trata

per saettar, quando la donna: – Aspetta, –

gli disse – figliuol mio: non aver fretta. –

 

44

 

E poi la donna, ad Africo rivolta,

sì gli diceva: – Qual mala ventura,

o qual pensier, o qual tua mente stolta

t'ha fatto volger? Credo che paura

o negligenza Mensola t'ha tolta,

ché di suo amor non par che facci cura,

ma com'uom vile stai tristo e pensoso,

quando cercar dovresti il tuo riposo.

 

45

 

Leva su, dunque, e cerca queste piagge

di questi monti, e tu la troverai,

ch'a lor diletto le fiere selvagge

con l'altre ninfe seguir la vedrai:

e ben ch'al correr le sien preste e sagge,

sanza niun fallo tu la vincerai,

né ti bisogna temer di Diana,

però ch'ell'è di qui molto lontana.

 

46

 

E i' ti prometto di darti il mio aiuto,

al qual niuno può far mai resistenza,

pur che questo mio figlio abbi voluto

ferir con l'arco per la mia sentenza;

ch'i' son colei che sì ben ho saputo

adoperar con questa mia scienza,

che, non ch'altri, ma Giove ho vinto e preso

con molti iddii, che niun non s'è difeso. –

 

47

 

Poi disse: – Figliuol mio, apri le braccia,

fagli sentire il tuo caldo valore;

fa' che tu rompa ogni gelata ghiaccia,

dentro al suo petto e nel gelato core;

or fa', figliuol mio, fa' sì che mi piaccia,

come far suoi –; e poi parea ch'Amore

per sì gran forza quell'arco tirasse,

che 'nsieme le duo cocche raccozzasse.

 

48

 

Quando Africo volea chieder mercede,

sentì nel petto giugner la saetta,

la qual, dentro passando, il cor gli fiede

sì che, svegliato, la man puose in fretta

al petto, ché la freccia trovar crede:

trovò la piaga esser salda e ristretta;

poi guardò se la donna rivedea

col suo figliuol che fedito l'avea.

 

49

 

Ma non la vide, perch'era sparita,

e 'l sonno rotto che gliel dimostrava;

e battendogli 'l cor per la ferita

che ricevuto avea, si ricordava

della sua amante, quando fe' partita

dalla fontana, e nel cor gli tornava

gli atti gentili col vezzoso modo,

e ta' pensier al cor gli facean nodo.

 

50

 

E poi dicea: «Questa donna mi pare,

ch'ora m'apparve, Vener col figliuolo:

e, s'io bene intesi il suo parlare,

promesso m'ha di far sentir quel duolo

a Mensola, ch'a me ha fatto fare;

però, s'ella esce mai fuor dello stuolo

dell'altre ninfe, i' pur m'arrischieroe:

per forza o per amor la piglieroe».

 

51

 

Così, racceso di questo disio

la fiamma nel suo petto, si dispose

di Mensola cercar per ogni rio,

fin che la troverà; e cota' cose

pensando, intanto il bel giorno appario,

il qual egli aspettava con bramose

voglie: e soletto di casa s'usciva

e 'nvêr la fonte Aquelli se ne giva.

 

52

 

E quivi giunto, alquanto vi ristette,

i sospiri amorosi rinnovando,

«Di qui» dicendo «mi fêr le saette

d'Amor già partir forte sospirando».

Ma poi che tai parole egli ebbe dette,

saliva 'l poggio, la fonte lasciando,

ascoltando e mirando tuttavia

se ninfa alcuna vedeva o sentia.

 

53

 

Così salendo suso verso il monte,

trasviato d'amor e dal pensiero,

alto portando sempre la sua fronte

per veder me' per ciaschedun sentiero,

e le gambe tenendo preste e pronte,

se gli facesse di correr mestiero;

ed ogni foglia che menar vedea,

credea che fosse ninfa e là correa.

 

54

 

Ma poi che cota' beffe ed altre assai

avean più volte il giovane ingannato,

sanza niuna ninfa trovar mai,

e' presso che 'n sul monte era montato,

quando un pensier gli disse: «Dove vai

pur su salendo, e nulla ci hai trovato,

e già è terza. I' non vo' più salire,

ma per quest'altra via vogli' or gire».

 

55

 

E 'nverso Fiesol vòlto, piaggia piaggia

guidato d'Amor, ne gìa pensoso,

caendo la sua amante aspra e selvaggia,

e che facea lui star malinconoso;

ma pria ch'un mezzo miglio passato aggia,

ad un luogo pervenne assai nascoso,

dove una valle i duo monti divide:

quivi udì cantar ninfe, e poi le vide.

 

56

 

Quando appressato fu a quel vallone

alquanto, udì un'angelica boce

con duo tinori. Ad ascoltar si pone,

faccendo delle braccia a Giove croce,

con umil priego stando ginocchione,

dicendo: «Iddio, sarebbe in questa foce

Mensola tra costoro? Or voglia Iddio

ch'ella vi sia, ch'i' v'anderò anch'io».

 

57

 

Qual è colui che 'l grillo vuol pigliare,

che va con lunghi e radi e leggier passi

sanza far motto, tal era l'andare

che Africo facea su per que' massi,

pur dietro andando a quel dolce cantare

che nella valle udia, e 'nnanzi fassi

tanto che vide dimenar le fronde

d'alcun querciuol che le ninfe nasconde.

 

58

 

Per che, sanza scoprirsi, s'appressava

tanto che vide donde uscia quel canto:

vide tre ninfe, ch'ognuna cantava;

l'una era ritta, e l'altre duo in un canto

a un acquitrin, che 'l fossato menava,

sedeano, e le lor gambe vide alquanto,

ché si lavavan i piè bianchi e belli,

con loro cantando dimolti augelli.

 

59

 

L'altra che stava in piè colse due frondi,

e d'esse una ghirlanda si facea,

poi sopra suoi capelli crespi e biondi

la si ponea, perché 'l sol l'offendea;

poi, per le sue compagne, folte e fondi

ne fece due, e poi quelle ponea

in sulle trecce lor non pettinate,

le quali eran di frondi spampanate.

 

60

 

Africo si diceva infra se stesso:

«E' non mi par che Mensola ci sia».

E poi, fattosi a lor un po' più presso,

la sua mata ventura maladia,

dicendo: «Vener, quel che m'hai promesso

non mi par ch'avvenuto ancor mi sia;

ma che farò? Domanderò costoro

s'elle la sanno, e scoprirommi a loro».

 

61

 

Diliberato adunque 'l giovinetto

di scoprirsi a costor, si fece avanti

oltre vicino a lor; poi ebbe detto

con bassa boce e con umil sembianti:

– Diana, a cui 'l cor vostro sta suggetto,

vi mantenga nel ben ferme e costanti!

O belle ninfe, non vi spaventate,

ma priegovi chun poco m'ascoltiate.

 

62

 

I' vo caendo una di vostra schiera,

la qual Mensola credo che chiamata

sia da voi per ciascuna rivera,

e ben è un mese ch'io l'ho seguitata;

ma ella è tanto fuggitiva e fera,

che sempre innanzi a me s'è dileguata:

però vi priego, dilettose e belle,

che la 'nsegniate a me, care sorelle. –

 

63

 

Quali sanza pastor le pecorelle,

assalite dal lupo e spaventate,

fuggon or qua or là, le tapinelle,

gridando bé con boci sconsolate;

e qual fanno le pure gallinelle,

quand'elle son dalla volpe assaltate,

quanto più posson ognuna volando

verso la casa, forte schiamazzando;

 

64

 

tal fêr le ninfe belle e paurose:

quando vidon costui, – Omè – gridaro;

alzando i panni, le gambe vezzose,

per correr meglio, tutte le mostraro;

e già niuna ad Africo rispose,

ma, ricogliendo lor archi, n'andaro

su verso 'l monte, e qual pur per la piaggia,

forte fuggendo com fiera selvaggia.

 

65

 

Africo grida: – Aspettatemi un poco,

o belle ninfe, ascoltate 'l mio dire;

sacciate ch'io non venni in questo loco

per voi noiar o per farvi morire,

ma sol per darvi allegrezza con gioco,

in quanto voi non vogliate fuggire;

io vengo a voi come di voi amico,

e voi fuggite me come nimico. –

 

66

 

Ma che ti vale, o Africo, pregalle?

elle si fuggon pur su per la costa,

e tu soletto riman nella valle,

sanza da lor aver altra risposta.

Rimanti, dunque, di più seguitalle,

poi ch'ognuna a fuggir è pur disposta;

le tue lusinghe col vento ne vanno,

e le ninfe di correr non ristanno.

 

67

 

Ell'eran già da lui tanto lontane

che di veduta perdute l'avea:

per che di più seguirle si rimane,

e 'nfra se stesso forte si dolea

di quelle ninfe sì selvagge e strane.

«Che farò dunque, lasso a me?» dicea.

«I' non ci veggio modo niun pel quale

i' possa aver da lor altro che male.

 

68

 

E' non mi val lusinghe né pregare,

e nulla fare' mai s'io mi tacessi;

né non posso con lor la forza usare,

che volentier l'userei, s'i' potessi.

E s'io potessi almen pure spiare

dove Mensola fosse, o pur sapessi

dove cercarne, o dove si riduce!

Ma vo errando com'uom sanza luce».

 

69

 

Tanto 'l diletto l'avea tranquillato,

di Mensola cercare, e poi di quelle

ninfe che nel vallone avea trovato

istare all'ombra di fresche ramelle,

e poi dal seguitarle trasviato,

sol per saper di Mensola novelle,

che non s'accorse ch'egli era già sera,

e poco già lucea del sol la spera.

 

70

 

Per che, malinconoso e malcontento,

sé maladiva e la vegnente notte

che sì tosto venia; e poi con lento

passo scendeva giù per quelle grotte,

perché di star più quivi avea pavento

degli anima' crudeli, ch'a quell'otte

cominciavan andar pe' folti boschi,

donando a chi trovavan di lor tòschi.

 

71

 

Così, sanz'aver punto il dì mangiato,

verso la casa sua prese la via,

ove quel giorno dal padre aspettato

era stato con gran malinconia,

paura avendo che non fosse stato

da qualche bestia morto ove che sia,

e divorato con doglia l'avesse:

però a casa tornar non potesse.

 

72

 

Ed ancor di Diana avea temenza,

che non si fosse con lei abbattuto,

come nimica della sua semenza

sempre mai stata, e da lei fosse suto

morto, o fattolo, per più penitenza,

diventar pietra o albero fronzuto;

e 'n tai pensieri stava lui aspettando,

or una cosa or altra imaginando.

Di Girafone ad Africo suo figlio

un esempletto perché più non vada

dietro alle ninfe, ché corre periglio.

 

73

 

Il sol era già corso in occidente,

e sì nascoso che più non lucea,

e già le stelle e la luna lucente

nell'aria cilestrina si vedea;

e l'usignuol più cantar non si sente,

ma cantan que' che 'l giorno nascondea

per lor natura, e scuopreli la notte;

Africo giunse a casa a cota' otte.

