Giovanni Boccaccio

 

Il Filocolo

 

 

 

Edizione di riferimento:

Giovanni Boccaccio: Filocolo, a cura di E. Quaglio, in Tutte le opere, a cura di V. Branca, vol. I, Mondadori, Milano 1967

 

 

LIBRO PRIMO

 

[1]

 

Mancate già tanto le forze del valoroso popolo anticamente disceso del troiano Enea, che quasi al niente venute erano per lo maraviglioso valore di Giunone, la quale la morte della pattovita Didone cartaginese non avea voluta inulta dimenticare e all'altre offese porre non debita dimenticanza, faccendo degli antichi peccati de' padri sostenere a' figliuoli aspra gravezza, possedendo la loro città, la cui virtù già l'universe nazioni si sottomise, sentì che quasi nelle streme parti dello ausonico corno ancora un picciolo ramo della ingrata progenie era rimaso, il quale s'ingegnava di rinverdire le già seccate radici del suo pedale. Commossa adunque la santa dea per le costui opere, propose di ridurcelo a niente, abbattendo la infiammata sua superbia, come quella degli antecessori avea altra volta abbattuta con degno mezzo. E posti i risplendenti carri agli occhiuti uccelli, davanti a sé mandata la figliuola di Taumante a significare la sua venuta, discese della somma altezza nel cospetto di colui che per lei tenea il santo uficio, e così disse:

 

«O tu, il quale alla somma degnità se' indegno pervenuto, qual negligenza t'ha messo in non calere della prosperità dei nostri avversarii? quale oscurità t'ha gli occhi, che più debbono vedere, occupati? levati su: e però che a te è sconvenevole a guidare l'armi di Marte, fa che incontanente sia da te chiamato chi con la nostra potenza abbatta le non vere frondi, che sopra lo inutile ramo, le cui radici già è gran tempo furono secche, dimorano, e in maniera che di loro mai più ricordo non sia. Intra 'l ponente e i regni di Borrea sono fruttifere selve, nelle quali io sento nato un valoroso giovane, disceso dell'antico sangue di colui che già i tuoi antecessori liberò dalla canina rabbia de' longobardi, loro rendendo vinti con più altri nimici alla nostra potenza. Chiama costui però che noi gli abbiamo quasi l'ultima parte delle nostre vittorie serbata, e sopra noi gli prometti valorose forze. Io gli farò li fauni e' satiri e le ninfe graziose ne' suoi affanni: Nettunno e Eolo disiderano di servirmi; e Marte a' miei prieghi vigorosamente l'aiuterà; e il nostro Giove è di tutte queste cose contento, però c'ha preso isdegno, veggendo a gente portare per insegna quello uccello nella cui forma già molte volte si mostrò a' mondani, che più a' sacrifici di Priapo intendono che a governare la figliuola d'Astreo, loro debita sposa. Io ancora ti prometto di commuovere con le infernali furie un'altra volta gli abondevoli regni in suo servigio, come già feci quando ne' paesi italici entrò il santo uccello, la cui ruinazione non permisi allora, volendogli prestare tempo nel quale potendosi pentere meritasse perdono, e ancora però che sentiva che di lui dovea discendere lo edificatore di questo luogo pontificale. Adunque sollecita queste cose; e se ciò non farai, sanza più porgerti le mie forze io ti lascerò nelle sue mani».

 

E detto questo, si partì, discendendo a' tenebrosi regni di Pluto; e con lamentevole voce chiamata Aletto, disse:

 

«A te conviene la seconda volta rivolgere le fedeli menti de' discendenti di colui, il quale tu non potesti altra volta per tua forza del tutto sturbare che negli italici regni smisurate forze non prendesse: ma ciò fu nel principio delle loro prosperità; ma questo fia nell'ultima parte delle loro avversità, la quale ultima parte la loro fama spegnerà nel mondo».

 

E questo detto, voltato il suo carro, tornò al cielo. Gli oscuri regni, udendo tale novella si dolfero, veggendo apertamente per quella la loro preda mancare: ma al volere della santa dea non si potea resistere. Però Aletto, lasciati quelli, tornò agli altri, i quali ella già a crudeli battaglie aveva commossi, e quivi gli animi de' più possenti impregnò di volontà iniqua contra 'l principale signore, mostrando loro come venereamente le loro matrimoniali letta avea violate; e così, pregni d'iniquo volere e d'ira mormorando, gli lasciò focosi, ritornandosi donde partita s'era. Il vicario di Giunone sanza indugio chiamò il giovane dalla santa bocca eletto a' suoi servigi, il quale allora signoreggiava la terra la quale siede allato alla mescolata acqua del Rodano e di Sorga, e a lui mostrò i larghi partiti promessigli dalla santa dea, se in tale servigio con le loro forze si mettesse; e ultimamente gli promise d'ornare la sua fronte di reale corona del fruttifero paese, se la maladetta pianta del tutto n'estirpasse.

 

Non fece il valoroso giovane disdetta a sì fatta impresa, ma, disideroso di dare a sé e a' suoi simile scanno, chente i predecessori aveano avuto, si mise con vigorose forze alla mirabile impresa; e in brieve tempo con la sua forza e con gli promessi aiuti la recò a fine, posando il suo solio negli adimandati regni, avendo annullati i nemici di Giunone con proterva morte; e quivi nuova progenie generata, stato per alquanto spazio, rendeo l'anima a Dio. Quegli che dopo lui rimase successore nel reale trono, lasciò appresso di sé molti figliuoli: tra' quali uno, nominato Ruberto, nella reale dignità constituto, rimase integramente con l'aiuto di Pallade reggendo ciò che da' suoi predecessori gli fu lasciato. E avanti che alla reale eccellenza pervenisse, costui, preso del piacere d'una gentilissima giovane dimorante nelle reali case, generò di lei una bellissima figliuola; ben che volendo di sé e della giovane donna servare l'onore, con tacito stile, sotto nome appositivo d'altro padre teneramente la nutricò, e lei nomò del nome di colei che in sé contenne la redenzione del misero perdimento che avvenne per l'ardito gusto della prima madre. Questa giovane, come in tempo crescendo procedea, così di mirabile virtù e bellezza s'adornava, patrizzando così eziandio ne' costumi, come nell'altre cose facea; e per le sue notabili bellezze e opere virtuose più volte facea pensare a molti che non d'uomo ma di Dio figliuola stata fosse.

 

Avvenne che un giorno, la cui prima ora Saturno avea signoreggiata, essendo già Febo co' suoi cavalli al sedecimo grado del celestiale Montone pervenuto, e nel quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone si celebrava, io, della presente opera componitore, mi ritrovai in un grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che per deificare sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata; e quivi con canto pieno di dolce melodia ascoltava l'uficio che in tale giorno si canta, celebrato da' sacerdoti successori di colui che prima la corda cinse umilemente essaltando la povertade e quella seguendo. Ove io dimorando, e già essendo, secondo che 'l mio intelletto estimava, la quarta ora del giorno sopra l'orientale orizonte passata, apparve agli occhi miei la mirabile bellezza della prescritta giovane, venuta in quel luogo a udire quello ch'io attentamente udiva: la quale sì tosto com'io ebbi veduta, il cuore cominciò sì forte a tremare, che quasi quel tremore mi rispondea per li menomi polsi del corpo smisuratamente; e non sappiendo per che, né ancora sentendo quello che egli già s'imaginava che avvenire gli dovea per la nuova vista, incominciai a dire:

 

«Oimè, che è questo?»; e forte dubitava non altro accidente noioso fosse. Ma dopo alquanto spazio rassicurato, un poco presi ardire, e intentivamente cominciai a rimirare ne' begli occhi dell'adorna giovane; ne' quali io vidi, dopo lungo guardare, Amore in abito tanto pietoso, che me, cui lungamente a mia stanza avea risparmiato, fece tornare disideroso d'essergli per così bella donna suggetto. E non potendomi saziare di rimirare quella, così cominciai a dire:

 

«Valoroso signore, alle cui forze non poterono resistere gl'iddii, io ti ringrazio, però che tu hai dinanzi agli occhi miei posta la mia beatitudine: e già il freddo cuore, sentendo la dolcezza del tuo raggio, si comincia a riscaldare. Adunque io, il quale ho la tua signoria lungamente temendo fuggita, ora ti priego che tu, mediante la virtù de' begli occhi ove sì pietoso dimori, entri in me con la tua deitade. Io non ti posso più fuggire, né di fuggirti disidero, ma umile e divoto mi sottometto a' tuoi piaceri».

 

Io non avea dette queste parole, che i lucenti occhi della bella donna sintillando guardarono ne' miei con aguta luce, per la quale luce una focosa saetta, d'oro al mio parere, vidi venire, e quella, per li miei occhi passando, percosse sì forte il cuore del piacere della bella donna, che ritornando egli nel primo tremore ancora trema; e in esso entrata, v'accese una fiamma, secondo il mio avviso, inestinguibile, e di tanto valore, che ogni intendimento dell'anima ha rivolto a pensare delle maravigliose bellezze della vaga donna. Ma poi che di quindi col piagato cuore partito mi fui, e sospirato ebbi più giorni per la nuova percossa, pur pensando alla valorosa donna, avvenne che un giorno, non so come, la fortuna mi balestrò in un santo tempio dal prencipe de' celestiali uccelli nominato, nel quale sacerdotesse di Diana, sotto bianchi veli, di neri vestimenti vestite, cultivavano tiepidi fuochi divotamente; là dove io giungendo, con alquante di quelle vidi la graziosa donna del mio cuore stare con festevole e allegro ragionamento, nel quale ragionamento io e alcuno compagno domesticamente accolti fummo. E venuti d'un ragionamento in un altro, dopo molti venimmo a parlare del valoroso giovane Florio, figliuolo di Felice, grandissimo re di Spagna, recitando i suoi casi con amorose parole. Le quali udendo la gentilissima donna, sanza comparazione le piacquero, e con amorevole atto inver di me rivolta, lieta, così incominciò a parlare:

 

«Certo grande ingiuria riceve la memoria degli amorosi giovani, pensando alla grande costanza de' loro animi, i quali in uno volere per l'amorosa forza sempre furono fermi servandosi debita fede, a non essere con debita ricordanza la loro fama essaltata da' versi d'alcun poeta, ma lasciata solamente ne' fabulosi parlari degli ignoranti. Ond'io, non meno vaga di potere dire ch'io sia stata cagione di rilevazione della loro fama che pietosa de' loro casi, ti priego che per quella virtù che fu negli occhi miei il primo giorno che tu mi vedesti e a me per amorosa forza t'obligasti, che tu affanni in comporre un picciolo libretto volgarmente parlando, nel quale il nascimento, lo 'nnamoramento e gli accidenti de' detti due infino alla loro fine interamente si contenga».

 

E questo detto, si tacque. Io sentendo la dolcezza delle parole procedenti dalla graziosa bocca, e pensando che mai, cioè infino a questo giorno, di niuna cosa era stato dalla nobilissima donna pregato, il suo priego in luogo di comandamento mi riputai, prendendo per quello migliore speranza nel futuro de' miei disii, e così risposi:

 

«Valorosa donna, la dolcezza del vostro priego, a me espressissimo comandamento, mi stringe sì, che negare non posso di pigliare e questo e ogni maggiore affanno che a grado vi fosse, avvegna che a tanta cosa insofficiente mi senta; ma seguendo quel detto, che alle cose impossibili niuno è tenuto, secondo la mia possibilità, con la grazia di Colui che di tutto è donatore, farò che quello che detto avete sarà fornito».

 

Benignamente mi ringraziò, e io, costretto più da ragione che da volontà, col piacere di lei di quel luogo mi partii, e sanza niuno indugio cominciai a pensare di voler mettere ad essecuzione quello che promesso aveva. Ma però che, come di sopra è detto, insofficiente mi sento sanza la tua grazia, o donatore di tutti i beni, ad impetrar quella quanto più posso divoto ricorro, supplicandoti, con quella umiltà che più può fare i miei prieghi accettevoli, che a me, il quale ora nelle sante leggi de' tuoi successori spendo il tempo mio, che tu sostenghi la mia non forte mano alla presente opera, acciò che ella non trascorra per troppa volontà sanza alcun freno in cosa la quale fosse meno che degna essaltatrice del tuo onore, ma moderatamente in etterna laude del tuo nome la guida, o sommo Giove.

 

 

[2]

 

Adunque, o giovani, i quali avete la vela della barca della vaga mente dirizzata a' venti che muovono dalle dorate penne ventilanti del giovane figliuolo di Citerea, negli amorosi pelaghi dimoranti disiosi di pervenire a porto di salute con istudioso passo, io per la sua inestimabile potenza vi priego che divotamente prestiate alquanto alla presente opera lo 'ntelletto, però che voi in essa troverete quanto la mobile fortuna abbia negli antichi amori date varie permutazioni e tempestose, alle quali poi con tranquillo mare s'è lieta rivolta a' sostenitori; onde per questo potrete vedere voi soli non essere sostenitori primi delle avverse cose, e fermamente credere di non dovere essere gli ultimi. Di che prendere potrete consolazione, se quello è vero, che a' miseri sia sollazzo d'avere compagni nelle pene; e similemente ve ne seguirà speranza di guiderdone, la quale non verrà sanza alleggiamento delle vostre pene. E voi, giovinette amorose, le quali ne' vostri dilicati petti portate l'ardenti fiamme d'amore più occulte, porgete le vostre orecchi con non mutabile intendimento a' nuovi versi: li quali non vi porgeranno i crudeli incendimenti dell'antica Troia, né le sanguinose battaglie di Farsaglia, le quali nell'animo alcuna durezza vi rechino; ma udirete i pietosi avvenimenti dello innamorato Florio e della sua Biancifiore, li quali vi fieno graziosi molto. E, udendoli, potrete sapere quanto ad Amore sia in piacere il fare un giovane solo signore della sua mente, sanza porgere a molti vano intendimento, però che molte volte si perde l'un per l'altro, e suolsi dire che chi due lepri caccia, talvolta piglia l'una e spesso non niuna. Dunque apprendete d'amare uno solo, il quale ami voi perfettamente, sì come fece la savia giovane, la quale per lunga sofferenza Amore recò al disiato fine. E se le presenti cose, o voi, giovani e donzelle, generano ne' vostri animi alcun frutto e diletto, non siate ingrati di porgere divote laudi a Giove e al nuovo autore.

 

 

[3]

 

Quello eccelso e inestimabile prencipe sommo Giove, il quale, degno de' celestiali regni posseditore, tiene la imperiale corona e lo scettro, per la sua ineffabile providenza avendo a sé fatti cari fratelli e compagni a possedere il suo regno molti, conosceo lo iniquo volere di Pluto, il quale più grazioso e maggiore degli altri avea creato, che già pensava di volere il dominio maggiore che a lui non si conveniva; per la qual cosa Giove da sé il divise, e in sua parte a lui e a' suoi seguaci diede i tenebrosi regni di Dite, circundata dalli stigi paduli, e loro etterno essilio segnò dal suo lieto regno; e provide di nuova generazione volere riempiere l'abandonate sedie, e con le propie mani formò Prometeo, al quale fece dono di cara e nobile compagnia. Questo veggendo Pluto, dolente che strana prole fosse apparecchiata per andare ad abitare il suo natale sito, del quale elli per suo difetto era stato cacciato, imaginò di far sì che le nuove creature da quella abitazione facesse essiliare; e con sottile inganno la sua imaginazione mise in effetto, e del santo giardino voltò le prime creature, le quali per suo consiglio il precetto del loro creatore miserabilemente prevaricarono, e seguentemente loro con tutti li loro discendenti rivolse alle sue case, e rallegrandosi d'avere per sottigliezza annullato il proponimento di Giove. Lungamente sofferse Colui che tutto vede questa inguiria, ma poi che tempo gli parve di dovere mostrare la sua pietà inver di coloro che stoltamente s'aveano lasciato ingannare e che stavano ne' tenebrosi luoghi rinchiusi, allora miracolosamente il suo unico Figliuolo mandò in terra da' celestiali regni, e disse:

 

«Va, e col nostro sangue libera coloro, a cui Dite è stata così lunga carcere, e appresso te lascia in terra sì fatte armi, che gli altri futuri, a' quali ella ancora non s'è mostrata, prendendole, si possano valorosamente difendere dalle false insidie e occulte di Pluto: e ricominci Vulcano per lo tuo comandamento nuove folgori, le quali, tu gittando, dimostrino quanta sia la nostra potenza, come già feciono».

 

Scese al comandamento del suo Padre l'unico Figliuolo dalla somma altezza in terra, a sostenere per noi la iniqua percossa d'Antropos, apportatore delle nuove armi, in disusato modo, non operando in lui la natura il suo uficio come negli altri uomini. La terra, come sentì il nuovo carico della deità del figliuolo di Giove, diede per diverse parti della sua circunferenza allegri e manifesti segni di futura vittoria agli abitanti; e egli, già in età ferma pervenuto, cominciò a riempiere la terra delle aportate armi e a fare avedere coloro, che con perfetta fede i suoi detti ascoltavano, del ricevuto inganno, porto dall'antico oste; i quali, come il perduto conoscimento riaveano, così delle nuove armi per loro difesa si guarnivano, e contra gli ignoranti la verità moveano varie battaglie e molte; e verso loro alcuno che volesse non si trovava potere resistere, però che sanza cura d'affanno e di corporale morte gli trovavano. E già delle vittorie de' nuovi cavalieri entrati contra Pluto in campo, tutto l'oriente ne risonava; ma ancora le loro magnifiche opere l'occidente non sentiva, quando il Figliuol di Dio, avendo spogliata di molti prigionieri l'antica Dite, e essendo al suo padre ritornato, e mandato a' prencipi de' suoi cavalieri lo 'mpromesso dono del santo ardore, volendo che l'ultimo ponente sentisse le sante operazioni, elesse uno de' suddetti prencipi, quello che più forte gli parve a potere resistere alle infinite insidie che ricevere dovea, e sopra l'onde di Speria trasportare il fece a un notante marmo. Il quale, pervenuto nella strana regione, con la forza della somma deità, cominciate contro quelli, i quali resistenti trovò, aspre battaglie, acquistò molte vittorie, e molti delle celestiali armi novelle vi rivestì. Ma poi, dopo molto combattere, trovata più resistente schiera, sanza volgere viso o sanza alcuna paura l'ultimo colpo d'Antropos umile e divoto sostenne, e al cielo, per lungo affanno meritato, rendé la santa e gloriosa anima. I cui seguaci, dopo la sua passione, prese le martirizzate reliquie, in notabile luogo reverentemente le sepelliro non sanza molte lagrime. E ad etterna memoria di così fatto prencipe, poco lontano all'ultime onde d'occidente, sopra il suo venerabile corpo edificarono un grandissimo tempio, il quale del suo nome intitolarono, ardendo in esso continuamente divotissimi fuochi, rendendo in essi al sommo Giove graziosi incensi. E esso, giusto essauditore, non fu tanto nella sua vita valoroso resistente a' difenditori della falsa oppinione, quanto dopo il suo ultimo dì fu molto più grazioso conservatore de' suoi fedeli, però che Giove in servigio di lui, nel suo tempio essaudendo le debite orazioni, mirabili cose facea, onde la fama dell'occidentale Iddio risonava per l'universo. Certo ella passò in brieve tempo le calde onde dello orientale Ganges, e nelle boglienti arene di Libia fu manifesta, e dagli abitanti nelle ghiacciate nevi d'Aquilone fu saputa, però che egli non porgea risponsi, come far soleano i bugiardi iddii, ma con vere operazioni ne' bisogni soccorrea e soccorre i divoti domandatori: e per questo più la santa fama per il mondo risuona.

 

 

[4]

 

Suona adunque la gran fama per l'universo della mirabile virtù del possente Iddio occidentale, e in te, o al ma città, o reverendissima Roma, la quale igualmente a tutto il mondo ponesti il tuo signorile giogo sopra gl'indomiti colli, tu sola permanendone vera donna, molto più che in alcun'altra parte risuona, sì come in degno luogo della cattedrale sedia de' successori di Cefas. E tu di ciò dentro a te non poco ti rallegri, ricordando te essere quasi la prima prenditrice delle sante armi, però che conoscesti te in esse dovere tanto divenire valorosa, quanto per adietro in quelle di Marte pervenisti, e molto più; onde contentati che come già per l'antiche vittorie più volte la tua lucente fronte ti fu ornata delle belle frondi di Pennea, così di questa ultima battaglia, con le nuove armi triunfando tu vittoriosamente, meriterai d'essere ornata d'etternal corona, e, dopo i lunghi affanni, la tua imagine tra le stelle onorevolemente sarà locata, tra le quali co' tuoi antichi figliuoli e padri beata ti ritroverai. E i tuoi figliuoli già per la nuova fama prendono a' lontani templi divozione, e adomandando allo Iddio dimorante in essi i bisognevoli doni, promettono graziosi boti: i quali doni ricevuti, ciascuno s'ingegna d'adempiere la volontaria promissione visitandoli, ancora che sieno lontani: la qual cosa appo Iddio grandissimo merito sanza fallo t'impetra.

 

 

[5]

 

 Risuona per Roma, com'è detto, la gran fama nella quale un nobilissimo giovane dimorava, il quale si chiamava Quinto Lelio Africano, disceso del nobile sangue del primo conquistatore dell'africana Cartagine. Era questo ornatissimo di belli costumi e abondante di ricchezze e di parenti, già per la sua virtù prescritto all'ordine militare, e avea, secondo la nuova legge del Figliuol di Dio, una giovane romana nobilissima, nata della gente giulia, e Giulia Topazia nominata, presa per sua legit tima sposa, la quale per la sua gran bellezza e infinita bontà era molto da lui amata. E già era con lei, poi che Imineo coronato delle frondi di Pallade fu prima nelle sue case e le sante tede arse nella sua camera, dimorato tanto, che Febo cinque volte era nella casa della celestiale Vergine rientrato, e ancora di lei niuno figliuolo avea potuto avere, de' quali egli sopra tutte le cose era disideroso; e in molte maniere cercato com'egli potesse fare che la giovane concepesse, e niuna pervenuta ad effetto, sentiva nell'animo angoscioso tormento. Ma l'infinita pietà di Colui a cui nulla cosa si nasconde non sostenne che sanza parte del suo disio vedere egli finisse i giorni suoi, a' quali poco più spazio era assegnato, anzi saviamente precorse in cotal modo: che, essendo Lelio un giorno intorno a quel disio molto pensoso, udì narrare di quello Iddio, che sopra gli sperii liti dimorava lontano, maravigliose cose per lui fatte; le quali poi ch'egli ebbe udite, se n'andò in uno santo tempio, là dove la reverenda imagine del glorioso santo era figurata, nel cospetto della quale disse così:

 

«O grazioso Iddio, il quale sopra i liti occidentali lasciasti il tuo santo corpo, l'anima renduta al sommo Giove, ricevi le mie voci, degne d'essere essaudite, nella tua presenza. E così come a niuno, che divotamente giusto dono ti domandi, li nieghi, così a me la mia domanda, s'è giusta, non negare, ma perfettamente me la adempi. Io sono giovane d'eccellentissima fama, e di famosi parenti disceso, e nella presente città copioso di ricchezze e di congiunti parenti, accompagnato di nobilissima e bella giovane, con la quale io sono stato tanto tempo ch' io veggio incominciare la sesta volta al sole l'usato cammino, e niuno figliuolo ancora di lei ho potuto avere, il quale dopo l'ultimo nostro giorno possa il nostro nome ritenere e possedere l'antiche ricchezze possedute lungamente per ereditaggio; di che nell'animo sostengo gravissima noia. Ond'io divotamente ti priego che nel cospetto dello onnipotente Si gnore grazia impetri, che se Egli dee essere della mia anima bene, e del suo e tuo onore essattamento, che Egli uno solamente concedere me ne deggia, il quale dopo me me rapresenti. La qual cosa se Egli me la concede, io ti prometto e giuro per l'anima del mio padre e per la deità del sommo Giove che i tuoi lontani templi saranno da me visitati personalmente, e i tuoi altari di divoti fuochi saranno alluminati».

 

E fatta la degna orazione, tornò al suo militar palagio, quasi contento: "Così come niuno giusto priego può esser fatto sanza essere essaudito, così questo, però che era giusto, sanza essaudizione non pote trapassare". Ma già i disiosi cavalli del sole, caldi per lo diurno affanno, si bagnavano nelle marine acque d'occidente, e le menome stelle si poteano vedere, essendo già Lelio e Giulia, dopo i dilicati cibi da loro presi, quasi contenti del fatto voto, sperando grazia, andatisi a riposare nel congiugale letto, nel quale soavissimo sonno gli avea presi, quando il santo, per cui Galizia è visitata, volle fare a Lelio manifesto quanto il suo giusto priego, fatto il preterito dì, gli fosse a grado; e disceso dagli alti cieli, e entrato radiante di maravigliosa luce nella camera di Lelio, con lieto viso gl'incominciò a parlare, dormendo egli, e disse così:

 

«O Lelio, io sono colui il quale tu il passato giorno con tanta divozione chiamasti, pregando ch'io t'impetrassi grazia, nel conspetto di Colui che tutte le dona sanza rimproverare, che tu potessi avere degna erede del tuo nome, nel quale dopo la tua morte la tua fama vivesse. Onde Egli, misericordioso essauditore de' giusti prieghi, e di tutto bene benignissimo donatore, per me ti manda a dire che il tuo priego è essaudito da Lui, e che, la prima volta che tu con la tua sposa onestamente ti congiugnerai, veramente riceverai il dimandato dono».

 

E queste parole dette, ad un'ora egli e 'l sonno di Lelio si partirono. Lelio, svegliato, pieno di maraviglia e d'allegrezza, per lungo spazio volse gli occhi per la camera per vedere se ancora l'aportatore della lieta novella vi fosse; ma poi che vide lui non esservi, umilemente cominciò a ringraziare colui che mandata aveva tanto disiata ambasciata; e chiamata Giulia, la quale ancora dormia, le narrò la veduta visione. Di che ella si maravigliò molto, e lieta quasi sanza fine incominciò a ringraziare Iddio. E non dopo molto spazio stato tra loro quella congiunzione che annunziata fu a Lelio, s'avide Giulia esser gravida, secondo che il santo Iddio avea annunziato.

 

 

[6]

 

Non dopo molti giorni, mostrando già Calisto dintorno al polo quanto era lucente, incominciò Lelio e Giulia insieme a ragionar della mirabile visione, e dopo alquante parole, Giulia, che già avea sentito e sentia in sé il disiato frutto nascoso, disse:

 

«Certo, Lelio, già per effetto mi par sentire il grazioso dono esserci dato, però che più grave esser mi pare che per lo preterito parere non solea».

 

Quando Lelio udì queste parole fu tanto allegro, che nulla giusta comparazione si potrebbe porre alla sua allegrezza, e disse:

 

«Adunque niuno indugio si vuole porre a fare gl'impromessi doni, ma così tosto come i chiari raggi di Apollo ne recheranno il chiaro giorno, io con quella compagnia che mi parrà voglio prendere il lungo cammino e portare i graziosi incensi promessi a' lontani altari».

 

Allora disse Giulia:

 

«Deh! ora sarà il tuo cammino sanza me fatto?».

 

Lelio rispose:

 

«Giulia, tu se' giovane, e sì fatto affanno sarebbe alla tua tenera età impossibile, e noioso al disiato frutto che tu nascondi; però tu rimarrai degna donna della nostra casa, lietamente aspettando la mia tornata».

 

Giulia, udendo queste parole, bagnò il suo viso d'amare lagrime, dicendo:

 

«Certo, quando la fortuna ti fosse contraria, mi crederei io esser vie più possente sostenitrice dell'armi e degli affanni, sempre aiutandoti e seguendoti, che non fu Issicratea a Mitridate, non che nelle felicità, nelle quali il venirti appresso mi porge smisurato diletto. Se tu mi lasci sola di te, tu mi lascerai accompagnata di molti e varii pensieri: il mio petto sarà sempre pieno di molte sollecitudini, e nascosamente sosterrò maggior affanno, sempre di te dubitando, ch'io non potrei mai fare venendo teco».

 

O Tiberio Gracco, fu tanta la pietà che tu avesti di Cornelia, tua cara sposa, quando lasciasti la femina serpe, risparmiando anzi la sua vita che la tua propia, quanto fu quella di Lelio vedendo le lagrime della cara compagna? Certo appena! Ond'egli le rispose:

 

«Giulia, poni fine alle tue lagrime, ché i lontani templi da me sanza te non saranno cercati; e però disponi il tuo virile animo al nuovo cammino, che al nuovo giorno credo cominceremo».

 

Giulia contenta si tacque.

 

 

[7]

 

L'Aurora avea rimossi i notturni fuochi e Febo avea già rasciutte le brinose erbe, quando Lelio, chiamata Giulia, lieti si levarono da' notturni riposi, e comandarono che quelle cose le quali a camminare fossero necessarie, fossero sanza indugio apparecchiate. E mandato per quelli i quali a loro piacque d'eleggere per loro compagnia, loro narrarono il lieto avvenimento, comandando ad essi che immantanente fossero presti d'andare con loro a mettere ad effetto le fatte promissioni. Al quale comandamento fu risposto loro essere presti ad ogni loro piacere.

 

 

[8]

 

Fu sanza alcuno indugio messo ad essecuzione il comandamento di Lelio; onde egli e Giulia e la loro compagnia, tornando da' santi templi da porgere pietosi prieghi al sommo Giove che il loro andare e tornare facesse essere prosperevole, salirono sopra i portanti cavalli, e, piangendo, appena a' cari parenti e amici poterono dire addio: e partironsi, e con lieto animo cominciarono il disaventurato cammino.

 

 

[9]

 

Il miserabile re, il cui regno Acheronta circunda, veggendo che lo essercizio era alle sue invasioni inique contrario, e che i lunghi cammini porgevano alla carne affannosa gravezza, per la quale i sostenitori d'essa fuggivano le inique tentazioni e meritavano il mal conosciuto regno da lui, il quale egli, per disiderare oltre dovere, perdé, afflitto di noiosa sollecitudine, veggendo la maggior parte di quelli che andar soleano alle sue case esser disposti a quello affanno, o ad altri simiglianti o maggiori, pensò di volergli ritrarre da sì fatte imprese con paura; e convocati nel suo conspetto gl'infernali ministri, disse:

 

«Compagni, voi sapete che Giove non dovutamente degli ampi regni, i quali egli possiede, ci privò, e diedeci questa strema parte sopra il centro dell'universo a possedere, e in dispetto di noi creò nuova progenie, la quale i nostri luoghi riempisse. Noi ingegnosamente li sottraemmo, sì che noi volgemmo i loro passi alle nostre case: e Egli ancora, non parendogli averci tanto oltraggiato, mandò il suo Figliuolo a spogliarcene al quale non potendo noi resistere, ci spogliò, e dopo tutto questo fece aveduti gli abitanti della terra de' nostri lacciuoli, e donò loro armi con le quali essi leggiermente le nostre spezzano. E che noi di questi oltraggi ci andiamo a vendicare sopra di lui, il salire in su c'è vietato, e Egli è più possente di noi: però ci conviene pur con ingegno il nostro regno aumentare, e fare di ria vere ciò che per adietro abbiamo perduto. Tra l'altre cose che il Figliuolo di Giove lasciò in terra al suo popolo, a noi più contraria, fu continuo essercizio, al quale del tutto si vuole intendere da noi, acciò che si spenga con volonteroso ozio delle loro menti, e li romani massimamente, i quali, quasi agli altri principali, hanno questo essercizio molto impreso, e quasi ogni gente da loro lo 'mprende. Ond'io ho proposto di volerli almeno ritrarre dall'andare li strani templi visitando, con paura; e questo sanza fallo mi verrà fatto troppo bene sopra gran quantità d'essi, che ora al tempio che sopra l'ultime piagge di Speria dimora, vanno, sopra i quali io vendicherò la mia ira, e voi siate intenti di fare il simigliante ovunque voi ne sentite alcuno».

 

 

[10]

 

Dette queste parole a' suoi, prese vana forma simigliante d'un nobilissimo cavaliere, il quale sotto la potenza del gran re Felice, reggitore de' regni di Speria, nipote di Atalante, sostenitore de' cieli, governava vicino a' colli d'Appennino una città chiamata Marmorina. E salito sopra un cavallo, le cui ossa per magrezza quasi quante fossero apertamente mostrava, e correndo sopra esso, pervenne ne' lontani regni, e trovato il re, il quale le silvestre bestie cacciando prendea diletto, fu davanti a lui. E come tal volta sogliono i corpi morti gravosi cadere alla terra sanza essere urtati, cotale costui fittivamente cadendo davanti gli si gittò, e con voce affannata, tanto che appena s'udiva, piangendo cominciò a dire:

 

«O signor mio, tu vai l'innocenti bestie davanti a te cacciando, e nelle loro innocenti interiora metti aizzando gli aguti denti de' feroci cani, ma io misero ho nella vostra città Marmorina lasciato il romano fuoco, il quale, sì com'io vidi già per li più alti luoghi, tutta la città guasta va: e come ciò avvenisse a me è occulto; se non che avendo noi il giorno davanti celebrati i santi sacrificii di Bacco con grandissima festa, e la vegnente notte, riposandosi, ciascuno avea già di sé la quarta parte passata, quando io, quasi dormendo, cominciai a sentire grandissimo pianto d'uomini, di garzoni e di femine, e impetuoso suono di non usate armi. Allora, abandonato del tutto il quieto sonno, pauroso mi levai, e salii negli alti luoghi della nostra casa, e vidi tutta la città piena di fuoco e di noiose ruine, e di maggior pianto furono ripiene le mie orecchie. E già presso alla nostra casa udendo il terribile suono delle sonanti trombe, disarmato corsi per le fidate armi, per risalire armato nelle fortezze della nostra casa, scendendo contra i molti amici, i quali contra i crudeli osti, per lo bene della città, s'apparecchiavano con le taglienti spade d'aspramente combattere. Allora dissi, quasi avendo nella loro vita compassione: "O giovani, or non vedete voi che fortuna sia nelle presenti cose? Quelli iddii nei quali la forza in che la speranza della nostra signoria dimorava, sono fuggiti e hanno abandonato i loro altari e però voi soccorrete indarno alla città. Ma se voi avete certa fidanza nelle vostre armi, andiamo, e in mezzo de' nemici combattiamo, essendo io duce: e quivi, o vinciamo, o, sdebitandoci di tal vergogna, mandiamo le nostre anime alle infernali sedie: "sola salute è a' vinti non isperar salute"". La città, da tutte parti presa, era da' nemici con gli aguti spuntoni guardata; ma noi poi, assicurati, ci movemmo ad andare alla non dubbiosa morte tutti per una via. Oimè! chi potrebbe mai narrare la ruina e la tempesta di quella notte? Chi potrebbe parlando dire la menoma parte della uccisione o con le lagrime agguagliare la fatica? L'antica città, la quale molti anni vittoriosa sotto le nostre braccia dimorò, fu da' miei occhi veduta quella notte cadere quasi tutta in picciola ora; ma noi miseri, portati da' miserabili fati, ovunque andavamo, per le larghe vie trovavamo cadere corpi gravati da mortale gelo: ad ogni passo trovavamo nuovo pianto, e in ogni parte era romore e uccisione infinita. E andando per diverse parti della città, dandone l'accese case aperti passaggi, più volte scontrandoci in picciole schiere di nemici combattemmo. Ma già quasi propinqui all'ultima ora della notte, vaghi del nuovo giorno, fummo da innumerabile moltitudine di nemici aspramente assaliti, e quivi difendendoci virilmente, vidi io gran parte de' miei compagni bagnare la terra del loro sangue, e sanza niuna misericordia essere dagli avversario uccisi. Onde non potendo noi più sostenere il crudele assalto, con alquanti diedi le spalle, fuggendo verso il nostro palagio; ma quivi trovata più aspra battaglia, quasi furiosi, sanza alcuna speranza di salute, io e' miei compagni tra gli aguti ferri de' nemici ci gittammo. Quivi io, ferito in molte parti, rientrai nelle mie case, nelle quali alquanti de' miei compagni vinti vilmente si fuggirono; e saliti nel superiore pavimento, vedemmo tutta la città essere d'ardenti fiamme e di noiosi fummi ripiena, la quale piangendo riguardavamo. Allora fummo assaliti di nuovo accidente, però che rotte le porti dell'antico palagio, salì uno grandissimo uomo romano con molti seguaci, il quale, sì come il fiero lupo le timide pecore sanza difesa strangola, così costui andava uccidendo qualunque davanti gli si parava. A lui vidi io uccidere il vecchio padre e due miei figliuoli, e altri molti. Sopra il quale volendo io prendere debita vendetta, ricevetti infiniti colpi della sua spada; ma poi la vecchia madre e altre femine con lei, mettendo le loro persone per la mia vita tra la sua spada e 'l mio corpo, fortunosamente mi trassero delle sue mani. E uscito fuori della non già città, veggendo che per me più niuno soccorso vi si potea porgere, miserabilemente me verso queste parti mi dirizzai, e qui nel vostro conspetto mi sono fuggito. E dicovi che il vostro regno è sanza dubbio assalito da gente tanto acerba, che non che contro a voi, ma ancora contro i nostri iddii hanno prese armi; e che ciò ch'io ho narrato sia vero, manifestevelo il sangue mio, il quale per tante ferite potete vedere davanti da voi spandere. Io ho appena, fuggendo, potuta la mia vita ricuperare, la quale omai credo sarà brieve; e le mie ferite, le quali più tosto medico e riposo che affanno richiedevano, marcite costringono l'anima d'abandonare il misero corpo. E però vi priego che voi v'apparecchiate acciò che i vostri nemici, i quali credo che non sieno di qui guari lontani, possiate con più forte fronte ricevere che io non potei, e acciò che voi altressì vendichiate le mie ferite, acciò che io tosto tra gli altri spiriti possa alzare la testa per la vendicata morte».

 

E appena finì queste parole con intera voce, che davanti al re il corpo sanza anima freddo lasciò.

 

 

[11]

 

Con le mani prese, nell'aspetto stupefatto stava il re Felice ad ascoltare le fitte parole; ma poi che vide lo spirito del parlante cavaliere avere abandonato il corpo e più non dire, mutato il naturai colore, tornò palido, e, oppresso nel segreto petto di varie cure, quasi per greve doglia appena ritenne le lagrime. E non sappiendo che partito prendere del subito annunzio, mostrandosi vigoroso per rincorare i suoi, comandò che al morto corpo fosse data sepoltura; e abandonata la cominciata caccia, volse i passi co' suoi compagni verso le reali case. Alle quali poi che fu giunto sospirando, a' suoi cavalieri comandò che sanza niuno dimoro prendessero l'usate armi; e sollecitamente fatti convocare i vicini popoli, i quali sotto la sua signoria si costringeano, adunò grandi dissimo essercito in pochi giorni, intendendo di volere obviare gli assalitori del suo regno.