 

74

 

Alla qual giunto, l'aspettante padre

con gran letizia ricevette il figlio,

sì come que' che temea che le ladre

fiere non gli avesson dato di piglio;

e la pietosa e piangente sua madre

l'abracciava dicendo: – O fresco giglio,

ove se' tu stato oggi, car figliuolo,

che tu ci hai dato tanta pena e duolo? –

 

75

 

E similmente il padre il domandava

ove stato era il dì, sanza mangiare.

Africo sopra sé alquanto stava

per legittima scusa a ciò trovare,

la qual Amore tosto gl'insegnava,

come far suoi gli animi assottigliare

de' veri amanti; ed al padre rispose,

e una bugia cotal sì gli dispose:

 

76

 

– O padre mio, egli è gran pezzo ch'io

in questi poggi vidi una cerbietta,

la qual tanto bella era, al parer mio,

che mai non credo ch'una sì diletta

se ne vedesse, e veramente Iddio

con le sue man la fe' sì leggiadretta;

e nell'andar come gru era leve,

e bianca tutta come pura neve.

 

77

 

Sì ne 'nvaghii, ch'io la seguii gran pezza,

di bosco in bosco, credendo pigliarla;

ma ella tosto de' monti l'altezza

prese; per ch'io, di più seguitarla

sì mi rimasi con molta gramezza,

e 'n cor mi puosi d'ancor ritrovarla,

e con più agio seguirla altra volta;

e così, a casa tornando, die' volta.

 

78

 

Io mi levai staman e, a dire il vero,

veggendo il tempo bel, mi ricordai

della cerbietta, e vennemi in pensiero

di lei cercar: così diliberai.

Così mi misi su per un sentiero,

ch'io non m'accorsi ch'io mi ritrovai

a mezzo 'l poggio quando 'l sol già era

a mezzo 'l ciel, con la lucente spera;

 

79

 

quando sentii e vidi menar foglie

di freschi quercioletti, ond'io più presso

mi feci alquanto. Dietro alcune scoglie

tacitamente per veder fu' messo:

vidi tre cerbie gir con pari voglie

l'erba pascendo, per che, 'nfra me stesso

avvisando pigliarne una, pian piano

vêr lor n'andai con un po' d'erba in mano.

 

80

 

Ma com'elle mi vidon, si fuggiro

suso al monte, sanza punto aspettarmi,

ed io di questo alquanto me n'adiro,

veggendo quivi beffato lasciarmi;

e così dietro loro un pezzo miro

poi a seguirle, sanz'aver altre armi

che ora m'abbia, infin che di veduta

non me le tolse la notte venuta.

 

81

 

Or sai della mia stanza la cagione,

o caro padre, e di questo sie certo. –

Il padre, ch'avea nome Girafone,

gli parve intender quel parlar coperto,

e ben s'avvide e tenne oppinione,

sì come savio e di tai cose sperto,

che ninfe state dovean esser quelle

ch'e' dicea ch'eran cerbie tanto belle.

 

82

 

Ma per non farlo di ciò mentitore,

e non paresse ch'e' se n'accorgesse,

e per non crescergli 'l disio maggiore

di più seguirle, ed ancor se potesse

far che lasciasse da sé questo amore,

e, sanza palesargliel, giù 'l ponesse,

ciò c'ha detto fa vista di credègli;

poi 'ncominciò in tal guisa a parlar egli:

 

83

 

– Caro figliuolo, e dolce mio diletto,

per Dio ti priego ti sacci guardare

da quelle cerbie che tu or m'hai detto,

ed in malora via le lascia andare:

ché sopra la mia fé io ti prometto

che di Diana son, cha diportare

si van pascendo su per questi monti,

l'acque bevendo delle fresche fonti.

 

84

 

Diana, le più volte, va con esse

con le saette e l'arco micidiale,

e se per tua sventura s'avvedesse

che tu le seguitassi, con lo strale

morte ti donerebbe, come spesse

volte ell'ha fatto a chi vuol far lor male;

sanza ch'ell'è grandissima nimica

di noi e della nostra schiatta antica.

 

85

 

Omè, figluol, ch'a lagrimar mi muove

la morte del mio padre sventurato,

tornandomi a memoria il come e 'l dove

fu da Diana morto e consumato;

o figliuol mio, così m'aiuti Giove,

com'io dirò il vero del suo peccato,

che, come sai, ebbe nome Mugnone

il padre mio, sì com'io Girafone.

 

86

 

La storia saria lunga, a voler dire

ogni parte del suo misero danno,

ma per tosto all'effetto pervenire,

per questi monti andava, come vanno

i cacciator, per le bestie ferire;

e così andando, dopo molto affanno,

'n una piaggia sopra un fiume arrivoe,

il qual Mugnon poi per lui si chiamoe.

 

87

 

E quivi giunto, ad una bella fonte

trovò una ninfa star tutta soletta,

la qual, vedutol, tutta nella fronte

impalidio, e su si levò in fretta

«Omè, omè» dicendo, e giù pel monte

si fuggìa paurosa e pargoletta;

il volonteroso padre a pregarla

incominciò, e poi a seguitarla.

 

88

 

O miser padre, tu non t'avvedevi

che tu correvi dietro alla tua morte;

e' lacci suoi, tapin, non conoscevi,

dove preso tu fosti con rie sorte;

gl'iddii volesson che, quando correvi

dietro alla ninfa sì veloce e forte,

Diana l'avesse in uccel trasmutata,

o 'n pietra, o 'n alber l'avesse piantata!

 

89

 

Ella non era al fiume giunta appena,

che la raccolta e sottil sua guarnacca

tra le gambe le cadde, e già la lena

perdea, di correr e di dolor fiacca;

lo sciagurato Mugnon gioia ne mena,

avendola già giunta per istracca,

e presa la tenea infra le braccia,

donando baci alla vergine faccia.

 

90

 

Quivi usò forza e quivi violenza,

quivi la ninfa fu contaminata,

quivi ella non potè far resistenza:

o misero garzone, o sventurata

ninfa, quanto dogliosa penitenza

divise amendue voi quella fiata!

Diana, di sul soprastante monte,

abracciati gli vide a fronte a fronte.

 

91

 

Ella gridò: «O miser, quest'è l'ora

che 'nsieme n'anderete nello 'nferno!

voi sarete oggi d'esto mondo fora,

sanza veder di questa state il verno;

e' vostri nomi faranno dimora

nel fiume dove siete, in sempiterno!».

E poscia l'arco tese con grand'ira,

faccendo de' duo amanti una sua mira.

 

92

 

A un'otta giunson l'ultime parole

e la freccia che 'nsieme li confisse.

O figliuol mio, io non ti dico fole:

così gl'iddii volesson ch'io mentisse,

che per dolor ancor il cor mi dole!

E' convenne ch'ognun di lor morisse:

un ferro sol tenea fitti i duo cori;

così finiron quivi i loro amori.

 

93

 

Il sangue del mio padre doloroso

il fiume tinse di rosso colore,

e corse tutto quanto sanguinoso,

e manifesto fe' questo dolore;

e 'l corpo suo ancor vi sta nascoso,

che mai non se ne seppe alcun sentore,

né dove s'arrivasse poi e 'l come,

salvo che 'l fiume ritenne il suo nome.

 

94

 

Dissesi che Diana ragunoe

il sangue della ninfa tutto quanto,

e 'l corpo, insieme con quel, trasmutoe

in una bella fonte dall'un canto

allato al fiume; e così la lascioe,

acciò che manifesto fosse quanto

ell'è crudele, forte e dispietata

a chi l'offende solo una fiata.

 

95

 

Così di mille te ne potre' dire

che 'n questi monti son fonti ed uccelli,

e qua' in alber ha fatto convertire,

che misfatto hanno a lei, i tapinelli;

ancor del sangue tuo fece morire,

anticamente, duo carnal fratelli;

però ti guarda, per l'amor di Dio,

dalle sue mani, caro figliuol mio! –

Qui truova Africo Mensola sua

e priegala; ella fugge e non risponde;

lanciali un dardo, e poi si nasconde.

 

96

 

Posto avea fine al suo ragionamento

il vecchio Girafone lagrimando;

Africo ad ascoltarlo molto attento

istava, bene ogni cosa notando;

e come che alquanto di pavento

avesse per quel dir, pur fermo stando

nella sua oppinione, al padre disse:

– Deh, non temer cotesto a me venisse!

 

97

 

Da or innanzi, i' le lascerò andare,

sed egli avien ch'i' le truovi più mai;

andianci dunque, padre, omai a posare,

ch'i' sono stanco, sì m'affaticai

oggi per questi monti, per tornare

di dì a casa, che mai non finai

ch'i' son qui giunto con molta fatica,

sì ch'io ti priego che tu più non dica. –

 

98

 

Giti a dormir, non fu sì tosto il giorno

ch'Africo si levava prestamente

e negli usati poggi fe' ritorno,

dove sempre tenea 'l cor e la mente;

sempre mirandosi avanti e dintorno,

se Mensola vedea poneva mente;

e com piacque ad Amor, giunse ad un varco

dov'ella gli era presso ad un trar d'arco.

 

99

 

Ella lo vide prima ch'egli lei,

per ch'a fuggir del campo ella prendea;

Africo la sentì gridar – Omei –

e poi, guardando, fuggir la vedea,

e 'nfra sé disse: «Per certo costei

è Mensola» e poi dietro le correa,

e sì la priega e per nome la chiama,

dicendo: – Aspetta que' che tanto t'ama.

 

100

 

Deh, o bella fanciulla, non fuggire

colui che t'ama sopra ogni altra cosa;

io son colui che per te gran martìre

sento, dì e notte, sanz'aver mai posa;

io non ti seguo per farti morire,

né per far cosa che ti sia gravosa:

ma sol Amor mi ti fa seguitare,

non nimistà, né mal ch'i' voglia fare.

 

101

 

Io non ti seguo come falcon face

la volante pernice cattivella,

né ancor come fa lupo rapace

la misera e dolente pecorella,

ma sì come colei che più mi piace

sopra ogni cosa, e sia quanto vuol bella;

tu se' la mia speranza e 'l mio disio,

e se tu avessi mal, sì l'are' io.

 

102

 

Se tu m'aspetti, Mensola mia bella,

i' t'imprometto e giuro sopra i dèi

ch'io ti terrò per mia sposa novella,

ed amerotti sì come colei

che se' tutto 'l mio bene, e come quella

c'hai in balia tutti i sensi miei;

tu se' colei che sol mi guidi e reggi,

tu sola la mia vita signoreggi.

 

103

 

Dunque, perché vuo' tu, o dispietata,

esser della mia morte la cagione?

Perch'esser vuoi di tanto amor ingrata

verso di me, sanz'averne ragione?

Vuo' tu ch'i' mora per averti amata,

e ch'io n'abbia di ciò tal guiderdone?

S'i' non t'amassi, dunque, che faresti?

So ben che peggio far non mi potresti.

 

104

 

Se tu pur fuggi, tu se' più crudele

che non è l'orsa quand'ha gli orsacchini,

e se' più amara che non è il fiele,

e dura più che sassi marmorini;

se tu m'aspetti, più dolce che 'l mèle

sei, o che l'uva ond'esce i dolci vini,

e più che 'l sol se' bella ed avvenente,

morbida e bianca, ed umile e piacente.

 

105

 

Ma i' veggio ben che 'l pregar non mi vale,

né parola ch'io dica non ascolti,

e di me servo tuo poco ti cale,

e mai indietro gli occhi non hai volti;

ma com'egli esce dell'arco lo strale,

così ten vai per questi boschi folti,

e non ti curi di pruni o di sassi,

che graffian le tue gambe, o di gran massi.

 

106

 

Or poi che di fuggir se' pur disposta

colui che t'ama, secondo ch'i' veggio,

sanza ai mie' prieghi far altra risposta,

e par che per pregar tu facci peggio,

i' priego Giove che 'l monte e la costa

ispiani tutta, e questa grazia cheggio,

e pianura diventi umile e piana,

ch'al correr non ti sia cotanto strana.

 

107

 

E priego voi, iddii, che dimorate

per questi boschi e nelle valli ombrose,

che, se cortesi foste mai, or siate

verso le gambe candide e vezzose

di quella ninfa, e che voi convertiate

alberi e pruni e pietre ed altre cose,

che noia fanno a' piè morbidi e belli,

in erba minutella e 'n praticelli.

 

108

 

Ed io, per me, omai mi rimarroe

di più seguirti, e va' ove ti piace,

e nella mia malora mi staroe

con molte pene, sanz'aver mai pace;

e sanza dubbio al fin ch'i' ne morroe,

ch'i' sento 'l cor che già tutto si sface

per te, che 'l tieni in sì ardente foco,

e mancali la vita a poco a poco. –

 

109

 

La ninfa correa sì velocemente,

che parea che volasse, e' panni alzati

s'avea dinnanzi per più prestamente

poter fuggir, e aveasegli attaccati

alla cintura, sì ch'apertamente,

di sopra a' calzerin ch'avea calzati,

mostra le gambe e 'l ginocchio vezzoso,

ch'ognun ne diverria disideroso.

 

110

 

E nella destra mano aveva un dardo,

il qual, quand'ella fu un pezzo fuggita,

si volse indietro con rigido sguardo,

e diventata per paura ardita,

quello lanciò col buon braccio gagliardo,

per ad Africo dar mortal ferita;

e ben l'arebbe morto, se non fosse

che 'n una quercia innanzi a lui percosse.

 

111

 

Quand'ella il dardo per l'aria vedea

zufolando volar, e poi nel viso

guardò del suo amante, il qual parea

veracemente fatto in paradiso,

di quel lanciar forte se ne pentea,

e tocca di pietà lo mirò fiso,

e gridò forte: – Omè, giovane, guarti,

ch'i' non potrei omai di questo atarti! –

 

112

 

Il ferro era quadrato e affusolato

e la forza fu grande, onde si caccia

entro la quercia, e tutt'oltre è passato,

come se dato avesse in una ghiaccia;

ell'era grossa sì ch'aggavignato

un uomo non l'arebbe con le braccia;

ella s'aperse, e l'aste oltre passoe,

e più che mezza per forza v'entroe.

 

113

 

Mensola allor fu lieta di quel tratto,

che non aveva il giovane ferito,

perché già Amor l'avea del cor tratto

ogni crudel pensiero, e fatto 'nvito;

non però ch'ella aspettarlo a niun patto

più lo volesse, o pigliasse partito

d'esser con lui, ma lieta saria stata

di non esser da lui più seguitata.

 

114

 

E poi da capo a fuggir cominciava

velocissimamente, poi che vide

che 'l giovinetto pur la seguitava

con ratti passi e con prieghi e con gride;

per ch'ella innanzi a lui si dileguava,

e grotte e balzi passando ricide,

e 'n sul gran colle del monte pervenne,

dove sicura ancor non vi si tenne.

 

115

 

Ma di là passa molto tostamente,

dove la piaggia d'alberi era spessa,

e sì di fronde folta, che niente

vi si scorgeva dentro: per che messa

si fu la ninfa là tacitamente,

e come fosse uccel, così rimessa

nel folto bosco fu, tra verdi fronde

di bei querciuol, che lei cuopre e nasconde.

Africo qui nell'amor si raccese

quando il parlare di Mensola intese.

 

116

 

Diciamo un poco d'Africo, che, quando

vide il lanciar che la ninfa avea fatto,

alquanto sbigottì, ma poi ascoltando

il gridar «Guarti guarti» con un atto

assai pietoso verso lui mostrando

con la luce degli occhi, che 'n un tratto

gli ferì 'l core e fecel più bramoso

di seguitarla, e più volonteroso.

 

117

 

E come fa 'l tizzon ch'è presso a spento,

e sol rimasa v'è una favilla,

ma poi che sente il gran soffiar del vento,

per forza il foco fuor d'esso ne squilla,

e diventa maggior per ognun cento;

tal Africo sentì, quando sentilla

a lui parlar con sì pietosa boce,

maggiore 'l foco che lo 'ncende e coce.

 

118

 

E gridò forte: – Ora volesse Giove,

poi che tu vuo', che tu m'avessi morto

a questo tratto, acciò che le tue pruove

fosson compiute, avendomi al cor porto

l'aguto ferro, il qual percosse altrove;

e come che tu abbia di ciò 'l torto,

i' pur sare' contento d'esser fore,

per le tue man, delle fiamme d'Amore. –

Ismarrisce Africo Mensola; torna

a casa e dice si sente gran duolo;

duolsi di Vener e Amor suo figliuolo,

po' s'adormenta in sul suo letticciuolo.

 

119

 

Appena avea finito il suo parlare

Africo, quando Mensola giugnea

in sul gran monte, e videla passare

dall'altra parte, e più non la vedea;

onde di ciò molto mal gliene pare,

perch'ella innanzi a lui tal campo avea

ch'e' temea forte che lei di veduta,

com'egli avvenne, non aver perduta.

 

120

 

E lassù giunto dopo molto affanno,

gli occhi a mirar di lei subito pone;

e come i cacciatori spesso fanno

quando levata s'è la cacciagione,

e di veduta poi perduta l'hanno,

con la testa alta vanno baloccone,

correndo or qua or là, or fermi stando,

e come smemorati dimorando;

 

121

 

tal Africo faceva in sul gran monte,

di lei mirando con alzato volto,

e con le man si percotea la fronte,

e di fortuna ria si dolea molto,

che già gli aveva fatte dimolte onte;

e poi ne giva verso il bosco folto,

poi ritornava indietro e dicea: «Forse

ch'ella da questa mano il cammin torse».

 

122

 

E tosto là, correndo, se n'andava,

se vederla potesse in nessun lato,

e poi che non la vede, ritornava

in altro loco, molto addolorato;

e poi ch'andata fosse s'avvisava

da un'altra parte, ma 'l pensier fallato

tuttavia li venìa, onde che farsi

e' non sapea, né dove più cercarsi.

 

123

 

E ben dicea fra sé: «Forse costei

in questo bosco grande s'è nascosa;

e s'ella v'è, mai non la troverei,

se menar non vedessi alcuna cosa,

e più d'un mese cercar ne potrei

la piaggia tutta per le fronde ombrosa;

e non ci veggio donde entrata sia,

né fatta per lo bosco alcuna via.

 

124

 

Né 'l cor giammai mi dare' d'avvisare

in qual parte sia ita, tante sono

le vie dond'ella se ne puote andare:

e se a cercar di lei più m'abandono,

per avventura il contrario cercare

potre' dov'ella fosse, onde tal dono,

chente aver mi parea, non prender mai,

ond'io rimaso son con molti guai.

 

125

 

Né so s'io me ne vo, né s'io m'aspetti

se riuscir la veggio in nessun lato,

benché sì folti son questi boschetti,

che vi staria a cavallo un uom celato

sanza d'esser veduto aver sospetti;

e pognàn pur ch'ella uscisse d'aguato:

più ch'un buon mezzo miglio di lontano

da me uscirebbe, ond'io correrei 'nvano».

 

126

 

E poi guardò il sol, che presso all'ora

di nona era venuto, onde dicea:

«Poi che io son d'ogni speranza fora

d'aver colei, la qual i' mi credea,

i non vo' più quinci oltre far dimora»,

tornandogli a memoria quel ch'avea

raccontatogli il padre, il dì davanti,

come fûr morti insieme i due amanti.

 

127

 

Dall'altra parte Amor gli facea dire:

«I' non curo Diana, pur che io

sol una volta empiessi il mio disire,

che poi contento sarebbe il cor mio;

e se mi convenisse poi morire,

n'andre' contento ringraziando Iddio;

ma di lei più che di me mi dorrebbe:

s'ella morisse per me, mal sarebbe».

 

128

 

Cota' ragionamenti rivolgendo

Africo in sé, vi dimorò gran pezza,

né che si far né che dir non sappiendo,

tanto Amor lo lusinga e si l'avvezza;

e nella fin pur partito prendendo,

che, per non dar al padre suo gramezza,

d'a casa ritornar contro a sua voglia;

così si mise in via con molta doglia.

 

129

 

Così sen torna Africo malcontento,

rivolgendosi indietro ad ogni passo,

istando sempre ad ascoltare attento

se Mensola vedea, dicendo: «Lasso

a me tapino, in quanto rio tormento

rimango, e d'ogni ben privato e casso!».

E – Tu rimani, o Mensola? – chiamando,

più e più volte indietro ritornando.

 

130

 

Molto sarebbe lungo chi volesse

le volte raccontar che e' tornava

indietro e innanzi, tant'erano spesse,

per ogni foglia che si dimenava;

e quanta doglia dentro al cor avesse,

ognuno il pensi, e quanto gli gravava

di partir quindi; ma per dir più brieve,

a casa si tornò con pena grieve.

 

131

 

Alla qual giunto, in camera ne gìa

sanza da padre o madre esser veduto,

e 'n sul suo picciol letto si ponia,

sentendosi già al cor esser venuto

Cupìdo, il qual già si forte 'l feria,

che volentieri arebbe allor voluto,

morendo, uscir di tanta pena e noia,

veggendosi privato di tal gioia.

 

132

 

E tutto steso in sul letto bocconi,

Africo sospirando dimorava;

e sì lo punson gli amorosi sproni,

che – Omè, omè – per tre volte gridava

sì forte, ch'agli orecchi que' sermoni

della sua madre vennon, che si stava

'n un orticello allato alla casetta,

e ciò udendo in casa corse in fretta.

 

133

 

E nella cameretta ne fu andata,

del suo figliuol la boce conoscendo,

e giunta là, si fu maravigliata,

il suo figliuol boccon giacer veggendo;

per che con boce rotta e sconsolata

lui abbracciò, – Caro figliuol, – dicendo –

deh, dimmi la cagion del tuo dolere,

e donde vien cotanto dispiacere.

 

134

 

Deh, dimmel tosto, caro figliuol mio,

dove ti senti la pena e 'l dolore,

sì che io possa, medicandoti io,

cacciar da te ogni doglia di fore;

deh, leva 'l capo, dolce mio disio,

ed un poco mi parla per mio amore:

i' son la madre tua che t'allattai,

e nove mesi in corpo ti portai. –

 

135

 

Africo, udendo quivi esser venuta

la sua tenera madre, fu cruccioso

perch'ella s'era di lui avveduta;

ma fatto già per amor malizioso,

tosto nel cor gli fu scusa caduta,

e 'l capo alzò col viso lagrimoso,

e disse: – Madre mia, quando tornava,

istaman, caddi, e tutto mi fiaccava.