 

 

[12]

 

Poi che questo tutto fu fatto, e il giorno, il quale segretamente avea proposto di movere col suo essercito, fu venuto, egli comandò che divoti sacrificii s'apparecchiassero a Marte, acciò che la sua deità, la quale verso loro parea indebitamente crucciata, sacrificando si mitigasse; e esso personalmente volendo sacrificare acciò che il suo andare prosperamente si dirigesse verso i suoi nemici, andò al sacrato tempio davanti agli altari di Marte, la cui effigie riguardando per più effettuosamente porgere pietosi prieghi, vide bagnata di novelle lagrime, le quali non poco dubbio gli porsero. Ma poi, imaginando che Marte per compassione de' suoi danni avesse lagrimato, alquanto riprese conforto, e fatto venire un giovane toro per volerlo sopra i detti altari sacrificare, disse così:

 

«O vera deità, la quale a' nostri danni hai mostrata lagrimando vera compassione, ricevi i nostri volontarii sacrificii, i quali presenzialmente ti facciamo, e con lieto viso ne porgi speranza di prosperevole andata».

 

E dette queste parole, ferì lo 'ndomito toro, il quale, sì tosto come sentì la puntura del freddo coltello, per duolo sì forte si scosse, che, uscito delle mani di coloro che 'l teneano, furiosamente fuggì verso i marini liti d'occidente, il suo sangue spandendo, allungandosi, e torcendo i passi da quella parte onde i nimici, secondo il falso detto, doveano il reame avere assalito.

 

 

[13]

 

Vedendo questo, il re non poté dentro per fortezza d'animo ritenere le lagrime, ma forte piangendo cominciò a dire:

 

«Ora manifestamente possiamo noi ben vedere l'ira degl'iddii quanto ella verso noi adopera, e quanto i fortunosi fati ci si sono incontro rivolti! Oimè, che Marte, lagrimando, non de' preteriti danni ma de futuri mostra d'aver compassione! Egli e gli altri iddii rifiutano i nostri sacrificii, sì come di non degni sacrificatori: e ciò apertamente si vede, ché già il toro ferito per mitigar la loro ira è fuggito dinanzi da' loro altari delle nostre mani, e va dello innocente sangue bagnando il nostro terreno, mostrandone manifesti segni della nostra fuga, la quale infino agli ultimi termini della nostra potenza mostra che si debba con crudele uccisione distendere. Ma, o sommi iddii, se i miseri meritano d'essere da voi in alcuno atto essauditi, non ischifate le mie piangenti voci, però che, come voi sapete, io non sono quello Dionisio, il quale più volte i vostri templi e le vostre imagini privò di corone e d'altri ornamenti degni a' vostri altari. Io già mai, o Giove, non ti spogliai come costui fece, dicendo che la risplendente roba fosse di state grave e di verno fredda, rivestendoti di comuni drappi, utili all'uno tempo e all'altro. Né a te, o figliuolo d'Apolio, feci mai con tagliente ferro levare la cara barba; né a te, o santa Giunone, scopersi il santo tempio, come Quinto Fulvio fece, per ricoprirne alcuno altro: per le quali cose, sì come sacrilego, io e 'l mio popolo meritiamo giusta distruzione, ma sempre voi e' vostri templi furono da noi onorati. Dunque non consentite che la nostra potenza, da voi a' nostri antecessori benignamente conceduta, crudelmente sanza cagione si distrugga, e almeno da quel popolo, il quale con nuove armi alla vostra forza s'ingegna di contrastare. E se pure ci è alcuna cagione per la quale la vostra ira giustamente contro a noi si muova, la quale o io o 'l mio popolo abbia commessa contro la vostra deità, venga di grazia sopra me tutto il pondo. Deh! non mi fate men degno di questo dono che voi faceste Camillo, il quale i romani per lui molto essaltati, per la sua orazione la quale essaudiste, mandarono ivi a poco tempo in essilio: avvegna che l'arsa Marmorina, e lo sparto sangue, e' partiti spiri ti de' nostri uomini vi dovrebbono essere stati sofficiente sacrificio a mitigarvi. Sia da voi conce, conceduto che io prima, percosso da Antropos, renda lo spirito agl'iddii infernali co' precedenti morti insieme; che io sotto le mie braccia vegga il mio regno annullare».

 

 

[14]

 

Mentre che il re con lagrime e con sospiri faceva la detta orazione, volgendo alquanto i lagrimosi occhi verso quella parte dalla quale il furioso toro era fuggito, vide il toro in uno vicino bosco per difetto di sangue caduto, e sopr'esso essere, come folgore volando, disceso da cielo il divino uccello, e sopr'esso toro per grande spazio essersi pasciuto, e appresso quindi levarsi e volare verso quelle parti onde doveano quello giorno prendere il loro cammino i suoi popoli. La qual cosa veduta, in se medesimo preso il volo di quello uccello per buono agurio, assai più d'allegrezza e di speranza si riempié, che non fece Paulo alla voce di Tarsia, quando disse: " Persio è morto", o Lucio Silla quando vide dallato del suo altare cadere il morto serpente ne' campi di Nola. E mutato il lagrimoso aspetto in lieto, con alta voce cominciò a dire al suo popolo:

 

«Rallegratevi e prendete debito conforto, signori, però che Giove pietosamente ha mutato consiglio e, fatto verso noi pietoso, gli è de' nostri danni incresciuto, però ch'io ho veduto che il sacrificio da noi rifiutato e che delle nostre mani fuggì, egli l'ha benignamente accettato: e ciò ci manifesta il suo santo uccello, al quale io vidi il toro, già con poca forza rimaso, abbattere nel vicino bosco, e sopr'esso per lungo spazio si pascé, levandosi poi, ha il suo volo ripreso, verso i nostri avversarii, quasi mostrandoci che via noi dobbiamo fare. Onde pare che Giove benignamente ricevuto l'abbia, poi che alle nostre schiere ha mandato sì fatto duca. Or dunque cacciate da voi ogni dolore, e pieni d'allegrezza accendete i fuochi sopra i santi altari, e date agl'iddii divoti prieghi per la nostra vittoria, e poi sanza niuno indugio i nostri passi verso quella parte, onde volò il santo uccello, dirizziamo, però che già si manifesta agli occhi la disiderata vendetta dovere pervenire fatta a prosperevole fine».

 

 

[15]

 

Arsi i fatti fuochi e dissoluti i nebulosi fummi avvolti ne' sacri templi, le trombe sonarono e i cavalli presti alle fiere battaglie, udito il suono, cominciarono a fremire; e allora il re, acceso di focoso disio per la speranza presa del detto agurio, comandò che le reali bandiere fossero spiegate a' venti e che tutti i suoi, abandonandosi a' fortunosi fati, verso Marmorina drizzassero il loro cammino: al quale comandamento le bandiere spiegate e la via presa fu sanza niuna dimoranza. Ma il misero Lelio, il quale dell'ultimo giorno, a lui ruinosamente apparecchiato dalla fortuna, e a' suoi compagni simigliantemente, non s'accorgeva, anzi con solleciti passi si studiava di pervenire a' dolenti fati; e già quattro volte cornuta e altretante tonda s'era mostrata la figliuola di Latona dopo la sua partita da Roma, la quale egli mai non dovea rivedere, e camminando s'avea lasciate dietro le bianche spalle d'Appennino, affrettandosi di pervenire al santo tempio, il quale da' suoi occhi non dovea essere veduto, né da alcuno altro de' suoi compagni.

 

 

[16]

 

Entrava il sole nella rosata aurora con lento passo, e' torbidi nuvoli occupavano il suo viso, per la qual cosa la sua luce, come usato era, non porgea chiara; forse a lui, che tutto vede, era già manifesta la fierità del crudel giorno, al quale egli s'apparecchiava di dar lume: quando Lelio e la sua compagnia lieti a' loro danni cavalcavano per una profonda valle, la quale piena di nebbia molto impediva le loro viste, tanto che appena l'uno vicino all'altro si poteano vedere. Era sopra la profonda valle una altissima montagna, tanto che parea che trapassando i nuvoli con le stelle si congiugnesse, la quale dovendo passare, già per la sua ertezza cominciava ad allentare i loro passi. Sopra la detta montagna l'avversario re, da loro non conosciuto, già era pervenuto con la sua gente, e quella notte sopr'essa per più sicurtà del suo essercito, sanza scendere al piano, s'era attendato. Ma già avendo il sole co' suoi aguti raggi cominciato a dissolvere l'oscure nebbie, il re, che sopra l'alta sommità dimorava, nella sua mente imaginando i cammini che col suo popolo far dovea, ficcando gli occhi fra la folta nebbia nel fondo della oscura valle, vide la divota gente cavalcare verso di lui; la quale veduta, incontanente dubitando, non altramenti essarse che fa la piombosa pietra, la quale uscendo della risonante rombola vola, e volando imbianca per l'impeti che davanti truova alla sua foga; e con alta voce voltato a' suoi cavalieri gridò:

 

«Venite, franchi campioni e cari amici e fratelli, però che già credo che i nostri nemici ci si manifestano».

 

E poi alquanto racchetato in se medesimo, parlò loro così:

 

«Signori, se gli occhi non mi mentono, a me par vedere, sì come mostrato v'ho, parte de' nostri avversarii già essere nella profonda valle appiè del monte e venire verso di noi, e essi, sì com'io credo, ancora di nostro movimento, né delle nostre armi prese niente sanno, né noi ancora qui non hanno potuto vedere per la folta nebbia, la quale ancora non è dissoluta. Però a me parrebbe che essi fossero da essere obviati con aspro scontro sanza più dimorare, acciò che essi, avedendosi prima di noi che noi gli assalissimo, non potesseno prendere rimedio a noi nocevole, né al loro scampo utile. Io son certo che essi sono infino a questo luogo venuti sanza trovare alcuna resistenza, per la qual cosa io avviso che essi cavalchino sanza alcuna paura dissolutamente; per che, assalendoli subito, li troverebbe l'uomo sanza alcuno argomento e di loro avrebbe o la morte o la vita, qual più gli piacesse: ond'io vi priego che sanza alcuno dimoro vigorosamente sieno da voi assaliti, cacciando da voi ogni tema. E già vedeste voi, anzi che noi le nostre case abandonassimo, che gi'iddii ne mostrarono segni di riconciliazione, e per più certezza di questo ci dierono il santo uccello per vero duca, il quale voi vedete che ha i nostri passi dirizzati in quella parte, che noi per lo preterito tanto abbiamo disiato. Appresso, voi sapete che questi vengono assetati del nostro sangue, e per voler nelle nostre interiora bagnare le loro spade, sanza ragionevole cagione; e vengono per occupare le nostre case, e per mandar noi nelle estravaganti parti del mondo in doloroso essilio. Adunque, sì per lo laudevole agurio, il quale prospera fine ne dimostrò, sì per la ragione la quale è nostra perfettamente, sì per difendere noi medesimi e le nostre case assalite da nuovi popoli, ciascuno, sì come vigoroso cavaliere, debba le sue armi adoperare. Pensate che voi non siete cavalieri usati di perdere le cominciate battaglie, ma continuamente per la vostra maravigliosa fortezza acquistando molte vittorie, v'avete per adietro fatto temere. Simigliantemente ancora vi dee porgere molto più ardire veggendo me armato disiderare la vostra salute con la mia insieme, essendo oramai quasi negli anni della mia ultima età, alla quale più tosto riposo che affanno si converrebbe. Or poi che tante ragioni vi deono muovere ad esser disiderosi della vittoria, movetevi in quello agurio che voi l'acquistiate».

 

E dette queste parole, comandò che le sue insegne scendessero il monte contro a coloro che ancora nella valle dimoravano. Allora i cavalieri gridando dierono segno di gran volontà di combattere, e le trombe sonarono, e corni e altri strumenti molti; e cavalieri sanza niuno ordine si mossero così furiosi, come talvolta il fiero cane, tratto della catena, sentendo sonare le frondi dell'antico bosco, seguendo la preda corre sanza niuno ritegno, discendendo l'alpestro monte.

 

 

[17]

 

Sì come gli impetuosi fiumi, i quali dell'alte montagne, turbati per la piovuta acqua, ruinosi impetuosamente caggiono sanza ritegno, menando seco alcuna volta grandissime pietre, le quali fanno insieme non minore fracasso che l'acque; così giù per la straripevole montagna, sanza tener via o sentiero diritto, si dirupava lo iniquo essercito, goloso dello innocente sangue, con un romore e con una tempesta sì di suoni di corni e di trombe e d'altri crudeli strumenti, come del forte strepito dell'armi medesime e de' cavalli, che tutta la valle faceano risonare. Giulia, meno piena di varie sollecitudini, sentendo il romore prima s'avvide della iniqua gente; la quale, vedendoli sì tempestosamente ventre, temendo come la timida cerva davanti al leone divenne, e tornata fredda come i bianchi marmi, a Lelio temorosamente s'accostò, e con rotta voce cominciò a dire:

 

«O Lelio, ove è fuggito il tuo lungo provedimento? Or non vedi tu quella gente armata che sì furiosamente verso noi discende dell'alto monte? Che gente può ella essere? Come non provedi tu al necessario rimedio ora, se elli vengono per offenderci?».

 

A queste voci alzò Lelio gli occhi e guardossi davanti, e vide il maladetto popolo ancora assai lontano, ma non tanto che fuga avesse potuto sé e' suoi compagni trarre delle mani degli avversario; ond'egli alquanto pavido nella mente, rivolto alla sua compagna disse:

 

«Non dubitare, fatti sicura che questi non cercano noi» tenendo con forte viso nascosa la creata paura; e poi fra sé cominciò a pensare, dicendo: "Certo costoro scendono sì furiosi per prenderci al varco della montagna, e vogliono di noi l'una delle due cose: o essi vogliono farsi del nostro avere posseditori privandone noi, o elli vengono, sì come ribelli della nostra legge, per privarci di vita, essendosi già loro in alcuno atto manifestata la nostra condizione. E a dire che di qui noi fuggendo volessimo scampare, questo è impossibile, però che i loro cavalli, freschi e possenti, assai tosto sopragiugnerebbono i nostri, affannati; e il volere loro con l'arme resistere, noi siamo picciola quantità a sì gran moltitudine. Dunque solamente aspettare la lor pietà, misericordia chiamando, è il migliore, acciò che fuggendo noi non incrudeliamo più gli animi; la quale s'elli la concedono, avanzeremo con Dio il nostro cammino, e se no, nelle nostre braccia, sperando in Dio, rimanga l'ultima parte della nostra salute».

 

 

[18]

 

Già tutti i compagni di Lelio e altri giovani molti, giunti per loro scampo in loro compagnia, disiderosi di pervenire a quel medesimo tempio ove costoro andavano, cominciavano fra loro a mormorare per la veduta gente; e quasi ciascuno dubitava di muoverne verso Lelio alcuna parola, vedendolo forse nel sopradetto pensiero occupato, quando Lelio, sentito il loro mormorio e veduta la loro dubitanza, si voltò verso essi con pietoso aspetto, così parlando:

 

 

[19]

 

«O nobilissimi giovani e cari amici e compagni, i quali avete infino a questo luogo seguiti i miei passi, faccendo di me duca e principale capo di tutti voi, non per dovere, ma essendone perfetto amore mediante cagione, a' miei orecchi sono pervenute le tacite parole, le quali tra voi della non conosciuta gente, che a' nostri occhi giù per lo monte discendere si manifesta, avete dette. Onde io, essendo stato ne' prosperevoli passi lieto conducitore, ne' dubbiosi non sosterrò, in quanto piacere vi sia, d'essere per alcun altro condotto; ma, prendendo in questo caso luogo di franco e vero duca, prima il mio avviso vi narrerò, poi i miei passi secondo il vostro consiglio perseguirò. Quando prima agli occhi miei, per le parole di Giulia, questa gente che noi veggiamo corse, incontanente, pensando il luogo ove noi siamo, due pensieri nella mente mi vennero: l'uno de' quali fu che costoro, forse indigenti delle mondane ricchezze, veggendo il nostro arnese molto, o forse avendone manifesta indetta, si mossero e vengono per volercene del tutto privare. La qual cosa se così avviene che sia, niuna resistenza se ne faccia loro a lasciarlo prendere, ma liberamente di piano patto sia tutto loro donato, però che, lodato sia Colui che di questo e degli altri beni è donatore, le nostre case sono a Roma copiose di molto oro, e però questo forse a loro fia molto e a noi poco sarebbe. L'altro pensiero fu questo, il quale molto più che 'l primo mi spaventa, che io dubito molto che costoro non rechino nelle loro mani la nostra morte, però che noi dimoriamo in quelle parti nelle quali ha più persecutori della nostra novella e santa legge, che quasi in niuna altra del mondo; e ancora me ne accerta più il vedere il modo per lo quale elli discendono a noi, ché voi vedete che essi vengono con grandissime bandiere spiegate, e con terribile romore, il quale andare non suole esser de' predoni. E però a questo ultimo, più che al primo pensando, nella mia mente ogni via essaminata, e niuna utile per noi ci trovo, però che, come voi vedete, il voler fuggire niuna cosa sarebbe, se non accendere gli animi loro in maggio re ira, e forse dare loro materia d'offenderci, dove essi non l'avessero; e poi che noi volessimo pur fuggire, manifesta cosa è che non ci è il dove, se non nelle loro braccia, però che d'alte montagne d'ogni parte in questa valle ci veggiamo racchiusi. E il volere con le nostre armi resistere alla loro potenza, noi siamo picciolo popolo a rispetto di loro; e però a me pare che qui sieno da aspettare. E convocata la loro misericordia, se essi si muovono a pietà di noi, ringraziando Iddio, il nostro cammino meneremo a perfezione, e se non, con le nostre braccia vigorosamente aiutandoci difenderemo, e vendicheremo le nostre morti, le quali Giove per lungo tempo cessi da noi».

 

 

[20]

 

Mentre Lelio le sue pietose parole porgeva a' cari compagni, ciascuno, portando a se medesimo e a lui compassione, amaramente piangea. Alcuni piangeano dicendo:

 

«Oimè, vecchio padre, che vita sarà la tua dopo la mia morte, s'egli avviene ch'io muoia, il quale ora cresciuto dovea essere bastone che la tua vecchiezza sostenesse?».

 

Altri piangeano i piccioli figliuoli rimasi a Roma con la giovane donna, ramaricandosi del loro infortunio; e altri i cari fratelli, e l'abandonate ricchezze per seguire Lelio. E tutti generalmente piangeano la cara compagnia e amistà tra loro e Lelio sì dolcemente congiunta, che in così brieve tempo mostrava di doversi sì amaramente partire. Ma non dopo molto spazio per li conforti di Lelio, il quale diceva loro:

 

«O vigorosi giovani, ove sono fuggiti i vostri animi virili? Voi spandete per picciola paura amare lagrime, come se voi foste femine. Evvi sì tosto partita della memoria l'aspra morte che Catone sostenne in Utica con forte animo, volendo più tosto morir libero che vivere servo de' suoi nemici, dando insiememente essemplo a' suoi di sostenere ogni gravoso affanno per la cara libertà? Or che fareste voi se io facessi il simigliante? Credo che vie più lagrimereste. Cacciate queste lagrime da voi, e non dubitate de' vecchi padri, né delle giovani donne, né de' piccioli figliuoli, né ancora dell'abondanti ricchezze, le quali voi avete abandonate in servigio di Colui che ve le donò, però che essi tutti nacquero alla sua speranza e non alla vostra, e Egli tutti a buon fine gli recherà. E non è gran fatto se in servigio di così largo donatore di grazie si pone alcuna volta il mortal corpo»; abandonate le lagrime, si deliberarono al consiglio di Lelio, rispondendogli che lui per duca e per signore continuamente aveano tenuto e teneano, e piacea loro per inanzi di tenerlo, e che in questo accidente e in ogni altro essi ad ogni suo piacere erano disposti di metterlo con lui insieme in essecuzione, offerendosi di seguirlo infino alla morte. Allora Lelio di tanto onore reverentemente gli ringraziò e comandò che ciascuno prendesse le sue armi e apprestassesi di resistere a' nemici, faccendo di loro tre schiere. E la prima, nella quale egli mise quelli giovani nelle cui forze più si confidava, fece guidare ad un giovane romano, il quale si chiamava Sesto Fulvio, nobilissimo e ardito. La seconda, nella quale erano quasi tutti quelli che a loro per lo cammino s'erano accostati per compagnia, fece menare ad un giovane della sua terra, Ostazio, sommo poeta, nominato Artifilo, valoroso e possente molto. La terza, nella quale la maggior parte della sua poca gente riservò, diede a conducere a Sculpizio Gaio, suo caro compagno e parente, sé di tutte faccendo capitano e correggitore; e poi che così gli ebbe ordinati, parlò così verso loro:

 

 

[21]

 

«Cari signori e compagni, com'io davanti vi ragionai, questi che noi veggiamo verso di noi venire con tanta fu ria, a noi è di lor venuta la cagione occulta. Ma tanto mi par bene che essi sono iniqua gente e ribelli alla nostra legge, presumendo il luogo ove trovati gli abbiamo. E essendo tal gente, per niuna altra cagione si dee credere che elli s'affrettino tanto di venire a noi, se non per privarci di vita avanti che per noi niuno scampo si possa prendere. Onde se questo avviene, se essi in noi le lor mani voglion crudelmente distendere, voi non siete uomini i quali siate usi di contaminare la vostra fama etterna per viltà, ma continuamente nel preterito tempo voi e' vostri predecessori avete poste l'anime e' corpi per etternale onore. E che questo sia vero, la inestinguibile memoria de' nostri antichi cel manifesta. Ahi, quanto dovrebbe crescere il vostro vigore ogni ora che la gran fortezza d'Orazio Codico vi torna a mente! Il quale, come voi sapete, al tempo che' trusciani entrati in Roma con grandissime forze, già essendo per prendere il ponte Sublicio e per passare nell'altra parte della città, andato sopr'esso, ritenne la loro potenza con aspri combattimenti infino che 'l forte ponte gli fu dietro tagliato, e la città per lo tagliamento liberata. E similemente Marco Marcello, il quale assalì i Galli con minor popolo che voi non siete, e tanto con la sua forza operò, che avuta di loro vittoria e morto il loro re, sacrificò le sue armi a Giove Feretrio. E simigliantemente quello che fece Publio Crasso per non essere suggetto ad Aristonico. Oh quanti e quali essempli de' nostri antichi si potrebbono porre! E tutti non tanto per sé quanto per la republica sostennero gravosi affanni e pericoli. Or adunque noi, che qui per la salute di noi medesimi e per l'onore di tutti siamo a sì stretto partito, che dobbiamo fare? Certo più vigorosamente combattere, anzi che noi, che già molti servi francammo, divegnamo servi degli iniqui barbari o siamo da loro vilmente uccisi. Ma però che io vi conosco tutti vigorosi giovani e forti combattenti, porto nelle vostre destre mani grandissima speranza di vittoria, aiutandoci la fortuna, e in me molto me ne conforto. Ma se pure avvenisse che gli avversarii fati portassero invidia alle nostre forze, non vi lasciate almeno uccidere sì come fanno le timide pecore a' fieri lupi, sanza alcuna difesa, ma fate che essi abbiano la vittoria piangendo. E nondimeno vi torni alla memoria che voi in questo luogo contro a costoro siete in luogo di campioni e forti difenditori della legge del figliuolo di Giove, il quale per trarre noi dell'impie mani di Pluto, nelle quali il primo nostro padre disubidendo miseramente ci mise, sapete quanto fosse obbrobriosa e crudele la morte che egli sostenne! Dunque non pare ingiusta cosa se noi pogniamo in essaltamento della sua legge e per la salute di noi medesimi i nostri corpi, i quali s'avviene che muoiano, per la presente morte meriteranno perdono e etterna fama; e rimesseci le preterite offese, con ciò sia cosa che niuno viva sanza peccare, le nostre anime viveranno in etterno, e ancora le nostre ceneri saranno con divozione visitate, come visitavamo il santo tempio: al quale ancora spero che lietamente e tosto perverremo. E però ciascuno si porti vigorosamente».

 

 

[22]

 

Giulia, la quale dolente ascoltava le parole del suo compagno, incominciò sì forte a dolersi e a fare sì grande il pianto, che niuno, per durezza di cuore, vedendola, s'avrebbe potuto tenere di non fare il simigliante; e parlava così a Lelio:

 

«Oimè, dolce signor mio, questo non è lo 'ntendimento per lo quale noi abandonammo le nostre case. Noi ci partimmo divotamente per pervenire a' santi templi del benedetto Iddio, posti in su li estremi liti d'occidente: e tu ora pare che voglia con arme commuovere nuove battaglie. Deh! or pensa se a' pellegrini sta bene così fatto mestiero! Certo no. Deh! almeno per ché t'affretti tu così di combattere? Che sai tu chi costoro si sieno? Non credi tu che le diverse nazioni del mondo abbiano fra sé altre nimistà che quelle dei romani? Io dubito forte, e è da dubitare, che essi veggendo armati te e' tuoi compagni, forse credano che voi siate quelli nimici che essi vanno cercando, e per questo avranno cagione di cominciare la forse non pensata battaglia, e avranno ragione. Lascia adunque questa volontà per mio consiglio, e pon giù le prese armi, tu e' tuoi compagni! E se tu disarmato temi le loro lance, chi credi tu che sia tanto crudele e sì vile, che andasse armato a ferire i disarmati? Certo non alcuno. E tu simigliantemente per adietro co' tuoi prieghi solevi atutare l'acerbe volontà della romana giovanaglia, superba per troppo bene non conquistato da loro, e non ti fidi con le tue parole amollare l'ira di costoro se sopra te adirati venissero! Forse tu imagini di non essere ascoltato da loro: or credi tu che questi sieno nati delle dure querce o delle alpestre rocce, che essi non abbiano pietà, né che essi non ascoltino le tue parole, le quali sì tosto come l'udiranno piene di soavità, così daranno incontanente luogo alla nostra via? Deh! non ti recare a volere la forza del tuo piccolo popolo sperimentare con così grande essercito, ch'egli è fortuna e non ragione, quando di così fatte imprese si riesce a prosperevole fine. Non vedi tu che i tuoi compagni volentieri sanza prendere armi si sarebbono stati, perché conoscono il pericolo, se a te non l'avessero vedute pigliare? Ma tu, prendendole, ne se' loro stata cagione. E se tu pur dubiti della crudeltà di coloro, molto meglio è a fuggirci mentre che noi possiamo, che voler combattere con loro. Vedi che le vicine montagne sono piene di folti boschi e di nascosi valloni, ne' quali noi ci potremo assai bene nascondere, chi in una parte e chi in un'altra. Deh! non aspettiamo più le punte di quelli ferri, i quali, veggendoli, già mi porgono mortal paura. Andiamo, incominciamo la salutevole fuga, alla quale non nocerà la non dissoluta nebbia che fa questa valle oscura. Niuno nimico dee più volere del suo avversario che vederlosi fuggire davanti, mostrando di temere la sua potenza. Però s'elli vengono per offenderci, essi saranno contenti di vederci fuggire, e, ridendo fra loro, riterranno i correnti cavalli, faccendosi beffe di noi: le cui beffe noi non curiamo, solamente che noi scampiamo delle loro mani. Poi, se licito non c'è d'andar più avanti, tornianci inanzi a Roma che noi vogliamo morire e non sapere come, però che ciascuno è per divino comandamento tenuto di servare la sua vita il più che puote. E siati ancora manifesto che ogni cavaliere non è della volontà del signore, né così fiero. Questi, quando alquanto ci avranno cacciati, lasciandoci andare, volontieri si riposeranno, e trovando le nostre ricchezze, le quali sono assai, intenderanno a prenderle: e in quello spazio, concedendolo Iddio, in alcuna parte ci potremo salvare. Deh! fa, Lelio, che in questa parte sia il mio consiglio udito e servato da voi, e non guardare per che feminile sia, che tal volta le femine li porgono migliori che quelli che subitamente sono presi dall'uomo. Sia questa la prima e ultima grazia a me in questo viaggio, nel quale alcun'altra domandata non te n'ho».

 

Queste parole e molte altre piangendo Giulia fortemente diceva, abbracciando sovente Lelio e rompendogli le parole in bocca; alla quale Lelio, ascoltato un pezzo, rispose così:

 

 

[23]

 

«Giulia, queste non sono le parole le quali a Roma nella nostra casa mi dicevi, quando di grazia mi chiedesti di volere venire meco nel presente viaggio. Ov'è il tuo virile ardire così tosto fuggito? Tu dicevi che più vigorosamente sosterresti ne' bisogni l'armi e gli affanni che la vigorosa moglie di Mitridate, e io avea intendi mento d'aggiugnerti al numero de' miei cavalieri con l'armi indosso, se non fosse il creato frutto che tu nascondi in te. E tu ora solamente nella veduta d'uomini de' quali noi dubitiamo, e ancora di loro condizione non siamo certi, né sappiamo se sono amici o nimici, vuogli, non sappiendo per che, pigliare la fuga? In questo atto non risomigli tu Cesare, il tuo antico avolo, il quale ardire e prodezza ebbe più che alcun altro romano avesse mai. Ora, cara compagna, non dubitare, e renditi sicura che niuno utile consiglio per noi è che nelle nostre menti non sia molte volte stato ricercato e essaminato, e niuno più utile che quello ch'è preso ne troviamo per la nostra salute. E credi che Iddio non vuole che i suoi regni vilmente operando s'acquistino, ma virtuosamente affannando: e però taciti, e nelle nostre virtù come noi medesimi ti confida».

 

 

[24]

 

Udendo Giulia Lelio esser pur fermo nel suo proposito, più amaramente piangendo gli si gittò al collo, dicendo:

 

«Poi che al mio consiglio non ti vuoi attenere, né mi vuoi far lieta della dimandata grazia, fammene un'altra, la quale sia ultima a me di tutte quelle che fatte m'hai. Fa almeno che quando le tue schiere affrontate co' non conosciuti nimici saranno, che quando tu vedrai quel crudele cavaliere, qual che egli si sia, che verso te dirizzerà l'aguta lancia, io misera, sì come tuo scudo, riceva il primo colpo, acciò che agli occhi miei non si manifesti poi alcuno che disideri d'offenderti. Questa mi fia grandissima grazia, però che un colpo terminerà infiniti dolori. Oimè sconsolata! Or s'egli avvenisse che io sanza te mi trovassi viva, qual dolore, quale angoscia fu mai per alcuna misera sentita sì noiosa, che alla mia si potesse assimigliare? E quello che più mi recherebbe pena sarebbe il voler morire e non potere. Ma certo io pur potrei, però che se questo avvenisse, io sanza alcuno indugio, in quella maniera che Tisbe seguì il suo misero Piramo, così la mia anima, cacciata del misero corpo con aguto coltello, seguirebbe la tua ovunque ella andasse. Ma concedimi questa ultima grazia, acciò che tu privi di molta tristizia la poca vita corporale che m'è serbata: e io, la quale spero d'andare ne' santi regni di Giove, ti farò fare presto degno luogo alla tua virtù».

 

Mentre costei così pietosamente piangendo parlava, avendo a Lelio quasi tutto bagnato il viso delle sue lagrime, il suo cuore per greve dolore temendo di morire, chiamate a sé tutte l'esteriori forze, lasciò costei in braccio a Lelio semiviva, quasi tutta fredda. E Lelio che lagrimando la volea confortare, vedendo questo, sceso del suo cavallo, e presala nelle sue braccia, la ne portò in un campo quivi vicino, nel quale fatto distendere alcun tappeto, lei a giacere vi pose suso, e raccomandatala ad alquante damigelle di lei, prestamente risalito a cavallo, tornò a' suoi compagni. Oimè, Lelio, or dove lasci tu la tua cara Giulia, la quale tu mai non dei rivedere? Deh! quanto Amore si portò tra voi villanamente, avendovi tenuti insieme con la sua virtù tanto tempo caramente congiunti! e ora nell'ultimo partimento non consentire che voi v'aveste insieme baciati, o almeno salutati! Tu vai, Lelio, al tuo pericolo correndo, e lei semiviva abandoni ne' suoi danni. Oh! quanto le fia gravoso il ritornare in sé gli spiriti, i quali vagabundi pare che vadano per lo vicino aere, più che se mai non ritornassero, però che con minor doglia le parrebbe essere passata.

 

 

[25]

 

A' quali compagni ritornato, Lelio li trovò per le predette parole sì animosi della battaglia che, poco più che fosse dimorato, gli avrebbe trovati mossi per andare verso i loro nimici. Ma poi che egli con alcuna dolce paroletta gli ebbe alquanto raffrenati, comandò a un santo uomo, il quale menato aveano con seco per tal volta sacrificare a Giove, che egli prestamente gli rendesse degni sacrificii; e questo fatto, davanti alle sue schiere, sì alto che tutti potevano vedere, voltato a' suoi compagni, gli pregò che divotamente pregassero Giove per la loro salute. E così, sanza discendere de' loro cavalli, in atto reverente tutti divotamente cominciarono a pregare; e Lelio, davanti a tutti, dicea così:

 

«O sommo Giove, grazioso Signore, per la cui virtù con perpetua ragione si governa l'universo, se tu per alcuni prieghi ti pieghi, riguarda a noi, e nel presente bisogno ne porgi il tuo aiuto. Noi solamente in te speriamo, i quali disiderosi dimoriamo nel santo viaggio del tuo caro fratello. E come tu, a cui niuna cosa si nasconde, vedi, noi ci apparecchiamo di muovere nuove battaglie a strani popoli, e non per ampliare le nostre ricchezze o il mondano onore, ma solamente perché la tua santa legge per negligenza di noi non si occulti sotto la falsa volontà di questa gente, la quale veramente credo che del tutto le siano ribelli. Adunque prima il tuo aiuto ci porgi, sanza il quale indarno s'affatica ciascuno operante, e appresso alcun manifesto segno dalla tua somma sedia ne dimostra, il quale le nostre speranze conforti e i nostri cuori sempre ne' tuoi servigi. E in questo ne dimostra il tuo piacere, acciò che noi, credendoci bene adoperare, non bagnassimo le nostre mani in innocente sangue, o, sanza dovere, nel nocente».

 

Appena ebbe finita Lelio la sua orazione, che sopra lui e i suoi cavalieri apparve una nuvoletta tanto lucente che appena poteano con li loro occhi sostenere tanta luce; della quale una voce uscì, e disse:

 

«Sicuramente e sanza dubbio combattete, che io sarò sempre appresso di voi aiutandovi vendicare le vostre morti; e sanza alcuna ammirazione le presenti parole ascoltate, che tal volta conviene che 'l sangue d'uno uomo giusto per salvamento di tutto un popolo si spanda. Voi sarete oggi tutti meco nel vero tempio di Colui il cui voi andate a vedere, e quivi le corone apparecchiate alla vostra vittoria vi donerò».

 

E questo detto, come subita venne, così subitamente sparve. Allora Lelio co' suoi, lieti, si dirizzarono, ringraziando la divina potenza, e, riprese le loro armi, s'apparecchiarono di resistere a' loro nimici, i quali con grandissimo romore già s'appressavano a loro.

 

 

[26]

 

Non credo che ancora i giovani compagni di Lelio avesseno riprese nelle destre mani le loro lance, ripieni per le parole di Lelio di vigoroso ardire, disideranti di combattere con la non conosciuta gente, quando a loro si scontrò molto vicino, tanto che i dardi di ciascuna parte poterono, essendo gittati, ferire i suoi avversarii, il nimico essercito. Gli aguti raggi del sole, il quale avea già dissolute le noiose nebbie, gli lasciava insieme apertamente vedere, e quelli che fidandosi della loro moltitudine erano discesi del monte sanza alcuno ordine, credendo i loro avversarii trovare improvvisi, vedendogli armati e con aguzzata schiera, superbi nell'aspetto, aspettarli fermati, dubitarono di correre alla mortale battaglia così subiti.

 

I divoti giovani stavano feroci avendo già dannata la loro vita, sicuri della battaglia, e impalmatasi la morte anzi che cominciare vilissima fuga; e niuno romore avverso rimosse le menti apparecchiate a grandi cose. Lelio allora davanti a tutti i suoi, con dovuto ordine, a piccolo passo mosse la prima schiera, la quale Sesto Fulvio guidava, e con aperto segno manifestò all'altre che sanza bisogno non li seguissero. E già innumerabile quantità di saette e di tremanti dardi erano sopra i romani giovani discese, gittate dagli archi di Partia dalle arabe braccia, quando Lelio, nell'animo acceso di maravigliosa virtù, mosso il potente cavallo, dirizzò il chiaro ferro della sua lancia verso un grandissimo cavaliere, il quale per aspetto parea guidatore e maestro di tutti gli altri, al quale niuna arme fu difesa, ma morto cadde del gran destriere. Questi portò prima novelle della iniqua operazione commessa da Pluto a' fiumi di Stige; questi prima bagnò del suo sangue il mal cercato piano e li romani ferri.

 

Sesto, che appresso Lelio correndo cavalcava, ferendone un altro, diede compagnia alla misera anima. E i valorosi giovani seguendo i loro capitani, niuno ve n'ebbe che peggiore principio facesse di Lelio, ma tutti valorosamente combattendo, abbattuti i loro scontri, cavalcarono avanti. E già aveano la maggior parte di loro, tutti per difetto delle rotte lance, tratte fuori le forbite spade, le quali percosse, da' chiari raggi del sole, riflettendo minacciavano i sopravegnenti nimici. Niuno risparmiava la volonterosa forza, ma tutti sanza alcuna paura combatteano con la vile moltitudine. Lelio e Sesto, i quali avanti procedeano, combatteano virilmente con due grandissimi barbari, i quali forti e resistenti trovarono. E mentre l'aspra pugna durava, la moltitudine della iniqua gente abondante premeva tanto i romani, che quasi costretti da vera forza oltre al loro volere rinculavano. Lelio, il quale avea già abbattuto il suo avversario, rivolto verso i suoi, li vide alquanto tirarsi indietro: allora volto la testa del suo cavallo, con ritondo corso gli circuì, dicendo loro:

 

«L'ora della vostra virtù disiderata è presente: spandete le vostre forze. Alla vostra salute non manca altro che l'opera de' ferri aiutata dalle vostre braccia: qualunque disidera di rivedere l'abandonata patria, e' cari padri, e' figliuoli, e la moglie, e i lasciati amici, con la spada gli domandi. Iddio ha poste tutte queste cose nel mezzo della battaglia. La migliore cagione ci dee porgere speranza di vittoria, e la nostra vittoria ha bisogno di pochi combattitori, però che la gran quantità de' nemici impediranno se medesimi ristretti nel picciolo campo. Imaginate che qui davanti a voi dimorino li vostri padri, e le vostre madri, e' vostri figliuoli piccolini, e ginocchioni lagrimando vi prieghino che voi adoperiate sì l'arme, che voi vi rendiate a loro medesimi vincitori; sì che voi poi narrando loro i corsi pericoli, paurosi e lieti gli facciate in una medesima ora».