 

136

 

Poi mi rizzai, e rimasemi al fianco

una gran doglia, ch'appena tornare

potei 'nfin qui, e divenni sì stanco

che sopra me non pote' dimorare,

ma come neve al sol veniva manco;

per ch'io mi venni in sul letto a posare,

e parmi alquanto la doglia ita via,

che prima tanto forte m'impedia.

 

137

 

E però, madre mia, se tu m'hai caro,

ti priego che di qui facci partenza,

e, per Dio, questo non ti sia discaro,

che 'l favellar mi dà gran penitenza,

né veggio alla mia doglia altro riparo;

or te ne va', sanza più resistenza

far al mio dir, che per certo conosco

che 'l più parlar m'è velenoso tòsco. –

 

138

 

E questo detto, il capo giù ripose,

sanza più dir, ma forte sospirando.

La madre, avendo udito queste cose,

con seco venne alquanto ripensando,

dicendo: «E' mi s'accosta che gravose

e maggior pena gli sia favellando,

ché forse gli rimbomba quella boce

dove la doglia nel fianco gli nuoce».

 

139

 

E della camera uscita, in sul letto

lasciò 'l figliuol pien di molti sospiri,

il qual po' che si vide esser soletto,

d'Amor si dolea forte e de' martirî,

i qua' crescean nel non usato petto

con maggior forza e più caldi disiri

che prima non facean, dicendo: «I' veggio

ch'Amor mi tira pur di mal in peggio.

 

140

 

I' mi sento arder dentro tutto quanto

dall'amorose fiamme, e consumare

mi sento 'l petto e 'l core da ogni canto,

né non mi può di questo alcuno atare,

né conforto donar, poco né quanto;

sol una è quella che mi può donare,

s'ella volesse, aiuto e darmi pace,

e di me sol può far quanto le piace.

 

141

 

E tu sola, fanciulla bionda e bella,

morbida, bianca, angelica e vezzosa,

con leggiadro atto e benigna favella,

fresca e giuliva più che bianca rosa

ed isplendente sopra ogni altra stella,

se', che mi piaci più ch'ogni altra cosa,

e sola te con disidèro bramo,

e giorno e notte ed ognora ti chiamo.

 

142

 

Tu se' colei ch'alle mie pene e guai

sola potresti buon rimedio porre;

tu se' colei che nelle tue mani hai

la vita mia, e non la ti posso tôrre;

tu se' colei la qual, se tu vorrai,

me da misera morte potrai storre;

tu se' colei che mi puo' atar, se vuoi:

così volessi tu, come tu puoi!».

 

143

 

E poi diceva: «Oh me lasso dolente,

che tu se' tanto dispietata e dura,

e tanto se' selvaggia dalla gente,

che hai di chi ti mira gran paura;

e di mia vita non curi niente,

la qual in carcer tenebrosa e scura

istà per te, e tu, lasso, nol credi

ch'i' per te senta quel che tu non vedi».

 

144

 

Poi, sospirando, a Vener si volgea,

dicendo: – O santa iddea, la quale suoi

ogni gran forza vincer, che volea

difesa far contro a li dardi tuoi,

e niun da te difendersi potea,

ora mi par che vincer tu non puoi

una fanciulla tenera, la quale

la forza tua contra lei poco vale.

 

145

 

Tu hai perduto ogni forza e valore

contro di lei; e lo 'ngegno sottile,

che suol aver il tuo figliuol Amore

contro ad ogni cor villano e gentile,

perduto l'ha contro al gelato core,

il qual ogni tua forza tien a vile,

e sprezza l'arco e l'agute saette

che solea far con esse tue vendette.

 

146

 

Tu ti credesti forse lei pigliare

agevolmente come me pigliasti

e nel gelato petto tosto entrare

co' tuoi 'ngegni, come nel mio entrasti:

ma ella fe' le frecce rintuzzare,

con le qua' di passarla t'ingegnasti;

ed io, tapin, che non fe' difensione,

rimaso son in eterna prigione.

 

147

 

Né spero d'essa giammai riuscire,

né pace aver né triegua né riposo,

ma ben aspetto che maggior martìre

mi cresca ognor col pensier amoroso,

il qual al fin farà del corpo uscire

l'anima trista con pianto noioso,

e gir fra l'ombre nere a suo dispetto:

e questo fia di me l'ultimo effetto.

 

148

 

Ed io ti cheggio, Morte, poi che dèi

medicina esser di mia amara vita;

perché contro a mia voglia viverei,

se non mi dài nel cor la tua ferita,

e sempre mai di te io mi dorrei,

e se tu vien, sarai da me gradita;

dunque, vien tosto, e scio' questa catena,

con la qual son legato in tanta pena. –

 

149

 

Poi, detto questo, forte lagrimando,

si ricordò del dardo il qual lanciato

gli avea la bella ninfa, e poscia quando

con pietose parole avea parlato

ch'egli schifasse il dardo, che volando

venia ver lui per l'aria affusolato;

quelle parole gli davan fidanza

alcuna di pietà con isperanza.

 

150

 

Così piangendo e sospirando forte

lo 'nnamorato giovane in sul letto,

bramando vita e chiamando la morte,

isperando e temendo con sospetto,

lo dio del sonno uscì delle gran porte

e fece adormentare il giovinetto,

il qual per le fatiche era sì stanco,

che quasimente venìa tutto manco.

[La tener madre, credendo che 'l duolo

d'Africo fosse molto periglioso,

colse certe erbe per farlo gioioso:

e prestamente gli fe' un bagnuolo.]

 

151

 

La maestrevol madre colto avea

d'erbe gran quantità, per un bagnuolo

far a quel mal, il qual ella credea

che nel fianco sentisse il suo figliuolo,

sì come quella che non conoscea

onde veniva l'angoscioso duolo;

e mentre che tal opera dispone,

a casa ritornava Girafone.

 

152

 

Il qual del caro figlio domandava,

se in quel giorno a casa era tornato.

La donna, ch'Alimena si chiamava,

di sì rispose, e poi gli ha raccontato

il fatto tutto, e come gli gravava

sì lo parlar che so l'ha lasciato,

perché si possa a suo modo posare:

– Però ti priego che tu 'l lasci stare.

 

153

 

I' ho fatto un bagnuol molto verace

a quella doglia, il qual, poscia ch'alquanto

riposato sarà quanto a lui piace,

il bagneren' con esso tutto quanto;

questo bagnuol ogni doglia disface

e sanerallo dentro in ogni canto:

però lo lascia star quanto si vuole,

che, quando parla, il fianco più gli duole. –

 

154

 

Il paterno amor non sofferse stare

che non vedesse subito 'l figliuolo;

udendo quelle cose raccontare

alla sua donna, al cor sentì gran duolo,

e nella cameretta volle andare,

ov'Africo dormia 'n sul letticciuolo;

e veggendol dormir, lo ricopria

e tostamente quindi se n'uscia.

 

155

 

E disse alla sua donna: – O cara sposa,

nostro figliuol mi pare adormentato,

e molto ad agio in sul letto si posa,

sì ch'a destarlo mi parria peccato,

e forse gli saria cosa gravosa,

se io l'avessi del sonno isvegliato. –

– E tu di' ver, – rispondeva Alimena –

lascial posar, e non gli dar più pena. –

[Dormito ch'ebbe, Africo doloroso

su si levò, e ‘l padre domandollo

e la sua madre molto confortollo;

dicean: – Perché sì se' malinconoso? –]

 

156

 

Poscia che 'l sonno ebbe Africo tenuto

nelle sue reti gran pezza legato,

e fu nel petto suo tutto soluto,

un gran sospir gittando, fu svegliato;

e poi che vide non esser veduto,

nel suo primo dolor fu ritornato,

e non gli era però di mente uscito

il dolce sguardo che l'avea ferito.

 

157

 

Ma per non far la cosa manifesta

al padre, che sentito già l'avea,

su si levò, faccendo sopravesta,

col viso infinto, ad Amor che 'l pungea;

e poi ch'alquanto il bel viso e la testa

e gli occhi col lenzuol netto s'avea,

perch'era ancor di lagrime bagnato,

poi uscì fuori, un pochetto turbato.

 

158

 

Girafon, quando 'l vide, tostamente

gli si faceva incontro, domandando

del caso suo e poi come si sente;

ed Alimena ancora, lui mirando,

il domandava, e que' diceva: – Niente

quasi mi sento, e dicovi che, quando

i' mi destai, mi senti' andato via

la doglia che sì forte m'impedia. –

 

159

 

Nondimen fece il padre apparecchiare

il bagnuol caldo perché si bagnasse:

ed e' vi si bagnò, per dimostrare

ch'altra pena non fosse che 'l noiasse.

O Girafon, tu nol sai medicare,

e non potresti far che si saldasse

con bagnuol la ferita che fe' Amore:

e non la vedi, ch'è nel mezzo al core!

 

160

 

Ma lasciàn qui che, poi che fu bagnato,

passò quel giorno assai malinconoso;

e l'altro e 'l terzo e 'l quarto egli ha passato

con molte pene senz'alcun riposo,

e già, ogni diletto abandonato,

sanza mai rallegrarsi sta pensoso;

né mai partiva il pensier da colei,

per cui dì e notte chiamava gli omei.

 

161

 

Già padre e madre e tutt'altre faccende

gli uscian di mente sanz'averne cura,

né più a niuna cosa non attende,

lasciandole menare alla ventura;

ma ogni suo pensier in quella spende,

la qual il tien in tal prigione oscura,

e solo in lei ha posto ogni sua speme,

e di lei ha paura, e lei sol teme.

 

162

 

Esso, quando poteva in nessun loco

che veduto non fosse ritrovarsi,

quivi, sfogando l'amoroso foco,

dogliendosi d'Amor poneva a starsi;

e sol questo era suo sollazzo e gioco,

quando potea con agio lamentarsi

e ricordar i casi intervenuti,

ch'eran tra lui e la sua amante suti.

 

163

 

Continovando adunque in tal lamento

Africo, ognora crescendogli pena,

e già sì stanco l'aveva il tormento,

ch'avea perduto la forza e la lena;

vivea contra sua voglia, malcontento,

e già sì stretto l'avea la catena

d'Amor, che quasi punto non mangiava,

e più di giorno in giorno lo stremava.

 

164

 

Già fuggito era il vermiglio colore

del viso bello, e magro divenuto,

e 'n esso già si vedea 'l palidore

e gli occhi in dentro col mirar aguto;

e trasformato sì l'avea il dolore,

ch'appena si saria riconosciuto

a quel ch'esser solea prima che preso

fosse d'Amor, e dalle fiamme offeso.

 

165

 

Sì gran dolor il padre ne portava,

che raccontar non vel potre' giammai;

e con parole spesso il confortava,

dicendo: – Figliuol mio, dimmi che hai

e che è quella cosa che ti grava:

ch'i' ti prometto che, se 'l mi dirai,

pur che sia cosa che possibil sia,

per certo tu l'arai in fede mia.

 

166

 

E s'ell'è cosa che non si potesse

aver per forza o per ingegno umano,

provederem s'altro modo ci avesse

a cacciar via questo pensier villano,

acciò che tanta noia non ti desse,

e che tu torni, com'esser suoi, sano;

e' non può esser che qualche consiglio

i' non ti doni buon, caro mio figlio. –

 

167

 

Simile ancora la sua madre cara

il domandava spesso qual cagione

fosse della sua vita tanto amara,

che 'l conduceva a tanta turbagione,

dicendo: – Figlio, tanto m'è discara

questa tua angoscia, ch'a disperazione

i' credo venir tosto, poi ch'i' veggio

che ogni giorno vai di mal in peggio. –

 

168

 

Niun'altra cosa Africo rispondea,

se non che nulla di mal si sentia,

e la cagion di questo non sapea;

alcuna volta pur acconsentia

ch'un poco il capo o altro gli dolea,

perché di più domandarlo ristia;

onde più volte egli era medicato

non di quel mal che saria bisognato.

[Africo, essendo in dolorosa vita,

andando un dì coll'armento pel monte,

si specchiò arrivando ad una fonte

e la persona sua vide smarrita.]

 

169

 

Adunque, in cotal vita dimorando,

Africo, un giorno, essendo con l'armento

del suo bestiame, quind'oltre guardando,

sen giva in qua e 'n là con passo lento;

sempre della sua amante gìa pensando,

per la qual dimorava in tal tormento;

poi una fonte vide molto bella

presso di lui, più chiara ch'una stella.

 

170

 

Ell'era tutta d'alber circundata,

e verdi fronde che faceano ombria

ad essa; e poi ch'alquanto l'ha mirata,

a piè di quella a seder si ponia,

pensando alla sua vita sventurata,

e dove Amor condotto già l'avia;

poi si specchiava nell'acqua,

e pon cura quanto fatta era la sua faccia scura.

 

171

 

Per che, pietà di se stesso gli venne,

veggendosi sì forte sfigurato,

e le lagrime punto non ritenne,

ma forte a pianger ch'egli ha cominciato,

maladicendo ciò che gl'intervenne

il primo giorno che fu 'nnamorato,

dicendo: «Lasso a me, a che periglio

veggio la vita mia sanza consiglio!».

 

172

 

E con la man la gota sostenendo,

in sul ginocchio il gomito posava,

e sì diceva, tuttavia piangendo:

«Oh me dolente, la mia vita prava!

ch'ella si va come neve struggendo

al sol, tanto questa doglia la grava,

e come legno al fuoco mi divampo,

né veggio alcun riparo allo mio scampo.

 

173

 

Io non posso fuggir che io non ami

questa crudel fanciulla che m'ha preso

il cor, e ch'io non lei sempre ma' brami

sopra ogni cosa; e poi veggio ch'offeso

i' son sì forte da questi legami,

che giorno e notte i' sto in foco acceso,

sanza speranza d'uscirne giammai,

se morte non pon fine a questi guai».

 

174

 

E poi, guardando, vide nel suo armento

le belle vacche e' giovenchi scherzare;

vedea ciascuno il suo amor far contento,

e l'un con l'altro si vedea baciare;

sentia gli uccei con dolce cantamento

ed amorosi versi rallegrare,

e gir l'un dietro all'altro sollazzando,

e gli amorosi effetti gir pigliando.

 

175

 

Africo, questo veggendo, dicea:

«O felici animai, quanto voi sete

più di me amici di Venere iddea,

e quanto i vostri amor più lieti avete,

e con maggior piacer ch'i' non credea,

e quanto più di me lodar dovete

Amor de' vostri amori e bei piaceri,

ch'e' v'ha prestati sì compiuti e 'nteri!

 

176

 

Voi ne cantate e menatene gioia,

manifestando la vostra allegrezza,

ed io ne piango con tormento e noia,

e giorno e notte menando gramezza,

e veggio pur ch'al fin convien ch'i' muoia:

così mi liberrò d'ogni gravezza,

sanz'aver mai avuto alcun diletto,

di quella che m'ha 'l cor tanto costretto!».

 

177

 

E dopo un gran sospir, sì fortemente

a pianger cominciava il giovinetto,

e le lagrime sì abondevolmente

gli uscian degli occhi, che le guance e 'l petto

parevan fatte un fiumicel corrente,

tant'era dalla gran doglia costretto;

poi nella fonte bella si specchiava,

e con l'ombra di se stesso parlava.

 

178

 

Poi che si fu con lei molto doluto,

e la fonte di lagrime ripiena,

e molti pensier vari avendo avuto,

alquanto di più pianger si raffrena,

per un pensier che nel cor gli è venuto

ch'alquanto mitigò la grieve pena,

tornandogli a memoria la speranza,

che gli diè Vener sopra sua leanza.

 

179

 

Ma veggendo l'effetto non venire

di tal promessa, e sé condotto a tale

che 'n brieve tempo gli convien morire,

disse: «Forse che Vener, del mio male

non si ricorda, né del mio martìre,

né vede come morte ria m'assale».

Per che, con sacrificio ed onor farle,

propose la 'mpromessa rammentarle.

 

180

 

E 'n piè levato, se ne giva in parte,

donde vedeva il ciel meglio scoperto:

e quivi, con fucile e con su' arte,

il foco accese molto chiaro e aperto,

e poi con un coltel taglia e diparte

dimolte legne, e 'l foco n'ha coperto;

e ratto poi prese una pecorella

del suo armento, molto grassa e bella.

 

181

 

E quella presa, la condusse al foco

e quivi tra le gambe la si mise,

e come que' che ben sapeva il gioco,

nella gola ferendola l'uccise,

e 'l sangue uscendo fuori a poco a poco

sopra 'l foco lo sparse; e poi divise

la pecorella, e duo parti n'ha fatto,

e nel foco la mise molto ratto.

 

182

 

L'una parte per Mensola vi misse,

l'altra in suo nome volle che v'ardesse,

per veder se miracol n'avenisse

per lo quale speranza ne prendesse,

o buona o rea, pur che ella venisse,

acciò sapesse che sperar dovesse;

e poi si mise in terra ginocchione,

faccendo a Vener cotale orazione:

[A Venere fa Africo orazione;

raccomandasi a lei divotamente

che in suo aiuto sia liberamente,

sì come ha fatto a molte altre persone.]

 

183

 

– O santa iddea, la cui forza e valore

ogni altra passa mondana e celesta,

o Vener bella, col tuo figlio Amore,

che fere i cori e gli animi molesta,

a te ricorro con divoto core,

sì come quella c'hai in tua podesta

il cor di tutti, ché questo mio priego

degni ascoltar, e non mi facci niego.

 

184

 

Tu sai, iddea, come agevolmente

i' mi lascia' pigliar al tuo figliuolo,

il giorno che Diana parimente

vidi alla fonte con l'adorno stuolo

delle sue ninfe, e come tostamente

nel cor sentii delle tue frecce il duolo,

per una ch'io vi vidi tanto bella,

che sempre poi m'è stata nel cor quella.

 

185

 

E quanti sien poi stati i miei martirî,

ch'i' ho per lei patiti e sostenuti,

e l'angosciose pene ed i sospiri,

assai ben chiar gli puo' aver conosciuti;

e quanto la fortuna a' miei disiri

contraria è stata, posson esser suti

ver testimoni i boschi tutti quanti

di questa valle, sì gli ho pien di pianti!

 

186

 

Ancora il viso mio assai palese

fa manifesto come la mia vita

è stata e sta ancora in fiamme accese,

e che tosto morendo fia finita,

e fuor di tutte quante le tue offese,

se prima la tua forza non l'aita;

e se non pon' rimedio alla mia pena,

morte mi scioglierà di tal catena.

 

187

 

Tu prima fosti che principio desti

alla mia angoscia, e che in visione

venendo a me col tuo figliuol, dicesti

ch'io seguissi la mia oppinione;

e detto questo, poi mi promettesti,

come tu sai, che sanza tardagione,

che tosto il mio amor verria in effetto;

poi mi lasciasti ferito in sul letto.

 

188

 

Per che del tuo parlar presi speranza,

e l'animo disposi ad amar quella,

avendo in te di ciò ferma fidanza;

ed un giorno trovandola, quand'ella

mi vide, di me prese gran dottanza,

ed a fuggir si diè crudele e fella,

e sì veloce che una saetta,

quand'esce d'arco, non va tanto in fretta.

 

189

 

Né mai pote', con lusinghe o preghiera,

far ch'ella mai aspettar mi volesse,

ma com'un veltro se ne gìa leggiera,

mostrando ben che poco le calesse

della mia vita; e poi ardita e fera,

veggendo ch'a seguirla aveva messe

tutte mie forze, si volse, ed un dardo

ver me lanciò col bel braccio gagliardo.

 

190

 

Allor potestù ben vedere, o dea,

che morto da quel colpo saria stato,

se un albero non fosse, il qual avea

davanti a me, che 'l colpo ebbe arestato.

Poi passò 'l monte, e più non la vedea,

lasciando me tapino e sconsolato;

né pote' poi ritrovarla giammai,

ond'io rimaso son con molti guai.

 

191

 

Ond'io ti priego, iddea, per tutti i prieghi

che far si posson per l'umana gente,

ch'un poco gli occhi tuoi verso me pieghi,

e mira la mia vita aspra e dolente

pietosamente, e che nel cor tu leghi

di Mensola il tuo figlio strettamente,

sì ch'a lei facci come a me sentire

le fiaccole amorose col martìre.

 

192

 

E se tu questo non volessi fare,

ti priego almen che, quando la mia vita

verrà a morte, che poco più stare

potrà che le converrà far partita

di questo mondo e 'l corpo abandonare,

che la mia amante veggia mia finita,

e che la morte mia non le sia gioia

almen, poi che la vita mia l'è noia. –

[Miracol vide della pecorella

Africo, di che, preso gran conforto,

e' ringraziò Venere iddea bella.]

 

193

 

A pena avea finita l'orazione

Africo, quando, nel foco mirando,

vide che 'n esso era arso ogni tizzone,

e che la pecorella, su levando,

l'una parte con l'altra s'accozzone,

come fu mai, e poi, forte belando,

sanz'arder punto stette ritta un poco,

e poi, ardendo, ricadde nel foco.

 

194

 

Questo miracol donò gran conforto

ad Africo ch'ancora lagrimava,

parendogli vedere assai iscorto,

che Vener l'orazion sua accettava,

la qual divotamente l'avea porto;

per che sovente la dea ringraziava,

parendogli il miracol buon segnale

da dover aver fine omai 'l suo male.

 

195

 

E perché già il sol era calato

in occidente, e poco si vedea,

tutto l'armento suo ebbe adunato,

e 'nverso il suo ostello il conducea,

dove, nel volto assai più che l'usato

e nella vista allegro, vi giugnea,

e dove fu dal padre suo raccolto

e dalla madre ancor con lieto volto.

 

196

 

Ma poi che nel ciel già tutte le stelle

si vedean e la notte era venuta,

cenaron tutti, e dopo assai novelle

d'una cosa e d'un'altra intervenuta,

Africo, ch'avea poco il core a quelle,

la stanza quivi gli era rincresciuta;

per che a dormir s'andò tutto soletto,

da speranza e pensier nuovi costretto.