 

Le parole di Lelio, parlante cose pietose, infiammarono i non freddi petti de' romani giovani: essi sospinsero avanti la sostenuta battaglia, uccidendo non picciola quantità della canina gente. Scurmenide, potentissimo barbaro, gia riguardando la gente del suo signore per picciola quantità di combattenti invilita voltarsi verso le sue insegne; come stimolo de' suoi e rabbia dell'empio popolo, per tema che 'l cominciato male non perisca, da alcuna parte si parò davanti a' paurosi cavalieri, e mirando verso loro conobbe quali coltelli erano stati poco adoperati, e quali mani tremavano premendo la spada, e chi avea le lance lente e chi le dispiegava, e chi combatte bene e chi no; e questo veduto, parlò così:

 

«Ahi! vilissimo popolazzo, ove torni tu? Con quale merito di guiderdone rivolgi tu i tuoi passi verso le guardate bandiere? Certo la mia spada taglierà qualunque arditamente non combatterà co' nimici».

 

Le spente fiamme de' barbari cuori alquanto per le parole di costui si ravvivarono; e voltarono i visi. Scurmenide accende i furori con le sue voci: elli dava i ferri alle mani di coloro che gli aveano perduti, e gridava che i contrarii volti sanza alcuna pietà sieno uccisi. Egli promuove e fa andare inanzi i suoi, e coloro che si cessano sollicita con la battitura della rivolta asta, e si diletta di veder bagnare i freddi ferri nell'innocente sangue. Grandissima oscurità di mali vi nasce, e tagliamenti e pianti, a similitudine di squarciata nube quando Giove gitta le sue folgori: l'armi sonano per lo peso de' cadenti colpi, le spade sono rotte dalle spade. Sesto co' suoi non possono più sostenere, però che la piccola quantità era tornata a minor numero d'uomini.

 

Lelio, che i casi della battaglia tutti provede con sollicita cura, con altissima voce e con manifesti atti provoca la seconda schiera alla battaglia. Artifilo, che lungo spazio avea sostenuto il disio della battaglia, muove sé e' suoi con dovuto ordine; e volonterosi sottentrano a' gravi pesi della battaglia. E nel primo scontro si dirizzò Artifilo verso il crudele Scurmenide, e mettendo l'aguta lancia nelle sue interiora, sopra il polveroso campo l'abbatté morto.

 

Molti n'uccisero nella loro venuta i nuovi schierati condotti da Artifilo, ma di loro furono simigliantemente molti morti. Artifilo, perduta la lancia, portava nelle sue mani una tagliente accetta, e sostenendo il sinistro corno della battaglia andava uccidendo tutti coloro che davanti gli si paravano; e Lelio e Sesto nel destro corno della battaglia combattevano. Uno ardito arabo, il quale Menaab si chiamava, veduto il crudo scempio che Artifilo del barbarico popolo faceva con la nuova arme, temendo i colpi suoi, prese un arco, e di lontano l'avvisò sotto il braccio nell'alzare ch'egli facea dell'accetta, e quivi feritolo con una velenosa saetta il credette aver morto. Ma Artifilo, sentito il colpo, quasi come se niuna doglia sentisse, con la propia mano trasse la saetta delle sue carni. E ripresa l'accetta, dirizzata la testa del suo cavallo verso colui che già s'era apparecchiato di gittar l'altra, sopragiuntolo, gli diede sì gran colpo sopra la testa che in due parti gliele divise. Quivi fu egli da molti de' nemici intorniato, e il possente cavallo gli fu morto sotto: sopra 'l quale, poi che morto cadde, dritto si levò difendendosi vigorosamente.

 

La furiosa gente premeva tutta adosso a lui: egli uccideva qualunque nimico gli s'appressava. E già n'avea tanti uccisi dintorno a sé, che, quanto la sua accetta era lunga, per tanto spazio dintorno a sé avea di corpi morti ragguagliata l'altezza del suo cavallo; e il taglio della sua arme era perduto, ma in luogo di tagliare, rompeva e ammaccava le dure ossa degli aspri combattitori. Infinite saette e lance sanza numero ferivano sopra Artifilo: il suo forte elmo era in molti pezzi diviso; e già era più carico di saette, fitte per lo forte dosso, che delle sue armi. Niuno era che a lui s'ardisse ad appressare; ma egli, sopra i corpi morti andando, s'appressava a' suoi nimici uccidendoli, e difendendo sé e chiamando i cari compagni che 'l soccorressero.

 

Veggendo questo, Tarpelio, nipote del crudele re, trattosi avanti tra' suoi cavalieri, lui ferì con una grossa lancia nel petto, e egli, già debole per lo mancato sangue, cadde in terra, dove da' compagni di Tarpelio fu morto sanza niuno dimoro. Lelio, che avea gli occhi volti in quella parte e molto si maravigliava della grande virtù di Artifilo, quando vide questo non poté ritenere le lagrime, ma sotto l'elmo chetamente bagnò per pietà il suo viso; e abandonato Sesto, corse in quella parte ove ancora alquanti de' compagni d'Artifilo rimasi vivi combattevano vigorosamente, ingegnandosi di vendicare la morte del loro capitano. E quivi con la sua forza lungamente sostenne i pochi compagni. Ma poi ch'egli vide Sesto, rimaso quasi solo, in molte parti del corpo ferito, combattere, e sé male accompagnato, tirato indietro per convenevole modo, mosse la terza schiera di Sculpizio Gaio, loro ultimo soccorso; alla quale Sesto e quelli che erano per la battaglia pochi rimasi delle due schiere prime, tutti s'accostarono, e rincominciarono sì forte la sventurata battaglia, che alcuna volta prima non v'era stata tale. E ben che i resistenti fossero molti, la loro moltitudine nel piccolo luogo nocea, però che l'uno impediva la spada dell'altro per istrettezza: onde Sesto e Sculpizio, i quali avanti agli altri vigorosamente combattevano con li loro pochi cavalieri, per forza, uccidendogli, gli fecero rinculare e fuggire in campi ancora non bagnati d'alcun sangue.

 

Il re, che della montagna era disceso con fresca schiera, vedendo questo, alquanto raffreddò l'ardente disio, e dubitando mosse i suoi cavalieri, e li terribili suoni de' battagliereschi strumenti fecero di nuovo tremare i secchi campi. E tanta polvere coperse l'aria con la sua nebbia per la furia de' correnti cavalli, quanta ne manda il vento di Trazia nella soluta terra. E poi che la superba e nuova compagnia de' cavalieri sopravenne adosso agli stanchi combattitori, la dubbiosa vittoria manifestò il suo posseditore, però che non fu licito a' cavalieri di Lelio d'andare adosso a' nimici, sì furono subitamente intorniati da lungi e da presso con le piegate e con le diritte lance.

 

La piova delle saette mandate dagli africani bracci, e le gittate lance aveano coperta la luce alla picciola schiera de' romani; ella si raccolse in piccola ritondità, tanto che quelli i quali per le sopravegnenti saette, sanza potere fare alcuna difesa, morivano, rimaneano ritti, i loro corpi sostenuti dagli stretti compagni. Sculpizio, il quale non avea ancora le sue forze provate, fu il primo che partito dalla ritonda schiera uscì correndo verso il re, il quale s'apparecchiava d'affrettare la loro morte, e ferillo sì vigorosamente sopra l'elmo che il re cadde a terra del gran cavallo quasi stordito, ma per lo buon soccorso de' suoi tosto fu rilevato. Lelio e Sesto rincominciarono la battaglia, faccendosi con le loro spade fare amplissimo luogo. Ma Sesto fortunosamente correndo tra' nimici fu intorniato da loro, e mortogli il suo cavallo sotto, e caduto in mezzo il campo, anzi che egli, debile, si potesse rilevare, fu miserabilmente ucciso. Lelio, il quale la sua morte vide, pieno di grave dolore conobbe bene il piacer di Dio; e ricordandosi dello annunzio fatto loro, che tal volta conveniva che uno morisse per salvamento di tutto il popolo, disse così:

 

«O sommo Giove, e tu beato Iddio, i cui templi io visitare credea, poi che a voi è piaciuto che i nostri passi più avanti che questo luogo non si distendano, io non intendo di volere, co' pochi compagni i quali rimasi mi sono, per fuga abandonare l'anime di quelli che davanti agli occhi miei giacciono morti. Io vi priego che le loro anime riceviate e la mia, in luogo di degno sacrificio, se vostro piacere è».

 

E dette queste parole, corse sopra un cavaliere, il quale volea spogliare le pertugiate armadure a Sesto, e lui ferì sì forte sopra il sinistro omero con la sua spada, che gli mandò il sinistro braccio con tutto lo scudo in terra, e quelli cadde morto sopra Sesto. Egli incominciò a fare sì maravigliose cose, che nullo ve n'avea che non se ne maravigliasse; e Sculpizio non si portava male. E' pochi compagni ricominciarono più aspramente a mostrare le loro forze che non aveano fatto davanti, ma poco poterono durare. Il re, che d'ira ardeva tutto dentro, vedendo Lelio sì maravigliosamente combattere e aver già perdute per li molti colpi la maggior parte delle sue armi, quanto poté gli si fece vicino, e gittatagli una lancia il ferì nella gola, e lui cacciò morto in terra del debole cavallo. Sculpizio, vedendo questo, corse con la sua spada in mano per ferire il re e per vendicare la crudele morte del suo amico, ma un cavaliere, il quale si chiamava Favenzio, si parò davanti al colpo, al quale la spada scesa sopra il chiaro cappello d'acciaio, tagliandolo, lui fendé quasi infino a' denti; ma volendo ritrarre a sé la spada per ricoverare il secondo colpo, non la poté riavere. Ond'egli, assalito di dietro, fu da' nimici crudelmente ucciso. Nel campo non era più alcuno rimaso de' miseri compagni, anzi sanza niuno combattimento più rimase il re Felice vittorioso nel misero campo, faccendo cercare se la misera fortuna n'avesse alcuno riposto con cheto nascondimento tra' suoi medesimi. Ma poi che alcuno non ve ne fu vivo trovato, egli comandò che il suo campo fosse quivi fermato quella notte; poi, al nuovo giorno, procederebbero.

 

 

[27]

 

Vedendo il re che i fortunosi casi aveano conceduta la vittoria alle sue armi, in se medesimo molto si rallegrò. Poi andando verso le tese trabacche guardando con torto occhio i sanguinosi campi, vide grandissima quantità de' suoi cavalieri giacer morti dintorno a pochi romani. E ben che l'allegrezza della dolente vittoria gli fosse al principio molta, certo, vedendo questo, ella si cambiò in amare lagrime, imaginando l'aspetto de' suoi cavalieri, i quali tutti sanguinosi giaceano morti al campo, e udendo le dolenti voci e 'l triste pianto che i suoi medesimi feriti faceano per lo campo. Egli diede a' suoi cavalieri libero albitrio che le ricchezze rimase nel misero campo fossero da loro rubate, e che ciò che ciascun si desse fosse suo; la qual cosa in brieve spazio fu fatta. Elli disarmarono tutti i romani con presta mano, e non ne trovarono alcuno che intorno a sé non avesse grandissima quantità di nimici morti né che non fosse passato di cento punte. E i miseri cavalieri, i quali questo andavano faccendo, aveano perduta la conoscenza de' loro padri e fratelli e compagni che morti giacevano, per la polvere mescolata col sangue sopra i loro visi; ma poi che essi, nettandoli co' propii panni per riconoscerli, ve n'ebbero ritrovati molti, e tutti i più valorosi, il pianto e 'l romore cominciò sì grande, che il re si credette da capo essere assalito, e con fatica racchetò i loro pianti, ricogliendoli dentro ne' chiusi campi.

 

 

[28]

 

O misera fortuna, quanto sono i tuoi movimenti varii e fallaci nelle mondane cose! Ove è ora il grande onore che tu concedesti a Lelio quando prescritto fu all'ordine militare? Ove sono i molti tesori che tu con ampia mano gli avevi dati? Ove la gran famiglia? Ove i molti amici? Tu gli hai con subito giramento tolte tutte queste cose, e il suo corpo sanza sepoltura giace morto negli strani campi. Almeno gli avessi tu concedute le romane lagrime, e le tremanti dita del vecchio padre gli avessero chiusi i morienti occhi, e l'ultimo onore della sepoltura gli avesse potuto fare!

 

 

[29]

 

Avea già, nel brieve giorno, Pean, che nell'ultima parte della guizzante coda d'Almatea, nutrice dell'alto Giove, dimorava, trapassato il meridiano cerchio, e con più studioso passo cercava l'onde di Speria, quando Giulia misera dintorno a sé, ritornate le forze nel palido corpo, sentì piangere le dolenti compagne, che già i loro danni aveano veduti; alle cui voci subitamente levatasi, disse:

 

«Oimè misera, qual è la cagione del vostro pianto?».

 

E riguardandosi dintorno non vide il caro marito, nelle cui braccia avea perdute le forze degli esteriori spiriti. Allora, non potendo tenere le triste lagrime, disse:

 

«Oimè! or dov'è fuggito, il mio Lelio? Ecco se la fortuna ha ancora concedute le 'nsegne al mio marito contra i non conosciuti nimici!».

 

E dicendo queste parole, quasi uscita di sé si drizzò, e i miseri fati le volsero gli occhi verso quella parte, la quale le dovea mostrare il suo dolore manifestamente; e verso quella mirando, sentì lo spiacevole romore degli spogliatori e vide il secco campo essere di caldo sangue tutto bagnato, e pieno della nimica gente. Allora il dubitante cuore di quello che avvenuto era, manifestamente conobbe i suoi gran danni. Ella non fu dalla feminile forza delle sue compagne potuta ritenere, che ella non andasse tra' morti corpi sanza alcuna paura; ma come persona uscita del natural sentimento, messesi le mani ne' biondi capelli, gli cominciò con isconcio tirare a trarre dell'usato ordine. E i vestimenti squarciati mostravano le colorite membra, che in prima soleano nascondere. E bagnando le sue lagrime il bianco petto, sfrenatamente sicura contra' nemici ferri, incominciò a cercare tra' morti corpi del suo caro marito, dicendo alle sue compagne:

 

«Lasciatemi andare: e' non è convenevole che così valoroso uomo rimanga ne' lontani campi dalla sua città, sanza essere lagrimato e pianto. Poi che la fortuna gli ha negate le lagrime del suo padre e de' suoi parenti e del romano popolo, non gli vogliate anche torre quelle della misera moglie».

 

E andando ella per lo campo piangendo e sprezzando le sue bellezze, molti corpi morti con le propie mani rivolgea per ritrovare il suo misero marito, ma i sanguinosi visi nascondeano la manifesta sembianza allo 'ntelletto. E poi che ella molti n'ebbe rivolti, riconosciuto alle chiare armadure il suo Lelio, il quale di molti morti nimici morto attorniato giacea, quivi sopr'esso semiviva piangendo cadde; e dopo picciolo spazio drizzatasi, piangendo amaramente s'incominciò a battere il chiaro viso con le sanguinose mani e a graffiarsi le tenere gote. E aveasi già sì concia, che tra 'l vivo e 'l morto sangue che sopra il viso le stava, non Giulia, ma più tosto uno de' brutti corpi morti nel campo parea. Ella non si curava di bagnare il suo viso nell'ampie piaghe di Lelio, anzi l'avea già quasi tutte piene d'amare lagrime. Ella spesse volte il baciava e abbracciava strettamente, e nell'amaro pianto, riguardandolo, diceva così:

 

«Oimè, Lelio, ove m'hai tu abandonata? ove m'hai tu lasciata? Tra gente araba diversa da' nostri costumi, de' quali niuno io non conosco! Almeno mi facesse Giove tanta di grazia, che la loro crudeltà fosse con le loro mani operata in me, come elli l'operarono in te; ma il feminile aspetto porta pietà in quelli petti ov'ella non fu mai. Almeno sarei io più contenta che la mia anima seguisse la tua ovunque ella fosse, che rimaner viva nella mortale vita dopo la tua morte. Deh! per ché non fu licito al tuo virile animo di credere al feminile consiglio? Certo tu saresti ancora in vita, e forse per lungo spazio saremmo lieti insieme vivuti. Deh! ove fuggì la tua pietà, quando tu in dubbio di morte nelle feminili braccia mi lasciasti di lungi alle tue schiere? Come non aspettasti tu che io almeno t'avessi veduto inanzi che tu fossi entrato nell'amara battaglia, e che io con le propie mani t'avessi allacciato l'elmo, il quale mai per mia voglia non sarebbe stato legato, perché io conoscea sola la fuga essere rimedio alla nostra salute? Oimè dolente, quanto è sconvenevole cosa di volere adempiere l'uomo i suoi disideri contra 'l piacer di Giove! Noi desiderammo miseramente i nostri danni quell'ora che noi domandammo d'aver figliuoli, i quali se convenevole fosse suto che noi dovessimo avere, quella allegrezza Giove sanza alcun boto ce l'avrebbe conceduto. O iniquo pensiero e sconvenevole volontà, recate la morte in me, che non l'ho meno meritata che costui; o almeno, o dolorosa fortuna, mi fosse stato licito di pararmi dinanzi a' crudeli colpi, i quali costui innocente sostenne, sì com'io avea di grazia adimandato! Omai non è al mio dolore niuno rimedio se non tu, morte! La quale io sì come misera priego che tu non mi risparmi, ma vieni a me sanza niuno indugio. Tu non dei omai potere più esser crudele, e massimamente a' prieghi delle giovani donne, in tal luogo se' stata! Deh! piacciati inanzi di farmi fare compagnia ne' miseri campi al mio marito, che lasciarmi nel mondo essemplo di dolore a quelli che vivono. Uccidimi, non indugiar più! Oimè dolente! come i' ho malamente seguito con effetto il perfetto amore della mia antica avola Giulia, la quale, poi che vide i drappi del suo Pompeo tinti di bestial sangue, temendo non fosse stato offeso, costrinse l'anima di partirsi dal misero corpo, subitamente rendendola a' suoi iddii. Oh quanto le fu prosperevole il morire, però che morendo poté dire: "Io non vedrò quella cosa la quale per dolore mi conducerebbe a maggior pena, e poi a morte, ma morendo vincerò il dolore". E io, misera!, davanti agli occhi miei veggio il mio dolore, e non m'è licito di morire, né posso cacciar da me la misera anima, la quale per paura sento che cerca l'ultime parti del cuore, fuggendosi dalla mia crudeltà. Oimè, morte, io ti domando con graziosa voce, e non ti posso avere! Certo la tua signoria è contraria del tutto agli atti umani, i quali i disprezzatori delle loro potenze s'ingegnano di sottomettersi, risparmiando i fideli: e tu coloro che più ti temono crudelmente assalisci, dispregiando gli schernitori della tua potenza lungamente, e di questi sempre più tardi che degli altri ti vendichi. Oh, quanto è misero colui che così comunal cosa, come tu se', gli manca ad uno bisogno!».

 

Ella, piangendo, più volte con aguti ferri caduti per lo campo si volle ferire il tenero petto, ma, impedita dalle compagne, non potea. Poi si voltava agli aspri rubatori e dicea:

 

«Deh! crudeli cavalieri, i quali sanza alcuna pietà metteste l'agute lance per l'innocente corpo, deh!, ammendate il vostro fallo tornando pietosi: uccidete me, poi che voi avete morto colui che la maggior parte di me in sé portava! Fate che io sia del numero degli uccisi! Questa pietà sola usando vi farà meritar perdono di ciò che voi avete oggi non giustamente adoperato».

 

E dette queste parole, ritornava a baciare il sanguinoso viso; e di questo non si potea veder sazia, anzi l'avea già quasi tutto con le amare lagrime lavato, e piangendo forte sopr'esso si dimorava dolente.

 

 

[30]

 

Ma poi che il sole nascose i suoi raggi nelle oscure tenebre e le stelle cominciarono a mostrare la loro luce, il campo si cominciò con taciturnità a riposare, sì per l'affanno ricevuto il preterito giorno che richiedeva agli affannati membri riposo, sì per l'allegrezza della vittoria che molte menti avea nel vino sepellite. Solo l'angoscioso pianto di Giulia e delle sue compagne facea risonare la trista valle, e questo risonava nelle orecchie al vittorioso re. E egli, che ne' tesi padiglioni si riposava, udendo queste voci, chiamò un nobile cavaliere, il quale s'appellava Ascalion, e disseli:

 

«Deh, or di cui sono le misere voci che io odo, che non lasciano partire della nostra mente in alcuno modo la crudele uccisione fatta nel passato giorno?».

 

«Sire - disse Ascalion, - io imagino che sia alcuna donna, la quale forse era moglie d'alcuno del morto popolo, e così mi pare avere inteso da' compagni, e similmente la sua favella, la quale io intendo bene, il manifesta».***

 

Allora gli comandò il re che elli andasse ad essa, e comandassele ch'ella tacesse, acciò che 'l suo pianto non gli accrescesse più dolore che il preterito danno. Mossesi Ascalion con alquanti compagni, e per l'oscura notte con picciol lume, per lo sanguinoso campo scalpitando i morti visi, andarono in quella parte ove essi sentirono le dolenti voci, e pervennero a Giulia; la quale, come Ascalion la vide, imaginando le nascose bellezze sotto il morto sangue del suo viso, mosso dentro a pietà, quasi lagrimando disse:

 

«O giovane donna, il cui dolore invita gli occhi miei, veggendoti, a lagrimare, io ti priego, per quella nobiltà che il tuo aspetto ne rapresenta, che tu ti conforti e ponghi fine alle tue lagrime. Certo io non so qual sia la cagione della tua doglia, ma credo che sia grande; e chente ch'ella sia, io non credo che per lo tuo pianto si possa emendare, ma più tosto piangendo aumentare la potresti. E noi medesimi, i quali, se al ricevuto danno volessimo ben pensare, certo noi non faremmo mai altro che piagnere; e considerando quello che è detto, ci ingegnamo di dimenticare quello che ancora non vuole fuggire delle nostre memorie. E simigliantemente il re nostro signore te ne manda pregando; e credo che molto gli sarebbe caro, secondo il suo parlare, che tu venissi dinanzi al suo cospetto».

 

Giulia, udendo la romana loquela, la quale Ascalion, lungamente dimorato a Roma, impresa avea, alzò il viso verso lui, forse credendo che fosse alcun de' miseri compagni di Lelio, e con torti occhi riguardando il cavaliere e vedendo ch'egli era della iniqua gente, piangendo il richinò, e gittando un gran sospiro, disse:

 

«Niun conforto sentirà l'anima mia, se voi nol mi porgete. Voi m'avete con le vostre spietate braccia ucciso colui il quale era mio conforto e mia ultima speranza. Acciò che l'anima mia possa seguire per le dilettevoli ombre quella del mio Lelio, questo graziosamente vi domando, questo fia l'ultimo bene che io spero, e a voi non fia niente. Voi avete oggi bagnate le vostre mani in tanti sangui, che io non accrescerò la somma del vostro peccato per la mia morte, ma la farò più lieve per la pietà che voi userete uccidendomi. Deh! aggiungetemi al triste numero, acciò che si possa dire: "Giulia amò tanto il suo Lelio, che ella fu del numero de' corpi morti con lui insieme ne' sanguinosi campi". E se voi non volete usar questa pietà, almeno prestate alle mie mani la tagliente spada, e consentite che sanza briga di queste mie compagne io possa morire, essendone le mie mani cagione».

 

Ascalion e' suoi compagni, che vedeano il chiaro viso tutto rigare di vermiglio sangue, lagrimavano tutti per pietà di costei; e piangendo le rispose e disse:

 

«Giovane, gl'iddii facciano le mie mani di lungi da sì fatto peccato. Certo io fuggii oggi per non bagnarmi nella dolente occisione: ma tu, perché piangendo e sconfortandoti guasti il tuo bel viso? Perché desideri d'incrudelire contra te medesima? Credi tu con la tua morte render vita al morto marito? Questo sarebbe impossibile. Ma levati su, e non volere qui però nelle sopravegnenti tenebre apparecchiare la tua bella persona alle selvatiche bestie, le quali alla tua salute potrebbono essere contrarie, però che vivendo ancora potrai forse riavere il perduto conforto. Levati su, e segui i nostri passi, e non dubitar di venire a' reali padiglioni con le tue compagne, ch'io ti giuro, per quelli iddii ch'ìo adoro, che, mentre che essi mi concederanno vita, il tuo onore e delle tue compagne sarà sempre salvo a mio potere, solo che vostro piacer sia. Ora ti leva, non dimorare più qui, vieni nella presenza del nostro signore, il quale, ancora che dolente sia, veggendo il tuo grazioso aspetto, ti onorerà sì come degna donna. Or se noi ti volessimo qui lasciare, non ti spaventano gl'infiniti spiriti de' morti corpi, sparti per lo piagnevole aere? Non dubiti tu degli scelerati uomini che sogliono essere ne' tumultuosi esserciti, i quali, trovandoti qui, non si curerebbono di contaminare il tuo onore e delle tue compagne? Deh! vieni adunque, ché vedi che io e' miei compagni per compassione di te righiamo i nostri visi d'amare lagrime».

 

Giulia non facea altro che piagnere; e ben ch'ella fosse molto dolorosa, non per tanto dimenticò la sua anima i cari ammaestramenti della gentilezza, e non volle nelle avversità parere villana a' divoti prieghi del nobile cavaliere; ma preso con le sue mani un bianco velo, coperse il palido viso di Lelio e con un suo mantello tutto il corpo, e poi si voltò ad Ascalion e disse:

 

«I vostri prieghi hanno sì presa la mia dolorosa anima, che io non mi so mettere al niego di quello che dimandato m'avete. E poi che Iddio e voi mi negate la morte, quella cosa che io più disidero, io m'apparecchio di venire in quelle parti ove piacer vi fia; ma caramente raccomando in prima me e le mie compagne e 'l nostro onore nelle vostre braccia, pregandovi, per la gentile anima che guida i vostri membri, che come di care sorelle il serviate e non consentiate che di quello che le misere anime de' nostri mariti, rinchiuse ne' mortali corpi, si contentarono, sciolte da essi si possano ramaricare».

 

E volendosi levare, per debolezza fra le sue compagne supina ricadde. Allora Ascalion teneramente per lo destro braccio la prese; e dall'altra parte un suo compagno sostenendola e con dolci parole confortandola, e con lento passo andando, pervennero alle reali tende, nelle quali entrati, il re vedendo costei, vinto per lo pietoso aspetto, umilmente la riguardò; e avendo già udito da Ascalion gran parte della condizione di lei, comandò ch'ella fosse onorata. Giulia, veduto il re, ancor che per debolezza le fosse grave, pur gli s'inginocchiò davanti e lagrimando disse:

 

«Alto signore, a questi nobili cavalieri è piaciuto di menarmi nel vostro cospetto, nel quale piacciavi che io trovi quella grazia che da loro non ho potuta avere. Io non credo che la misera Ecuba né la dolente Cornelia ne' loro danni sentissero maggiore doglia che io fo in quello che da voi ho ricevuto, né credo che effettuosamente alcuna di loro disiderasse de' suoi nimici vendetta, com'io disidero di voi, solo che prendere ne la potessi. Ma poi che la fortuna m'ha il potere levato, e fattami vostra prigione, datemi, per guiderdone della fiera volontà ch'io ho verso di voi, la morte».

 

Non sofferse il re che Giulia stesse in terra davanti a lui, ma con la propia mano levatala in piè, la fece sedere davanti a sé, e risposele così:

 

«Giovane donna, il vostro lagrimoso aspetto m'ha fatto divenire pietoso e quasi m'invita con voi insieme a lagrimare. E certo io non mi maraviglio del vostro parlare, il quale dimostra bene il vostro gran dolore, ché usanza suole essere de' miseri di volere quello che maggior miseria loro arrechi, infino a quell'ora che la tristizia pena a dar luogo al natural senno. E però che io conosco che voi ora più adirata che consigliata domandate la morte, e mostrate ver me crudel volontà, né la morte vi fia per me conceduta, né ancora le adirate parole credute. Ma quando voi avrete alquanto mitigate le giuste lagrime che voi spandete, io vi farò conoscere come la fortuna non sia contro di voi del tutto adirata, né ch'ella v'abbia fatta mia prigione; e ancora conoscerete che sia suto il migliore rimanere in vita, sì per voi e sì per l'anima del vostro marito. Ma ditemi, se vi piace, qual sia la cagione del vostro pianto, e chi voi siete, e onde e ove voi andavate».

 

Giulia, piangendo, con pietosa voce gli rispose:

 

«lo sono romana, e fui misera sposa del morto Lelio, il quale voi oggi con le propie mani uccideste, e quinci muove il mio tristo lagrimare; e andavamo al santo Iddio, posto nell'ultime fini de' vostri regni, per lo ricevuto dono della mia pregnezza».

 

Udendo questo, il re, quasi stupefatto, tutto si cambiò, e disse:

 

«Oimè! or dunque non foste voi con gli assalitori del mio regno, i quali all'entrare in esso arsero la ricca Marmorina?».

 

«Signore no - rispose Giulia, - ma passando per essa, la vedemmo bella e ornata di nobile popolo».

 

Allora dolfe al re molto di quello che era fatto; e sospirando le disse:

 

«Giovane donna, i fortunosi casi sono quasi impossibili a fuggire; a noi fu porto tutto il contrario di quello che voi ne porgete, e questo ne mosse a fare quello che omai non può tornare adietro, e che ci duole. E non è dubbio che voi avete nel preterito giorno gran danno ricevuto, e io non piccolo; ma però che il nostro lagrimare niente il menomerebbe, convienci prender conforto. E a cui che il lagrimare stia bene, a noi e' si disdice, i quali co' propii visi abbiamo a confortare i nostri sudditi. Adunque confortatevi, e qui meco rimanete; e dopo il preso conforto, se a voi piacerà altro marito, io ho nella mia corte assai nobili cavalieri, de' quali quello che più vi piacerà, in guiderdone dell'offesa che fatta v'ho, vi donerò volontieri; e se voi alle ceneri del morto marito vorrete pure servar castità, continuamente in compagnia della mia sposa come cara parente vi farò onorare. E se l'esser meco non vi piacerà, io vi giuro per l'anima del mio padre che, dopo l'alleviamento del vostro peso, infino in quella parte ove più vi piacerà d'andare, onorevolemente vi farò accompagnare. A dire quanto mi dolga di quello ch'è fatto per lo mio subito furore, sarebbe troppo lungo a narrare, però ch'io ci ho perduto un caro nipote e molti buoni cavalieri, e voi ho sanza vostra colpa offesi».

 

Giulia non rattemperava per tutte queste parole il dolente pianto, anzi, piangendo, nel savio animo diliberò che molto valea meglio di rimanere al proferto onore, fingendo il suo mal talento, infino che la fortuna la recasse nel pristino stato, che miseramente cercare gli strani paesi; e con sospirevole voce, rotta da dolenti singhiozzi, rispose:

 

«Signor mio, nelle vostre mani è la mia vita e la mia morte: io non mi partirò mai dal vostro piacere».

 

Comandò allora il re che ella in alcuno padiglione, sotto la fidata guardia di Ascalion, ella e le sue compagne fossero onorate.

 

 

[31]

 

Come il nuovo sole uscì nel mondo, il re con la sua compagnia, insieme con Giulia, verso Sibilia, antica città negli esperii regni, presero il cammino; ma avanti che i loro passi si mutassero, Giulia di grazia domandò che 'l corpo del suo Lelio non rimanesse esca de' volanti uccelli. Al quale il re comandò che onorevole sepoltura fosse data, ad esso e a tutti gli altri che piacesse a lei, e agli altri del campo. Fu allora Lelio, e molti altri, con molte lagrime sepellito dopo i fatti fuochi, ben che molti ne rimanessero sopra la vermiglia arena, che di varii ruscelletti di sangue era solcata.

 

 

[32]

 

Rimaso solo di vivi il tristo campo, in pochi giorni col corrotto fiato convocò in sé infinite fiere, delle quali tutto si riempié. E non solamente i lupi di Spagna occuparono la sventurata valle, ma ancora quelli delle strane contrade vennero a pascersi sopra' mortali pasti. E i leoni affricani corsero al tristo fiato, tignendo gli aguti denti negli insensibili corpi. E gli orsi, che sentirono il fiato della bruttura dello 'nsanguinato tagliamento, lasciarono l'antiche selve e i segreti nascondimenti delle lor caverne. E i fedeli cani abandonaron le case de' lor signori: e ciò che con sagace naso sente la non sana aria si mosse a venir quivi. E gli uccelli, che per adietro avean seguitati i celestiali pasti, si raunarono; e l'aria mai non si vestì di tanti avoltoi, e mai non furono più uccelli veduti adunati insieme, se ciò non fosse stato nella misera Farsaglia, quando i romani prencipi s'afrontarono.

 

Ogni selva vi mandò uccelli: e i tristi corpi, a cui la fortuna non avea conceduto né fuochi né sepoltura, erano miseramente dilacerati da loro, e le lor carni pasceano gli affamati rostri. Ogni vicino albero parea che gocciolasse sanguinose lagrime per li sanguinosi unghioni che premeano gli spogliati rami: il passato autunno gli aveva spogliati di foglie, e' crudeli uccelli col morto sangue premuto da' lor piedi gli aveano rivestiti di color rosso, e' membri portati sopra essi ricadevano la seconda volta nel tristo campo, abandonati dagli affaticati unghioni. Ma con tutto questo il gran numero de' morti non era tutto mangiato infino all'ossa, ancor che squarciato tra le fiere si partisse; gran parte ne giace rifiutato, ben che dilacerato sia tutto: il quale il sole e la pioggia e 'l vento macera sopra la tinta terra, fastidiosamente mescolando le romane ceneri con l'arabiche non conosciute.

 

 

[33]

 

Entrò il re Felice vittorioso con gran festa in Sibilia; e poi che egli fu smontato del possente cavallo e salito nel real palagio, e ricevuti i casti abbracciamenti dell'aspettante sposa, egli prese l'onesta giovane Giulia per la mano destra, e davanti alla reina sua sposa la menò dicendo:

 

«Donna, te' questa giovane la quale è parte della nostra vittoria: io la ti raccomando, e priegoti che ella ti sia come cara compagna e di stretta consanguinità congiunta in ogni onore».

 

Teneramente a' prieghi del re ricevette la reina Giulia e le sue compagne; ma non dopo molti giorni, partendosi il re di Sibilia, con lui se n'andarono in Marmorina: la quale quando il re vide non essere quello che falsamente Pluto in forma di cavaliere gli aveva narrato, e trovò ancor vivo colui il quale morto credeva aver lasciato ne' lontani boschi, forte in se medesimo si meravigliò, e dicea:

 

«O gl'iddii hanno voluto tentare per adietro la mia costanza, o io sono ingannato. A me pur con vera voce pervenne che la presente città era da romano fuoco arsa, e ora con aperti occhi veggo il contrario. E il narratore di così fatte cose pur morì nella mia presenza, e io gli feci dare sepoltura: e ora qui davanti vivo mi si rapresenta».

 

In questi pensieri lungamente stato, non potendo più la nuova ammirazione sostenere, chiamò a sé quel cavaliere, il quale già credeva che nell'arene di Spagna fosse dissoluto, e dissegli:

 

«Le tue non vere parole t'hanno degna morte guadagnata, però che esse non è ancora passato il secondo mese poi mossero il nostro costante animo a grandissima ira e ad inique operazioni sanza ragione. Or non ci narrasti tu la distruzione della presente città con piagnevole voce, la quale noi ora trovata abbiamo sanza niuno difetto? Tu fosti cagione di farci commuovere tutto il ponente contra la inestimabile potenza de' romani, del qual movimento ancora non sappiamo che fine seguire ce ne debbia».

 

Maravigliossi molto il cavaliere, udite le parole, dicendo umilemente:

 

«Signor mio, in voi sta il farmi morire o il lasciarmi in vita, ma a me è nuovo ciò che voi mi narrate; e poi che voi qui mi lasciaste, mai io non mi partii, e a ciò chiamo testimonii gl'iddii e 'l vostro popolo della presente città, il quale seco mi ha continuamente veduto; né mai dopo la vostra partita ci fu alcuna novità».

 

Allora si maravigliò il re molto più che mai, dicendo fra se medesimo: "Veramente hanno gl'iddii voluto tentar le mie forze e aggiungere la presente vittoria alle nostre magnificenzie". E allegro della salva città abandonò i pensieri, contento di rimaner quivi per lungo spazio.

 

 

[34]

 

La reina, gravida di prosperevole peso, affannata per lo lungo cammino, volontieri si riposava, e con lei Giulia molto più affaticata, ma quasi continuamente o il bel viso bagnato d'amare lagrime o la bocca piena di sospiri teneva; alla quale un giorno la reina, vedendola dirottamente piangere, disse così:

 

«Giulia, sanza dubbio io so che tu, sì come io, in te nascondi disiato frutto, e' manifesti segnali mostrano te dovere essere vicina al partorire, onde col tuo piangere gravemente te e lui offendi. Tu hai già quasi il bel viso tutto consumato e guasto, e le tue lagrime l'hanno occupato d'oscura caligine e di palidezza; onde io ti priego che tu non facci più questo: anzi ti conforta, e spera che noi insieme avremo gioioso parto. Non sai tu che per lo tuo lagrimare il ricevuto danno non menoma? Poi che i fati ti sono stati avversi, appara a sostenere con forte animo le contrarie cose e' dolenti casi della fortuna. Deh! or tu m'hai già detto, se io ho bene le tue parole a mente, che tu se' nata di nobilissima prole romana; or se questo è il vero, come io credo, e' ti dovrebbe tornare nella mente del forte animo che Orazio Pulvillo, appoggiato alla porta del tempio di Giove Massimo, udendo la morte del figliuolo, ebbe; e come Quinto Marzio, tornato da' fuochi dell'unico figliuolo, diede quel giorno sanza lagrimare le leggi al popolo. Questi e molti altri vostri antichi avoli con fermo animo nelle avversità mostrarono la loro virtù, per la quale il mondo lungamente si contentò d'essere corretto da cotali reggitori. Adunque, poi che di tal gente hai tratta origine, si disdicono a te, più che ad un'altra, le lagrime. Non credi tu che essi nelle loro avversità sostenessero doglia, come tu fai? Certo sì fecero; ma volsero anzi seguire la magnanimità de' loro nobili animi, i quali conosceano la natura delle caduche e transitorie cose, che la pusillanimità della misera carne, acciò che le loro operazioni fossero essemplo a' loro successori in ciascuno atto».