 

197

 

Ma prima che dormir punto potesse,

o che sonno gli entrasse nella testa,

migliaia di volte credo si volgesse

pel letticciuol, d'altra parte or da questa,

mostrando ben che tutto il core avesse

fisso a colei che tanto lo molesta;

ma pure, atato forte da speranza,

del sì e del no stava in dubitanza.

 

198

 

Pur alla fine, già press'al mattino,

il sonno vinse gli occhi dell'amante:

e leggiermente dormendo supino,

Venere iddea gli venne davante,

e 'n collo avea Amor, picciol fantino,

con l'arco e le saette minacciante;

poi gli pareva che Venere iddea

cota' parole verso lui dicea:

 

199

 

– Lo sacrificio tuo e l'orazione

che mi facesti fu da me accettata,

per modo che n'arai buon guiderdone

da me, di quel che fu' da te pregata:

ed abbi certa e ferma oppinione

che la mia forza non ti fia negata

in tuo aiuto e quella del mio figlio,

se tu seguir vorrai il mio consiglio.

 

200

 

Fatti una vesta fatta in tale stile

ch'ella sia larga e lunga insino a' piedi,

tutta ritratta ad atto feminile;

poi d'un arco e d'un dardo ti provedi,

a modo d'una ninfa tutto umìle;

poi ti metti a cercar se tu la vedi.

Tu parrai, come lor, ninfa per certo,

se tu saprai con lor andar coperto.

 

201

 

E se tu truovi Mensola, con lei

piacevolmente a parlare enterrai

di cose sante e di cose d'iddei,

e con lei ragionando ti starai.

E perché sappi ben ciò che far déi,

questo mio figlio nel cor tu arai,

e ben t'insegnerà dire ogni cosa

che fia a lei piacente e graziosa.

 

202

 

E quando 'l tempo ti vedi più bello,

e tu a lei allor ti manifesta:

ella si fuggirà, sì come uccello

seguito dal falcon per la foresta,

ma fa' che tu non fossi tanto fello

che, quando ti palesi, ella più presta

fosse a fuggir che tu presto a pigliarla:

che non ti varria poi più lo 'ngannarla.

 

203

 

Non temer di sforzarla, ché 'l mio figlio

la ferirà in tal modo e tal maniera

che non potrà uscir del tuo artiglio,

e di lei arai ogni tua voglia intera.

Or fa' che tu t'attenga al mio consiglio,

e adempierai ciò che 'l tuo disio spera. –

E poi sparì, quand'Africo sentissi,

ch'era già dì, e tosto rivestissi.

 

204

 

E come que' che molto ben avea

la vision di Venere compresa,

e molto questo modo gli piacea,

onde si fu allor la fiamma accesa

più nel suo core, sì che tutto ardea

per la speranza che già n'avea presa:

per che pensava come aver potesse

una gonnella, la qual si mettesse.

 

205

 

Ma dopo assai pensar, si ricordava

che la sua madre aveva un bel vestire,

il qual non mai o poco lo portava,

e fra sé disse: «S'i' 'l posso carpire,

ottimo fia»; poi la madre aspettava,

se fuor di casa la vedesse uscire,

per quel vestir in tal parte riporre

che d'imbolìo non l'avesse più a tòrre.

 

206

 

E fugli assai in questo la fortuna

favorevole e buona: ché, già sendo

ispenti tutti i raggi della luna

e delle stelle e già 'l giorno venendo,

si levò Girafone, e sanza alcuna

stanza quivi, fuori di casa uscendo,

dandosi a fare certi suoi lavori;

così la donna ancor s'uscì di fuori.

 

207

 

Africo non fu lento a questo tratto,

veggendo ognun di lor di fuor andato,

ma dov'era il vestire n'andò ratto,

e, sanza cercar troppo, l'ha trovato;

e ben gli venne ciò che volea fatto,

ché, sanz'esser veduto, l'ha portato

fuor dalla casa un gran pezzo lontano,

e nascoselo in luogo molto strano.

 

208

 

Poi verso casa faccendo ritorno,

gli pareva il suo avviso aver fornito,

né però metter si volle quel giorno

a Mensola trovar, ma 'n casa gito

ritrovò tosto un suo bell'arco adorno,

ed un turcasso a saette guernito,

e d'ogni cosa si fu proveduto.

Passò quel giorno, e l'altro fu venuto.

[La vesta bianca Africo si mette

e verso 'l monte ne va isperando,

e vede ninfe le qua' van cacciando

un porco: Africo il fier con sue saette.]

 

209

 

Febo era già, co' veloci cavalli,

col fin di Leo venuto in oriente,

e già faceva gli alti monti gialli,

e rosseggiava l'aria in occidente,

ma non luceva ancor per tutte valli,

quand'Africo, levato prestamente,

l'arco e 'l turcasso prese, e fuor si caccia,

alla madre dicendo: – I' vo alla caccia. –

 

210

 

E dove il dì d'innanzi aveva messo

il vestir della madre ne fu gito,

e quivi giunto, i panni di lui stesso

si trasse, e tosto quel s'ebbe vestito

e una vitalba si cinse sopr'esso,

per poter esser più presto e spedito;

e certamente che Vener l'atava

acconciar quel vestir, sì ben gli stava.

 

211

 

Po' i suoi capelli, non già pettinati,

pendean in giù con non troppa grandezza,

ma biondi sì che d'or parean filati,

e ricciutelli con somma bellezza;

ma come che, per gli affanni passati,

nel viso avesse ancor la palidezza,

pur nondimen, quel color era tale

che più gli dava feminil segnale.

 

212

 

E poi che s'ebbe acconcio in tal maniera,

il turcasso si cinse al destro lato,

e l'arco in mano, e una freccia leggiera;

e poi ch'alquanto sé ebbe mirato,

gli parve essere quel ched e' non era

e femina di maschio trasmutato.

E certo chi non l'avesse saputo,

per maschio non l'arìa mai conosciuto.

 

213

 

Poscia i suoi panni in quel loco rimise,

donde 'l vestir feminile avea tratto;

poi verso i monti fiesolan si mise

così acconcio, non già troppo ratto,

e molte fiere in questo mezzo uccise,

prima che su fosse salito affatto;

ma poi che fu in sul monte maggiore

de' tre, sentì di là un gran romore.

 

214

 

Africo, vòlto verso quelle stride,

vide più ninfe ind'oltre gir cacciando

ed accennar vêr lui con alte gride:

– Sta' ferma, al passo la fiera aspettando. –

Africo pose mente, e venir vide

un fier cinghiar fortemente rugghiando,

con frecce molte fitte nel suo dosso.

Africo sbarra l'arco suo dell'osso,

 

215

 

e d'una freccia, nel petto, al cinghiale

ferì, che li passò insino al core,

ché pelle dura o callo non gli vale,

e poco andò che gli mancò 'l furore,

e cadde in terra pel colpo mortale;

e come piacque a Vener ed Amore,

Mensola era in luogo che assai scorto

vide quel colpo, e 'l cinghiar cader morto.

 

216

 

Quivi trasse di ninfe gran brigata,

credendo ben ch'Africo ninfa fosse,

e Mensola con lor si fu adunata,

e poi alle compagne a parlar mosse,

ed a lor la novella ha raccontata,

dicendo: – I' vidi com'ella il percosse,

né sì bel colpo vidi alla mia vita

quanto fe' questa ninfa qui apparita. –

 

217

 

Quanto Africo sentisse di piacere

dentro dal cor, udendosi a colei

lodar cotanto che già dispiacere

le fu vederlo, dir non vel potrei,

ma color sol lo posson ben sapere

c'hanno d'Amor sentiti i colpi rei;

e a chi non lo sapesse fo palese

che presso fu più volte non la prese.

 

218

 

Ma credo il tenne, più ch'altro, paura

delle compagne e degli archi ch'avièno;

ma poi ch'alquanto con lor s'assicura,

cominciò a dir di quel ch'elle dicièno,

e ragionar con lor della sventura

di quel cinghiar che morto lì tenièno,

e come lo trovaro, e tutti i tratti

ch'ognuna avea adosso al cinghiar fatti.

 

219

 

Mensola disse: – Or ci fosse Diana,

che noi le faren questo bel presento. –

Africo, udendo che di lì lontana

era Diana, fu molto contento;

ma poi ch'ebbon assai di questa strana

bestia tenuto lì ragionamento,

fecion da parte un berzaglio tra loro

e cominciaro a saettar costoro.

 

220

 

Ognuna quivi l'animo assottiglia

con gli archi loro, e qual dardo lanciava.

Mensola tosto il suo dardo in man piglia,

e più presso che l'altre al segno dava;

Africo di ciò si fe' maraviglia,

e tosto l'arco suo 'n man si recava,

e allato al dardo di Mensola ha messo

la freccia, sì ch'amenduo fûr più presso.

 

221

 

E come Amor sa ben far quando vuole

far l'un dell'altro tosto innamorare,

quel giorno usò gl'ingegni ch'usar suole,

quando le cose ad effetto menare

vuole e non menarle per parole;

così quel giorno seppe sì ben fare,

che d'Africo e di Mensola lo strale

sempre mai eran più presso al segnale.

 

222

 

Per la qual cosa Mensola, veggendo

che sempre di lor due era l'onore,

ognora più le veniva piacendo

e già gli aveva posto molto amore.

Africo, sempre gli occhi a lei tenendo,

piacevolmente le dava favore

e acconsentiva ciò ch'ella dicea,

ed ella a lui il simile facea.

 

223

 

Ma poi ch'ell'ebbon molto saettato,

a rincrescer cominciò loro il gioco;

per che tutte partîrsi da quel lato,

ed ivi presso ne giron a un loco

dov'era una caverna, e lì trovato

una di quelle ninfe ch'avea il foco

acceso e messo a cuocer del cinghiale,

e con esso non so ch'altro animale.

 

224

 

Aveva il sole già la terza via

fatta del corso suo, quando costoro

s'adunâr tutte ad una bell'ombria

che facea lì un grandissimo alloro;

e sopra un masso grande si ponia

la cotta carne, sanz'altro savoro,

e pan che di castagne allor facièno,

che grano ancor le genti non avièno.

 

225

 

Per bere, usavan acqua con mèl cotta

e con cert'erbe, e quello era lor vino;

e li nappi con che beveano allotta

di legname era, il grande e 'l piccolino;

e apparecchiata tutta quella frotta

delle ninfe, mangiando di cor fino,

Africo a Mensola si sedea allato,

con l'altre avendo il masso circondato.

[Mangiato ebber le ninfe con fervore,

chi 'n qua chi 'n là a lor diporto andaro;

Africo e Mensola s'accompagnaro:

nell'acqua poi la prese con dolzore.]

 

226

 

Venuto il fin dell'allegro mangiare,

le ninfe tutte quante si levaro,

e per lo monte, con dolce cantare,

a due a tre a quattro se n'andaro,

chi qua chi là, come ad ognuna pare;

Africo e Mensola non si scevraro,

ma con tre altre ninfe si partiro:

su per lo colle inver Fiesol ne giro.

 

227

 

Com'i' v'ho detto, Mensola invaghita

tra d'Africo sì, pel saettare

che sì ben avea fatto, e per l'ardita

presenza sua, e pel dolce parlare,

che già l'amava come la sua vita,

né saziar si potea di lui guatare;

ma non pensi niun che già mai questo

amor fosse con pensier disonesto,

 

228

 

però che fermamente ella credea

che ninfa fosse ind'oltre del paese,

perché segnal mascolin non avea

nella persona, che fosse palese;

ché, se saputo quel che non sapea

avesse, non saria suta cortese,

com'ella fu, con l'altre a fargli onore,

ma dànno gli arìan fatto e disonore.

 

229

 

S'Africo innamorato di lei era

non bisogna più dir, ch'assai n'ho detto;

ma 'nsieme andando per cotal maniera,

portava ascoso il foco dentr'al petto,

e più ardeva che non fa la cera;

veggendosi mirar al suo diletto,

e parlar e toccar e farsi onore,

per peritezza gli batteva il core.

 

230

 

E fra sé dicea: «Come farò io?

i' non so ch'i' mi dica, o ch'i' mi faccia:

se io scuopro a costei il mio disio,

i' temo forte che poi i' non le piaccia,

e che 'l suo amor non mi tornasse in rio

odio, e con l'altre mi desson la caccia;

e s'io non me le scuopro questo giorno,

non so quando a tal caso mi ritorno.

 

231

 

Se queste ninfe almen si gisson via,

che son con noi, i' pur mi rimarrei

qui solo nato con Mensola mia,

e più sicuramente mi potrei

a lei scoprire, e mostrar quel ch'i' sia;

e se fuggir volesse, allor sarei

a pigliarla sì accorto, che fuggire

non si potrebbe, né da me partire.

 

232

 

Ma io mi credo che punto da noi

in questo giorno non si partiranno;

e s'io m'indugio, non so se mai poi

queste venture innanzi mi verranno;

meglio è che tu facci or quel che tu puoi,

ché molti per indugio perduto hanno».

E fu tutto che mosso per pigliarla;

poi si ritenne, e non volle toccarla.

 

233

 

«Ora m'insegna, Vener, or m'aiuta,

ora mi dona il tuo caro consiglio;

ora mi par che l'ora sia venuta,

nella qual debbo a costei dar di piglio.»

E poi, pensando, il pensier suo rimuta,

parendogli a far questo pur periglio:

e 'l sì e 'l no nel capo gli contende,

e l'amoroso foco più lo 'ncende.

 

234

 

Ell'eran già tanto giù per lo colle

gite, ch'eran vicine a quella valle

ch'e' duo monti divide, quando volle

d'Africo Amor le voglie contentalle,

né più oltre che quel giorno indugiolle,

trovando modo ad effetto menalle;

ché, mentre in tal maniera insieme gièno,

nella valle acqua risonar sentièno.

 

235

 

Né furon guari le ninfe oltre andate,

che trovaron due ninfe tutte ignude,

che 'n un pelago d'acqua erano entrate,

dove l'un monte con l'altro si chiude;

e giunte lì, s'ebbon le gonne alzate,

e tutte quante entrâr nell'acque crude,

con l'altre ragionando del bagnare:

– Che faren noi? Voglianci noi spogliare? –

 

236

 

Perch'allor era la maggior calura

che fosse in tutto 'l giorno, e dal diletto

tirate di quell'acqua alla frescura,

e veggendosi sanz'alcun sospetto,

e l'acqua tanto chiara e netta e pura,

diliberaron far com'avean detto,

e per bagnarsi ognuna si spogliava;

e Mensola con Africo parlava,

 

237

 

e sì diceva: – O compagna mia cara,

bagnera'ti tu qui con esso noi? –

Africo disse con la boce chiara:

– Compagna mia, i' farò quel che vòi,

né cosa che vogliate mi fia amara. –

E fra se stesso si diceva poi:

«S'elle si spoglian tutte, al certo ch'io

non terrò più nascoso il mio disio».

 

238

 

Ed avvisossi di prima lasciarle

tutte spogliar, e poi egli spogliarsi,

acciò che le lor armi adoperarle

contra lui non potessono, ed a trarsi

cominciò lento il vestir, per poi farle,

quando nell'acqua entrasse per bagnarsi,

per vergogna fuggir pe' boschi via:

e Mensola per forza riterria.

 

239

 

E 'nnanzi che spogliato tutto fosse,

le ninfe eran nell'acqua tutte quante;

e poi spogliato verso lor si mosse,

mostrando tutto ciò ch'avea davante.

Ciascuna delle ninfe si riscosse,

e, con boce paurosa e tremante,

cominciarono urlando: – Omè, Omè,

or non vedete voi chi costui è? –

 

240

 

Non altrimenti lo lupo affamato

percuote alla gran turba degli agnelli,

ed un ne piglia, e quel se n'ha portato,

lasciando tutti gli altri tapinelli:

ciascun belando fugge spaventato,

pur procacciando di campar le pelli;

così correndo Africo per quell'acque,

sola prese colei che più gli piacque.

 

241

 

E tutte l'altre ninfe molto in fretta

uscîr dell'acqua, a' lor vestir correndo;

né però niuna fu che lì sel metta,

ma coperte con essi via fuggendo,

ché punto l'una l'altra non aspetta,

né mai indietro si givan volgendo;

ma chi qua e chi là si dileguoe,

e ciascuna le sue armi lascioe.

 

242

 

Africo tenea stretta nelle braccia

Mensola sua nell'acqua, che piangea,

e baciandole la vergine faccia,

cota' parole verso lei dicea:

– O dolce la mia vita, non ti spiaccia

se io t'ho presa, ché Venere iddea

mi t'ha promessa, cuor del corpo mio;

deh, più non pianger, per l'amor di Dio! –

 

243

 

Mensola, le parole non intende

ch'Africo le dicea, ma quanto puote

con quella forza ch'ell'ha si difende,

e fortemente in qua e 'n là si scuote

dalle braccia di colui che l' offende,

bagnandosi di lagrime le gote;

ma nulla le valea forza o difesa,

ch'Africo la tenea pur forte presa.

 

244

 

Per la contesa che facean si desta

tal che prima dormia malinconoso,

e, con superbia rizzando la cresta,

cominciò a picchiar l'uscio furioso;

e tanto dentro vi diè della testa,

ch'egli entrò dentro, non già con riposo,

ma con battaglia grande ed urlamento

e forse che di sangue spargimento.

 

245

 

Ma poi che messer Mazzone ebbe avuto

Monteficalli, e nel castello entrato,

fu lietamente dentro ricevuto

da que' che prima l'avean contastato;

ma poi che molto si fu dibattuto,

per la terra lasciare in buono stato,

per pietà lagrimò, e del castello

uscì poi fuor, umil più ch'un agnello.

 

246

 

Poi che Mensola vide esserle tolta

la sua verginità contro a sua voglia,

forte piangendo ad Africo fu volta

e disse: – Poi c'hai fatto la tua voglia

ed hai 'ngannata me, fanciulla stolta,

usciàn dell'acqua almen, ch'i' muo' di doglia,

però ch'i' vo' del mondo far partita,

togliendomi con le mie man la vita. –

 

247

 

Africo, udendo il suo pietoso dire,

con lei insieme uscì dell'acqua fuori,

e veggendo la doglia sua e 'l martìre,

dentro dal cor ne sentia gran dolori;

e ben ch'avesse in parte il suo disire

contento, gli crescevan vie maggiori

le fiamme dentro al petto e più cocenti,

veggendo a lei cotanti turbamenti.

 

248

 

Ma poi che rivestiti amenduo furo,

Mensola il dardo suo prendeva presta,

e al petto si poneva il ferro duro,

per morte darsi sanz'altra richiesta.

Veggendo Africo il suo pensier oscuro,

prestamente là corse, e prese questa

alle gavigne, e quel dardo gittava

per lo boschetto, e poi così parlava:

 

249

 

– Omè, anima mia, o che è quello

che tu volevi far? O che sciocchezza

è questa? O qual pensier fu tanto fello,

che qui ti conducea a cotal fierezza?

O lasso, a me, che fare' io tapinello

se io perdessi la tua gran bellezza?

Che solo un'ora in vita non starei,

ma con le propie man m'ucciderei! –

 

250

 

Sì gran dolore a Mensola al cor venne

che, nelle braccia d'Africo cascata,

tramortì tutta; ond'egli la sostenne,

e poi che nel bel viso l'ha mirata,

le lagrime negli occhi più non tenne,

temendo ch'ella non fosse passata

di questa vita: per che tra le fronde

de' molti albori con lei si nasconde.

 

251

 

Quivi a seder con lei 'nsieme si pose,

in sul sinestro braccio lei tenendo,

e con la destra man le lagrimose

guance di lei asciugava, e poi piangendo

diceva con parole aspre e pietose:

– O Morte, or hai ciò ch'andavi caendo:

che, poi che tolto m'hai ogni mia gioia,

con lei insieme converrà ch'i' muoia. –

 

252

 

E poi baciando il tramortito viso,

lei chiamando, diceva: – O amor mio,

perché da te sì tosto m'ha diviso

la ria fortuna e questo giorno rio? –

E questo ed altro, mirandola fiso,

diceva, bestemmiando il suo disio

che fu troppo corrente a tal impresa,

e che sì forte avea Mensola offesa.

 

253

 

Ma poi ch'egli ebbe fatto gran lamento

sopra 'l palido viso tramortito,

e mille volte e più con gran tormento

baciato, e delle lagrime forbito,

non più avendo di viver talento,

di morte darsi avea preso partito;

e per morir già si volea levare

quando Mensola sentì sospirare.

 

254

 

Gli spiriti di Mensola, errando

eran per l'aria buona pezza andati,

e dopo molto nel corpo tornando

nelli lor luoghi si fûr rientrati,

quando Mensola, forte sospirando,

si risentì, con atti spaventati

dicendo: – Omè, omè, lassa, ch'i' moro! –

E a pianger cominciò sanza dimoro.

 

255

 

Africo, quando vide ch'era viva

Mensola sua, che prima parea morta,

tutto nel cor di letizia ravviva,

e poi con tai parole la conforta:

– O fresca rosa aulente e giuliva,

per cui la vita mia gran pena porta,

deh, non ti sgomentar, né aver paura,

che tu puo' star con meco ben sicura.

 

256

 

Tu sei 'n braccio di colui il quale

sopra ogni cosa t'ama e vuolti bene;

ed ogni tuo spiacere ed ogni male

sono, nei cor mio, angosciose pene.

Oh, lasso a me, ch'i' mi credetti aguale

che morte ti tenesse in sue catene,

e voleami levar per morte dare,

se non che ora ti senti' sospirare! –

[Duolsi Mensola con molto dolore;

Africo con pietà la confortava

e dolcemente, ch'ella ripiatava,

raccontandole prima il suo amore.]

 

257

 

–Oh me dolente, lassa, sventurata! –

diceva Mensola Africo mirando.

– Tapina a me, perché fu' i' mai nata,

o mai vivuta? dicea lagrimando.