 

Queste e molte altre parole usava spesso la reina in conforto di Giulia.

 

 

[35]

 

Giulia conoscea veramente che la reina l'amava molto, e da grande amore procedeano queste parole, le quali vere la reina le diceva, ond'ella incominciò a riprender conforto e a porre termine alle sue lagrime. E per fuggire ozio, il quale di trista memorazione de' suoi danni l'era cagione, con le propie mani lavorando, sovente faceva di seta nobilissime tele di diverse imagini figurate, allato alle quali, o misera Aragne, le tue sarebbero parute offuscate da nebulose macchie, come altra volta parvero, quando con Pallade avesti ardire di lavorare a pruova. Queste opere aveano sanza fine multiplicato l'amore della reina in lei, però che molto in simili cose si dilettava. Onde, come l'amore, così l'onore a lei e alle sue compagne multiplicare fece.

 

 

[36]

 

Non parve a Pluto avere ancora fornito il suo iniquo proponimento, posto ch'egli avesse con le sue false parole commosse l'occidentali rabbie sopra gl'innocenti romani; ma poi ch'egli ebbe nel cospetto del re Felice lasciato vilmente disfatto il falso corpo, un'altra volta riprese vana forma d'una giovane damigella di Giulia, chiamata Glorizia, la quale con lei ancora viva dimorava, e con sollicito passo entrò nell'ampio circuito delle romane mura. E già Calisto mostrando le sue luci, tacitamente, disciolti i capelli, entrò negli alti palagi di Lelio, stracciandosi tutta; ne' quali poi che ella fu ricevuta dal padre del morto Lelio e da' cari fratelli di Giulia, i quali, stupefatti tutti di tale accidente, taciti si maravigliavano, forte piangendo così cominciò loro a parlare:

 

 

[37]

 

«Poi che gli avversari movimenti della fortuna, invidiosa della nostra felicità, trassero della dolente città il vostro caro figliuolo e la sua moglie, a me carissima donna, con quella compagnia con la quale voi medesimi ci vedeste, e da cui voi, porgendo teneri baci e le vostre destre mani, piangendo vi dipartiste, noi avventurosamente, fin che a' miseri fati piacque, camminammo. Ma poi che a loro piacque di ritrarre la mano dalle nostre felicità, noi una mattina quasi nelle prime ore cavalcando per una profonda valle, occupate le nostre luci da noiosa nebbia, assaliti fummo da innumerabile quantità di predoni, vaghi del copioso arnese, il quale a noi non molto lontano andava, e del nostro sangue: e l'assalirci e 'l privarci dell'arnese non occupò più che un medesimo spazio di tempo. E appresso rivolti a noi con li aguzzati dardi, Lelio co' suoi compagni e la vostra Giulia di vita amaramente privarono. Io pavida piangendo, non so come delle inique mani fuggii; e fuggendo, per tema non ritornare nelle loro mani, per lo dolente cammino più volte ho sostenuto mortal dolore».

 

E co' pugni stretti, dette queste parole, cadde semiviva nelle loro braccia, la quale essi piangendo portarono sopra un letto, richiamando con freddi liquori le forze esteriori.

 

 

[38]

 

Incominciossi nel gran palagio un amarissimo pianto, e quasi per tutta Roma, ovunque il grazioso giovane e la piacente Giulia erano conosciuti, si piangea. L'aere risonava tutto di dolenti voci, tali che per lo preterito tempo alcuno anziano non si ricordava che tal doglia vi fosse stata per alcuno accidente. E certo che tu appena, o Bruto, riformatore della libertà del romano popolo, vi fosti tanto lagrimato dal rozzo popolo. E da quell'ora inanzi ciascun romano cominciò ad essere pauroso d'andar cercando gli strani altari o di portare gl'incensi a' lontani iddii fuori di Roma; e per lo gran dolore del morto Lelio lungamente lasciarono i nobili adornamenti, vestendo lugubri veste, così gli altri romani come i suoi distretti parenti.

 

 

[39]

 

Mentre la fortuna con la sua sinistra voltava queste cose, s'appressò il termine del partorire alla reina, e simigliantemente a Giulia; e nel giocondo giorno eletto per festa de' cavalieri, essendo Febo nelle braccia di Castore e di Polluce insieme, non essendo ancora la tenebrosa notte partita, sentirono in una medesima ora quelle doglie che partorendo per l'altre femine si sogliono sentire. Dopo molte grida, essendo già la terza ora del giorno trapassata, e la reina del gravoso affanno, partorendo un bel garzonetto, si diliberò, contenta molto in se medesima di tal grazia, sanza fine lodando i celestiali iddii; e similmente il re, udita la novella, fece grandissima festa, però che sanza alcun figliuolo era infino a quello giorno dimorato. Niuno altare fu in Marmorina negli antichi templi sanza divoto fuoco. E i freschi giovani con varii suoni, cantando, andavano faccendo smisurata festa. L'aere risonò d'infiniti sonagli per li molti armeggiatori, continuando per molti giorni grandissima gioia.

 

 

[40]

 

Avea già il sole per lungo spazio trapassato il meridiano suo cerchio, avanti che Giulia del disiderato affanno liberare si potesse: anzi, con grandissime voci invocando il divino aiuto, sostenea grandissima doglia. Ma tra la erronea gente si dubitava non Lucina sopra i suoi altari stesse con le mani comprese, resistendo a' suoi parti, come fece alla dolente Iole, quando ingannata da Galanta la convertì in mustella; e con divoti fuochi s'ingegnavano di mitigare la colei ira, per liberare Giulia di tale pericolo. Ma poi che a Giove piacque di dar fine a' suoi dolori, egli, ella partorendo, le concedette una figliuola non variante di bellezza dalla sua madre; la quale come fu nata, Giulia, sentendo la sua anima disiderosa di partirsi dal debile corpo, contenta del piacere di Dio, domandò che la sua unica figliuola, avanti la morte sua, le fosse posta nelle tremanti braccia. Glorizia, cameriera e compagna di Giulia, coperta la picciola zitella con un ricco drappo, la pose in braccio alla madre, la quale, poi che la vide, sospirando la baciò, e piangendo, voltata a Glorizia, gliele rendé, dicendo:

 

«Cara compagna, sanza dubbio di presente sento mi converrà rendere l'anima a Dio, e nel presente giorno ringraziarlo di doppio dono, sì come della dimandata progenie e della disiderata morte. Ond'io ti raccomando la cara figliuola, e, per quello amore che tra te e me è stato, ti priego che in luogo di me le sii sempre madre»; e dicendo queste parole alla dolente Glorizia, che nell'un braccio tenea la picciola fanciulla e nell'altro il capo di lei parlante, rendé l'anima al suo fattore umile e divota.

 

 

[41]

 

Cominciossi nella camera un doloroso pianto, e massimamente da Glorizia, la quale, tenendo in braccio la figliuola della morta Giulia, dicea:

 

«O sventurata figliuola, inanzi alla tua natività cagione della morte del tuo padre, e nascendo hai la tua madre morta! Oimè! quanta sarebbe l'allegrezza de' miseri parenti, se in vita t'abbracciassero, come io fo! O figliuola di lagrime e d'angoscia, quanto ha Giove mostrato che la tua natività non gli piacea! Oimè, di che amaro peso sono io ancora sanza umano conoscimento divenuta madre!».

 

E poi si volgea sopra il freddo corpo di Giulia, il quale tanta pietà porgea a chi morto il riguardava, che per vivere ciascuno ne torcea le luci; e dicea:

 

«O cara donna, ove m'hai tu misera con la tua figliuola lasciata? Deh! perché non m'è elli licito poterti seguire? Già era uscito della mia mente il gravoso dolore della crudele morte di Lelio, ma tu ora morendo m'hai doppia doglia rinnovata. Oimè misera! omai niuno conforto più per me s'aspetta».

 

Così piangendo questa, e l'altre che con lei nella camera dimoravano, pervennero le dolorose voci alle orecchie della reina, la quale, allegra del nato figliuolo, prima si maravigliò, dicendo:

 

«Chi piange invidioso de' nostri beni?», poi più efficacemente domandando, volle sapere la cagione di cotal pianto. E fatta chiamare alcuna femina della camera ove le misere piangeano, domandò qual fosse la cagione del loro pianto. Quella rispose:

 

«Madonna, quando Febo lasciò il nostro emisperio sanza luce, Giulia si diliberò, partorendo una bellissima creatura, del noioso peso; e non dopo molto spazio, rimasa debile, passò a miglior vita, e ha lasciato fra noi il grazioso corpo sì pieno d'umiltà nell'aspetto, che alcuno che il guardi non può ritenere in sé l'amaro pianto; e questo è quello che voi udito avete».

 

 

[42]

 

Quando la reina udì queste parole, sospirando disse:

 

«Oimè!, dunque ci ha la piacente Giulia abandonati?»; e comandò che 'l corpo di Giulia fosse nel suo cospetto recato; sopra 'l quale, poi che ella il vide, sparse amare lagrime e molte. E veramente il suo lieto animo non era il presente giorno tanto rallegratosi della natività dell'unico figliuolo, quanto la morta Giulia col suo pietoso aspetto l'attristò più. Ella comandò ch'ella fosse il vegnente giorno onorevolemente sepellita; e presa nelle sue braccia la bella figliuola, lagrimando molte volte la baciò, dicendo:

 

«Poi che alla tua madre non è piaciuto d'esser più con noi, certo tu in luogo di lei e di cara figliuola ne rimarrai. Tu sarai al mio figliuolo cara compagna e parente del continuo».

 

Molte fiate nel futuro pianse queste parole la reina, le quali nescientemente profetico spirito l'avea fatta parlare.

 

 

[43]

 

Sparsesi per la reale corte e per tutta Marmorina la morte della graziosa Giulia, la quale con la sua piacevolezza aveva sì presi gli animi di coloro che sua notizia aveano, che niuno fu che per pietà non spandesse molte lagrime. E il re similemente piangendo mostrò che di lei molto gli dolesse. Ma poi che il seguente giorno, lavato il corpo e rivestito di reali vestimenti, fu sepellito tra' freddi marmi, con quello onore che a sì nobile giovane si richiedea, elli scrissero sopra la sua sepoltura questi versi:

 

Qui d'Antropòs il colpo ricevuto,

giace di Roma Giulia Topazia,

dell'alto sangue di Cesare arguto

discesa, bella e piena d'ogni grazia,

che, in parto, abandonati in non dovuto

modo ci ha: onde non fia già mai sazia

l'anima nostra il suo non conosciuto

Iddio biasmar, che fé sì gran fallazia.

 

 

[44]

 

Assai sturbò la gran festa incominciata della natività del giovane la compassione che ogni uomo generalmente portava alla morte di Giulia. Ma poi che alquanti giorni furono passati, piacque al re Felice di vedere il suo figliuolo e la bella pulcella nata con lui in un medesimo giorno; e entrato con alcuno barone nella camera della reina, prima dolcemente la confortò domandandola di suo stato, poi comandò che le due creature gli fossero arrecate davanti. Furongli arrecati amenduni i garzonetti involti in preziosi drappi: i quali, poi ch'egli gli ebbe amenduni nelle sue braccia, per lungo spazio li riguardò, e vedendoli amenduni pieni di maravigliosa bellezza, e simiglianti insieme, disse così:

 

«Certo piacevole e giocondo giorno vi ci donò, nel quale ogni fiore manifesta la sua bellezza: i cavalieri simigliantemente e le gaie donne si rallegrano faccendo gioiosa festa. Adunque convenevole cosa è che voi in rimembranza della vostra natività, e per aumentamento delle vostre bellezze, siate da così fatto giorno nominati. E però tu, caro figliuolo, sì come primo nato, sarai da tutti universalmente chiamato Florio, e tu, giovane pulcella, avrai nome Biancifiore»; e così comandò che da quella ora in avanti fossero continuamente chiamati. E voltatosi alla reina, principalmente Florio le raccomandò; dopo questo la pregò molto che Biancifiore tenesse cara, però che aspetto avea di dovere ogni altra donna passare di bellezza, e che egli in luogo di Giulia sempre la volea tenere. E dopo queste parole, contento di sì bella erede, si partì dalla reina.

 

 

[45]

 

Teneramente raccomandò la reina alle balie le picciole creature, e con sollecita cura le facea nudrire. Ma poi che, lasciato il nudrimento delle balie, vennero a più ferma età, il re facea di loro grandissima festa, e sempre insieme realmente vestir li facea; e quasi non gli era la pulcella, che in bellezza ciascun giorno crescea, men cara che fosse il suo Florio. E vedendo che già Citerea, donna del loro ascendente, s'era dintorno a loro ne' suoi cerchi voltata la sesta volta, provide di volere che, se la natura in senno gli avesse in alcuno atto fatti difettosi, elli, studiando, per la scienza potessero ricuperare cotal difetto. E fatto chiamare un savio giovane, nominato Racheio, nell'arti di Minerva peritissimo, gli commise che i due giovinetti effettuosamente dovesse in saper leggere ammaestrare. E appresso chiamato Ascalion, simigliantemente amendue glieli raccomandò, dicendo:

 

«Questi sieno a te come figliuoli. Niuno costume né alcuna cosa, che a gentili uomini o donne si convenga, sia che tu a costoro non insegni, però che in loro ogni mia speranza è fissa: e essi sono l'ultimo termine del mio disio».

 

Ascalion e Racheio presero i commessi uficii; e sanza alcuna dimoranza incominciò Racheio a mettere il suo in essecuzione con intera sollecitudine. E loro in brieve termine insegnate conoscer le lettere, fece loro leggere il santo libro d'Ovidio, nel quale il sommo poeta mostra come i santi fuochi di Venere si deano ne' freddi cuori con sollecitudine accendere.

 

 

 

LIBRO SECONDO

 

 

[1]

 

Adunque cominciarono con dilettevole studio i giovani, ancora ne' primi anni puerili, ad imprendere gli amorosi versi: nelle quali voci sentendosi la santa dea, madre del volante fanciullo, nominare con tanto effetto, non poco negli alti regni con gli altri dei se ne gloriava. Ma non sofferse lungamente che invano fossero da' giovani petti sapute così alte cose come i laudevoli versi narravano, ma, involti i candidi membri in una violata porpore, circundata di chiara nuvoletta, discese sopra l'alto monte Citerea, là ove ella il suo caro figliuolo trovò temperante nuove saette nelle sante acque, a cui ella con benigno aspetto cominciò così:

 

«O dolce figliuolo, non molto distante agli aguti omeri d'Appennino, nell'antica città Marmorina chiamata, secondo che io ho ne' nostri alti regni sentito, ha due giovinetti, i quali effettuosamente studiando i versi che le tue forze insegnano acquistare, invocano con casti cuori il nostro nome, disiderando d'essere del numero de' nostri suggetti. E certo il loro aspetto, pieno della nostra piacevolezza, molto più s'appresta a' nostri servigi che a cultivare i freddi fuochi di Diana. Lascia dunque la presente opera, e intendi a maggiori cose, e solo il rimanente di questo giorno in mio servigio ti spoglia le leggieri ali. E come già nella non compiuta Cartagine prendesti forma del giovane Ascanio, così ora ti vesti del senile aspetto del vecchio re, padre di Florio; e quando se' là ove essi sono, sì come egli quando va a loro gli abbraccia e bacia costretto da pura benivolenza, così tu, abbracciandoli e baciandoli, metti in loro il tuo segreto fuoco, e infiamma sì l'un dell'altro, che mai il tuo nome de' loro cuori per alcuno accidente non se ne spenga. E io in alcuno atto occuperò sì il re, che la tua mentita forma per sua venuta non si manifesterà».

 

 

[2]

 

Mossesi Amore a' prieghi della santa madre, poi che spogliate s'ebbe le lievi penne; e pervenuto al dimandato luogo, vestitosi la falsa forma, entrò sotto i reali tetti, passando con lento passo nella segreta camera, ove egli Florio e Biancifiore trovò soletti puerilmente giuocare insieme. Essi si levarono verso lui come fare soleano, e egli primieramente preso Florio, il si recò nel santo seno, e porgendoli amorosi baci, segretamente gli accese nel cuore un nuovo disio: il quale Florio poi, guardando ne' lucenti occhi di Biancifiore con diletto, il vi fermò. Ma poi Cupido, presa Biancifiore, e spirandole nel viso con piccolo fiato, l'accese non meno che Florio avesse davanti acceso. E dimorato alquanto con loro, rivolti i passi indietro, li lasciò stare; e rivestendosi le lasciate penne, tornò al lasciato lavoro. E i giovani, rimasi pieni di nuovo disio, riguardandosi, si cominciarono a maravigliare stando muti. E da quell'ora in avanti la maggior parte del loro studio era solamente in riguardar l'un l'altro con temorosi atti; né mai l'un dall'altro, per alcuno accidente che avvenisse, partir si volea, tanto il segreto veleno adoperò in loro subitamente.

 

 

[3]

 

Sì tosto come Amore dalla sua madre fu partito, così ella nella lucida nuvoletta fendendo l'aere pervenne a' medesimi tetti, e, tacitamente preso il vecchio re, il portò in una camera sopra un ricco letto, dove d'un soave sonno l'occupò. Nel qual sonno il re vide una mirabi le visione: che a lui pareva esser sopra un alto monte, e quivi avere presa una cerbia bianchissima e bella, la quale a lui molto parea avere cara; la quale tenendola nelle sue braccia, gli pareva che del suo corpo uscisse un leoncello presto e visto, il quale egli insieme con questa cerbia sanza alcuna rissa nutricava per alcuno spazio. Ma, stando alquanto, vedeva discender giù dal cielo uno spirito di graziosa luce risplendente, il quale apriva con le proprie mani il leoncello nel petto; e quindi traeva una cosa ardente, la quale la cerbia disiderosamente mangiava. E poi gli pareva che questo spirito facesse alla cerbia il simigliante; e fatto questo si partiva.

 

Appresso questo, egli temendo non il leoncello volesse mangiar la cerbia, la lontanava da sé: e di ciò pareva che l'uno e l'altro si dolesse. Ma, poco stante, apparve sopra la montagna un lupo, il quale con ardente fame correva sopra la cerbia per distruggerla, e il re gliele parava davanti; ma il leoncello correndo subitamente tornò alla difesa della cerbia, e co' propii unghioni quivi dilacerò sì fattamente il lupo, che egli il privò di vita, lasciando la paurosa cerbia a lui che dolente gliele pareva ripigliare, tornandosi all'usato luogo. Ma non dopo molto spazio gli parea vedere uscir de' vicini mari due girfalchi, i quali portavano a' piè sonagli lucentissimi sanza suono, i quali egli allettava; e venuti ad esso, levava loro da' piedi i detti sonagli, e dava loro la cerbia cacciandogli da sé. E questi, presa la cerbia, la legavano con una catena d'oro, e tiravansela dietro su per le salate onde infino in Oriente: e quivi ad un grandissimo veltro così legata la lasciavano. Ma poi, sappiendo questo, il leoncello mugghiando la ricercava; e presi alquanti animali, seguitando le pedate della cerbia, n'andavano là ove ella era; e quivi gli parea che il leoncello, occultamente dal cane, si congiungesse con la cerbia amorosamente. Ma poi avedendosi il veltro di questo, l'uno e l'altro parea che divorar volesse co' propii denti. E subitamente cadutagli la rabbia, loro rimandava là onde partiti s'erano. Ma inanzi che al monte tornassero, gli parea che essi si tuffassero in una chiara fontana, della quale il leoncello uscendone, pareva mutato in figura di nobilissimo e bel giovane, e la cerbia simigliantemente d'una bella giovine: e poi a lui tornando, lietamente li ricevea; e era tanta la letizia la quale egli con loro facea, che il cuore, da troppa passione occupato, ruppe il soave sonno. E stupefatto delle vedute cose si levò, molto maravigliandosi, e lungamente pensò sopra esse; ma poi non curandosene, venne alla reale sala del suo palagio in quell'ora che Amore s'era da' suoi nuovi suggetti partito.

 

 

[4]

 

Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l'un l'altro fiso, Florio primieramente chiuse il libro, e disse:

 

«Deh, che nuova bellezza t'è egli cresciuta, o Biancifiore, da poco in qua, che tu mi piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti!».

 

Biancifiore rispose:

 

«Io non so, se non che di te poss'io dire che in me sia avvenuto il simigliante. Credo che la virtù de' santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di nuovo fuoco, e adoperato in noi quello già veggiamo che in altrui adoperarono».

 

«Veramente - disse Florio - io credo che come tu di' sia, però che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci».

 

«Certo tu non piaci meno a me, che io a te», rispose Biancifiore. E così stando in questi ragionamenti co' libri serrati avanti, Racheio, che per dare a' cari scolari dottrina andava, giunse nella camera e loro gravemente riprendendo, cominciò a dire:

 

«Questa che novità è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov'è fuggita la sollecitudine del vostro studio?».

 

Florio e Biancifiore, tornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi dell'effetto che della cagione, torti, si volgeano verso le disiate bellezze, e la loro lingua, che apertamente narrare solea i mostrati versi, balbuziendo andava errando. Ma Racheio, pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti, incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne' loro cuori, la qual cosa assai gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedere, prima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle parti nelle quali egli potesse lor vedere sanza essere da essi veduto. E manifestamente conoscea, come da loro partitosi, incontanente chiusi i libri, abbracciandosi si porgeano semplici baci, ma più avanti non procedeano, però che la novella età, in che erano, non conoscea i nascosi diletti. E già il venereo fuoco gli avea sì accesi, che tardi la freddezza di Diana li avrebbe potuti rattiepidare.

 

 

[5]

 

Poi che più volte Racheio gli ebbe veduti nella soprascritta maniera, e alcuna volta gravemente ripresigliene, egli tra se medesimo disse: "Certo questa opera potrebbe tanto andare avanti, sotto questo tacere ch'io fo, che pervenendo poi alle orecchi del mio signore, forse mi nocerebbe l'aver taciuto. Io manifestamente conosco ne' sembianti e negli atti di costoro la fiamma di che elli hanno acceso i cuori: dunque perché non gli lascio io ardere sotto altrui protezione, che sotto la mia? Io pur ho infino a qui fatto l'uficio mio, riprendendoli più volte, né m'è giovato: e però per mio scarico è il meglio dirlo al re". E così ragionando Racheio, Ascalion sopravenne: il quale, in molte cose peritissimo, quando lo studio rincrescea loro, mostrava loro diversi giuochi, e tal volta cantando con essi si sollazzava, avendo già ciascuno da lui medesimo appresa l'arte del sonare diversi strumenti; e trovò Racheio pensando, a cui e' disse:

 

«Amico, qual pensiero sì ti grava la fronte, che occupato in esso, altro che rimirare la terra non fai?».

 

A cui Racheio narrando il suo pensiero rispose. Quando Ascalion intese questo, niente gli piacque, ma disse:

 

«Andiamo, e sanza alcuno indugio il narriamo al re, acciò che se altro che bene n'avvenisse, noi non possiamo essere ripresi».

 

E dette queste parole, voltati i passi, amenduni n'andarono nella presenza del re; al quale Ascalion parlò così:

 

 

[6]

 

«Nella vostra presenza, o vittoriosissimo prencipe, ci presenta espressa necessità a narrarvi cose le quali, se esser potesse suto, disiderato avremmo molto che dicendole altri, agli orecchi vostri fossero pervenute. Ma però che noi, disiderosi del vostro onore, non volendo anche il nostro contaminare, conosciamo che da tenere occulte non sono, e massimamente a voi, onde acciò che il futuro danno, che seguire ne potrebbe di ciò che vi diremo, non sia a noi noia né mancamento de' vostri onori, vi facciamo manifesto che novello amore è generato ne' semplici cuori del vostro caro figliuolo Florio e di Biancifiore. E questo nelli loro atti più volte abbiamo conosciuto, sì come l'iddii sanno: essi più volte effettuosamente abbracciarsi e darsi graziosi baci abbiamo veduti, e appresso sovente, guardandosi nel viso, l'un l'altro gittare sospiri accesi di gran disio. E ancora più manifesto segnale n'appare, il quale voi assai tosto potete provare, che niuna cosa è che l'uno sanza l'altro voglia fare, né li possiamo in alcuna maniera partire, e hanno del tutto il loro studio abandonato: anzi, così tosto come noi della loro presenza siamo partiti, così incontanente chiusi i libri intendono a riguardarsi; e di ciò, come dell'altre cose, gravemente più volte ripresi gli abbiamo, credendo poterli da ciò ritrarre, ma poco giova la nostra riprensione. E però, acciò che noi per ben servire mal guiderdone non riceviamo, e acciò che subito rimedio ci sia da voi preso, v'abbiamo voluto questo palesare. Voi, sì come savio, anzi che più s'accenda il fuoco, providamente pensate di stutarlo, ché, quanto a noi, il nostro potere ci abbiamo adoperato».

 

 

[7]

 

Niente piacquero al re l'ascoltate parole; ma celando il suo dolore con falso riso, rispose:

 

«Però non cessi il vostro con riprensione gastigarli e con ispaventevoli minacce impaurirli. Essi ancora per la loro giovane età sono da potere essere ritratti da ciò che l'uomo vuole; e io, quando per voi dell'incominciata follia rimaner non si volessono, prenderà in questo mezzo altro compenso, acciò che il vostro onore per vile cagione non diventi minore».

 

E detto questo, con l'animo turbato si partì da loro, e entrossene in una camera; e quivi da sé cacciando ogni compagnia, solo a sedere si pose, e, con la mano alla mascella, cominciò a pensare e a rivolversi per la mente quanti e quali accidenti pericolosi poteano avvenire del nuovo innamoramento; e di tale infortunio tra se medesimo cominciò a dolersi. E mentre in tal pensiero il re dimorava occupato, la reina, passando per quella camera, sopravenendo il vide, e con non poca maraviglia, fermata nel suo cospetto, gli disse:

 

«O valoroso signore, quale accidente o qual pensiero occupa sì l'animo vostro, che io, pensando, nell'aspetto vi veggo turbato? Non vi spiaccia che io il sappia, però che niuna felicità né avversità ancora dovete sanza me sostenere: se voi 'l mi dite, forse o consiglio o conforto vi porgerò».

 

Rispo se il re allora con voce mescolata di sospiri, e disse:

 

«E' mi piace bene che a voi non sia la mia malinconia celata, la cagione della quale è questa: con ciò sia cosa che la fortuna infino a questo tempo ci abbia con la sua destra tirati nell'auge della sua volubile rota, accrescendo il numero de' nostri vittoriosi triunfi, ampliando il nostro regno, multiplicando le nostre ricchezze e concedendone, insieme con gli altri iddii, cara progenie, a cui la nostra corona è riserbata, ora pensando dubito che ella, pentuta di queste cose, non s'ingegni con la sua sinistra d'avvallarci. E gl'iddii credo che ciò consentono; e la maniera è questa: niuna allegrezza fu mai maggiore a noi, che quella quando il nostro unico figliuolo dagl'iddii lungamente pregati ricevemmo; e sapete che ne' nostri regni nella sua natività niuno altare fu sanza divoto fuoco e sanza incensi, né niuno iddio fu che con divota voce non fosse per le nostre città ringraziato. Ora, conoscendo la fortuna quanto questo figliuolo ne sia caro per le rendute grazie, per porre noi in maggior doglia e tristizia, in vile modo s'ingegna di privarcene, minuendo i nostri onori, essendo egli in vita, dandoci manifesto essemplo che, poi che alla più cara cosa comincia, discenderà sanza fallo all'altre minori: e udite come ella s'è ingegnata di levarci Florio. Essa ha tanto il giovane figliuolo di Citerea, non meno mobile di lei, con lusinghe mosso, che egli, entrato nel giovane petto di Florio, l'ha sì infiammato della bellezza di Biancifiore, che Paris di quella di Elena non arse più; e non vede più avanti che Biancifiore, secondo che i loro maestri m'hanno detto poco avanti. E certo io non mi dolgo che egli ami, ma duolmi di colei cui egli ama, perché alla sua nobiltà è dispari. Se una giovane di real sangue fosse da lui amata, certo tosto per matrimonio gliele giugneremmo; ma che è a pensare che egli sia innamorato d'una romana popolaresca femina, non conosciuta e nutricata nelle nostre case come una serva? Ora adunque che cercherete voi più avanti della mia malinconia? Non è questa gran cagione di dolersi, pensando che un sì fatto giovane, il quale ancora dee sotto il suo imperio governare questi regni, sia per una feminella perduto? Certo io non avria avuta alcuna malinconia se gl'iddii l'avessero al loro servigio chiamato nella sua puerizia, come Ganimede fecero. E certo la morte di Gilo non fu da Xenofonte suo padre sostenuta con sì forte animo, com'io avrei fatto o farei, se gl'iddii avessero consentito ch'io avessi per simile caso perduto Florio che Xenofonte perdé Gilo. Né Anassagora ancora ebbe cagione di piagnere, però che saviamente aspettava cosa naturale del suo figliuolo, come io medesimo quello accidente sanza lagrime aspetterei. Ma pensando che per vile avvenimento, vivendo il mio figliuolo, io il posso più che morto chiamare, il dolore che quinci mi nasce mi trasporta quasi infino agli ultimi termini della vita. Né so che di questo io mi faccia, ché io dubito che, se io di tal fallo il riprendo, o m'ingegno con asprezza di ritrarlo da questa cosa, che io non ve lo accenda più suso, o forse egli del tutto non m'abandoni e vada vagabundo per gli strani regni, fuggendo le mie riprensione: e così avremmo sanza alcuno utile accresciuto il danno. E d'altra parte se io taccio questa cosa, il fuoco ognora più s'accenderà, e così mai da lei partire nol potremo».

 

 

[8]

 

Molto fu la reina di quelle parole dolente, e quasi lagrimando ne 'l dimostrò; ma, dopo poco spazio, con pietoso aspetto disse:

 

«Caro signore, non è per questo accidente da disperarsi, né degl'iddii né della fortuna, però che non è mirabile cosa se Florio s'è della bellezza della vaga giovane inamorato, con ciò sia cosa che egli sia giovanissimo e continuamente con lei dimori, e ella sia bellissima giovane e piacevole. E non è dubbio che, se questo amore s'avanzasse, come voi dite che egli è cominciato, che noi potremmo dire che 'l nostro figliuolo fosse vivendo perduto, pensando alla piccola condizione di Biancifiore. Ma quando le piaghe sono recenti e fresche, allora si sanano con più agevolezza che le vecchie già putrefatte non fanno. Secondo le vostre parole, questo amore è molto novello, e sanza dubbio egli non può essere altramente, e simigliantemente gli amanti novelli sono, né mai altro fuoco non li scaldò; e però questo fia lieve a spegnere seguendo il parer mio, né niuna più legger via ci è che dividere l'uno dall'altro; la qual cosa in questa maniera si può fare. Florio, già ne' santi studii dirozzato, è da mettere a più sottili cose; e voi sapete che noi abbiamo qui vicino Ferramonte, duca di Montoro, a noi per consaguinità congiuntissimo, e in niuna parte del nostro regno più solenne studio si fa che a Montoro. Noi possiamo sotto spezie di studio mandar Florio là a lui, e quivi faccendolo per alcuno spazio dimorare, gli potrà agevolemente della memoria uscir questa giovane, non vedendola egli. E come noi vedremo che egli alquanto dimenticata l'aggia, allora noi gli potremo dare sposa di real sangue sanza alcuno indugio, e così potremo essere agevolmente fuori di cotale dubbio. E già però esso non ci sarà tanto lontano, che noi nol possiamo ben sovente vedere. Ond'io, caro signore, vi priego che questa malinconia cacciate da voi prendendo sanza indugio questo rimedio».

 

 

[9]

 

Piacque al re il consiglio della reina, il quale giovare non dovea ma nuocere, però che quanto più si strigne, il fuoco con più forza cuoce; e poi ch'egli sopra ciò ebbe lungamente pensato, le rispose che ciò farebbe, però che altra via a tal pericolo fuggire non vedea. Ma, oh quanto fu tale imaginazione vana, con ciò sia cosa che durissimo sia resistere alle forze de' superiori corpi, avvegna che possibile! Venus era nell'auge del suo epiciclo, e nella sommità del differente nel celestiale Toro, non molto lontana al sole, quando ella fu donna, sanza alcuna resistenza d'opposizione o d'aspetto o di congiunzione corporale o per orbe d'altro pianeto, dello ascendente della loro natività; il saturnino cielo, non che gli altri, pioveva amore il giorno che elli nacquero.

 

Oimè, che mai acqua lontana non spense vicino fuoco! Ove credea il re potere mandar Florio sanza la sua Biancifiore, con ciò fosse cosa che ella era continuamente nel suo animo figurata con più bellezza che il vero viso non possedea, e quello che prende e lascia amore era sempre con Biancifiore? I corpi si doveano allontanare, ma le menti con più sollecitudine si doveano far vicine. Niuna cosa è più disiderata che quella che è impossibile, o molto malagevole, ad avere. Per quale altra cagione diventò il gelso vermiglio, se non per l'ardente fiamma costretta, la quale prese più forza ne' due amanti costretti di non vedersi? Chi fece Biblide divenir fontana se non il sentirsi esser negato il suo disio? Ella fu femina mentre ella ne stette in forse con isperanza. O re, tu credi apparecchiare fredde acque all'ardente fuoco, e tu v'aggiugni legne. Tu t'apparecchi di dare non conosciuti pensieri a' due amanti sanza alcuna utilità di te o di loro, e affrettiti di pervenire a quel punto il quale tu con disio ti credi più fuggire. Oh quanto più saviamente adoperresti lasciandoli semplicemente vivere nelle semplici fiamme, che voler loro a forza fare sentire quanto sieno amari o dilettevoli i sospiri che da amoroso martiro procedono! Elli amano ora tacitamente. Né niuno disidera più avanti che solo il viso, il quale per forza conviene che per troppa copia, se stare gli lascia, rincresca, però che delle cose di che l'uomo abondevole si truova, sfastidiano. Ma che si può qui più dire, se non che il benigno aspetto, col quale la somma benivolenza riguarda la necessità degli abandonati, non volle che il nobile sangue, del quale Biancifiore era discesa, sotto nome d'amica divenisse vile, ma acciò che con matrimoniale nodo il suo onore si servasse, consentì che le pensate cose sanza indugio si mettessero in effetto?

 

 

[10]

 

Diede il giorno luogo alla sopravegnente notte, e le stelle mostrarono la lor luce; ma poi che Febo co' tiepidi raggi recò nuovo splendore, il re fece a sé chiamare Florio, e con lieto viso ricevuto il suo saluto, a sé l'accolse, e così gli disse:

 

«Bello figliuolo, a me sopra tutte cose caro, ascoltino le tue orecchi pazientemente le mie parole; e i miei comandamenti, i quali da te debitamente deono essere osservati, per te sieno messi ad effetto. Con ciò sia cosa che niuna speranza rimasa fosse alla mia lunga età di gloria, agl'iddii piacque di donarmi te, in cui la mia speme, sanza fallo già secca, ritornò verde; e dissi: "Omai la fama del nostro antico sangue non perirà, poi che gl'iddii ci hanno conceduto degna erede"; e sopra te tutto il mio intendimento fermai, sì come sopra unico bastone della mia vecchiezza. E volendo che l'alto uficio a che gl'iddii t'hanno apparecchiato, sì come è a ornare la tua fronte di splendida corona degli occidentali regni, non patisse difetto di savio duca, ancora che io nella tua effigie conoscessi che valoroso uomo dovevi per natura pervenire, nondimeno con essaminato animo imaginai che per le accidentali scienze molto t'avanzeresti. E dalla imaginazione nel dovuto tempo venni all'effetto; e infino a questo giorno, così come la tua età è stata per la gioventudine deboletta a sostenere, così con picciole scienze t'ho fatto nutricare. Ora che in più ferma età se' pervenuto, disidero che tu a più alti studii disponghi il tuo intelletto, e massimamente a' santi principii di Pittagora, de' quali venendo con l'aiuto de' nostri iddii a perfezione, sì come io estimo, ti seguirà grandissimo onore, con ciò sia cosa che la scienza in niuna maniera di gente tanto sia lucida e risplendente quanto ne' prencipi. E ciò puoi tu per te medesimo considerare, ricordandoti quanta fosse eccellente la fama del gran re Salamone, ancora che giudeo e lontano dalla nostra setta fosse. E per imprendere questa scienza, certo a te non converrà andare cercando Elicona, né i solleciti studii d'Attene, né alcuno altro lontano paese, però che qui a noi molto vicina è una città chiamata Montoro, dotata di molti diletti, la quale per noi il valoroso duca Ferramonte governa, a noi congiustissimo parente, non molto men giovane di te, il quale continua compagnia ti sarà. Quivi con ordinato stile si leggono le sante scienze; quivi, secondo che io estimo, tu potrai in picciolo termine divenire valoroso giovane: per la qual cosa io voglio che sanza indugio vi vada. Né ciò ti dee parer grave, considerando principalmente che tu vai a divenire valoroso uomo, per la qual cosa acquistare niuno affanno né sconcio se ne dee rifiutare: appresso, tu non sarai però da noi diviso, però che ci se' per picciolo spazio vicino, e sovente potremo noi venire a veder te e tu noi sanza sconcio dello studio: il quale noi non intendiamo che tu prenda in maniera che niuno tuo diletto se ne sconci; dall'altra parte, tu sarai con persona che sanza fine t'ama e che disidera molto di vederti, cioè il duca. E però ora che il tempo è molto più atto allo studio che al sollazzo, però che sì come già vedi signoreggiare le stelle Pliade e la terra rivestire di bianco molto sovente, avendo perduto il verde colore, prendi quella compagnia che più ti diletta, e vavvi».

 

 

[11]

 

Florio, udendo queste parole, in se medesimo si turbò molto, però che nemiche le sentia al suo disio, e, lasciando parlare il padre, lungamente guardando la terra, mutolo sanza niente rispondere stette; e dimandatagli più volte dal padre risposta, dopo il trarre d'un grandissimo sospiro, disse così:

 

«A me, o reverendissimo padre, è occulta la cagione per che da voi sì giovane e con tanta fretta dividere mi volete, essendo voi pieno d'età, com'io vi veggo. Voi disiderate che io per studio divenga in scienza valoroso, la qual cosa non è meno da me disiderata. Ma qual dovuto pensiero vi mostra che io debba meglio, da voi lontano, studiare, che nella vostra presenza? Non imaginate voi che io lontano da voi continuamente sarò pieno di varie sollecitudini? Io non ispesso, ma quasi continuo crederò che sconcio accidente occupi con infermità la vostra persona, o dubiterò che voi di me non dubitiate. E ancora mi si volgeranno dubbii per la mente che la vostra vita, a me molto da tener cara, non sia con insidie appostata dagli occulti nemici per la mia assenza. Queste cose non sono impossibili ad essere ogni ora del giorno pensate da me, però che io non fui generato dalle querce del monte Appennino, né dalle dure grotte di Peloro, né dalle fiere tigre, ma da voi, cui io amo più che niuna altra cosa: e di quelle cose che sono amate si dee dubitare. E andandomi queste sollecitudini per lo petto, qual parte di scienza vi potrà mai entrare? E ancora manifestamente veggiamo che a niuna persona i futuri casi sono palesi. Chi sa se gl'iddii, non essendo io con voi, vi chiamassero subitamente a' loro regni? la qual cosa sia lontana per molto tempo da noi; ma se pure avvenisse, chi vi chiuderebbe con più pietosa mano gli occhi nell'ultima ora gravati, che farei io? La qual cosa, se io vi sono lontano, come la farò? E se a me lontano da voi questo accidente avvenisse, che 'l veggiamo sovente avvenire, ché più tosto si secca il giovane rampollo che il vecchio ramo, chi porterebbe a' miei fuochi l'acceso tizzone? Certo strana mano, e non la vostra. Adunque guardate a quello che voi avete pensato, e vedete ancora s'è convenevole cosa che io, unico figliuolo di così fatto re come voi siete, vada studiando per lo mondo attorno. E però più utile e migliore consiglio mi pare il fare qui da Montoro o d'altra parte ove più sofficienti fossero, venire maestri in quella scienza la quale più v'aggrada che io appari, e qui in vostra presenza, di miglior cuore, cessando ogni dubbio, apprenderò e con più diletto studierò, vedendovi continuamente in prosperevole stato».

 

 

[12]

 

Quando il re udì la risposta di Florio, ben conobbe il suo volere occulto, e che le scuse da lui porte, non da pietà che di lui padre avesse, ma sola la forza d'amore che a Biancifiore lo stringea li facea questo dire; onde egli così gli disse:

 

«Figliuolo, siano di lungi da noi gli avversi casi, i quali tu ora in forse mettevi futuri, però che se pure avvenissero, tanto ne sarai vicino, che ben potrai al pietoso uficio esser chiamato. Ma tu sanza dovere ti ramarichi, ponendolo, in non convenevole cosa, che un figliuolo di tal re, quale tu se', vada per le strane scuole studiando. Or ove ti mando io? Se tu riguardi bene, tu vai in casa tua e nella tua città e nel tuo regno a dimorare. E se non fosse che 'l troppo amore de' padri verso i figliuoli li fa le più volte pigri alle virtù, certo io m'atterrei al tuo consiglio di farti appresso di me studiare; ma acciò che niuno atto di pigrizia dal grande amore ch'io ti porto ti succedesse, mi fo io alquanto contra me medesimo rigido, dilungandoti un poco da me. E certo tu il dei aver caro, però che la tua età richiede più tosto affanno che agio: il sole, poi che Lucina chiamata dalla tua madre mi ti donò, è quattordici volte ad un medesimo punto ritornato nelle braccia di Castore e di Polluce, e è entrato nel cammino usato per compiere la quintadecima, e è già al terzo della via, o più avanti. Deh, se tu rifiuti, e dubiti d'andar così vicino a noi, come poss'io presumere che tu, per divenire valoroso, se accidente avvenisse, prendessi sopra te un grave affanno? Caro figliuolo, e' non si disdice a' giovani disiderosi di pervenire valorosi prencipi l'andare veggendo i costumi delle varie nazioni del mondo. Già sappiamo noi che Androgeo, giovane quasi nella tua età, solo figliuolo maschio di Minòs, re della copiosa isola di Creti, andò agli studii d'Attene, lasciando il padre pieno d'età forse più ch'io non sono, perché in Creti non era studio sofficiente al suo valoroso intendimento. E Giansone, più disposto all'armi che a' filosofichi studii, con nuova nave prima tentò i pericoli del mare per andare all'isola de' Colchi a conquistare il Montone con la cara lana, e con esso etterna fama, perché ne' suoi paesi non potea mostrare la sua virtuosa forza, e giovanissimo abandonò i vecchi padre e ziano sanza alcuna erede: l'onore del mondo né i celestiali regni non s'acquistano sanza affanno. Io conosco manifestamente che effettuoso amore ti strigne a essere sempre meco, e niuna altra cagione ti fa scusare l'andata; ma l'andare a Montoro non sarà allontanarsi da me. Onde, caro figliuolo, va, e sì sollecitamente con acconcio modo studia, che tu possi a me in brieve tempo sanza più avere a studiare ricongiugnerti valoroso giovane».

 

 

[13]

 

Allora Florio, non potendosi quasi più celare, però che ira e amore dentro l'ardeano, rispose:

 

«Caro padre, né Androgeo né Giansone non seguirono l'uno lo studio e l'altro l'armi, se non per averne il glorioso fine disiderato da loro: e questo è manifesto. E veramente a me non sarebbe grave il provare le tempestose onde del mare, né i pericoli della terra, andando molto più lontano da voi, in qualunque parte del mondo, che niuno di loro fece, credendovi io trovare la cosa da me disiata a quietare la mia volontà. Ma che andrò io adunque cercando per lo mondo? Quel ch'io amo e quel ch'io disidero è meco; voglio io andare perdendomi, e non sapere in che? Voletemi voi fare usare il contrario degli altri uomini che affannando vanno? Niuno è che affannando vada, se non a fine d'avere alcuna volta riposo: e io, partendomi di qui, fuggirò il riposo per affannare! Io non posso fare che io non mi vi scuopra: egli è qui nella nostra reale casa la nobile Biancifiore, la quale io sopra tutte le cose del mondo amo; e certo non sanza cagione: ella è l'ultimo fine de' miei disii, e solamente vedere il suo bel viso, il quale più che matutina stella risplende, è quello che io disidero di studiare. Onde io caramente vi priego che voi della mia vita aggiate pietà sì come padre di figliuolo, la quale sanza fallo, dividendomi io da Biancifiore, si dividerà da me. E acciò che 'l tempo in lungo sermone non si occupi, vi dico che sanza lei io non sono disposto ad andare in alcuna parte del mondo, né vicina né lontana di qui. Se lei volete mandar meco, mandatemi ove volete, ché tutto mi parrà leggiero e grazioso l'andare. E dell'amore ch'io porto a costei vi dovete voi molto contentare, pensando che Amore abbia tanto bene per noi preveduto, che egli non ha consentito che io disiando donna lontana da' nostri regni faccia come già fece Perseo, il quale tra li neri indiani scelse Andromeda, e similemente Paris degli altrui regni ne portò Elena insieme col fuoco che arse poi i suoi regni; e cercando lei abandoni voi vecchio. Adunque da poi che Amore in un regno, in una città e in una medesima casa m'ha conceduto dilettoso piacere, di sì grazioso dono gli siamo noi molto tenuti. E poi che così è, io vi priego che vi piaccia che graziosamente e sanza affanno voi mi lasciate questo singular bene possedere».

 

 

[14]

 

Sì tosto come Florio tacque, il re, che non meno cruccioso era di lui, ben che nel sembiante allegro si mostrasse, alquanto turbato così gli rispose:

 

«Ahi, caro figliuolo, che è quello che tu di'? Io non avrei mai creduto che sì vile cagione ti ritenesse da volere andare a pervenire a così alti effetti come lo studiare nelle filosofiche scienze reca altrui. Sola pietà di me vecchio credea ti ritenesse: ora hatti già tanto insegnato Amore, che sotto spezie di verità porgi inganno a me, tuo padre? Hai tu questo appreso nel lungo studio che io sotto la correzione di Racheio t'ho fatto fare? Oimè, che ora pur conosco io manifestamente quello a che il tuo poco senno ti tira! e ben conosco che la verità da' tuoi maestri mi fu porta, poi che così parli; e sanza fine di te mi maraviglio, il quale mi vuoi dare a vedere che quello di che tu e io più ci dovremmo dolere, ne dovremo far festa e ringraziare Amore; e non pensi quanta sia la viltà, la quale ha il tuo animo occupato in disporti ad amare così fatta femina, come tu ami; della qual cosa doppiamente se' da riprendere e principalmente d'aver avuta sì poca costanza in te, che a sì vile passione, com'è amare una femina oltre misura, hai lasciato vincere il tuo virile animo, non ponendo mente quanti e quali sieno i pericoli che da questo amare sieno già proceduti e procedano. Non udisti tu mai dire come miserabilmente Narcisso per amore si consumò, e con quanta afflizione Biblide per amore divenne fontana? E ancora gl'iddii sostennero noia di tal passione, e massimamente Apollo, il quale, di tutte cose grandissimo medico, a sé medicina non poté porgere, poi che ferire s'ebbe lasciato, forse non per viltà ma per provare; e in brieve, niuno non è a cui questo amore non dissecchi le medolle dell'ossa. E tu con disiderio il vai seguendo! Ma ancora di tutto questo, tenendo lo stile della più gente, ti potresti scusare; ma non consideri tu di cui tu ti sei innamorato, e per cui tu così faticosa passione sostieni? e ciò è d'una serva nata nelle nostre case, la quale a comparazione di te non ti si confarebbe in niuno atto. Deh! or ti fossi tu d'una valorosa e gran donna simile alla tua nobiltà innamorato! assai mi dorrebbe, ma ancora mi sarebbe alcuna consolazione. Io non ti potrei mai tanto sopra questo dire quanto io disidero; ma però ch'io so che ancora in te medesimo, sanza riprensione alcuna, ti riconoscerai del tuo errore, e rimarra'tene, mi taccio. E se io credessi che ciò non avvenisse, certo legger cosa mi sarebbe ora io medesimo ucciderti. Ma acciò che tu seguiti lo studio, io in questa parte, ancora che io conosca che manifesto biasimo ti sia menarti dietro per le strane scuole quella che tu sconciamente ami, ne seguirò il tuo volere; e sì tosto come tua madre, la quale alquanto non sana è stata, come tu puoi vedere, avrà intera sanità ricuperata, io la ti manderò a Montoro; e ora teco la ne manderei, se non fosse che sanza lei tua madre in cotale atto non vuoi rimanere».

 

 

[15]

 

Turbossi alquanto Florio veggendo il padre turbato, ma non pertanto quasi lagrimando così li rispose:

 

«Padre mio, sì come voi sapete, né il sommo Giove né il risplendente Apolto, da voi ora davanti ricordato, né alcuno altro iddio ebbe all'amorevole passione resistenza; né tra' nostri predecessori fu alcuno tanto di virile forza armato, né sì crudo, che da simile passione non fosse oppresso. Adunque, se io giovinetto contra così generale cosa non ho potuto resistere, certo non ne sono io sì gravosamente da riprendere, come voi fate, ma emmi da rimettere, pensando che il mio spirito è stato sì volgare, che per rigidezza non ha rifiutato quello che ciascuno altro gentile ha sostenuto. E la mia forma, la quale mercé degl'iddii è bellissima, richiede tale uficio, più tosto che alcuno altro. E che si potrà giustamente dire a me s'io amo, poi che ad Ercule e ad Aiace uomini robusti non si disdisse? Appresso dite che gravoso vi sembra pensando la qualità della femina che io amo, però che popolaresca e serva la riputate; e voi credo che in parte ignoriate di qual sangue questa giovane, cui io amo, sia discesa, sì come quegli che ingiustamente il suo padre valoroso, resistente con picciola schiera alla vostra moltitudine di gente, uccideste, il quale forse non fu di minor qualità che voi siate, pensando alla grandezza di tanto animo quanto nella sua fine mostrò. E ancora che certamente noi nol sappiamo, noi pure avemo udito che la madre di costei, la quale voi non serva prendeste, discese dell'alto sangue del vittorioso Cesare, già conquistatore de' nostri regni per adietro. E posto che manifestamente la nazione di questa giovane esser vile si conoscesse, sì conosciamo noi lei esser tanto gentile o più, quanto se d'imperiale progenie nata fosse, se riguardiamo con debito stile che cosa gentilezza sia, la quale troveremo ch'è sola virtù d'animo. E qualunque è quelli che con animo virtuoso si truova, quelli debitamente si può e dee dire gentile. E in cui si vide già mai tanta virtù, quanta in costei si truova e vede manifestamente? Ella è di tutte generalmente vera fontana. In lei pare la prudentissima evidenzia della cumana Sibilla ritornata; né fu la casta Penolope più temperata di costei, né Catone, più forte negli avversarii casi, né con più equalità d'animo: liberalissima la veggiamo. La grazia della sua lingua si potrebbe adeguare alla dolcissima eloquenzia dell'antico Cicerone. A cui mai tanta grazia concessero gl'iddii? Questa è sommamente virtuosa: adunque sanza comparazione gentile. Non fanno le vili ricchezze, né gli antichi regni, forse come voi, essendo in uno errore con molti, estimate, gli uomini gentili né degni posseditori de' grandi uficii: ma solamente quelle virtù che costei tutte in sé racchiude. Deh, or come mi potea o potrebbe già mai Amore di più nobil cosa fare grazia? Questa ha in sé una singular bellezza, la quale passa quella che Venus tenea, quando ignuda si mostrò nelle profonde valli dell'antica selva chiamata Ida a Paris, la quale, ognora che io la veggio, m'accende nel cuore uno ardore virtuoso sì fatto, che s'io d'un vile ribaldo nato fossi, mi faria subitamente ritornare gentile. Né niuna volta è che io i suoi lucentissimi occhi riguardi, che da me non fugga ogni vile intendimento, se alcuno n'avessi. Adunque, poi che questa a virtuosa vita mi muove, non che ella è gentile, come di sopra detto è, ma se ella fosse la più vil feminella del mondo, sì è ella da dovere essere amata da me sopra ogni altra cosa. Ma poi che tanto v'aggrada che io studii, acciò che riputato non mi possa essere in vizio il non ubidirvi, farollo volentieri; ma se mia vergogna vi sembra che costei per le strane scuole mi venga seguendo, levate la cagione acciò che non seguiti l'effetto: non vi mandate me, il quale sono presto d'andarvi, poi che a voi piace, e impromettetemi di mandarmi lei. Sieno del loro amore ripresi la trista Mirra e lo scelerato Tireo e la lussuriosa Semiramis, i quali sconciamente e disonestamente amarono, e me più non riprendete, se la mia vita v'aggrada».

 

 

[16]

 

Non rispose più il re a Florio, però che sì gli vedeva gli argomenti presti, che volendo parlare con lui avrebbe di gran lunga perduto, ma lasciandolo solo, si partì da esso e comandò che s'acconciasse l'arnese, acciò che Florio la seguente mattina n'andasse a Montoro.

 

 

[17]

 

Alle parole state tra 'l re e Florio non era guari lontana la misera Biancifiore, ma, celata in alcuno luogo, con intentivo animo tutte l'avea notate, ascoltando quello ch'ella non avrebbe voluto udire né che per altrui le fosse stato raportato. E bene avea con grave doglia intese le gravi riprensioni fatte a Florio per l'amore che a lei portava, e similmente udito avea vilmente dispregiarsi dal re, dicendo che serva era e di vile nazione discesa; ma di ciò la vera e buona difensione di Florio, fatta in aiuto di lei, le rendé molto il perduto conforto. Ma quando ella dire udì a Florio: «Poi che mandare mi dovete Biancifiore a Montoro, io v'andrò», allora dolore intollerabile l'assalì, però che manifestamente conobbe lo iniquo intendimento del re, il quale questo impromettea per più leggiermente poter Florio allontanare da lei; e cominciò con tacito pianto a lagrimare e a dire fra sé così: "Oimè, Florio, solo conforto dell'anima mia, a cui io tutta mi donai per mia salute quel giorno che tu prima mi piacesti, ora che credi tu? Alle cui parole t'hai tu lasciato ingannare! Or non vedevi tu che mi ti prometteva di mandarmiti, perché tu consentissi, come tu hai fatto, all'andata? Egli non mi manderà mai ove tu sii. Deh, non conosci tu la falsità del tuo padre? Certo non che egli mandi me a te, ma egli non lascerà mai te venire dove io sia. Tu ti sei lasciato ingannare con meno arte che non lasciò Isifile: ella credette alle parole e agli atti, e alla fede promessa, e alle lagrime dello ingannatore; ma tu per la menoma di queste cose se' stato ingannato, e hai detto di sì di quella cosa che laida ti sarebbe a tornare adietro; e non hai conosciuto che egli, non disideroso del tuo studio, ma di trarre me della tua memoria, t'allontana da me, acciò che per distanza tu mi dimentichi! Oimè, or dove abandoni tu, o Florio, la tua Biancifiore? Ove n'andrai tu con la mia vita? Oimè, misera! E io come sanza vita rimarrò? E se a me vita rimarrà, come sarà ella fatta trovandomi sanza esser teco continuamente e sanza vederti? O luce degli occhi miei, perché ti fuggi tu da me? Oimè, quale speranza mi potrà mai di te riconfortare, che con la tua bocca hai consentita e impromessa la partita? O beata Adriana, che ingannata dal sonno e da Teseo, dopo poche lagrime meritò miglior marito! E più felice Fedra, che col suocero in nome d'amante finì il disiato cammino! Or mi fosse stata licita l'una di queste felicità: o l'essere stata da te con ingegno abandonata o d'averti potuto seguire. Oimè, se quello amore il quale tu m'hai più volte con piacevole viso mostrato è vero, perché nel cospetto della crudeltà del tuo padre non piangevi tu, veggendo che i prieghi non valeano? E' non ti si disdicea, ché ciascuno sa che alcuno non può dar legge all'amorevole atto, però che la forza d'amore tiene l'uomo, più che alcun altro vinco, costretto. Io credo che se le tue lagrime fossero state con prieghi mescolate egli avrebbe conceduto che tu fossi avanti qua rimaso che vedutoti più lagrimare, però che la pietà, che sarebbe stata da avere di te, avrebbe vinto e rimutato il suo nuovo proponimento: ché tutti i padri non hanno gli animi feroci contra i figliuoli come ebbe Bruto, primo romano consolo, il quale giustamente per la sua crudeltà fu da riprendere. Ma, oimè!, che se 'l tuo amore non è falso, tu dovevi sofferire aspri tormenti anzi che consentire di dovervi andare, o almeno, per consolazione di me misera, farviti quasi per forza menare. Né in questo ti si disdicea l'essere al tuo padre disubidiente, però che, quando cosa impossibile si dimanda, è lecito il disdirla. Come ti sarà egli possibile il partirti sanza me, se le tue parole a me dette per adietro non sono quali fu rono quelle del falso Demofonte a Filis, il quale la promessa fede e le vele della sua nave diede ad un'ora a' volanti venti? O come potrai tu in alcuna parte sanza cuore andare? Tu mi solevi dire ch'io l'avea nelle mie mani e che io sola era l'anima e la vita tua: ora se tu sanza queste cose ti parti, come potrai vivere? Oimè misera, quanto dolore è quello che mi strigne, pensando che tu contra te medesimo sii incrudelito, né hai avuta alcuna pietà alla tua vita! Or con che viso ti potrò io pregare che della mia t'incresca, alla quale alcuna compassione dovresti avere avuta, pensando che io per te la metterei ad ogni pericolo, credendoti da noia allontanare? Tu avrai, partendoti, guadagnata la tua morte e la mia: e se non morte, vita più dolorosa che morte non ci falla! Tu te n'andrai a Montoro col vero corpo, e io misera rimarrò seguendoti sempre con la mente; né mai in alcuna parte sanza me sarai, e niun diletto da te fia preso, che io con lamentevole disio non ti seguiti addesso. Né fia per te fatto alcuno studio che io similemente imaginando non studii, disiderando più tosto di convertirmi in libro per essere da te veduta, che stare nella mia forma da te lontana. Ma certo la fortuna e gl'iddii hanno ragione d'essere avversi a' nostri disii, i quali abbiamo sì lungamente avuto spazio di potere toccare l'ultime possanze d'amore, e mai non le tentammo: la qual cosa forse, se stata fosse fatta, o più forte vinco avrebbe te meco a me teco legato, per lo quale partiti non potremmo essere stati di leggere, come ora saremo, o quello che ci strigne si sarebbe o tutto o in maggior parte soluto, né mi dorrebbe tanto la tua partenza. Certo per le dette ragioni me ne duole, ma per la servata onestà sono contenta che la nostra età sia stata casta, alla quale ancora ben bene sì fatta cosa non si convenia. E appresso credo che forse gl'iddii ci serbano più lieti congiungimenti, e con migliore cagione: ma, oimè dolente!, che questo non so io, né già per tale speranza il mio dolor non scema! Or volessono gl'iddii che, poi che dividere mi debbo da te, che se' solo mio bene, mia luce e mia speranza, mi fosse licito il morire! Oimè, Aretusa, quanto miseramente, fuggendo il tuo amante, divenisti fontana! e io più affannata di dolore che tu di paura, non sono da loro udita, né però si muovono a pietà! Ahimè, Ecuba, quanto ti fu felice nel tuo ultimo dolore, poi che morte t'era negata, il convertirti in cane! Io ti porto invidia; e similmente alla tua morte, o Meleagro, la cui vita dimorava nel fatato bastone, però ch'io disidererei che i tuoi fati si fossero rivolti sopra di me! O sommi iddii, se i miseri meritano d'essere uditi, io vi priego che di me v'incresca, e che voi al mio dolore o fine o conforto sanza indugio mandiate. E tu, o più che crudele, te ne va', ché in verità mai nel tuo aspetto non conobbi che crudeltà in te dovesse aver luogo. Ma poi che lontanandoti la dimostri, io ti giuro per l'anima della mia madre che mai sanza continua sollecitudine non sarò, sempre pensando com'io a vedere ti possa venire. E quale che modo io mi elegga, se io non sarò mandata a te, io vi pur verrò".

 

 

[18]

 

Florio, che malvolentieri a' piaceri del padre avea consentito, ricevuto il comandamento del doversi partire la seguente mattina, e partitosi il re da lui, solo pensando si pose a sedere, e fra se medesimo dicea: "Oimè, or che ho io fatto? A che ho io consentito? Alla mia medesima distruzione, per ubidire il crudel padre! Or come mi potrò io mai partire sanza Biancifiore? Deh, or non poteva io almeno dicendo pur di no, aspettare quello ch'egli avesse fatto? Di che aveva io paura? Ucciso non m'avrebbe egli, ché io non m'avrei lasciato. Né niuna peggior cosa mi potea fare che da sé cacciarmi: la qual cosa egli non avrebbe mai fatto; ma se pur fatto l'avesse, Biancifiore non ci sarebbe rimasa, però che meco ove che io fossi andato l'avrei menata; la quale io più volentieri, sanza impedimento d'alcuno, liberamente possederei, che io non farei la grande eredità del reame che m'aspetta. Ma poi che promesso l'ho, io v'andrò, acciò che non paia ch'io voglia tutto ogni cosa fare a mia maniera. Egli m'ha impromesso di mandarlami; se elli non la mi manda, io avrò legittima cagione di venirmene dicendo: "Voi non m'atteneste lo 'mpromesso dono: io non posso più sostenere di stare lontano da lei per ubidire voi". E da quella ora in avanti mai più un tal sì non mi trarrà della bocca, quale egli ha oggi fatto. Se egli me la manda, molto sono più contento d'esser con lei lontano da lui che in sua presenza stare, e più beata vita mi riputerò d'avere". E con questo pensiero si levò e andonne in quella parte ove egli ancora trovò Biancifiore, che tutta di lagrime bagnata ancora miseramente piangea; a cui egli, quasi tutto smarrito guardandola, disse:

 

«O dolce anima mia, qual è la cagione del tuo lagrimare?». La quale prestamente dirizzata in piè, piangendo gli si fece incontro, e disse:

 

«Oimè, signor mio, tu m'hai morta: le tue parole sono sola cagione del mio pianto. O malvagio amante, non degno de' doni della santa dea, alla quale i nostri cuori sono disposti, or come avesti tu cuore di dire tu medesimo sì di dovermi abandonare? Deh, or non pensi tu ove tu m'abandoni? Io, tenera pulcella, sono lasciata da te come la timida pecora tra la fierità de' bramosi lupi. Manifesta cosa è che ogni onore, il quale io qui ricevea, m'era per lo tuo amore fatto, non perché io degna ne fossi, sì come a colei che era tua sorella da molti riputata per lo nostro egual nascimento. E molti, invidiosi della mia fortuna, a me, per loro estimazione, prospera e benivola tenuta per la tua presenza, ora, partendoti tu, non dubiteranno la loro nequizia dimostrare con aperto viso, avendola infino a ora per tema di te celata. Ma ora volessero gl'iddii che questo fosse il maggior male che della tua andata mi seguitasse! Ma tu mi lasci l'animo infiammato del tuo amore, per la qual cosa io spero d'avere sanza te angosciosa vita! la quale, ancora che io da te non abbia meritata, mi fia bene investita, però che, quando prima ne' tuoi begli occhi vidi quel piacere, che poi a' tuoi disii mi legò il cuore con amoroso nodo, sanza pensare alla mia qualità vile e popolaresca, e ancora in servitudine coatta, in niuna maniera da potere alla tua magnificenza adeguare, mi lasciai con isfrenata volontà pigliare, aggiungendo al tuo viso piacevolezza col mio pensiero. Onde se tu, ora, abandonandomi sì come cosa da te debitamente poco cara tenuta, e Amore, costringendomi di te, da me stoltamente amato, con greve doglia mi punite, faccendomi riconoscere la mia follia, questo non posso né io né alcuno altro dire che si sconvenga. E se non fosse che io fermamente credo che alcuna parte di quella fiamma amorosa, la qual pare che per me ti consumi, t'accenda il cuore, se vero è che ogni amore acceso da virtù, com'è il mio verso di te, sempre accese la cosa amata, sol che la sua fiamma si manifesti, io avrei sconciamente nociuto alla mia vita, però che Cupido da piccolo spazio in qua m'ha più volte posta in mano quella spada, con la quale la misera Dido nella partita di Enea si passò il petto, acciò che io quello uficio essercitassi in me: e certo io l'avrei per me volentieri fatto, ma dubitando d'offendere quella piccola particella d'amore che tu mi porti, mi ritenni, tenendo solamente la mia vita cara per piacere a te. Ma gl'iddii sanno quale ella sarà partendoti tu, però che io non credo che mai giorno né notte sia, che io non sofferi molti più aspri dolori che il morire non è. Ma forse tu ti vuogli scusare che altro non puoi; ma non bisogna scusa al signore verso il vassallo: tanto pur udi' io che tu con la tua bocca dicesti d'andare a Montoro! Oimè, or m'avessi tu detto davanti: "Biancifiore, pensa di morire, però che io intendo d'abandonarti", però che tu non dovevi dire sì a fidanza delle vane e false parole di tuo padre, il quale ti promise di mandarmi a te. Certo egli nol farà già mai, però che egli guarda di farti tanto da me star lontano, che io possa essere uscita della tua mente».

 

Queste e molte altre parole, piangendo e tal volta porgendogli molti amorosi baci, gli diceva Biancifiore, quando Florio non potendo le lagrime ritenere, rompendole il parlare, le disse così:

 

 

[19]

 

 Oimè, dolce anima mia, or che è quello che tu di'? Come potrei io mai consentire se non cosa che ti piacesse? Tu ti duoli della menoma parte de' nostri danni. Principalmente già sai tu che mai per me onorata non fosti, ma sola la tua virtù è stata sempre cagione debita agli onoranti di tale onore farti: la qual virtù per la mia partita non credo che manchi, né similemente l'onore. E chi sarebbe quelli che contra te potesse incrudelire, o per invidia o per altra cagione? certo nullo; e se pure alcuno ne fosse, io non sarò sì lontano che tu di leggieri non possi farlomi sentire, acciò che io con subita tornata qui punisca la iniquità di quelli: e però di questo vivi sicura e sanza pensiero. Ma, ohimè, che di quel fuoco, del qual tu di' che io ti lascio l'anima accesa, io ardo tutto! E veramente mentre io starò lontano da te, la mia vita non sarà meno angosciosa che la tua: e io il sento già, però che nuova fiamma mi sento nel cuore aggiunta. Ma sanza fine mi dolgono le parole le quali tu di', avvilendoti sanza alcuna ragione. E certo di quello che io ora dirò, né me ne sforza amore né me n'inganna, ma è così la verità come io estimo. In te niuna virtù pate difetto, né belli costumi fecero mai più gentilesca creatura nell'aspetto, che i tuoi, sanza fallo buoni, fanno te. La chiarità del tuo viso passa la luce d'Appollo né la bellezza di Venere si può adeguare alla tua. E la dolcezza della tua lingua farebbe maggiori cose che non fece la cetera del trazio poeta o del tebano Anfion. Per le quali cose lo eccelso imperador di Roma, gastigatore del mondo, ti terrebbe cara compagnia, e ancora più: ch'egli è mia oppinione che, se possibil fosse che Giunone morisse, niuna più degna compagna di te si troverebbe al sommo Giove. E tu ti reputi vile? Or che ha la mia madre più di valore di te, la quale nacque de' ricchissimi re d'Oriente? Certo niuna cosa, né tanto, traendone il nome, che è chiamata reina. Adunque per lo tuo valore se' tu da me degnamente amata, sì com'io poco inanzi dissi al mio padre. E cessino gl'iddii che tu in niuno atto o per nulla cagione t'avessi offesa o t'offendessi, però che niuna persona m'avrebbe potuto ritenere, che io subitamente non mi fossi con le propie mani ucciso. Vera cosa è, e ben lo conosco, che, consentendo io l'andata mia a Montoro, io diedi a te gravoso dolore; ma certo e' non dolfe più a te che a me. Ma che volevi tu che io facessi più avanti? Volevi tu che io con mio padre avessi sconce parole per quello che ancora si può ammendare? Se a te tanto dispiace la mia andata, comanda che io non vi vada: egli potrà assai urtare il capo al muro, che io sanza te vi vada! E se tu consenti che io vi vada, egli m'ha promesso di mandarmiti: la qual cosa se egli non fa, io volgerò tosto i passi indietro, però che io so bene che sanza te vivere non potrei io lungamente. E non pensare che mai, per lontanarmi da te, egli mi possa mai trarre te della mente, che, quanto più ti sarò col corpo lontano, tanto più ti sarò con l'anima vicino, ché certo impossibile sarebbe ch'io ti dimenticassi, se tutto Letè mi passasse per la bocca. Però, anima mia, confortati, e lascia il lagrimare; e fa ragione ch'io sia sempre teco, e non pensare che 'l mio amore sia lascivo come fu quello di Giansone e di molti altri, i quali per nuovo piacere sanza niuna costanza si piegavano. Veramente io non amerò mai al tra che te, né mai altra donna signoreggerà l'anima mia se non Biancifiore».

 

E dicendo queste parole, piangeano amenduni teneramente, spesso guardando l'uno l'altro nel viso, e tal volta asciugando ora col dilicato dito, ora col lembo del vestimento, le lagrime de' chiari visi.

 

 

[20]

 

Nel tempo della seconda battaglia stata tra 'l magnifico giovane Scipione Africano e Annibale cartaginese tiranno, essendo già la fama del valore di Scipione grandissima, avvenne che uscito del campo d'Annibale un cavaliere in fatto d'arme virtuosissimo, chiamato Alchimede, con molti compagni per prender preda nel terreno de' romani, acciò che 'l campo d'Annibale copioso di vittuaglia tenessero, Scipione, uscitogli incontro, dopo gran battaglia tra loro stata, gli sconfisse, e lui ferì mortalmente abbattendolo al campo. Alchimede, vedendosi abbattuto e sentendosi solo, da' suoi abandonato e ferito a morte, alzò il capo e riguardò il giovane, il quale la sua lancia avea a sé ritratta, forse per riferirlo, e videlo nel viso piacevole e bello, e niente parea robusto né forte come i suoi colpi il facevano sentire, a cui egli gridò:

 

«O cavaliere, non ferire, però che la mia vita non ha bisogno di più colpi a essere cacciata che quelli che io ho, né credo che il sole tocchi le sperie onde che l'anima mia fia a quelle d'Acheronta. Ma dimmi se tu se' quel valoroso Scipione cui la gente tanto nomina virtuoso».

 

Il quale Scipione, riguardandolo, e udita la voce, il riconobbe, però che in altra parte aveva la sua forza sentita, e disse:

 

«O Alchimede, io sono Scipione».

 

Allora Alchimede gli porse la destra mano e con fievole voce gli disse:

 

«Disarma il già morto braccio, e quello anello il quale nella mia mano troverai, prendilo e guardalo, però che in lui mirabile virtù troverai: che a qualunque perso na tu il donerai, elli, riguardando in esso, conoscerà incontanente se noioso accidente avvenuto ti fia, però che il colore dell'anello vedrà mutato, e sì tosto come egli l'avrà veduto, la pietra tornerà nel primo colore bella. E a me per tale cagione il donò Asdrubal, fratello al mio signore Annibale, a cui tu tanto se' avverso, quando di Spagna mi partii da lui, che più che sé m'amava. Io sento al presente la mia vita fallire, e sola d'alcuno amico; onde, se io qui muoio con esso, o perderassi, o troverallo alcuno il quale forse la sua virtù non conoscerà, o che forse non sarà degno d'averlo: e però io amo meglio che tu, posto che offeso m'abbi, il tenghi in guiderdone della tua virtù, che alcuno altro il possegga per alcuno de' detti modi».

 

E detto questo, la debole testa sopra il destro omero bassò; e dopo picciolo spazio si morì. Scipione, prestamente disarmata la mano del rilucente ferro, più disioso della virtù dell'anello che del valore, trovò il detto anello bellissimo, e fino oro il suo gambo, la pietra del quale era vermiglia, molto chiara e bella: il quale egli prese, e mentre che viveo con gran diligenza il guardò. Ma poi, pervenendo d'uno discendente in altro della casa, pervenne al valoroso Lelio, il quale, essendo consueto d'andare sovente per lo bene della republica, come valoroso cavaliere non tralignante da' suoi antichi, fuori di Roma contro a' resistenti, donò questo anello alla misera Giulia, dicendole la virtù, acciò che ella sanza cagione di lui non dubitasse. E quando lo infortunato caso da non ricordare l'avvenne, l'avea ella in mano, e per dolore il si trasse e diedero a guardare a Glorizia, dicendo:

 

«Omai non ho io di cui io viva più in dubbio, né per cui la virtù del presente anello più mi bisogni».

 

Ma dopo la morte di Giulia, Glorizia il donò a Biancifiore, dicendole come del padre di lei era stato e appresso della madre, e la virtù di lui: il quale Biancifiore lungo tempo caramente guardò. E ricordandosene allora, lo portò dove Florio era, e così cominciò piangendo a parlare:

 

 

[21]

 

«Deh, perché s'affannano le nostre mani a rasciugare le lagrime de' nostri visi nel principio del nostro dolore? Sia di lungi da me che io mai di lagrimare ristea, mentre che tu sarai lontano da me. Oimè, che tu mi dì: "Comanda che io non vada a Montoro!". Deh, or perché bisognava egli che io il ti comandassi? Non sai tu come io volentieri vi ti vedrò andare? Tu il dovevi ben pensare. Ma volentieri i' 'l farei, se convenevole mi paresse; ma però che io non disidero meno che 'l tuo dovere s'adempia che 'l mio volere, poi che tu promettesti d'andarvi, fa che tu vi vada, acciò che vituperevole cosa non paia, volendosene rimanere, il disdire quello che tu hai promesso. E acciò che le tue parole non paiano vento, io concedo, così volentieri come Amore mi consente, che tu vi vada, e ubidendo anzi adempi il piacere del tuo padre. Ma sopra tutte le cose del mondo ti priego che tu per assenza non mi dimentichi per alcuna altra giovane. Io so che Montoro è copioso di molti diletti: tutti ti priego che da te siano presi. Solamente a' tuoi occhi poni freno quando le vaghe giovani scalze vedrai andare per le chiare fontane, coronate delle frondi di Cerere, cantando amorosi versi, però che a' loro canti già molti giovani furono presi: però che se io sentissi che alcuna con la sua bellezza di nuovo t'infiammasse, come furiosa m'ingegnerei di venire dove tu e ella fosse; e se io la trovassi, con le propie mani tutta la squarcerei, né nel suo viso lascerei parte che graffiata non fosse dalle mie unghie, né niuno ordine varrebbe a' composti capelli che io, tutti tirandoglieli di capo, non gli rompessi; e dopo questo, per vituperevole e etterna sua memoria, co' propii denti del naso la priverei: e questo fatto, me medesima m'ucciderei. Questo non credo però che possibile sia di dovere avvenire: ma sì come leale amante ne dubito, e però il dico. Tu avrai molti altri diletti, e ciascuno s'ingegnerà di piacerti, acciò che io ti dispiaccia: ma io mi fido nella tua lealtà. E però che io sono certa che come tu in molti e varii diletti starai, così io in molte avversità, le quali forse io non ti potrò far note così com'io vorrei, ti voglio pregare, poi che gl'iddii adoperano verso noi tanta crudeltà, e la fortuna ne mostra le sue forze in dipartirci, che ti piaccia per amore di me portar questo anello, il quale, mentre che io sanza pericolo dimorerò, sempre nella sua bella chiarezza il vedrai, ma, come io avessi alcuna cosa contraria, tu il vedrai turbare. Io ti priego che allora sanza niuno indugio mi venghi a vedere: e priegoti che tu sovente il riguardi, ogni ora ricordandoti di me che tu il vedi. Più non ti dico, se non che sempre il tuo nome sarà nella mia bocca, sì come quello che solo è nella memoria segnato, e nello innamorato cuore col tuo bel viso figurato. Tu solo sarai i miei iddii, i quali io pregare debbo della mia felicità: a te saranno tutte le mie orazioni diritte, sì come a quelli in cui i miei pensieri tutti si fermano per aver pace. Veramente una cosa ti ricordo: che s'egli avviene che il tuo padre non mi mandi a te come promesso t'ha, che il tornare tosto facci a tuo potere, però che se troppo sanza vederti dimorassi, lagrimando mi consumerei».