– Or foss'io stata il giorno strangolata

ch'io prima fu' veduta, o almen, quando

le veste di Diana mi fûr Messe,

ch'un feroce cinghiar morta m'avesse! –

 

258

 

Deh, non ti sgomentare, anima mia,

Africo disse – ché 'l cor mi si sface,

veggendo a te tanta malinconia,

sanza prender consolazione o pace,

e menar la tua vita tanto ria;

e certo che bisogno non ti face,

però che se' con colui che più t'ama

che non fa sé, e che sola te brama.

 

259

 

Acciò che tu mi creda che sia vero

ch'io t'ami tanto quanto ora t'ho detto,

io ti vo' raccontare il fatto intero:

ch'egli è ben quattro mesi che soletto

giva cacciando sanza alcun pensiero

per questa costa, quando in un boschetto

sentii mormorar boci, onde più presso,

per veder chi parlava, mi fu' messo.

 

260

 

I' vidi intorno a una bella fontana

molte ninfe sedere, e vidi poi,

sopra tutte, seder la dea Diana,

che sermonando amoniva voi

con rigido parlar e molto strana;

poi a' miei occhi corson gli occhi tuoi

e la tua gran bellezza, ché nel core

sentii ferirmi dello stral d'Amore. –

 

261

 

Poi le diceva com'ivi nascoso

gran pezza stette sol per lei mirare,

e come venne sì desideroso

di lei, che non potea gli occhi saziare

di mirar questo bel viso vezzoso

(e sì dicendo lo volle baciare)

e come poi, quando ognuna partie,

– Mensola, andianne – chiamarla sentie.

 

262

 

Raccontò poi le lagrime e' sospiri

che per lei avea sparte in abondanza,

e l'angosciose pene co' martirî;

e come Vener, sopra sua leanza,

gli avea promesso lei ne' suoi dormiri,

e datogli di ciò grande speranza;

e quante volte l'era ita cercando,

ed ogni cosa le venìa narrando.

 

263

 

E poi com'egli un giorno la trovoe

tutta soletta, e com'ella fuggiva,

e quanto umilemente la pregoe.

e com'ella, crudele, non l'udiva;

e poi del dardo ch'ella gli lancioe,

e della quercia dove quel feriva,

e come disse: Guarti! e poi smarrilla,

né più la vide poi, né più sentilla;

 

264

 

ancor del sacrificio ch'avea fatto

alla dea Venere, e della risposta

ch'ella gli fe', e come tosto e ratto

si contrafe', e poi per quella costa,

a modo d'una ninfa contrafatto,

a cercar lei si mise sanza sosta,

e com'ora in sul monte la trovoe:

Da poi sai tu com'io che seguitoe.

 

265

 

Ora t'ho raccontato il gran tormento

ch'i' ho, per te, portato e sostenuto;

però se io ho usato isforzamento,

l'ho fatto sol perché forza m'è suto,

non perch'i' sia di noiarti contento;

ma sol Amor, che m'ha per te tenuto

in queste pene, n'ha colpa e cagione.

Duolti di lui, che n'arai più ragione!

 

266

 

Mensola, avendo Africo bene inteso

ciò ch'avea detto del suo innamorare,

e come fu da prima per lei preso,

e poi le cose ch'Amor gli fe' fare,

alquanto nel suo cor si fu acceso

il foco, e cominciava a sospirare:

e pure Amore l'avea già ferita,

come che le paresse esser tradita.

 

267

 

Poi disse: – Omè, e' mi ricorda bene

ch'i' fu', l'altrier, gran pezza seguitata

da un, non so se tu quel desso sene

che ora m'hai così vituperata;

e ben so io che, per donarti pene,

inverso lui mi rivolsi crucciata,

e 'l dardo mio a lui forte lanciava,

veggendo pur ched e' mi seguitava.

 

268

 

E ricordami ancor che, se non fosse

che quando vidi 'l dardo vêr lui gire,

non so perché, pietà allor mi mosse,

ch'io gridai: – Guarti guarti! – e po' a fuggire

mi die', e vidi che 'l dardo percosse

in una quercia e félla tutta aprire;

poi mi nascosi ivi presso in un bosco:

se tu se' desso, i' non ti riconosco.

 

269

 

Non mi ricorda mai più ne' dì miei,

da poi ch'i' fu' a Diana consacrata,

ch'io vedessi uomo; e volesson gl'iddei

che anche tu non m'avessi trovata,

né mai veduta: ch'ancora sarei

da Diana con l'altre annoverata,

dov'or sarò da lei, omè, sbandita,

e sanza fallo mi torrà la vita.

 

270

 

E tu, o giovinetto, il qual cagione

sarai della mia morte e del mio danno,

come tu sai, sanz'averne ragione,

ti rimarrai sanz'alcuno affanno;

ma sian di me a Diana testimone

alberi e fiere, che veduta m'hanno,

com'io mi sono a mia possa difesa,

e come tu per forza m'hai pur presa,

 

271

 

ed io, fanciulla pura ed innocente,

son da te stata ingannata e tradita.

Ma di questo peccato veramente

m'assolverò, togliendomi la vita

con le mie mani; e poi che del presente

mondo sarò, tapina, dipartita,

ti rimarrai contento, né giammai,

lassa, di me non ti ricorderai. –

[Piacevolmente Africo abracciava

Mensola e priegala si dia conforto;

è, s'ella s'uccidesse, lui ancor morto;

e i suo' begli occhi con dolzor baciava.]

 

272

 

Africo allora l'abracciava stretta,

e lagrimando disse: – Oh me tapino,

non creder che giammai così soletta

i' ti lasciassi, dolce amor mio fino!

ma vo' che, per mio amor, tu mi prometta

di levar via questo pensier meschino,

o in pria che tu, la vita mi torroe,

sì che dietro da te non rimarroe.

 

273

 

I' non potre' giammai stare diviso

da te, dolce mio bene. E poi baciando

la dolce bocca e l'angelico viso,

e con la mano i begli occhi asciugando,

dicendo: Veramente in paradiso

tu fosti fatta; e' capei rispianando,

giva dicendo: Mai sì be' capelli

non fûr veduti, tanto biondi e belli.

 

274

 

Benedetto sia l'anno e 'l mese e 'l giorno,

e l'ora e 'l tempo, ed ancor la stagione,

che fu creato questo viso adorno,

e l'altre membra con tanta ragione!

ché chi cercasse il mondo a torno a torno,

e nel cielo ancor tra la legione

delle dee sante, non poria trovarsi

una ch'a te potesse ma' agguagliarsi.

 

275

 

Tu se' viva fontana di bellezza,

e d'ogni bel costume chiara luce;

tu sei adatta e piena di franchezza;

tu se' colei, 'n cui sola si riduce

ogni vertù ed ogni gentilezza,

e quella che la mia vita conduce;

tu se' vezzosa e se' morbida e bianca:

niuna cosa bella non ti manca!

 

276

 

Dunque, deh, non voler, Mensola mia,

guastar una sì bella e tanta cosa

chente tu se', con tua malinconia,

né con niun'altra cosa niquitosa:

ma da te caccia ogni rio pensier via

e non istar con meco più crucciosa,

chi esser non può non fatto quel ch'è fatto,

perch'io con teco ancor fossi disfatto.

 

277

 

Però ti priego che tu ora facci

sì come savia, e di questi partiti

il miglior prendi e 'l piggior da te cacci;

e gli spiriti tuoi ispauriti

conforta un poco, e fa' che tu m'abracci,

e bacia me con baci savoriti,

anima mia, sì com'io bacio tene;

prendi diletto, se tu vuoi, di mene! –

[Africo, seppe tanto lusingare

Mensola sua con vere ragioni,

ch'egli la svolse di sue oppinioni,

ché ella cominciò lui ad amare.]

 

278

 

Amor legava tuttavia il core,

con le parole ch'Africo dicea,

di Mensola, sì che 'n parte il dolore

s'era partito già, perché vedea

ch'altro esser non potea, e poi l'amore,

ch'ad Africo portò quando credea

che ninfa fosse, or più forte s'accende

quando le sue dolci parole intende.

 

279

 

E, per volerlo in parte contentare,

gli gittò in collo il suo sinistro braccio,

ma non lo volle ancor però baciare,

forse parendole ancor troppo avaccio

di doversi con lui sì assicurare;

e disse: – Oh me tapina, ch'i' non saccio

com'io possa campar, se tal peccato

sarà a Diana giammai appalesato.

 

280

 

Né ardirò giammai con ninfa alcuna,

com'io solea, nell'acqua più bagnarmi,

né anco, poi che vuol la mia fortuna,

dove ne sia niuna ritrovarmi:

ché, s'elle ciò sapesson, ciascheduna

tosto a Diana andrebbon accusarmi,

onde pur sola mi converrà stare,

fuggendo quel che già solea cercare.

 

281

 

E ben conosco che, s'io m'uccidessi,

che 'l mio peccato minor non sarebbe;

e quel che tu hai fatto non avessi,

son molto certa ch'esser non potrebbe;

e se 'l contradio di questo credessi,

a quest'otta, doman non giugnerebbe

la vita mia, ché di cotal fallenza

m'are' ben data degna penitenza.

 

282

 

Ma poi ch'e' tuoi conforti son sì buoni

che rivolto hanno tutto 'l mio pensiero,

e sì legata m'hanno i tuoi sermoni

che 'l mio voler tanto crudel e fiero

ho via levato; ma quel che ragioni

di rimanerti meco, a dirti 'l vero,

non consentire' mai, perché sarebbe

mal sopra mal, e saper si potrebbe.

 

283

 

Perché riconosciuto tu saresti

da tutte quelle ninfe che veduto

questo dì t'hanno, e forse che potresti

esser morto da lor, se conosciuto

fossi da loro; e creder lor faresti

quel che non è ancor per lor saputo,

ch'i' dirò sempre, a chi di lor mi truova,

ch'i' abbia teco vinto la mia pruova;

 

284

 

come che lor compagnia sempre mai,

a giusto 'l mio potere, i' fuggirò;

e priego te, o giovane, poi c'hai

toltomi quel che giammai non riarò,

che tu ne vadi, e me con questi guai

lascia star sola, che 'l me' ch'i' potrò

mi passerò, dandomi di ciò pace;

deh, fallo, i' te ne priego, se ti piace! –

 

285

 

Africo aveva molto ben compreso,

per le parole sue, che già il foco

Amor l'aveva dentr'al petto acceso,

ma pur ancor si vergognava un poco;

e poi ch'egli ebbe tutto bene inteso,

disse fra sé: «Prima che d'esto loco

mi parta, tu farai meco ragione:

e farotti cantar d'altra canzone».

 

286

 

Poi baciandola disse: – O savorita

dolce mia bocca, cor del corpo mio;

o faccia bella, fresca e colorita,

nella qual i' ho messo il mio disio,

tu donna sola se' della mia vita,

ed amo te più ch' i' non faccio Iddio;

io son risuscitato, poi ch'i' veggio

che pigli 'l meglio e lasci andar il peggio.

 

287

 

Ma come potre' io mai sofferire

di partirmi da te, che t'amo tanto

che sanza te mi par ognor morire?

Essendo teco, non so giammai quanto

più ben mi possa aver, né più disire;

ma sallo ben Amor, in quanto pianto

istà la vita mia, la notte e 'l giorno,

mentre non veggio questo viso adorno.

 

288

 

E pognàn pur che parti