 

E dette queste parole, piangendo gli si gittò al collo; né prima abbracciando si giunsero, che i loro cuori, da greve doglia costretti per la futura partenza, paurosi di morire, a sé rivocarono i tementi spiriti, e ogni vena vi mandò il suo sangue a render caldo, e i membri abandonati rimasero freddi e vinti, e essi caddero semivivi, avanti che Florio potesse alcuna parola rispondere. E così, col natural colore perduto, stettero per lungo spazio, sì che chi veduti gli avesse, più tosto morti che vivi giudicati gli avrebbe. Ma dopo certo spazio, il cuore rendé le perdute forze a' sopiti membri di Florio, e tornò in sé tutto debole e rotto, come se un gravissimo affanno avesse sostenuto, e tirando a sé le braccia, gravate dal candido collo di Biancifiore, si dirizzò, e vide che questa non si movea, né alcun segnale di vita dimostrava. Allora elli, ripieno di smisurato dolore, appena che la seconda volta non ricadde, e disiderato avrebbe d'esser subitamente morto; ma veggendo che 'l dolore nol consentiva, piangendo forte si recò la semiviva Biancifiore in braccio, temendo forte che la misera anima non avesse abandonato il corpo e mutato mondo, e con timida mano cominciò a cercare se alcuna parte trovasse nel corpo calda, la quale di vita gli rendesse speranza. Ma poi che egli dubbioso non consentiva alla verità, ché forse caldo trovava e pareagli essere ingannato, cominciò piangendo a baciarla, e dicea:

 

«Oimè, Biancifiore, or se' tu morta? Deh, ove è ora la tua bella anima? In quali parti va ella sanza il suo Florio errando? Oimè, or come poterono gl'iddii essere tanto crudeli ch'elli abbiano la tua morte consentita? O Biancifiore, deh, rispondimi! Oimè, ch'io sono il tuo Florio che ti chiamo! Deh, or tu mi parlavi ora inanzi con tanto effetto, disiderando di mai da me non ti partire, e ora solamente non mi rispondi! Or se' tu così tosto sazia dell'essere meco? Oimè, che gl'iddii mi manifestano bene ora che di me sono invidiosi e hannomi in odio. Ma di questo male m'ha più cagione il mio crudel padre, il quale sì subitamente ha affrettata la mia partita. O crudele padre, tu l'avrai interamente! Le parole da me dette stamattina ti saranno dolente agurio e oggi ti faranno dolente portatore del fuoco, ove tu miseramente ardere mi vedrai: la tua crudeltà è stata cagione della morte di costei, e ella e tu sarete cagione della mia. Vivere possi tu sempre dolente dopo la mia morte, e gl'iddii prolunghino gli anni tuoi in lunga miseria! Or ecco, o anima graziosa, ove che tu sii, rallegrati che io m'apparecchio di seguitarti, e quali noi fummo di qua congiunti, tali infra le non conosciute ombre in etterno amandoci staremo insieme. Una medesima ora e uno medesimo giorno perderà due amanti, e alle loro pene amare sarà principio e fine».

 

E già avea posto mano sopra l'aguto coltello, quando egli si chinò per prima baciare il tramortito viso di Biancifiore, e chinandosi il sentì riscaldato, e vide muovere le palpebre degli occhi, che con bieco atto riguardavano verso di lui. E già il tiepido caldo, che dal cuore rassicurato movea, entrando per li freddi membri, recando le perdute forze, addusse uno angoscioso sospiro alla bocca di Biancifiore, e disse:

 

«Oimè!».

 

Allora Florio, udendo questo, quasi tutto riconfortato, la riprese in braccio e disse:

 

«O anima mia dolce, or se' tu viva? Io m'apparecchiava di seguitarti nell'altro mondo».

 

Allora si dirizzò Biancifiore con Florio insieme, e ricominciarono a lagrimare. Ma Florio, veggendola levata, disse:

 

«O sola speranza della vita mia, ove se' tu infino a ora stata? Qual cagione t'ha tanto occupata? Io estimava che tu fossi morta! Oimè, perché pigli tu tanto sconforto per la mia partita? Tu me la concedi con le parole, e poi con gli atti pieni di dolore il mi vieti. Io ti giuro per li sommi iddii che, s'io vi vado, che o tu verrai tosto a me come promesso m'ha il mio padre, o io poco vi dimorerò, che io tornerò a te; e mentre che io là dimorerò, o ancora, mentre ch'io starò, in vita, mai altra giovane che te non amerò. E però confortati, e lascia tanto dolore: ché s'io credessi che questa vita dovessi tenere, io in niuno atto v'andrei; o s'io vi pure andassi, credo che pensando al tuo dolore morrei. E promettoti per la leal fede che io ti porto, come a donna della mia mente, che il presente anello, il quale ora donato m'hai, sempre guarderò, tenendolo sopra tutte cose caro, e spesso riguardandolo, sempre imaginerò di veder te. E se mai accidente avviene che egli si turbi, niuno accidente mi potrà ritenere che io non sia a te sanza alcuno indugio: e però io ti priego che tu ti conforti».

 

Queste parole, e altre molte, con amorosi baci mescolati di lagrime e di sospiri furono tra Florio e Biancifiore quanto quel giorno mostrò la sua luce; ma poi che egli chiudendola tornò tenebroso, i due amanti pensosi teneramente dicendo "A Dio!" si partirono, tornando ciascuno sospirando alla sua camera.

 

 

[22]

 

Quella notte fu a' due amanti molto gravosa, e non fu sanza molti sospiri trapassata, ancor che assai brieve la riputassero, però che più tosto avrebbero quelle pene sostenute essendo così vicini, che doversi il vegnente giorno partire. Ma poi che il sole sparse sopra la terra la sua luce, e i cavalli e la compagnia di Florio furono nella gran corte del real palagio apparecchiati aspettando lui, Florio si levò e con lento passo n'andò davanti al re suo padre e alla reina, dove Biancifiore similmente pensosa già era venuta; e fatta la debita riverenza al padre, e preso congedo dalla madre, la quale in vista non sana, giaceva sopra un ricco letto, prima si voltò verso il re e poi verso la madre, e caramente raccomandò loro Biancifiore, pregandoli che tosto gliele mandassero, e poi abbracciata Biancifiore, in loro presenza la baciò dicendo:

 

«A te sola rimane l'anima mia; chi onorerà te onorerà lei»; e appena così parlando, costrinse con vergogna le lagrime, che il greve dolore che il cuor sentiva si sforzava di mandar per gli occhi fuori, e appena con voce intera poté dire:

 

«Rimanetevi con Dio»; e discese le scale, salì a cavallo, e sanza più indugio si partì.

 

 

[23]

 

Molto dolfe a tutti la partita di Florio, posto che il re e la regina contenti ne fossero, credendo che il loro avviso dovesse per quella partita venir fatto; ma sopra tutti dolse a Biancifiore. Ella l'accompagnò infino in piè delle scale, sanza far motto l'uno all'altro; e poi che a cavallo il vide, riguardato lui con torto occhio, tacita se ne tornò indietro, e salì sopra la più alta parte della real casa, e quivi, guardando dietro a Florio, stette tanto, quanto possibile le fu il vederlo. Ma poi che più veder nol poté, ella, accomandandolo agl'iddii, si tornò alla sua camera, faccendo sì gran pianto, che ne sarebbe presa pietà a chiunque udita l'avesse o veduta, e dicea:

 

«Oimè, Florio, or pur te ne vai tu: or pure ho io veduto quello che io non credetti che mai gli occhi miei sostenessero di potere vedere! Deh, or quando sarà che io ti rivegga? Io non so com'io mi faccia; io non so come io sanza te possa vivere. Oimè, perché non morii io ieri nelle tue braccia, quando io fui sì presso alla morte, che tu credesti ch'io morta fossi? Io non sentirei ora questa doglia per la tua partenza: l'anima mia ne sarebbe andata lieta, in qualunque mondo fosse ita, essendo io morta in sì beato luogo».

 

Glorizia, la quale allato le sedea, piangea forte per pietà di lei, e piangendo la confortava quanto più potea, dicendo:

 

«O Biancifiore, deh, pon fine alle tue lagrime: vuoi tu piangendo guastare il tuo bel viso, e consumarti tutta? Tu ti dovresti ingegnare di rallegrarti, acciò che la tua bellezza, conservata, multiplicasse sì che, quando tu andrai a Montoro, tu potessi piacere a Florio, il quale, se consumata ti vede, ti rifiuterà: e io so che tu vi sarai tosto mandata, sì come io ho udito dire al re. Confortati, che se Florio sapesse che tu questa vita menassi, egli s'ucciderebbe. Or che faresti tu s'egli fosse andato molto più lontano, dove a te non fosse licito l'andare? E' non si vuol far così ! Usanza è che gli uomini e le donne innamorate spesso abbiano per partenze o per altri accidenti alcune pene: ma non tali chente tu le prendi; pensa che tu questa vita durare non potresti lungamente, e, se tu morissi, tu faresti morire lui: adunque se per amore di te non vuoi prendere conforto, prendilo per amor di lui, acciò ch'e' viva».

 

E con cotali parole e con molte altre appena la poté racconsolare.

 

 

[24]

 

Ma Florio, partito, alquanto si turbò nel viso, mostrando il dolore che l'angoscioso animo sentiva. Andavano i suoi compagni lasciando i volanti uccelli alle gridanti grue, faccendo loro fare in aria diverse battaglie. E altri con gran romore sollecitavano per terra i correnti cani dietro alle paurose bestie. E così, chi in un modo e chi in un altro, andavano prendendo diletto, mostrando a Florio alcuna volta queste cose, le quali molta più noia gli davano che diletto: però che egli alcuna volta imaginando andava d'essere stretto dalle dilicate braccia di Biancifiore, come già fu, e non gli parea cavalcare; le quali imaginazioni sovente, col mostrarli le cacce, gli erano rotte. Ma egli poco a quelle riguardando, pur verso la città, la quale egli mal volontieri abandonava, si rivolgea; e così volgendo s'andò infino che licito gli fu di poterla vedere. E così andando con lento passo, costoro s'erano molto avvicinati a Montoro, quando il duca Ferramonte, che la sua venuta avea saputa, contento molto di quella, con molti nobili uomini della terra s'apparecchiò di riceverlo onorevolemente. E coverti sé e i loro cavalli di sottilissimi e belli drappi di seta, rilucenti per molto oro, circundati tutti di risonanti sonagli, con bigordi in mano, accompagnati da molti strumenti e varii, e coronati tutti di diverse frondi, bigordando e con la festa grande gli vennero incontro, faccendo risonare l'aere di molti suoni.

 

Quando Florio vide questo, sforzatamente si cambiò nel viso, mostrando allegrezza e festa, quella che del tutto era di lungi da lui; e con lieto aspetto il duca e i suoi compagni ricevette, e fu da loro ricevuto. E con questa festa, la quale quanto più alla terra s'appressavano tanto più crescea, n'andarono infino nella città, della quale trovarono tutte le rughe ornate di ricchissimi drappi, e piena di festante popolo. Né niuna casa v'era sanza canto e allegrezza: ogni uomo in qualunque età facea festa, e similemente le donne cantando versi d'amore e di gioia. Pervenne adunque Florio con costoro al gran palagio del duca, e quivi con tutto quello onore che pensare o fare si potesse a qualunque iddio, se alcuno in terra ne discendesse, fu Florio da' più nobili della terra ricevuto. E, scavalcati, tutti salirono alla gran sala, e quivi per picciolo spazio riposatisi presero l'acqua e andarono a mangiare. E poi per amore di Florio, molti giorni solennemente per la città festeggiarono.

 

 

[25]

 

Biancifiore così rimasa, alquanto da Glorizia riconfortata, ogni giorno andava molte fiate sopra l'alta casa, in parte onde vedeva Montoro apertamente, e quello riguardando dopo molti sospiri avea alcun diletto, imaginando e dicendo fra se medesima: "Là è il mio disio e il mio bene". E tal volta avvenia che stando ella sentiva alcun soave e picciolo venticello venire da quella parte e ferirla per mezzo della fronte, il quale ella con aperte braccia ricevea nel suo petto, dicendo: "Questo venticello toccò il mio Florio, com'egli fa ora me, avanti che egli giungesse qui"; e poi, quindi partendosi, andava in tutti quelli luoghi della casa ov'ella si ricordava d'avere già veduto Florio, e tutti gli baciava, e alcuni ne bagnava alcune volte d'amare lagrime. Questi erano i templi degl'iddii e gli altari, i quali ella più visitava. E niuna persona venia da Montoro, che ella o tacitamente o in palese non domandasse del suo Florio. Ella mai non mangiava che Florio da lei non fosse molte fiate ricordato; e s'ella andava a dormire, non sanza ricordare più volte Florio vi si ponea, e niuna cosa sanza il nome di Florio non faceva; e se ella dormendo alcun sogno vedea, sì era di Florio; e per questo sempre avrebbe di dormire disiderato, acciò che spesso in tale inganno dormendo si fosse trovata: ben che poi, trovandosi dal sonno ingannata, le fosse gravosa noia. E sempre pregava gl'iddii che 'l suo Florio da infortunoso caso guardassero e che le dessero grazia che tosto potesse andare a lui, o egli tornare a essa. Ella non si curava mai di mettere i suoi biondi capelli con sottile maestria in dilicato ordine, ma quasi tutta rabuffata sotto misero velo gli lasciava stare. Né mai curava di lavarsi lo splendido viso, o di vestire i preziosi e belli vestimenti, però che non v'era a cui ella disiderasse di piacere. E il cantare e l'allegrezza e la festa tutta avea lasciato per intendere a sospirare. Né niuno strumento era che allora da lei molestato fosse, ma tacitamente sperando di tosto riveder Florio prendea quel conforto che ella poteva, tenendo sempre l'anima nelle mani di Florio.

 

 

[26]

 

E Florio simigliantemente a niuna cosa, stando a Montoro, avea tanto lo 'ntendimento fisso quanto alla sua Biancifiore, né era da lei una volta ricordato che egli non ricordasse lei infinite. E così come Montoro era da Biancifiore vagheggiato e rimirato spesso, così egli riguardava sovente Marmorina. Né niuno suo ragionamento era già mai se non d'amore o della bellezza della sua Biancifiore, la quale sopra tutte le cose disiava di vedere. Egli da quel dì che Amore occultamente gli accese del suo fuoco infino a quell'ora non la baciò mai, né fece alcun altro amoroso atto, che cento volte il dì fra sé nol ripetesse, dicendo: "Deh, ora mi fosse licito pur di vederla solamente!"; e fra sé sovente piangea il tempo il quale indarno gli parea avere perduto stando con Biancifiore sanza baciarla e abbracciarla, dicendo che se mai più con lei per tal modo si ritrovasse, come già era trovato, mai più per ozio o per vergogna non perderebbe che egli non spendesse il tempo in amorosi baci. Egli si portava saviamente molto, prendendo col duca e con Ascalion e con altri molti varii diletti, quali nel iemale tempo prendere si possono, sperando sempre che il re di giorno in giorno gli dovesse mandar Biancifiore. E con questi diletti mescolati di speranza, sempre aspettando, assai leggiermente si passò tutto quel verno sanza troppa noia, però che alquanto l'amoroso caldo per lo spiacevole tempo era nel cuore rattiepidato e ristretto. Ma poi che Febo si venne appressando al Monton frisseo, e la terra incominciò a spogliarsi le triste vestige del verno, e a rivestirsi di verdi e fresche erbette e di varie maniere di fiori, incominciarono a ritornare l'usate forze nell'amorose fiamme, e cominciarono a cuocere più che usate non erano per adietro nella mente allo innamorato Florio. Egli per lo nuovo tempo trovandosi lontano a Biancifiore, incominciò a provare nuovo dolore da lui ancora non sentito in alcun tempo, che egli dicea così:

 

«Ora pur festeggia tutta Marmorina, e la mia Biancifiore, stando all'alte finestre della nostra casa, vede i freschi giovani sopra i correnti cavalli, adorni di bellissimi vestimenti, passarsi davanti, e ciascuno per la bellezza di lei si volge a riguardarla. Or chi sa se alcuno tra' molti ne le piacerà, per lo quale non potendo ella veder me, e avendomi dimenticato, s'innamori di colui? Oimè, che questo m'è forte a pensare che possa essere; ma tuttavia la poca stabilità la qual nelle donne si trova, e massimamente nelle giovani, me ne fa molto dubitare; e se questo pure avvenisse che fosse, niuna cosa altro che la morte mi sarebbe beata. O sommi iddii, se mai per me o per li miei antichi si fece o si dee far cosa che alla vostra deità aggradi, cessate che questo non sia».

 

E questo pensiero più che altro gli stava nella mente. Egli non vedea alcuna giovane che 'l riguardasse, che egli immantanente non dicesse:

 

«Oimè, così fa la mia Biancifiore; i non conosciuti giovani ella li mira tutti, così come costoro fanno me, cui esse forse mai più non videro. E qual cagione recò Elena ad innamorarsi dello straniere Paris se non la follia del suo marito, che, andandosene all'isola di Creti, lasciò lei assediata da' piacevoli occhi dello innamorato giovane? Né mai Clitemestra si sarebbe innamorata di Egisto, se Agamenon fosse con lei continuamente stato: il quale poi lei insieme con la vita per tale innamoramento perdé. Ma di questo non m'ha colpa se non la empia nequizia del mio padre, il quale gl'iddii consumino, così come egli fa me consumare. Egli m'impromise più volte di mandarlami sanza fallo qua brievemente, e mai mandata non me l'ha. Oimè, che ora conosco il manifesto suo inganno e truovo che vere sono le parole che Biancifiore mi disse, dicendo che mai non ce la manderebbe e che egli qua non mi mandava se non perch' ella m'uscisse di mente. Oh, come male è il suo avviso venuto al pensato fine, con ciò sia cosa che io mai del suo amore non arsi com'io ardo ora».

 

E istando Florio in questi pensieri, in tanto gl'incominciò a crescere il disio di volere vedere Biancifiore che egli non trovava luogo, né ad altro pensar poteva né giorno né notte. Egli avea per questo ogni studio abandonato, né di mangiare né di bere parea che gli calesse: e tanto dubitava di tornare a Marmorina sanza licenza del re, acciò che egli a far peggio non si movesse, che egli volea avanti sostenere quella vita così noiosa; e era già tale nel viso ritornato, che di sé facea ogni uomo maravigliare. E non avendo ardire di tornare in Marmorina, andava il giorno sanza alcun riposo cercando gli alti luoghi, de' quali egli potesse meglio vedere la sua paternale casa, ove egli sapeva che Biancifiore dimorava. E similmente la notte non dormiva, ma furtivamente e solo se n'andava infino alle porti del palagio del suo padre, non dubitando d'alcun fiero animale, o d'ombra stigia, o d'insidie di ladroni, né d'altra cosa: e quivi giunto, si ponea a sedere e con sospiri e con pianto più volte le baciava, dicendo:

 

«O ingrate porti, perché mi tenete voi che io non posso appressarmi al mio disio, il quale dentro da voi serrato tenete?».

 

E certo egli più volte fu tentato o di picchiare acciò che aperto gli fosse, o di romperle per passar dentro, ma per paura della fierità del padre, il cui intendimento già apertamente conoscere gli parea, se ne rimanea, tornandosi a Montoro per l'usata via. E sì lo stringea amore, che vita ordinata non potea tenere, ma sì disordinatamente la tenea, che più volte il duca e Ascalion avedendosene il ne ripresero; ma poco giovava. E pur da amore costretto, più volte mandò a dire al re che omai il caldo era grande, e allo studio più intendere non potea, e però egli se ne volea con suo congedo tornare a Marmorina.

 

 

[27]

 

Il re, il quale più volte avea inteso che Florio voleva a Marmorina tornare, e similemente avea udito a molti recitare la dolorosa vita che Florio a Montoro menava, da grieve dolor costretto, sospirando se n'andò in una camera dove la reina era; il quale sì tosto come la reina il vide, il dimandò quello che egli avea, che sì pieno d'ira e di malinconia nell'aspetto si dimostrava. Il re rispose:

 

«Noi ci allegrammo molto dell'andata di Florio a Montoro, credendo che egli incontanente dimenticasse Biancifiore, ma egli m'è stato detto da più persone che la sua vita è tanto angosciosa, perché egli non può venire a vederla, che ciò è maraviglia. E diconmi più, che egli del tutto lo studiare ha lasciato: la qual cosa fosse il maggior danno che mai seguire ce ne potesse! Ma egli ancora da grande amore costretto non mangia né dorme, ma in pianto e in sospiri consuma la sua vita: per la qual cosa egli è nel viso tornato tale che poco più fu Erisitone quando in ira venne a Cerere: e non pare Florio, sì è impalidito, e non vuole udire d'altrui parlare che di Biancifiore, né prendere vuole alcun conforto che porto gli sia. Né a questo vale alcuna riprensione che fatta gli sia; e ancora m'ha mandato più volte dicendo che venir se ne vuole; ond'io non so che mi fare, se non che d'ira e di malinconia mi consumo e ardo».

 

 

[28]

 

Grave parve molto alla reina udire quelle parole, e, accesa d'ira nel viso, subitamente rispose:

 

«Ahi, come gl'iddii giustamente ti pagano! Or che avevi tu a fare co' romani pellegrinanti, quando tu tanti n'uccidesti? E poi che tanti n'avevi uccisi, perché la vita ad una sola femina, che di grazia dimandava la morte, lasciasti? Certo o la morte di coloro o la vita di quella spiacque loro: per la qual cosa essi nel ventre di quella occulto fuoco ti mandarono in casa. Or chi dubita che mentre che Biancifiore viverà, Florio mai non la dimenticherà? Certo no, e questo è manifesto. E così per la vita di costei perderemo Florio; e così per una vil femina potremo dire che perduto abbiamo il nostro figliuolo. Adunque pensisi come costei muoia».

 

Rispose il re:

 

«E avanti oggi che domani, ché certo mi pare che, come voi dite, mai mentre ella sarà in vita, non sarà dimenticata da Florio».

 

Allora disse la reina:

 

«E come faremola noi subitamente morire sanza avere cagione che legittima paia? Se noi il facciamo, e' ce ne potrà gran biasimo seguitare. E certo se Florio il risapesse, e' sarebbe un dargli materia di disperarsi e d'uccidersi se medesimo, o di partirsi da noi, in maniera che mai nol rivedremmo. Ma, quando a voi paresse, qui sarebbe da procedere con lento passo, e, quando luogo e tempo fosse, trovarle alcuna cagione adosso, per la quale faccendola morire, ogni uomo giudicasse che ella giustamente morisse; e così saremo di mala fama e della vita di Biancifiore insieme disgravati».

 

E sanza guari pensare, la reina più avanti disse:

 

«E la cagione potrà essere questa. Voi sapete che il giorno, nel quale per tutto il vostro regno si fa la gran festa della vostra natività, s'appressa; e dove ch'ella si faccia grandissima, sì si fa ella qui in Marmorina. E niuno gran barone è nel vostro regno che con voi non sia a questa festa: e però quando essi saranno nella vostra gran sala assettati alle ricche tavole, ciascuno secondo il grado suo, allora ordinate col siniscalco vostro che o pollo o altra cosa in presenza di tutti vi sia da parte di Biancifiore presentato, o che Biancifiore medesima da sua parte il vi rechi davanti, acciò che paia che ella con la bellezza del suo viso venendovi davanti voglia rallegrar la festa; ma veramente abbiate ordinato col siniscalco che qual che si sia quella cosa ch'ella apporterà, celatamente di veleno sia piena. E come il presente davanti a voi sarà posato, e ella partita del vostro cospetto, fate che in alcun modo o cane o altra bestia faccia la credenza, acciò che altra persona non ne morisse: della qual cosa chiunque sarà il primo mangiatore, o subitamente morrà, o enfierà, per la potenza del veleno. E così a tutti fia manifesto che ella abbia voluto avvelenare voi; e come voi avrete questo veduto, fate che voi vi turbiate molto, e, faccendo il romore grande, la facciate prendere, e subitamente giudicare per tale offesa al fuoco. Chi sarà colui che non dica che tale morte sia ragionevole, o che, veggendovi turbato, vi prieghi per la sua salute? E certo questo non vi sarà malagevole a fare, però che il siniscalco vostro l'ha in odio molto; e la cagione è questa, che egli più volte ha voluto il suo amore, e ella sempre l'ha rifiutato faccendosi di lui beffe».

 

«Certo - disse il re - voi avete ben pensato, e così sanza indugio si farà, né già pietà che la sua bellezza porga mi vincerà».

 

 

[29]

 

Partissi il re dalla reina e fece chiamare a sé incontanente Massamutino, suo siniscalco, uomo iniquo e feroce, al quale egli disse così:

 

«Tu sai che mai a' tuoi orecchi niuno mio segreto fu celato, né mai alcuna cosa sanza il tuo fedel consiglio feci: e questo solamente è avvenuto per la gran leanza la quale io ho trovata in te. Ora, poi che gl'iddii hanno te eletto a mio segretario, più che alcuno altro, io ti voglio manifestare alcuna cosa del mio intendimento, del tutto necessaria di mettere ad effetto, la quale sanza manifestare mai ad alcuno, fa che tenghi occulta; però che se per alcun tempo fosse rivelata ad altrui, sanza fallo gran vergogna ce ne seguirebbe, e forse danno. Ciascuno, il quale vuole sua vita saviamente menare seguendo le virtù, dee i vizi abandonare, acciò che fine onorevole gli seguisca; ma quando avvenisse che viziosa via per venire a porto di salute tenere gli convenisse, non si disdice il saviamente passare per quella acciò che maggior pericolo si fugga: e fra gli altri mondani prencipi che più nelle virtuose opere si sono dilettati, sono stato io uno di quelli, e tu il sai. Ma ora nuovo accidente a forza mi conduce a cessarmi alquanto da virtuosa via, temendo di più grave pericolo che non sarà il fallo che fare intendo; e dicoti così, che a me ha la fortuna mandato tra le mani due malvagi partiti, i quali sono questi: o voglio io ingiustamente far morire Biancifiore, la quale in verità io ho amata molto e amo ancora, o voglio che Florio, mio figliuolo, per lei vilmente si perda; e sopra le due cose avendo lungamente pensato, ho preveduto che meno danno sarà la morte di Biancifiore che la perdenza di Florio, e più mio onore e di coloro che dopo la mia morte deono suoi sudditi rimanere: e ascolta il perché. Tu sai manifestamente quanto Florio ama Biancifiore; e certo se egli, giovanissimo d'età e di senno, è di lei innamorato, ciò non è maraviglia, ché mai natura non adornò creatura di tanta bellezza, quanta è quella che nel viso a Biancifiore risplende; ma però che di picciola e popolaresca condizione, sì come io estimo, è discesa, in niuno atto è a lui, di reale progenie nato, convenevole per isposa; e io dubitando che tanto amore non l'accendesse della sua bellezza, che egli se la facesse sposa, per fargliele dimenticare il mandai a Montoro, sotto spezie di volerlo fare studiare. Ma egli già per questo non l'ha dimenticata, ma, secondo che a me è stato porto, egli per l'amore di costei si consuma, e, rimossa ogni cagione, ne vuole qua venire: onde io dubito che, tornando egli, dare non me gliele convenga per isposa, e s'io non gliele do, che egli niuna altra ne voglia prendere. E se egli avvenisse che io gliele donassi, o che egli da me occultamente la si prendesse, primieramente a me e a' miei sanza fallo gran vergogna ne seguirebbe, pensando al nostro onore, tanto abassato per isposa discesa di sì vile nazione, come estimiamo che costei sia. Appresso, voi nol vi dovreste riputare in onore, considerando che, dopo costui, signore vi rimarrebbe nato di sì picciola condizione, come sarebbe nascendo di lei. E s'io non gliele dono per isposa, egli niun'altra ne vorrà, e non prendendone alcuna altra, sanza alcuna erede seguirà l'ultimo giorno: e così la nostra signoria mancherà, e converravvi andar cercando signore strano. Adunque, acciò che queste cose dette si cessino, è il migliore a fare che Biancifiore muoia, come detto ho, imaginando che com'ella sarà morta, egli per forza se la caccerà di cuore, dandogli noi subitamente novella sposa tale, quale noi crederemo che a lui si confaccia. Ma però che del fare subitamente morire Biancifiore ci potrebbe anzi vergogna che onore seguire, ho pensato che con sottile inganno possiamo aver cagione che parrà giusta e convenevole alla sua morte: e odi come. E' non passeranno molti giorni che la gran festa della mia natività si farà, alla quale tutti i gran baroni del mio reame saranno a onorarmi: in quel giorno ti conviene ordinare che tu abbi fatto apparecchiare uno paone bello e grasso, e pieno di velenosi sughi, il quale fa che Biancifiore il mi presenti da sua parte, quando io e' miei baroni staremo alla tavola. E acciò che alcuno non prendesse di questa opera men che buona presunzione, veggendolo più tosto recare a Biancifiore che ad alcuno altro scudiere o damigella, sì le dirai che a me e a tutti coloro i quali alla mia tavola meco sederanno, col paone in mano vada domandando le ragioni del paone, le quali se non da gentile pulcella possono essere adimandate. E sì tosto come questo fatto avrai, e ella avrà lasciato davanti a me il paone, io, faccendone prendere alcuna stremità, e gittarla in terra, so che alcuno cane la ricoglierà, la quale mangiando subitamente morrà. E quinci sembrerà a tutti quelli che nella sala saranno, che Biancifiore m'aggia voluto avvelenare, e imagineranno che Biancifiore abbia voluto far questo, perché io la dovea mandare a Montoro, e non la vi ho mandata. E io mostrandomi allora di questo forte turbato, so che, secondo il giudizio di qualunque vi sarà, ella sarà giudicata a morte: la qual cosa io comanderò che sanza indugio sia messa ad essecuzione, e così saremo fuori del dubbio nel quale io al presente dimoro».

 

Poi che il re ebbe così detto, e egli si tacque aspettando la risposta del siniscalco; la quale fu in questo tenore:

 

 

[30]

 

«Signor mio, sanza dubbio conosco la gran fede, la quale in me continuamente avuta avete, la quale sempre con quella debita lealtà che buon servidore dee a naturale signore servare, ho guardata e guarderò mentre in vita dimorerò. E l'avviso, il quale fatto avete, a niuno, in cui conoscimento fosse, potrebbe altro che piacere: onde io il lodo, e dicovi che saviamente proveduto avete, con ciò sia cosa che non solamente il giudicare le preterite cose e le presenti con diritto stile è da riputare sapienza, tanto quanto è le future con perspicace intendimento riguardare. E sanza dubbio, se molto durasse la vita di Biancifiore, quello che narrato m'avete, n'avverrebbe; ma mandando inanzi cautamente le predette cose, credo sì fare che il vostro intendimento verrà fornito sanza che alcuno mai niente ne senta».

 

E questo detto, sanza più parlare, partirono il maladetto consiglio.

 

 

[31]

 

Oimè, misera Biancifiore, or dove se' tu ora? Perché non ti fu e' lecito d'udire queste parole, come quelle della partenza del tuo Florio? Tu forse stai a riguardar que' luoghi ove tu continuamente con l'animo corri e dimori, disiderando d'esservi corporalmente. O tu forse con isperanza o d'andare a Montoro a veder Florio, o che Florio ritorni a veder te, nutrichi l'amorose fiamme che ti consumano, e non pensi alle gravi cose che la fortuna t'apparecchia a sostenere? A te pare ora stare nella infima parte della sua rota, né puoi credere che maggior dolore ti potesse assalire, che quello che tu hai per l'assenza di Florio, ma tu dimori nel più alto luogo, a rispetto che tu starai. Oimè, che tu, lontana allo iniquo consiglio, spandi amare lagrime per amore, le quali più tosto per pietà di te medesima spandere dovresti, avvegna che a coloro che semplicemente vivono, gl'iddii provengono a' bisogni loro, e molte volte è da sperare meglio quando la fortuna si mostra molto turbata, che quando ella falsamente ride ad alcuno.

 

 

[32]

 

La reale sala era di marmoree colonne di diversi colori ornata, le quali sosteneano l'alte lammie che la coprivano, fatte con non picciolo artificio e gravi per molto oro, e le finestre divise da colonnelli di cristallo, i cui capitelli e d'oro e d'argento erano, per le quali la luce entrava dentro ad essa. Nelle notturne tenebre non si chiudeano con legno, ma l'ossa degl'indiani elefanti, commesse maestrevolemente e con sottili intagli lavorate, v'erano per porte; e in quella sala si vedeano ne' rilucenti marmi intagliate l'antiche storie da ottimo maestro. Quivi si potea vedere la dispietata ruina di Tebe, e la fiamma dei due figliuoli di locasta, e l'altre crudeli battaglie fatte per la loro divisione, insiememente con l'una e con l'altra distruzione della superba Troia. Né vi mancava alcuna delle gran vittorie del grande Alessandro. E con queste ancora vi si mostrava Farsalia tutta sanguinosa del romano sangue, e' prencipi crucciati, l'uno in fuga e l'altro spogliare il ricco campo degli orientali tesori. E sopra tutte queste cose v'era intagliata la imagine di Giove, vestita di più ricca roba che quella che Dionisio fero già gli spogliò, intorniato d'alberi d'oro, le cui frondi non temevano l'autunno, e i loro pomi erano pietre lucentissime e di gran valore. In questa sala, quando il giorno della gran festa venne, furono messe le tavole, sopra le quali risplendeano copiosa quantità di vasella d'oro e d'argento; né fu alcuno strumento che là entro quel giorno non risonasse, accompagnato da dolcissimi e diversi canti. Né in tutta Marmorina fu alcun tempio che visitato non fosse, né alcuno altare di qualunque iddio vi fu sanza divoto fuoco e debito sacrificio, da' quali il re e gli altri gran baroni tornando si raunarono nella detta sala, tutti lodando la bellezza d'essa. E appressandosi l'ora del mangiare, presa l'acqua alle mani, andarono a sedere. Il re s'assettò ad una tavola, la quale per altezza sopragiudicava tutte l'altre, e con seco chiamò sei de' più nobili e maggiori baroni che seco avesse, faccendone dalla sua destra sedere tre e altrettanti dalla sinistra, stando di reali vestimenti in mezzo di loro vestito. E quelli che dalla sua dritta mano gli sedea allato, fu un giovane chiamato Parmenione, disceso dell'antico Borea, re di Trazia; appresso del quale seguiva Ascalion, nobilissimo cavaliere e antico per età e per senno, degno d'ogni onore; e poi sedea un altro giovane chiamato Messaallino, figliuolo del gran re di Granata, piacevolissimo giovane e valoroso. Ma dalla sua sinistra Ferramonte duca di Montoro più presso gli sedea, il quale avea Florio quel giorno lasciato soletto per venire a tanta festa; appresso il quale uno chiamato Sara, ferocissimo nell'aspetto, e signore de' monti di Barca, sedea con un giovane grazioso molto, chiamato Menedon, di Giarba re de' Getuli disceso. Appresso, nelle più basse tavole, ciascuno secondo il grado suo fu onorato, serviti tutti da nobilissimi giovani e di gran pregio.

 

 

[33]

 

Massamutino, al quale non era già il comandamento del re uscito di mente, fece occultamente e con molta sollecitudine apparecchiare un bel paone, il quale egli di sugo d'una velenosa erba tutto bagnò, pensando che quello giorno per tale operazione si vedrebbe vendico di Biancifiore, che per amadore l'avea rifiutato. E fatto questo, avendo già la reale mensa e l'altre di più vivande servite, né quasi altro v'era rimaso a fare che mandare il paone, accompagnato con più scudieri andò per Biancifiore, la quale la reina, acciò che ella non potesse niente di male pensare, avea fatta quel giorno vestire nobilmente d'un vermiglio sciamito e mettere i biondi capelli in dovuto ordine con bella treccia avolti al capo, sopra li quali una piccola coronetta ricca di preziose pietre risplendea, e 'l chiaro viso, già lungamente di lagrime bagnato, lavato quel giorno per volere della reina, dava piacevole luce a chi il vedea, posto che questo Biancifiore avea mal volentieri fatto, pensando che 'l suo Florio non v'era. Ma perché bisognava alla reina tanto ingegno ad ingannare la semplice giovane? Ella non avrebbe mai saputo pensare quello che ella non avrebbe saputo né ardito di fare ad alcuno. Ma venuto il siniscalco davanti alla reina, e salutata lei e la sua compagna, disse così:

 

«Madonna, oggi si celebra, sì come voi sapete, la gran festa della natività del nostro re, per la qual cosa volendo noi la nostra festa fare maggiore e più bella, provedemmo di fare apparecchiare un paone, il quale noi vogliamo fare davanti al re presentare e a' suoi baroni, acciò che ciascuno, faccendo quello che a tale uccello si richiede, si vanti di far cosa per la quale la festa divenga maggiore e più bella; né sì fatto uccello è convenevole d'esser portato alla reale tavola se non da gentilissima e bella pulcella; né io non ne conosco alcuna, né qua entro né in tutta la nostra città, che a Biancifiore si possa appareggiare in alcuno atto. E però caramente vi priego che a sì fatto servigio vi piaccia di concederle licenza, che con noi venga incontanente, però che l'ora del portarlo è venuta, né si può più avanti indugiare».

 

La reina, che ben sapeva come l'opera dovea andare, sì come quella che ordinata l'avea, stette alquanto sanza rispondere; ma poi che la crudele volontà vinse la pietà che di Biancifiore le venne, udendo ch'ella era richiesta ad andare a quella cosa per la quale a morte doveva essere giudicata, e ella disse:

 

«Certo questo ci piace molto»; e voltata verso Biancifiore, le disse: «Vavvi », ammaestrandola che saviamente i debiti del paone adimandasse a tutti i baroni che alla reale tavola dimoravano, sanza andare ad alcuno altro, e poi davanti al re posasse il paone, e ritornassesene, tenendo bene a mente quello in che ciascuno si vantava. Biancifiore, disiderosa di piacere e di servire a tutti, sanza aspettare più comandamenti se n'andò col siniscalco. Il quale, poi che presso furono all'entrare della sala, le pose in mano un grande piattello d'argento, sopra 'l quale l'avvelenato paone dimorava, dicendo:

 

«Portalo avanti, però che più non è da stare».

 

Biancifiore, preso quello sanza farsene fare alcuna credenza, non avedendosi dello inganno, e con esso passò nella sala, nella quale, sì tosto com'ella entrò, parve che nuova e maravigliosa luce vi crescesse per la chiarezza che dal suo bel viso movea; e fatta la debita reverenza al re, e con dolce saluto tutti gli altri che mangiavano salutati, s'appressò alla reale mensa, e con vergognoso atto, dipinta nel viso di quel colore che il gran pianeto, partendosi l'aurora, il cielo in diverse parti dipinge, così disse:

 

 

[34]

 

«Poi che gl'iddii si mostrano verso me graziosi e benigni, avendomi conceduto che io a questo onore, più tosto che alcuna altra giovane, eletta fossi a portare davanti alla vostra real presenza il santo uccello di Giunone, il quale per quella dea, al cui servigio già fu disposto, merita che qualunque alla sua mensa il dimanda si doni alcun vanto, il quale poi ad onore di lei con sollecitudine adempia: onde io per questo prendo ardire a dimandarlovi, e caramente vi priego che voi né i vostri compagni a ciò rendere mi siate ingrati, ma con benigni aspetti continuiate la valorosa usanza. E voi, altissimo signore, sì come più degno per la real dignità, e per senno e per età, prima, se vi piace, comincerete, acciò che gli altri per essemplo di voi debitamente procedano».

 

E qui si tacque.

 

 

[35]

 

Al nuovo e mirabile splendore si voltarono tutti i dimoranti della gran sala, non meno che alla chiara voce di Biancifiore, piena di soavissima melodia; e a lei graziosamente rendero il suo saluto. E il re, il quale allegro era nell'animo però che già vedea per la pensata via appressarsi il disiderato fine, con lieto viso, poi che tutta la sala tacque, le disse:

 

«Certo, Biancifiore, la tua bellezza adorna di virtuosi costumi, e la degnità del santo uccello insieme, meritano degnamente ricchissimi vanti; né a questi alcuno di noi può debitamente disdirsi: ond'io, sì come principale capo del nostro regno, comincerò, poi che la ragione e 'l tuo piacere l'adimanda».

 

E voltato verso l'antica imagine di Giove, nella sua sala riccamente effigiata, disse così:

 

«E io giuro per la deità del sommo Giove, la cui figura dimora davanti da noi, e per qualunque altro iddio insieme con lui possiede i celestiali regni, e per lo mio antico avolo Atalante, sostenitore d'essi regni, e per l'anima del mio padre, che avanti che 'l sole ritocchi un'altra volta quel grado ove egli ora dimorando ci porge lieta luce, se essi mi concedono vita, d'averti donato per marito uno de' maggiori baroni del mio reame: e questo per amore del presente paone ti sia da ora promesso».

 

Assai coperse il re con queste parole il suo malvagio volere, ignorando quello che i fati gli apparecchiavano; e ella sospirando tacitamente al suono di queste parole, notò in se medesima i detti del re pigliandoli in buono agurio, fra sé dicendo: "Dunque avrò io per marito Florio, il quale io solo per marito e per amico disidero, però che nullo barone è maggiore di lui in questo regno"; poi, ringraziato il re onestamente e con sommessa voce, con picciolo passo procedette avanti, fermandosi nel cospetto di Parmenione, il quale incontanente così disse:

 

«Io prometto al paone che, se gl'iddii mi concedono che io vi vegga per matrimoniale patto donare ad alcuno, quel giorno che voi al palagio del novello sposo andrete, io con alquanti compagni, nobilissimi e valorosi giovani, vestiti di nobilissimi drappi e di molto oro rilucenti, adestreremo il vostro cavallo e voi sempre con debita reverenza e onore, infino a tanto che voi ricevuta nella nuova casa scavalcherete».

 

«Adunque - disse Biancifiore - più che Giunone mi potrò io di conducitori gloriare»; e passò avanti ad Ascalion, che in ordine seguiva alla reale mensa, dicendo:

 

«O caro maestro, e voi che vantate al paone?».

 

Rispose Ascalion:

 

«Bella giovine, posto che io sia pieno d'età e che la mia destra mano già tremante possa male balire la spada, sì mi vanto io per amor di voi al paone, che quel giorno che voi novella sposa sarete, la qual cosa gl'iddii anzi la mia morte mi facciano vedere, io con qualunque cavaliere sarà nella vostra corte disideroso di combattere meco, con le taglienti spade sanza paura combatterò, obligandomi di sì saviamente combattere, che sanza offendere io lui o egli me, o voglia egli o no, io gli trarrò la spada di mano e davanti a voi la presenterò».

 

Ciascuno che questo udì si maravigliò molto, dicendo che veramente sarebbe da riputare valoroso chi tal vanto adempiesse. Ma Biancifiore andando avanti venne in presenza di Messaallino, il quale vedendola, quasi della sua bellezza preso, disse:

 

«Giovane graziosa, per amore di voi io vanto al paone che quel giorno che voi prima sederete alla mensa del novello sposo, io vi presenterò dieci piantoni di dattero coperti di frondi e di frutti, non d'una natura con gli altri, però che quelli, de' quali la mia terra è copiosa, a ciascuna radice hanno appiccato un bisante d'oro».

 

Inchinandogli, Biancifiore il ringraziò; e volto i passi suoi verso il duca Ferramonte, che alla sinistra del re sedea, e davanti a lui posato il paone, gli richiese quello che avanti agli altri avea richiesto. A cui il duca rispondendo, disse:

 

«E io imprometto al paone che per la piacevolezza vostra, il giorno che novella sposa sarete, e appresso tanto quanto la vostra festa durerà, di mia mano della coppa vi servirò quanto vi piaccia».

 

«Certo - disse Biancifiore - di tal servidore Giove non che io, si glorierebbe»; e passò avanti a Sara, il quale come davanti se la vide, disse:

 

«Io voto al paone che quel giorno che gl'iddii vi concederanno onore di matrimoniale compagno, io vi donerò una corona ricchissima di molte preziose pietre e di risplendente oro bellissima, e ove che io sia, se io saprò davanti la vostra festa, verrò a presentarlavi con le mie mani».

 

Il quale tacendo, subitamente Menedon soggiunse:

 

«E io prometto al paone che se gl'iddii mi concedono che io maritata vi veggia, tanto quanto la festa delle vostre nozze durerà, io con molti compagni, vestiti ciascuno giorno di novelli vestimenti di seta, sopra i correnti cavalli, con aste in mano e con bandiere bigordando e armeggiando, a mio potere essalterò la vostra festa».

 

Ringraziollo Biancifiore, e tornata indietro, davanti al re posò il paone, e così disse:

 

«Principalmente voi, o caro signore e singulare mio benefattore, e appresso questi altri baroni tutti, quanto io posso, degl'impromessi doni vi ringrazio, e priego gl'immortali iddii che, là dove la mia possa al debito guiderdone mancasse, che essi con la loro benigna mente di ciò vi meritino».

 

E questo detto, onestamente fatta la debita reverenza, si partì, e con lieto viso tornò alla reina, narrandole gl'impromessi doni. A cui la reina disse:

 

«Ben ti puoi omai gloriare, pensando che uno sì fatto prencipe qual è il nostro re, e sei cotali baroni quali sono coloro che con lui sedeano, si sono tutti in tuo onore e piacere obligati».

 

 

[36]

 

Rimase sopra la real mensa il velenoso uccello, il quale il re, come Biancifiore fu partita, comandò che tagliato fosse; per la qual cosa un nobilissimo giovane chiamato Salpadin, al re per consanguinità congiuntissimo, il quale quel giorno davanti li serviva del coltello, prese con presta mano il paone, e, gittata in terra alcuna estremità, incominciò a volere smembrare il paone; ma non prima caddero le gittate membra, che un cane piccioletto, al re molto caro, le prese, e, mangiandole, incontanente gl'incominciò a surgere una tumorosità del ventre, e venirgli alla testa, la quale tanto gliele ingrossò subitamente, che quasi era più la testa fatta grande che essere non solea tutto il corpo; e similemente discorsa per gli altri membri, oltre a' loro termini grossi e enfiati gli fece divenire; e i suoi occhi, infiammati di laida rossezza, parea che della testa schizzare gli dovessero, e con doloroso mormorio, mutandosi di più colori, disteso tal volta in terra e talora in cerchio volgendosi, in piccolo spazio scoppiando quivi morì. La qual cosa da molti veduta, la gran sala fu tutta a romore, e i soavissimi strumenti tacquero, mostrando questo al re, il quale incontanente gridò:

 

«E che può ciò essere?».

 

E voltato a Salpadin, il quale già volea fare la credenza, disse:

 

«Non tagliare; io dubito che noi siamo villanamente traditi: prendasi un altro membro del presente paone e gittisi ad un altro cane, però che questo qui presente morto per veleno mostra che morisse, onde che egli il prendesse, o delle stremità da te gittate in terra, o d'altra parte».

 

Salpadin sanza alcuno dimoro gittò la seconda volta un maggiore membro ad un altro cane, il quale non prima mangiato l'ebbe, che, con simile modo voltandosi che 'l primo, del mortale dolore affannato, cadde e quivi in presenza di tutti morì. Onde il re con furioso atto gridando:

 

«Chi ha la nostra vita con veleno voluta abreviare?», e gittata in terra la tavola che davanti a lui era, si dirizzò, e comandò che subitamente Biancifiore e 'l siniscalco e Salpadin fossero presi, però che di loro dubitava che alcuno d'essi tre avvelenare l'avesse voluto co' suoi compagni. O sommo Giove, or non potevi tu sostenere che quel cibo avesse ingannato lo 'ngannatore, avanti che la innocente giovane tanta persecuzione ingiustamente sostenesse? Or tu sofferesti che i tuoi compagni fossero co' membri umani tentati alla tavola di Tantalo, quando a Pelopo, perduto l'omero, fu rifatto con uno d'avorio; e similemente sostenesti che il misero Tireo fosse sepoltura dell'unico suo figliuolo! Erati così grave per giusta vendetta abbagliare lo iniquo senso del re Felice? Ma tu forse per fare con gli avversi casi conoscere le prosperità, pruovi le forze degli umani animi, poi con maggior merito guiderdonandoli.

 

 

[37]

 

Furono presi i tre sanza niuno dimoro con noiosa furia, e messi in diverse prigioni. Ma poi che Biancifiore fu subitamente presa, niuno fu che mai parlare le potesse, né ella ad altrui. Del siniscalco e di Salpadin furono le scuse diligentemente intese, e per innocenti in brieve lasciati, mostrando il siniscalco davanti a tutta gente con false menzogne Biancifiore e non altri avere tal fallo commesso. Di questo ciascuno si maravigliò, non potendo alcuno pensare né credere che Biancifiore avesse tal malvagità pensata; ma pure il manifesto presentare del paone facea a molti non potere disdire quello che e' medesimi non avrebbero voluto credere. Ma poi che il gran romore fu alquanto racchetato, e il siniscalco e Salpadin per le loro scuse sprigionati, il re fece chiamare a consiglio molta gente, e principalmente coloro che con lui erano quella mattina stati alla tavola, e adunato con molti in una camera, disse così:

 

«Sanza dubbio credo che a voi sia manifesto che io oggi sono stato in vostra presenza voluto avvelenare; e chi questo abbia voluto fare, ancora è apertissimo per molte ragioni che Biancifiore è stata; la qual cosa molto mi pare iniqua a sostenere che sanza debita punizione si trapassi, pensando al grande onore che io nella mia corte l'ho fatto, sì come di recarla da serva a libertate, farla ammaestrare in iscienza e continuamente vestirla di vestimenti reali col mio figliuolo, datala in compagnia alla mia sposa, credendo di lei non nimica ma cara figliuola avere. E sì come avete potuto questa mattina udire, non si finiva questo anno che io intendea di maritarla altamente, però che vedea già la sua età richiedere ciò. E di tutto questo m'è avvenuto come avviene a chi riscalda la serpe nel suo seno, quando i freddi aquiloni soffiano, che egli è il primo morso da lei. Vedete che similmente ella in guiderdone del ricevuto onore m'ha voluto uccidere: e sì avrebbe ella fatto, se 'l vostro avedimento non fosse stato. Laonde io intendo, come detto v'ho, di volerla di ciò gravemente punire, acciò che mai alcuna altra a sì fatto inganno fare non si metta. Ma però che di ciò dubito non mi seguisse più vergogna che onore, se subitamente il facessi, però che parrà a molti impossibile a credere questo per la sua falsa piacevolezza, la quale ha molto presi gli animi, n'ho voluto e voglio primieramente il vostro consiglio, e ciò tutti fidelmente porgere mi dovete, disiderando il mio onore e la mia vita, sì come membri e vero corpo di me, vostro capo.

 

 

[38]

 

Lungamente si tacque ciascuno, poi che il re ebbe parlato; e bene avrebbero volentieri risposto il duca e Ascalion, però che a loro parea manifestamente conoscere chi questo veleno avea mandato e ordinato; ma però che la volontà del re conobbero, ciascuno si tacque, dubitando di non dispiacergli. E similmente fecero tutti quelli che presente lui erano, fuori che Massamuti no, il quale dopo lungo spazio, dimorando tutti gli altri taciti, si levò e disse:

 

«Caro signore, io so che 'l mio consiglio sarà forse tenuto da questi gentili uomini qui presenti sospetto per la presura che di me subita fare faceste sanza colpa, e so che diranno che ciò che io consiglierò, io il faccia a fine di scaricare me e di levare voi di sospezione; ma io non guarderò già a quello che alcuno possa dire o dica, che io non vi dia quello consiglio in ciò che dimandato avete, che a legittimo e vero signore donar si dee, in tutto ciò che per me conosciuto sarà, sempre riservandomi allo ammendamento di voi, dov'io fallissi. E così m'aiutino gl'immortali iddii, com'io se non quello che diritta coscienza mi giudicherà non dirò; e dico così: "Il fallo, il quale Biancifiore ha fatto, è tanto manifesto, che in alcuno atto ricoprire non si puote, né simigliantemente si può occultare il grande onore da voi fatto a lei: per lo quale avendo ella voluto sì fatto fallo fare, merita maggiore pena. E certo, se quello che in effetto s'ingegnò di mettere, avesse solamente pensato, merita di morire". Onde per mio consiglio dico e giudico che misurando giustamente la pena col fallo, che ella muoia: e sì come ella volle che la vostra vita per la focosa forza del veleno si consumasse, così la sua con ardente fuoco consumata sia. E certo tale giudicio pare a me medesimo crudele; e non volentieri il dono per consiglio che si dea, però che per la sua piacevole bellezza assai l'amava; ma nella giustizia, né amore, né pietà, né parentado, né amistà dee alcuno piegare dalla diritta via della verità. Non per tanto, voi siete savio, e appresso di molti più savii uomini che io non sono avete, e sì come signore potete ogni mio detto indietro rivocare e mettere ad essecuzione. Però là ove nel mio consiglio, il quale giusto al mio albitrio v'ho donato, si contenesse fallo, saviamente l'ammendate».

 

E più non disse.

 

 

[39]

 

Non fu alcuno degli altri nobili uomini, che nel consiglio del re sedeano, che si levasse a parlare contro a Biancifiore, ma tacendo tutti, di questa opera stupefatti, dierono segno di consentire al detto del siniscalco, posto che a molti sanza comparazione dispiacesse, sentendo che Biancifiore era in prigione, per maniera che sua ragione scusandosi non potea usare: e volentieri per difender lei avrebbero parlato, ma quasi ciascuno s'era aveduto che al re piaceano queste cose e che con sua volontà eran fatte, onde per non spiacerli ciascuno taceva. Perché vedendo questo il re, che oltre al detto del siniscalco niuno dicea, né a quello era alcuno che apponesse, disse:

 

«Adunque, signori, per mio avviso pare che consigliate che Biancifiore di fuoco deggia morire, e certo in tal parere n'era io medesimo; e però vengano immantanente i giudici, i quali di presente la giudichino, che sanza giudiciale sentenza io non intendo di farla di fatto morire, acciò che alcuno non potesse dire che io i termini della ragione in ciò trapassassi, né similemente voglio a fare la giustizia dare troppo indugio, però che le troppo indugiate giustizie molte volte sono da pietà impedite, né hanno poi loro compimento».

 

Furono di presente i giudici al cospetto del re, il quale loro comandò che sanza dimoro la crudele sentenza dessero contro a Biancifiore. Al quale i giudici risposero:

 

«Signore, le leggi ne vietano di dover dare in dì solenne mortale sentenza contro ad alcuna persona, e oggi è giorno di tanta solennità, quanta voi sapete; ma noi scriveremo il processo ordinatamente, e al nuovo giorno la daremo sanza fallo, e la faremo mettere in essecuzione».

 

A' quali il re disse:

 

«Poi che oggi le leggi il ne vietano, domattina per tempo sanza dimoro si faccia».

 

E questo detto, si partì dallo iniquo consiglio. Ma il duca e Ascalion sanza prendere alcun congedo si partirono, non volendo udire la iniqua sentenza; e avanti che 'l sole le sue luci messe avesse sotto l'onde occidentali, giunsero a Montoro, ove smontarono, faccendo a Florio gran festa, il quale solo e con molti pensieri trovarono.

 

 

[40]

 

Era Biancifiore con la reina ancora recitando i vanti de' gran baroni, quando i furiosi sergenti vennero impetuosamente sanza niuno ordine a prenderla, e lei piangendo, sanza dire per che presa l'avessero, la ne portarono. O misera fortuna, subita rivolgitrice de' mondani onori e beni, poco davanti niuno barone era nella real corte, che a Biancifiore avesse avuto ardire di porre la mano adosso, o di farne sembiante, ma ciascuno s'ingegnava di piacerle, e ora a vilissimi ribaldi sì disprezzare consentisti la sua grandezza, che, sanza narrare il perché, presala oltraggiosamente, la menaron via. Certo con poco senno si regge chi in te ferma alcuna speranza. Di questo mostrò la reina grandissimo dolore, e molto ne pianse, ricoprendo con quelle lagrime il suo tradimento davanti ordinato. E veramente e' ne le pur dolfe, posto che assai tosto di tal doglia prendesse consolazione, imaginando che per la morte di lei, già messa in ordine da non poter fallire al suo parere, l'ardente amore si partirebbe del petto di Florio. Ma i fati non serbavano a sì leale amore, quale era quello intra' due amanti, sì corta fine né sì turpissima, come costoro loro voleano sanza cagione apparecchiare.

 

 

[41]

 

Quel giorno nel quale la gran festa si facea in Marmorina, era Florio rimaso tutto soletto di quella compagnia che più gli piacea, ciò era del duca e di Ascalion, a Montoro; e molto pensoso e carico di malinconia, ricordandosi che in così fatto giorno egli con la sua Biancifiore, vestiti d'una medesima roba, soleano servire alla reale tavola, e avere insieme molta festa e allegrezza di canti e d'altri sollazzi. Ond'egli sospirando, così cominciò a dire:

 

«O anima mia, dolce Biancifiore, che fai tu ora? Deh, ora ricordati tu di me, sì come io fo di te? Io dubito molto che altro piacere non ti pigli per la mia assenza. Oimè, perché non è egli licito solamente di poterti vedere a me, il quale mi ricordo che in sì fatto giorno più volte t'ho già abbracciata, porgendoti puerili e onesti baci? Ove sono ora fuggiti i verdi prati, ne' quali Priapo più volte ci coronò di diversi fiori, cogliendoli noi con le nostre mani? E ove sono le ricche camere, le quali de' nostri dimoramenti si rallegravano? Deh, perché non sono io con teco, così come io soleva, continuamente, o almeno di tanti quanti giorni l'anno volge uno solo? O perché non mi se' tu mandata come tu mi fosti promessa? Io credo che 'l mio padre m'inganna, come tu mi dicesti. E tu ora credo che dimori nella gran sala, e dai col tuo bel viso nuova luce a molti, di tal grazia indegni, e a me misero, che più che altra cosa ti disidero, m'è tolto il vederti. Maladetta sia quella deità che sì m'ha fatto vile, che io per paura di mio padre dubito di venirti a vedere, e ora ch'io possa o vederti o esser veduto. Oimè, quanto m'offende quella piccola quantità di via che ci divide! Deh, maladetto sia quel giorno ch'io da te mi partii, che mai alcuno diletto non sentii, posto che tu alcuna volta dormendo io, essendomi tu con benigno aspetto apparita, m'hai alquanto consolato: la qual consolazione in gravoso tormento s'è voltata, sì tosto com'io mi sveglio dallo ingannevole sonno, pensando che veder non ti possa con gli occhi della fronte. O sola sollecitudine della mia mente, gl'iddii mi concedano che io alcuna volta anzi la mia morte veder ti possa; la qual cosa converrà che sia, se io dovessi muovere aspre battaglie contro al vecchio padre, o furtivamente rapirti delle sue case. E a questo, se egli non mi ti manda o non mi fa dove tu sia tornare, non porrà lungo indugio, però che più sostenere non posso l'esserti lontano».

 

E mentre che Florio queste parole e molte altre sospirando dicea, continuamente al caro anello porgea amorosi baci, sempre riguardandolo per amor di quella che donato glielo avea. E in tal maniera dimorando pensoso, soave sonno gli gravò la testa, e, chiusi gli occhi, s'addormentò; e dormendo, nuova e mirabile visione gli apparve.

 

 

[42]

 

A Florio parve subitamente vedere l'aere piena di turbamento, e i popoli d'Eolo, usciti del cavato sasso, sanza niuno ordine furiosi recare da ogni parte nuvoli, e commuovere con sottili entramenti le lievi arene sopra la faccia della terra, mandandole più alte che la loro ragione, e fare sconci e spaventevoli soffiamenti, ingegnandosi ciascuno di possedere il luogo dell'altro e cacciar quello; e appresso mirabili corruscazioni e diversi suoni per isquarciate nuvole, le quali parea che accendere volessero la tenebrosa terra; e le stelle gli parea che avessero mutata legge e luoghi, e pareali che 'l freddo Arturo si volesse tuffare nelle salate onde, e la corona della abandonata Adriana fosse del suo luogo fuggita, e lo spaventevole Orione avesse gittata la sua spada nelle parti di ponente; e dopo questo gli parve vedere i regni di Giove pieni di sconforto, e gl'iddii piangendo visitare le sedie l'uno dell'altro; e pareali che gli oscuri fiumi di Stige si fossero posti nella figura del sole, però che più non porgea luce; e la luna impalidita avea perduti i suoi raggi, e similmente tutti gli altari di Marmorina gli pareano ripieni d'innocente sangue umano, e tutti i cittadini piangere con altissimi guai sopr'essi. I paurosi animali e feroci insiememente per paura gli parevano fuggir nelle caverne della terra, e gli uccelli ad ora ad ora cader morti, né parea che albero ne potesse uno sostenere. E poi che queste cose a Florio, che di paura piangea, si mostrarono, gli parea veder davanti a sé la santa dea Venus, in abito sanza comparazione dolente e vestita di neri e vilissimi vestimenti, tutta stracciata piangendo, alla quale Florio disse:

 

«O santa dea, qual è la cagione della tua tristizia, la quale movendomi a pietà mi costringe a piagnere, come tu fai? E dimmi, perché è il subito mutamento de' cieli e della terra avvenuto? Intende Giove di fare l'universo tornare in caos come già fu? Nol mi celare, io te ne priego, per la virtù del potente arco del tuo figliuolo».

 

«Oimè misera - rispose Venus, - or etti occulta la cagione del pianto degli uomini, dell'aere e degl'iddii? Levati su, che io la ti mostrerò»; e preso Florio, involtolo seco in una oscura nuvola, sopra Marmorina il portò, e quivi gli fece vedere l'avvelenato paone posto in mano a Biancifiore dal siniscalco, e 'l pensato inganno, e la subita presura, e 'l crudele rinchiudimento, e la malvagia sentenza della morte ordinata di dare contro a Biancifiore: le quali cose mostrategli, riposatolo piangendo di vere lagrime nella sua camera, gli disse:

 

«Ora t'è manifesta la cagione del nostro pianto».

 

«Oimè! - rispose Florio, - quando io ti vidi, santa madre del mio signore, sanza la risplendente luce degli occhi tuoi e sanza gli adorni vestimenti, privata della bella corona delle amate frondi da Febo, incontanente mi corse all'animo la cagione la quale tu hai ora fatta visibile agli occhi miei: ond'io ti priego che mi dichi qual morte più crudele io posso eleggere, poi che Biancifiore muore. Insegnalami, ché io non voglio vivere appresso la sua morte. Io sono disposto a volere seguire la sua anima graziosa ovunque ella andrà, e essere così congiunto a lei nella seconda vita come nella prima sono stato: o tu mi mostra qual via c'è alla dimensione della sua vita, se alcuna ce n'è, però che nullo sì alto né sì grande pericolo fia, al quale io non mi sottometta per amore di lei, e che tutto non mi paia leggerissimo».

 

A cui Citerea così rispose:

 

«Florio, non credere che il pianto mio e degli altri dei sia perché noi crediamo che Biancifiore deggia morire, ché noi abbiamo già la sua morte cacciata con deliberato consiglio, e proveduto al suo scampo, come appresso udirai; ma noi piangiamo però che la natura, vedendosi sopra sì bella creatura, come è Biancifiore, offendere dalla crudeltà del tuo padre, quando a morte ordinò che sentenziata fosse, ci si mostrò, sagliendo a' nostri scanni, sì mesta e dolorosa, che a lagrimare ci mosse tutti, e fececi intenti alla sua diliberazione. E similmente l'aria e la terra e le stelle a mostrar dolore con diversi atti costrinse. E però che tu per lei verrai a maggiori fatti, che tu medesimo non estimi, dopo molte avversità, vogliamo che in questa maniera al suo scampo t'esserciti. Tu, sì tosto come il sole avrà i raggi suoi compiendo l'usato cammino nascosi, occultamente di queste case ti partirai, e andranne a quelle di Ascalion, a te fidelissimo amico e maestro, e fidandoti sicuramente a lui, di tutto il tuo intendimento ti farai armare di fortissime armi e buone, e fara'ti prestare un corrente cavallo e forte; e quando questo fatto avrai, sanza alcuna compagnia fuori che della sua, se egli la ti profferrà, celatamente prendi il cammino verso la Braa, però che in quel luogo sarà la tua Biancifiore menata da coloro che d'ucciderla intendono. La sorella di colui che mena i poderosi cavalli portanti l'etterna luce, la quale, ancora pochi dì sono, vi si mostrò sanza alcuno corno tutta nella figura del celestiale Ganimede, m'ha promesso di porgerti sicuro cammino con la sua fredda luce; quivi con questa spada la quale io ti dono, fatta per le mani del mio marito Vulcano, quando bisognò alla battaglia degl'ingrati figliuoli della terra, a me prestata da Marte, mio carissimo amante, aspetterai chetamente insino a tanto che la tua Biancifiore vedrai menare per esserle data l'ultima ora. E allora, sanza alcuno indugio, cacciata da te ogni paura, con ardito cuore ti trai avanti sanza farti a nullo conoscere, e contradì a tutto il presente popolo che Biancifiore ragionevolemente non è stata condannata a morte, né dee morire, e che ciò tu se' acconcio a provare contro a qualunque cavaliere o altra persona di questo volesse dire altro; e non dubitare d'assalire tutto il piano pieno del marmorino popolazzo, se bisogno ti pare che ti faccia, però che contro a questa spada che io ti dono, niuna arme potrà durare, e il mio Marte m'ha giurato e promesso per li fiumi di Stige di mai non abandonarti. Né v'è alcuno iddio che al tuo aiuto non sia prontissimo e volonteroso, e io mai non ti abandonerò: però sicuramente ti metti al suo scampo, ché la fortuna graziosamente t'apparecchia onorevole vittoria. La quale quando avrai avuta, e levata Biancifiore dal mortal pericolo, prendera'la per mano e rendera'la al tuo padre, raccomandandogliele tutt'ora sanza farti conoscere; e ritornando a Montoro, fa che sopra gli altari di Marte e sopra i miei accenda luminosi fuochi con graziosi sacrificii; e quivi mi vedrai essere venuta del mio antico monte, della mia natività glorioso, con gli usati vestimenti significanti letizia, circundata di mortine e coronata delle liete frondi di Pennea, e stare sopra li miei altari a te manifestamente visibile; e coronerotti della acquistata vittoria; e di queste cose dette, fa che in alcuna non falli per alcuno accidente; né per parole che Ascalion ti dicesse, da questa impresa ti rimanghi».

 

E dette queste parole, lasciata nella destra mano di Florio la sopradetta spada, si partì subitamente tornando al cielo.

 

 

[43]

 

Tanto fu a Florio più il dolore delle vedute cose che l'allegrezza della futura vittoria a lui promessa da Venere, che piangendo elli forte, e veggendo partire la santa dea, rompendosi il debile sonno, si destò, e subitamente si dirizzò in piè, trovandosi il petto e 'l viso tutto d'amare lagrime bagnato, e nella destra mano la celestiale spada: di che quasi tutto stupefatto, conobbe essere vero ciò che veduto avea nella preterita visione. E tornandogli a mente la sua Biancifiore, e della cagione per che da lei avea ricevuto il bello anello, e della virtù d'esso, piangendo il riguardò dicendo:

 

«Questo fia infallibile testimonio alla verità»; e riguardandolo, il vide turbatissimo e sanza alcuna chiarezza. Allora cominciò Florio il più doloroso pianto che mai veduto o udito fosse, mescolato con molte angosciose voci, dicendo:

 

«O dolce speranza mia, per la quale io infino a qui in doglia e in tormenti mi sono contentato di vivere, sperando di rivederti in quella allegrezza e festa che io già molte volte ti vidi, quale avversità ti si volge al presente sopra? Or non bastava alla invidiosa fortuna d'averci dati tanti affannosi sospiri allontanandoci, se ella ancora con mortal sentenza non ci vuole dividere, e porgerci maggiore angoscia? Oimè, or chi è colui che cerca falsamente di volerti levare la vita, e a me insiememente? Chi è quegli che ingiustamente ti fa nocente il mio vecchio padre? Oimè, or crede egli far morire te sanza me? Vano pensiero lo 'nganna. Oimè, è questa la festa ch'io soglio in tal giorno avere con teco? Ahi, dolorosa la vita mia, da quante tribulazioni è circundata! Certo, cara giovane, niuno a mio potere ti torrà la vita: o questa spada la racquisterà a te e a me come promesso m'è stato, tenendola io nella mia mano combattendo, o ella si bagnerà nel mio cuore cacciandovela io, o io diverrò cenere con teco in uno medesimo fuoco, come Campaneo con la sua amante donna divenne a piè di Tebe».

 

E dicendo Florio queste parole piangendo, il duca, che dalla dolente festa tornava, venne; il quale come Florio sentì, celando il nuovo dolore, nel viso allegrezza mostrando, e andatogli incontro lietamente nelle sue braccia il ricevette, faccendosi festa insieme, però che di perfetto amore s'amavano; e come essi insieme furono nella sala montati, Florio domandò il duca della festa, se era stata bella e se egli avea veduta Biancifiore. Il duca rispose che la festa era stata bella e grande, e che niuna cosa v'era fallita, fuori solamente la sua presenza; e tutto per ordine gli narrò ciò che fatto vi s'era, e de' vanti che dati s'aveano al paone che Biancifiore avea portato. Ma ben si guardò di non dire l'ultima cosa che avvenuta v'era, cìoè dell'avvelenato paone, per lo quale Biancifiore dovea morire, per tema che Florio non se ne desse troppa malinconia; e di ciò s'avvide ben Florio, che 'l duca si guardava di dirgli quello che egli non avrebbe voluto che avvenuto fosse: però, sanza più adimandare, disse che ben gli piaceva che la festa era stata bella e grande, e che volentieri vi sarebbe stato se agl'iddii fosse piaciuto.

 

 

[44]

 

Già aveva Febo nascosi i suoi raggi nelle marine onde, quando, preso il cibo, il duca insiememente con Florio cercarono i notturni riposi. Ma Florio porta nell'animo maggiore sollecitudine che di dormire, e sanza adormentarsi aspetta che gli altri s'addormentino della casa; i quali non così tosto come Florio avrebbe voluto s'andarono a letto, ma ridendo e gabbando e con diversi ragionamenti gran parte della notte passarono, la quale Florio tutta divise per ore, con angosciosa cura dubitando non s'appressasse l'ora che andare di necessità gli convenisse, e fosse veduto. Ma poi che ciascuno pose silenzio e la casa fu d'ogni parte ripiena d'oscurità, Florio con cheto passo, aperte le porti del gran palagio con sottile ingegno, sanza farsi sentire passò di fuori, e tutto soletto pervenne all'ostiere di Ascalion, ove più voci chiamò acciò che aperto gli fosse. E 'l primo che alla sua voce svegliato si levò fu Ascalion, il quale sanza niuno indugio corse ad aprirgli, maravigliandosi forte della sua venuta, e del modo e dell'ora non meno. E poi che essi furono dentro alla fidata camera sanza altra compagnia, Ascalion disse:

 

«Dimmi, quale è stata la cagione della tua venuta a sì fatta ora, e perché se' venuto solo?».

 

E mentre che queste parole dicea, dubitava molto non il duca gli avesse detto lo 'nfortunio di Biancifiore. Ma Florio rispose:

 

«La cagione della mia venuta è questa. A me fa mestiere d'essere tutto armato e d'avere un buon cavallo. Onde io non sappiendo ove di tale bisogna fossi più fedelmente né meglio servito che qui, qui a venire mi dirizzai più tosto che in altra parte: priegovi che vi piaccia di questo tacitamente servirmi incontanente».

 

E mentre che diceva queste cose, con gran fatica riteneva le lagrime, le quali dal premuto cuore, ricordandosi perché queste cose volea, si moveano. Disse Ascalion:

 

«Niuna cosa ho né potrei fare che al tuo piacere non sia; ma qual è la cagione di sì subita volontà d'armarti? Perché non aspetti tu il nuovo giorno? Armandosi l'uomo a questa ora, non veggendo alcuna necessità espressa, parrebbe un volere matto e subito, sì come sogliono essere quelli degli uomini poco savi e che hanno il natural senno perduto; ma se tu mi di' perché a questo se' mosso, la cagione potrebbe essere tale che io loderei che la tua impresa si mettesse avanti. Già sai tu bene che di me tu ti puoi interamente fidare, con ciò sia cosa che io lungamente in diverse cose ti sia stato maestro fedelissimo, e amatoti come se caro figliuolo mi fossi stato: dunque non ti guardar da me».

 

Florio rispose:

 

«Caro maestro, veramente se alcuna virtù è in me, dagl'iddii e da voi la riconosco; e sanza dubbio, se io non avessi avuto in voi somma fede, niuno accidente per tal cosa mi ci avrebbe potuto tirare; ma poi che vi piace di sapere il perché a questa ora per l'armi io sia venuto, io il vi dico. A voi non è stato occulto l'ardente amore che io ho a Biancifiore portato e porto, della quale, oggi, dormendo io, mi furon mostrate dalla santa Venus di lei dolorose cose: però che io stando con lei sopra a Marmorina in una oscura nuvola, vidi chiamare la mia semplice giovane, e porle uno avvelenato paone in mano, e vidiglielo portare per comandamento altrui alla reale mensa ove voi sedevate; e dopo questo vidi e udii il gran romore che si fece, aveggendosi la gente dello avvelenato paone, e lei vidi furiosamente mettere in uno cieco carcere; e ancora dopo lungo consiglio vidi scrivere il processo della iniqua sentenza, che dare si dee domattina contra di lei. E queste cose tutte vedeste voi, né me ne dicevate niente. Ma io ne ringrazio gl'iddii che mostrate le m'hanno, e datomi vero aiuto e buono argumento a resistere alla crudel sentenza e ad annullarla, sì com'io credo fare con questa spada in mano, la quale Venere mi donò per la difensione di Biancifiore. E se il potere mi fallisse, intendo di volere anzi con esso lei in un medesimo fuoco morire, che dopo la sua morte dolorosamente vivendo stentare».

 

«Oimè, dolce figliuolo - disse Ascalion, - che è quello che tu vuoi fare? Per cui vuoi tu mettere la tua vita in avventura? Deh, pensa che la tua giovane età ancora è impossibile a queste cose, e massimamente a sostenere l'affanno delle gravanti armi. Deh, riguarda la tua vita in servigio di noi, che per signore t'aspettiamo, e lascia dare i popolareschi uomini a' fati. Tu vuoi combattere per Biancifiore, la quale è femina di piccola condizione, figliuola d'una romana giovane, alla quale essendo stato ucciso il suo marito, per serva fu donata alla tua madre. Ma tu forse guardi al grande onore che tuo padre l'ha fatto per adietro, e quinci credi forse ch'ella sia nobilissima giovane: tu se' ingannato, però che questo non le fu fatto se non perché ella fu tua compagna nel nascimento. Non è convenevole a te amare femina di sì piccola condizione; e però lasciala andare e compiere i doveri della giustizia, e poi che ella ha fatta l'offesa, lasciala punire. Non ti recare nella mente sì fatte cose, né dare speranza a' sogni, i quali per poco o per soperchio mangiare, o per imaginazione avuta davanti d'una cosa, sogliono le più volte avvenire, né mai però se ne vide uno vero; e se pur fai quello che proposto hai, nullo fia che non te ne tenga poco savio, e al tuo padre darai materia di crucciarsi e d'infiammarsi più verso di lei: onde lascia stare questa impresa, io te ne priego».

 

Allora Florio, con turbato viso riguardandolo nella faccia, disse:

 

«Ahi, villano cavaliere, e sconoscente e malvagio, qual cagione licita e ancora verisimile vi muove a biasimare Biancifiore e chiamarla figliuola di serva? Non v'ho io più volte udito raccontare che 'l padre di Biancifiore fu nobilissimo uomo di Roma, e d'altissimo sangue disceso? Certo si ho. E quando questo non fosse mai vero, natura mai non formò sì nobile creatura com'ella è, però che non le ricchezze o il nascere de' possenti e valorosi uomini fanno l'uomo e la femina gentile, ma l'animo virtuoso con le operazioni buone. Essa per la sua virtù si confarebbe a molto maggior prencipe che io non sarò mai; e posto che di quello che io intendo di fare, la vil gente ne parli men che bene, i valorosi me ne loderanno, avvegna che io sì segretamente lo 'ntendo di fare, che alcuno nol saprà già mai. E se si pur sapesse e parlassesene, il robusto cerro cura poco i sottili zeffiri, e il giovane poppio non può resistere a' veloci aquiloni. Faccia l'uomo suo dovere, parli chi vuole. E sanza dubbio del cruccio del mio padre io mi curo poco, ch'è uomo di sì vile animo come io il sento, che s'è posto a volere con falsità vendicare le sue ire sopra una giovane donzella e innocente, sua benivolenza, o amistà si dee poco curare, e in gran grazia mi terrei dagl'iddii che egli mi uscisse davanti a contradire la salute di Biancifiore, acciò che io con quel braccio, col quale ancora, se fosse quell'uomo quale esser dovrebbe, il dovrei aver sostenuto, gli levi la vita mandandolo ai fiumi d'Acheronta, ove la sua crudeltà avrebbe luogo: vecchio iniquissimo ch'egli è, che nell'ultima parte de' suoi giorni, alla quale quando gli altri, che sono stati in giovinezza malvagi pervengono, si sogliono col bene operare riconciliare agl'iddii, incomincia a divenire crudele e a fare opere ingiuste. E di ciò che o piacere o dispiacere ch'io gliene faccia, mai della mia mente non si partirà Biancifiore, né altra donna avrò già mai; né mi parrà grave il peso dell'armi in servigio di lei. E certo Achille non avea molto più tempo ch'io abbia ora, quando egli abandonando i veli insieme con Deidamia, venne armato a sostenere i gravi colpi d'Ettore fortissimo combattitore; né Niso era di tanto tempo quanto io sono, quando sotto l'armi incominciò a seguire gi ammaestramenti d'Euriello. Io sono giovane di buona età, volonteroso alle nuove cose, innamorato e difenditore della ragione, e emmi stata promessa vittoria dagl'iddii, e veggo la fortuna disposta a recarmi a grandi cose, la quale noi preghiamo tutto tempo che in più alto luogo ci ponga della sua rota. Ora poi che ella con benigno viso mi porge i dimandati doni, follia sarebbe a rifiutarli, ché l'uomo non sa quando più a tal punto ritorni. Io m'abandonerò a prendere ora che mi par tempo, e salirò sopra la sua rota; quivi, sanza insuperbire, quanto potrò in alto mantenermi, mi manterrò. E se avviene che alcuna volta scendere mi convenga, con quella pazienza che io potrò, sosterrò l'affanno. Né mi vogliate fare discredere quello che la vera visione m'ha mostrato, dicendo che i sogni sieno fallaci e voti d'ogni verità: poi che voi non me lo voleste dire, tacete del farmelo discredere, però che io n'ho più testimoni a questa verità, ché principalmente il mio anello con la perduta chiarezza mi mostrò l'affanno di Biancifiore: la celestiale spada, ritrovandomela nella destra mano quando mi svegliai, m'affermò la credenza delle vedute cose e la speranza della futura vittoria. Ma forse voi dubitate di farmi il servigio, e però con tante contrarietà v'andate al mio intendimento opponendo. Onde io vi priego, sanza più andarmi con cotali circustanze faccendomi perder tempo, mi rispondiate se fare lo volete o no: ch'io vi prometto che mai io non sarò lieto, né dalla mia impresa mi partirò, infino a tanto che io con la destra mano non avrò liberata Biancifiore dal fuoco, e da qualunque altro pericolo le soprastesse».

 

Quando Ascalion udì così parlare Florio e videlo pur fermo in voler difendere Biancifiore, assai se ne maravigliò del gran cuore che in lui sentiva, e più della nuova visione e della spada a lui donata, la quale non gli parea opera fatta per mano d'uomo, e fra sé disse: "Veramente la fortuna ti vuole recare a grandissime cose, delle quali forse questa fia il principio, e gl'iddii mostra che 'l consentano". E poi rispose a lui:

 

«Florio, sanza ragione mi chiami villano e malvagio, però che quel ch'io ti dicea, io nol ti dicea che io non conoscessi bene ch'io non dicea vero, ma io il dicea acciò che da questa impresa ti ritraessi, se potuto avessi ritrartene. E se io avessi dal principio conosciuto che così fermamente t'avessi posto in cuore di far questo, certo sanza niuna altra parola io t'avrei detto: "andiamo"; ma io volea provare altressì con che animo ci eri disposto. E non dire ch'io dubiti di servirti, ch'io voglio che manifesto ti sia che alcuno disio non è in me tanto quanto quello fervente. Ond'io caramente ti priego, poi che del tutto alla dimensione di Biancifiore se' fermo, che, se ti piace, lasci a me questo peso, perché tu non sai chi avanti ti dee uscire a resistere al tuo intendimento. E nella corte del tuo padre sanza fallo ha molti valorosi cavalieri, e espertissimi e usati in fatto d'arme lungamente, a' quali tu ora, novello in questo mestiero, non sapresti forse così resistere come si converrebbe. E non ti voler rifidare in sola la forza della tua giovanezza, ché non solamente i forti bracci vincono le battaglie, ma i buoni e savi provedimenti danno vittoria le più volte. Posto che io, già vecchio, non ho forse i membri guari più poderosi di te, io pur so meglio di te quel colpo che è da fuggire e quello che è da aspettare, e quando è da ferire e quando è da sostenere, sì come colui che dalla mia puerizia in qua mai altra cosa non feci. E d'altra parte, se io fossi soperchiato, a te non manca il potere allora combattere, e combattendo provarti, e soccorrere me e Biancifiore».

 

A cui Florio rispose brievemente:

 

«Maestro, io ora novellamente porterò arme; io, come detto v'ho, sono giovane, e amore mi sospinge, e la buona speranza: io voglio sanza niuno fallo essere il difenditore di quella cosa che io più amo, ché non m'è avviso che alcuno cavaliere, non tanto fosse valoroso e dotto in opera d'arme, potesse qui adoperare quanto potrò io. E se io consentissi che voi v'andaste voi a combattere, e foste vinto, a me non si converrebbe d'andare a volere racconciare quello che voi aveste guasto, né potrei, né mi sarebbe sofferto. Io voglio incominciare a provare quello affanno che l'armi porgono. Io ho tanto sofferto amore, che ben credo poter sofferire l'armi a una picciola battaglia. E nella giovanezza si deono i grandi affanni sostenere, acciò che famoso vecchio si possa divenire. E se pure avvenisse che la speranza della vittoria mi fallisse, io farò sì che la vita e la battaglia perderò a un'ora, la qual cosa mi fia molto più cara che se io, dopo la morte di Biancifiore, rimanessi in vita; del vostro aiuto so che poi Biancifiore non si curerebbe, sì che più ch'uno non bisognerà che combatta».

 

Disse Ascalion:

 

«Poi ch'elli ti piace che così sia, e io ne son contento, ma veramente io non ti abandonerò mai; e se io vedessi che il peggio della battaglia avessi mai, chiunque ucciderà te, ucciderà me altressì, avanti che io la tua morte vedere voglia. Ma io priego gl'iddii, se mai alcuna cosa appo loro meritai, che ti donino la disiderata vittoria, come promesso t'hanno, acciò che io teco insieme, riprovata la iniquità del tuo padre e scampata Biancifiore, mi possa di sì prospero principio rallegrare».

 

 

[45]

 

Veduta Ascalion la ferma volontà di Florio, sanza più parlare, egli lo 'ncominciò ad armare di bella e buona arme; e poi ch'egli gli ebbe fatto vestire una grossa giubba di zendado vermiglio, gli fece calzare due bellissime calze di maglia, e appresso i pungenti speroni; e sopra le calze gli mise un paio di gambiere lucenti come se fossero di bianco argento, e un paio di cosciali; e similemente fattegli mettere le maniche e cignere le falde, gli mise la gorgiera; e appresso gli vestì un paio di leggierissime piatte, coperte d'un vermiglio sciamito, guarnite di quanto bisognava nobilmente e fini ad ogni pruova. E poi che gli ebbe armate le braccia di be' bracciali e musacchini, gli fece cingere la celestiale spada, dandogli poi un bacinetto a camaglio bello e forte, sopra 'l quale un fortissimo elmo rilucente e leggiero, ornato di ricchissime pietre preziose, sopra 'l quale un'aquila con l'alie aperte di fino oro risplendeva, gli mise, donandoli un paio di guanti quali a tanta e tale armadura si richiedevano; e appresso il sinistro omero gli armò d'un bello scudetto e forte e ben fatto, tutto risplendente di fino oro, nel quale sei rosette vermiglie campeggiavano. E sì come il tenero padre i suoi figliuoli ammonisce e insegna, così Ascalion dicea a Florio:

 

«Caro figliuolo mio, non schifare gli ammaestramenti di me vecchio, ma sì come nell'altre cose gli hai avuti cari e osservatigli, così fa che in questa maggiormente gli abbia, però che è cosa, che, non osservandola, porta più pericolo. Quando tu verrai sopra il campo contra 'l disiderato nimico, quanto più puoi prendi la più alta parte del campo, acciò che andando verso lui, anzi il sopragiudichi che tu sii da lui sopragiudicato; però che gran danno tornò a' greci la poca altezza, ché i troiani aveano vantaggio allo 'ncominciare le battaglie. E guarti non ti opporre a' solari raggi, però che essi dando altrui negli occhi nocciono molto. Annibale in Puglia per tale ingegno ebbe sopra i romani vittoria, volgendo le reni al sole, al quale costrinse i romani di tenervi il viso. Né contro al polveroso vento ti metterai, però che dandoti negli occhi t'occuperebbe la vista. Né moverai il corrente cavallo con veloce corso lontano al tuo nimico, ma il principio del suo movimento sia a picciolo passo, acciò che quando sarai presso al nimico, spronando forte, elli il suo corso impetuosamente cominci: però che le forze del volonteroso cavallo sono molto maggiori nel cominciare dello aringo che nel mezzo, quando col disteso capo corre alla distesa. Né ancora gli darai tutto il freno, però che con meno forza dilungando il collo andrebbe. Allora sono le cose disposte ad andar forte, quand'elle truovano alcun ritegno e trapassanlo. E chi fece Protesilao più volonteroso che 'l dovere, se non l'essere ritenuto contro alla calda volontà? Se Aulide non avesse ritenute le sue navi, egli andava più temperatamente. Né non basserai la lancia nel principio dello aringo, però che il savio nimico prenderebbe riparo al tuo avvisato colpo, e il tuo braccio del peso sarebbe stanco avanti che tu a lui giugnessi; ma ponendo mente prima a lui, t'ingegna, se puoi, di prendere al suo colpo riparo, e appressandoti a lui prestamente con forte braccio abassa la tua lancia, e fa che avanti nella gola che nella sommità dell'elmo ti ponghi: i bassi colpi nuocciono, posto che gli alti sieno belli. E s'egli avviene che con lui urtare ti convenga col petto del tuo cavallo, guarda bene che col petto del suo non si scontri, se non fossi già molto meglio a cavallo di lui, però che il danno potrebbe essere comune, ma faccendo con maestrevole mano un poco di cerchio, fa che il petto del tuo cavallo alla spalla sinistra del suo si dirizzi, e quivi fieri se puoi, ché tal ferire sarà sanza danno di te. Ma poi che le lance più non adoperranno, non esser lento a trar fuori la spada; ma non voglio però che tu meni molti colpi, ma maestrevolemente, quando luogo e tempo ti pare di ferire a scoperto, copertamente fieri, sempre intendendo a coprire bene te, più che al ferire molto l'avversario, infino a tanto che tu vegga lui stanco e fievole, e al di sotto di te, ché allora non si vogliono i colpi risparmiare. E guardera'ti bene che per tutto questo niente di campo ti lasci torre, però che con vergogna sarebbe danno. Né ti lasciare abbracciare, se forte non ti senti sopra le gambe: la qual cosa s'avviene, non volere troppo tosto sforzarti d'abbatterlo in terra, ma tenendoti ben forte lascia affannar lui, il quale quando alquanto affannato vedrai, più leggiermente potrai allora mettere le tue forze e abbattere lui. E sopra tutte cose ti guarda degli occulti inganni: i tuoi occhi e il buono avviso continuamente te ne ammaestrino. Né niuno romore o di lui o del circustante popolo ti sgomenti, ma sanza niuna paura ti mostra vigoroso; incontanente la tua parte fia aiutata dal grido: e il nimico vedendoti ognora più vigoroso, dubiterà della tua vittoria, però che bene ti seggono l'armi indosso e bellissimo e ardito ti mostrano, più che altro cavaliere già è gran tempo vedessi».

 

Florio con disiderio ascoltava queste parole, notandole tutte, e volontieri vorrebbe allora essere stato a' fatti, e molto gli noiava il picciolo spazio di tempo che a volgere era, e in se medesimo molto si gloriava veggendosi armato; e disse ad Ascalion:

 

«Caro maestro, niuna vostra parola è caduta, ma da me debitamente ritenute, le credo, ove il bisogno sarà, mettere in effetto; ma caramente vi priego che v'armiate e vengano i cavalli, e andiamo, però che già mi pare che le stelle, che sopra l'orizonte orientale salivano nel coricare del sole, abbiano passato il cerchio della mezza notte».

 

 

[46]

 

Armossi Ascalion; e mentre che egli s'armava, e Florio andava per l'ostiere ora correndo, ora saltava d'una parte in altra, e tal volta con la celestiale spada faceva diversi assalti. Alcuna volta prendeva la lancia per vedere com'egli la potesse alzare e bassare al bisogno, lanciandola talora; e queste cose così destramente faceva, come se alcuna arme impedito non l'avesse, avvegna che Amore la maggior parte gli dava della sua forza. Di che Ascalion, lodando la sua leggerezza, si maravigliò molto; e essendo già egli medesimo armato, tutto solo se n'andò alla stalla, e messe le selle e' freni a due forti cavalli, li menò nella sua corte; e quivi vestito Florio e sé di due sopraveste verdi, e prese due grosse lance con due pennoncelli ad oro lavorati e seminati di vermiglie rose, ciascuno la sua, montarono i cavalli e sanza più dimorare presero il cammino verso la Braa.

 

 

[47]

 

Già Febea con iscema ritondità tenea mezzo il cielo, quando Florio e Ascalion, lasciata la città, cominciarono a cavalcare per li solinghi campi. Ella porgea loro col freddo raggio grande aiuto, però ch'ella mitigava il caldo che le gravi armi porgeano, e massimamente a Florio, il quale di tal peso non era usato, poi facea loro la via aperta e manifesta: di che Florio molto si rallegrava, però che già gli parea incominciato avere a ricevere lo 'mpromesso aiuto degl'iddii. E più si rallegrava imaginando che egli s'appressava al luogo ove egli vedrebbe la sua Biancifiore in pericolo, e scampata da quello per la sua virtù. Ma non volendosi tanto alle sue forze rifidare, quanto all'aiuto degl'iddii, volto verso la figlia di Latona, così cominciò a dire:

 

«O graziosa dea, i cui beneficii io sento continuamente, lodata sii tu; tu alleviando la mia madre di me, piegandoti a' suoi prieghi, le mi donasti, degna allegrezza dopo il ricevuto affanno. Dunque, poi che per te nel tempestoso mondo venni, aiutami nelle mie avversità, e priegoti per li tuoi casti fuochi, i quali io già ne' miei teneri anni debitamente cultivai, che come tu hai nel mio aiuto incominciato, così perseveri. E ricordati quanto tu, già ferita di quello strale che io ora sono, ardesti, di quel fuoco che io ardo! e priegoti per le oscure potenze de' tuoi regni, ne' quali mezzi i tempi dimori, che tu domane, dopo la mia vittoria, prieghi il tuo fratello che col suo luminoso e fervente raggio mi renda alle abandonate case, onde tu ora col tuo freddo mi togli. Tu m'hai porta speranza del futuro soccorso degl'iddii col tuo principio, onde io con più ardita fronte il dimanderò. E te, o sommo prencipe delle celestiali armi, priego per quella vittoria che tu già sopra i figliuoli della terra avesti, e per tutte l'altre, che tu sii a me favorevole aiutatore, però che io non cerco, sì come tu vedi, di volere per la presente battaglia possedere né acquistare le vostre celestiali case, né intendo di levare a Giove la santa Giunone; né similemente è mio intendimento d'occupare la fama delle tue grandi opere col tuo medesimo aiuto, ma d'accrescerla, e solamente cerco di difendere la vita di Biancifiore ingiustamente condannata a morte. E tu, o santa Venus, nel cui servigio io sono, aiutami. Io vo più ardito per la promessa che con la tua santa bocca mi facesti. Non mi dimenticare: mostrisi qui quanto la tua forza possa adoperare. E similmente tu, o santa Giunone, donandomi il tuo aiuto, consenti che io vincendo faccia manifesto il malvagio inganno, il quale questi iniqui, contra i quali io ora vo, copersero col tuo santo uccello, non servandoti la debita reverenza. E voi, o qualunque deità abitate le celestiali regioni, siate al mio soccorso intente; e massimamente tu, Astrea, la cui giusta spada mio padre intende di sozzare con innocente sangue, aiutami».

 

E così dicendo e tutt'ora cavalcando, pervennero al dolente luogo per lungo spazio avanti dì: e quivi il nuovo giorno aspettarono.

 

 

[48]

 

La misera Biancifiore, non sappiendo perché con tanto furore né sì subitamente presa fosse, quasi tutta stupefatta, sanza alcuna parola sostenne la grave ingiuria, entrando nell'oscurissima e tenebrosa carcere; la quale serrata, acciò che alcuna persona materia non avesse di poterle in alcuno atto parlare, a cui ella scusandosi poi la sua scusa ad altri porgesse, il re prese a sé la chiave. E dimorando là entro Biancifiore, niuno sì picciolo movimento v'era che forte non la spaventasse, e varie imaginazioni, che la fantasia le recava avanti, le porgeano molta paura, e 'l suo viso impalidito e smorto non dava alcuna luce nella cieca prigione; onde ella per greve doglia incominciò a piangere e a dire:

 

«Oimè misera, quale può essere la cagione di tanta ingiuria? In che ho io offeso? Certo in niuna cosa, ch'io sappia. Io mai né con parole né con operazioni non lesi la reale maestà, e la reina mia cara donna sempre onorai, né mai rubando né spogliando i santi templi e gli altari degl'iddii commisi sacrilegio, né mai si tinsero le mie mani né l'altrui per me d'alcun sangue: dunque questo perché m'è fatto? Oimè, iniqua fortuna, maladetta sii tu! Or non ti potevi tu chiamare sazia delle mie avversità, pensando che divisa m'avevi da quella cosa nella quale ogni mia prosperità e allegrezza dimorava, sanza volermi ancora fare ora questa vergogna d'essere messa in prigione sanza averlo meritato? Deh, se tu avevi volontà di nuocermi, perché avanti non mi uccidevi? Credo che conosci che la morte mi sarebbe stata somma felicità, però che i miei sospiri avrebbe terminati. Stiano adunque i miseri sicuri contra i tagli delle spade e contra le punte delle agute lance, infino a tanto che il cielo avrà il loro tempo volto, però che fortunoso caso di vita non li priverebbe. Oimè, or tu mi ti mostrasti poco avanti così lieta, faccendomi più degna che alcuna altra giovane della real casa di portare il santo paone alla mensa, dove il re sedea, accompagnato da quelli baroni, i quali tutti in mio onore e servigio si vantarono! È questa la fine che tu vuoi a' loro vanti porre? Oimè, com'è laida e vituperevole! Tosto hai mutato viso a mio dannaggio! Maladetto sia il giorno del mio nascimento! Io fui cagione di sforzata morte al mio padre e alla mia madre, i quali io già mai non vidi, e ora, non so come, la mi pare avere a me meritata. Oimè, che gl'iddii e 'l mondo m'hanno abandonata, e massimamente tu, o Florio, in cui io solamente portava speranza! Deh, or dove se' tu ora, o che fai tu? Forse pensi che il tuo padre m'acconci per mandare a te, però che dimandata me gli hai, e io sto in prigione piena di varie solleccitudini, e non so per che né a che fine, né se il tuo padre intende di farmi morire! Deh, or non t'è egli la mia avversità palese? Non riguardi tu il caro anello da me ricevuto, il quale apertamente la ti significherebbe? Oimè, che io dubito che tu più nol riguardi, sì come cosa la quale credo che poco cara ti sia! Immantanente io imagino che tu m'abbia dimenticata! E chi sarebbe quel giovane sì costante e tanto innamorato, che vedendo tante belle giovani, quante io ho inteso che costà ha, scalze dintorno alle fredde fontane sopra i verdi prati, coronate di diverse frondi cantare e fare maravigliose feste, non lasciasse il primo obietto pigliandone un secondo? E se tu non m'hai dimenticata, perché non mi soccorri? Chi sa se io dopo questa prigione avrò peggio? E chi sa se io ci sarò di fame lasciata morire entro, o se di me fia fatta altra cosa? Oimè, ora se io morissi, come faresti tu? Io per me mi curerei poco di morire, se io solamente una volta veder ti potessi avanti, e se io non credessi che a te fosse il mio morire gravoso a sostenere. Oimè, che io credo che se tu sapessi che io fossi qui, la mia liberazione sarebbe incontanente. E se io potessi questo in alcun modo farloti sentire, ben lo farei; ma io non posso. Oimè! ora ove sono tanti amici tuoi, a quanti di me solea per amor di te calere, quando tu c'eri? Non ce ne ha egli alcuno il quale tel venisse a dire? Io credo di no, però che gli amici della prosperità insieme con essa sono fuggiti. Ma l'anello ch'io ti donai ha egli perduta la virtù? Io credo di sì, però che alle mie avversità niuna speranza è lasciata. O santa Venus, al cui servigio l'animo mio e tutto disposto, per la tua somma deità non mi abandonare, e per quello amore che tu portasti al tuo dolce Adone, aiutami. Io sono giovane usata nelle reali case, dove io nacqui, con molte compagne continuamente stata: ora non so perché sia sì vilmente rinchiusa. Sola la paura mi confonde: a me pare che quante ombre vanno per la nera città di Dite, tutte mi si parino davanti agli occhi con terribili e spaventevoli atti. Mandami alcuno de' tuoi santi raggi in compagnia; e in bene della mia vita adopera quello che tu meglio di me conosci che bisogna, ché tu vedi bene che io aiutare non mi posso».

 

Non avea Biancifiore ancora compiute di dire queste parole, che nella prigione subitamente apparve una gran luce e maravigliosa, dentro alla quale Venere ignuda, fuor solamente involta in uno porporino velo, coronata d'alloro, con un ramo delle frondi di Pallade in mano dimorava. La quale, quivi giunta, subitamente disse:

 

«Ahi, bella giovane, non ti sconfortare. Noi già mai non ti abandoneremo: confortati. Credi tu che la nostra deità abandoni così di leggiere i suoi suggetti? Le tue voci ci percossero gli orecchi infino nel nostro cielo, al pietoso suono delle quali io subitamente a te sono discesa, e mai non ti lascierò sola. E non dubitare di cosa che stata ti sia infino a qui fatta, che da questa ora avanti niuna cosa ti sarà fatta, per la quale altra offesa che sola un poco di paura te ne seguisca».

 

Quando Biancifiore vide questo lume e la bella donna dentro alla prigione, tutta riconfortata, si gittò ginocchione in terra davanti ad essa, dicendo:

 

«O misericordiosa dea, lodata sia la tua potenza. Niuno conforto era a me misera rimaso, se tu venendo non m'avessi riconfortata. Ahi, quanto ti dobbiamo essere tenuti pensando alla tua benignità, la quale non isdegnò di venire de' gloriosi regni in questa oscurità e solitudine a darmi conforto, non avendo io tanta grazia già mai meritata. Ma dimmi, pietosa dea, poi che con le tue parole m'hai renduto alquanto del perduto conforto, se licito m'è a saperlo, quale è la cagione per che fatta m'è questa ingiuria?».

 

A cui la dea rispose:

 

«Niuna altra cagione ci è, se non per che tu e Florio siete al mio servigio disposti; ma non sotto questa spezie s'ingegna il re di nuocerti, ma il modo trovato da lui, col quale egli si ricuopre, è falso e malvagio: ma egli è ben conosciuto tanto avanti, che alla tua fama non può nuocere, e ancora sarà più manifesto. E d'altra parte, io poco avanti discesa giù dal cielo, ordinai la tua diliberazione, in maniera che, avanti che il sole venga domane al meridiano cerchio, tu sarai renduta al re e tornata in quella grazia che solevi. Più avanti non te ne dirò ora, però che tutto vedrai e saprai domane».

 

Con questi ragionamenti e con molti altri si rimase Biancifiore con la santa dea infino al seguente giorno, quasi rassicurata, sanza prendere alcuno cibo, infino che tratta fu di prigione per menare alla morte.

 

 

[49]

 

Cominciossi per la corte un gran mormorio, poi che il re fu partito dal gran consiglio che tenuto avea del fallo che dovea aver fatto Biancifiore: e tutti i baroni e l'altra gente, chi in una parte e chi in un'altra ne ragionavano; e a tutti parea impossibile il credere che Biancifiore avesse già mai tanta malvagità pensata, con ciò sia cosa che semplice e pura e di diritta fede la sentivano. E altri diceano che veramente mai Biancifiore non avrebbe tal fallo commesso né pensato, ma questo era fattura del re, il quale ordinato avea ciò per farla morire, perciò che Florio più che altra femina l'amava, e 'l re temea che egli non la prendesse per isposa, o a vita di lei non ne volesse prendere alcuna altra. Alcuni diceano ciò non porria essere, ché, se il re l'avesse avuto animo adosso, per altro modo l'avria fatta morire, né mai si sarebbe vantato di maritarla, come la mattina avea fatto, affermando d'attenere il suo vanto con tanti saramenti: aggiungendo a questo che essi credevano che ciò fosse fattura del siniscalco, però che l'avea in odio, perché rifiutato l'avea per marito. E altri ne ragionavano in altra maniera: chi difendea il re e chi Biancifiore, ma a tutti generalmente ne dolea, e niuno potea credere che difetto di Biancifiore fosse mai stato. E molti ve n'avea che, se non fosse stato per tema di dispiacere al re, avrebbero parlato molto avanti in difesa di Biancifiore, e ancora prese l'arme, se bisognato fosse, chi per amor di lei e chi per amor di Florio. E così d'uno ragionamento in altro il giorno passò, e sopravennero le stelle, mostrandosi tutto quel giorno, quanto durò, il re e la reina molto turbati nel viso, avvegna che contenti e allegri fossero nell'animo, sperando che il seguente giorno per la morte di Biancifiore terminerebbero il loro disio.

 

 

[50]

 

Il re dormì poco quella notte, tanto il costringea l'ardente disio che il nuovo giorno venisse; e sollecitando le maladette cure il suo petto, più volte quella notte eccitato, disse:

 

«O notte, come sono lunghe le tue dimoranze più che essere non sogliono! O il sole è contra 'l suo corso ritornato, poi che egli si celò in Capricorno, allora che tu la maggior parte del tempo nel nostro emisperio possiedi, o Biancifiore credo che con le sue orazioni priega gl'iddii che rallungare ti facciano, quasi indovina al suo futuro danno. Ma folle è quello iddio che per lei di niente s'inframette, ché a lui non fia mai per lei acceso fuoco sopra altare né visitato tempio. Di se medesima gli può ben promettere sacrificio, però che quando tu ti partirai del nostro emisperio, io la farò ardere nelle cocenti fiamme, né di ciò alcuno pregato iddio la potrà aiutare, né trarla delle mie mani: adunque partiti, e lasciami tosto vedere l'apparecchiato fine al mio disire. E tu, o dolcissimo Apollo, il quale disideroso suoli sì prestamente tornare nelle braccia della rosseggiante Aurora, che fai? Perché dimori tanto? Vienne, non dubitar di venire sopra l'orizonte, per che io deggia fare per la tua venuta ardere la non colpevole giovane. Questo non è l'acerbissimo peccato del comune figliuolo de' due fratelli mangiato da essi, porto dalla crudel madre, per lo quale tu tirasti i carri dello splendore indietro, e non volesti dare quel giorno luce alla terra, perché sopra sé sì fatta crudeltà avea sostenuta. Tu desti più volte luce a Licaon, operatore di maggior crudeltà che questa non è; e sofferisti che Progne, dopo l'ucciso figliuolo, dandole tu lume, si fuggisse dalla giusta crudeltà di Tireo; né si celò la tua luce nella morte de' due tebani fratelli. Adunque, poi che a Licaon, a Progne e ad Etiocle ne' loro falli il tuo splendore concedesti, è così mirabile cosa se tu a me ne porgi? Questa non è la prima femina che muore ingiustamente, né sarà l'ultima, né a te più che un'altra cara. Dunque vieni! Deh, non dimorare più! Fuggano omai le stelle per la tua luce. Non mi fare più disiderare quello che tu naturalmente suogli a tutti donare».

 

Così parlava il re, ora vegghiando e ora non fermamente dormendo: e in tale maniera passò tutta quella notte. Ma poi che il giorno apparì, subito si levò, e fece chiamare i giudici, e loro comandò che sanza indugio fosse giudicata Biancifiore.

 

 

[51]

 

Quella mattina il sole coperto da oscure nuvole non mostrò il suo viso, e l'aria da noiosa nebbia impedita parea che piangesse, quasi pietosa degli affanni di Biancifiore. Ma poi che i chiamati giudici furono davanti al re e ebbero il comandamento ricevuto, stettero quasi stupefatti davanti al re. E conoscendo quasi il volere degl'iddii, e la ingiusta sentenza che dare doveano temendo, e mossi a pietà, s'ingegnarono d'aiutare Biancifiore, e dissero:

 

«Altissimo signore, niuna persona può da noi essere giudicata, se quella, cui giudicare dobbiamo, prima a' nostri orecchi non confessa con la propia bocca il fallo per lo quale al nostro giudicio è tratta. Noi non abbiamo udito ancora da Biancifiore alcuna cosa, o s'è vero o non vero quello di che voi volete che a morte la sentenziamo. E voi volendo fare quest'opera secondo il giudiciale ordine, come dite, e non di fatto, conviene che ce la facciate udire sé aver commesso questo fallo, però che noi dubitiamo che, sanza fare il debito modo, la sentenza non torni sopra i nostri capi».

 

Assai si turbò il re di queste parole, e temendo forte che Biancifiore ascoltata non fosse, e per quello che il suo inganno si manifestasse, o che per indugiare non pervenisse a orecchie a Florio, rispose:

 

«Questo fallo fatto da costei non ha bisogno di confessagione alcuna, però che è sì manifesto, che, se negare lo volesse, non potrebbe, e però sopra l'anima mia e de' miei figliuoli la giudicate incontanente».

 

Comandarono adunque i giudici che Biancifiore fosse incontanente tratta di prigione e menata davanti da loro, vedendo essi la volontà del re essere disposta pur a volere che sanza alcuno indugio giudicata fosse.

 

 

[52]

 

Fu adunque Biancifiore tratta fuori di prigione quella mattina, e la chiara luce che accompagnata l'avea da lei subito si partì, e questa vestita di neri drappi, i quali la reina mandati le avea, acciò che come nobile femina andasse a morire, venne tacitamente dinanzi a' giudici, quasi perdendo ogni speranza che ricevuta avea dalla santa dea il preterito giorno; e quivi fermata, uno de' giudici levato in piè con empia voce così disse:

 

«Sia a tutti manifesto che la presente iniqua giovane Biancifiore per suo inganno e tradimento volle, il giorno passato, il nostro e suo signore re Felice avvelenare con un paone, sotto spezie d'onorarlo; e perciò, acciò che nullo uomo o altra femina a sì fatto fallo mai s'ausi, noi condanniamo lei, ch'ella sia arsa e fatta divenire cenere trita, e poi al vento gittata».

 

E questo detto, comandò che al fuoco sanza indugio menata fosse.

 

 

[53]

 

Biancifiore avea perduto il naturale colore per la paura e per lo digiuno; e il suo bel viso era tornato palido e smorto come secca terra; ma ancora il nero vestimento le dava alle non guaste bellezze gran vista. E udendo ella il miserabile giudicio contra lei dato sanza ragione, forte incominciò a piangere e a dire fra se medesima: "Oimè misera, or convienmi elli morire? Or che ho io fatto?". E se non fosse che le sue dilicate mani erano con istretto legame congiunte, ella s'avrebbe i biondi capelli dilaniati e guasti, e 'l bel viso sanza niuna pietà lacerato con crudeli unghie, stracciando i nuovi drappi significanti la futura morte, e avrebbe riempiuta l'aere di dolorose e alte voci; ma vedendosi impedita e circundata da innumerabile popolo, costretta da savio proponimento, raffrenò le sue voci, e sanza nullo romore fra sé tacitamente ricominciò a dire: "Ahi, sfortunato giorno e noiosa ora del mio nascimento, maladetti siate voi! Oimè, morte, quanto mi saresti tu stata più graziosa nelle braccia di Florio, com'io credetti già che tu mi venissi! Deh, ora mi fossi tu almeno venuta in quell'ora ch'io chiamata fui a portare il male avventuroso uccello per me, però che io allora sarei morta onestamente e sanza vergogna d'alcuna infamia. Ahi, anime del mio misero padre e de' suoi compagni e della mia dolente madre, i quali per me acerba morte sosteneste, rallegratevi, che io, stata di sì crudel cosa cagione, sono punita degnamente. Niuna altra cosa credo che nuoccia a me misera, se non questa, insieme con l'aver portata troppa lealtà e onore a colui che ora mi fa morire. O crudelissimo re, perché mi rechi a sì vile fine? Che t'ho io fatto? Certo niuna colpa ho commessa, se non che io ho troppo amore portato al tuo figliuolo. Deh, or che mi faresti tu, o più crudele che Fisistrato, se io l'avessi odiato? Quale tormento m'avresti tu trovato maggiore? Io, misera, mai nol ti dimandai, né lui pregai ch'egli di me s'innamorasse. Se gl'iddii concedettero al mio viso tanta di piacevolezza che il suo gentile cuore fosse per quella preso, ho io però meritata la morte? Se io avessi creduto che la mia bellezza mi fosse stata agurio di sì doloroso fine, io con le mie mani l'avrei deturpata, seguendo l'essemplo di Spurima, romano giovane. Ma fuggano omai gli uomini i doni degl'iddii, poi che essi sono cagione di vituperevole fine. Io, misera, avrei già potuto con le mie parole tirare Florio in qualunque parte la volontà più m'avesse giudicato, o congiugnerlo meco per matrimoniale nodo, se io avessi voluto, se non fosse stata la pietà che 'l mio leale cuore ti portava. O vecchio re, per l'onore che io da te ricevea non ti volli mai del tuo unico figliuolo privare, e io del bene operare sono così meritata. A questo fine possano venire i servidori de' crudeli, che io veggio venir me! O sommo Giove, il quale io conosco per mio creatore, aiutami. Tu sai la verità di questo fatto, e conosci che io non fallii mai: non consentire adunque che le pietose opere abbiano tale guiderdone. La mia speranza chiede solo il tuo aiuto, fermandosi nella tua misericordia. Non sostenere che oggi il nome degli effetti del tuo cielo ricuopra la iniquità del re Felice contra di me, ma manifestamente fa nota la verità. E tu, o santa Giunone, nel cui uccello tanta falsità fu nascosa per conducermi a questo fine, vendica la tua onta, fa che questa cosa non rimanga inulta, ma sia letta ancora tra l'altre vendette da te fatte, acciò che la tebana Semelè o la misera Ecco non si possano di te giustamente piangere. E tu, o sacratissima Venere, soccorri tosto col promesso aiuto; non indugiar più, però che, non vedendolo, a me fugge la speranza delle tue parole da tutte parti, però che io al fuoco mi sento condannare. Veggiomi i feroci sergenti dintorno armati, come se io fierissima nimica delle leggi mi dovessi torre loro per forza, e veggo il siniscalco, a me crudelissimo nimico, sollecitare i miei danni con altissime voci e con furiosi andamenti, né più né meno come se egli della mia salute dubitasse. Né veggio che per pietà di me cambi aspetto. Tutte queste cose mi danno paura e tolgonmi speranza. Dunque soccorri tosto, che io dubito che se troppo indugi, io non muoia di contraria morte che quella che apparecchiata m'hanno costoro, però che la molta paura m'ha già sì raffreddato il cuore, che egli gli è poco sentimento rimaso".

 

 

[54]

 

Mentre che Biancifiore, ascoltando la crudele sentenza, sì tacitamente fra sé si ramaricava piangendo, il re insieme con la reina e con molta altra compagnia vennero a vederla, già volendola i sergenti menare via. Ma Biancifiore col viso pieno di lagrime voltata al reale palagio, il quale ella mai rivedere non credea, vide ad un'alta finestra il re e la reina riguardanti lei: allora più la costrinse il dolore, e con più amare lagrime s'incominciò a bagnare il petto. Ma non per tanto così, com'ella poté, si sforzò di parlare, e con debole voce, rotta da molti singhiozzi di pianto, disse:

 

«O carissimo padre, re Felice, da cui io conosco l'onore e 'l bene che io per adietro ho ricevuto in casa tua e quello che ricevette la mia misera madre, essendo noi stranieri, rimani con la grazia degli iddii, tu e la tua compagna, i quali io priego che ti perdonino la ingiusta morte alla quale tu mi mandi sanza ragione. E certo più onore vi tornava a tutti l'essere degnamente stati pietosi, che ingiustamente crudeli verso me, che mai a' vostri onori non ruppi fede; e ancora li priego che essi sieno a voi più prosperevoli che a me non sono stati».

 

E dicendo Biancifiore queste parole, il siniscalco su un alto cavallo, con un bastone in mano, sopravenne, e dando su per le spalle a' sergenti che la menavano, e a lei disse:

 

«Via avanti, non bisognano al presente queste parole: priega per te, non per loro».

 

Onde Biancifiore piangendo bassò la testa, andando oltre sanza più parlare. Il re e la reina, che quelle parole aveano udite, alquanto più che l'usato modo costretti da pietà, cominciarono a lagrimare: e in tanto ne dolfe alla reina, che molto si pentì del malvagio consiglio che al re donato avea, e volentieri avrebbe tutto tornato adietro, se con onore del re e di lei fare l'avesse potuto. I sergenti tiravano forte e vituperosamente Biancifiore verso la Braa, ove il fuoco apparecchiato già era; e ella che del cospetto dello iniquo re s'era piangendo partita, andava col capo basso, pianamente dicendo: "Oimè, Florio, ove se' tu ora? Deh, se tu m'amassi come tu già m'amasti e come io amo te, e sapessi che la mia vituperevole morte mi fosse sì vicina, che faresti tu? Certo io credo che tu porteresti grandissimo dolore: ma tu non m'ami più. Io conosco veramente il tuo amore essere stato fallace e falso; che se perfetto e buono fosse stato, come è stato il mio verso di te, niun legame t'avrebbe potuto tenere a Montoro, che almeno non avessi al mio soccorso cercato alcuno rimedio, volendo sapere la cagione della mia morte da me, se lecita è o no; o solamente saresti venuto a vedermi inanzi ch'io morissi, mostrando che della mia morte portassi gravissimo dolore. Oimè, che tu forse aspetti che io il ti mandi a dire, ma tu non pensi com'io posso, che non che mandare a dirtelo mi fosse lasciato, ma una picciola scusa non è voluta ascoltare da me, né consentito che ascoltata sia; avvegna che tu il sai, né ti potresti scusare che tu nol sapessi, però che, poi che io misera fui tratta di prigione, io ho tacitamene udito ragionare a molti che il duca e Ascalione per non vedere la mia morte se ne sono venuti costà, e so che essi t'hanno contato tutto il mio disaventurato caso, come coloro che 'l sanno interamente. Dunque perché non mi vieni ad aiutare? Chi aspetti tu che si lievi in mio aiuto, se tu non vi ti lievi? Forse tu dubiti d'aiutarmi, dicendo: "Ella muore giustamente: leverommi io a volere difendere la ingiustizia?". Certo tu se' ingannato, che non che gli uomini ma i bruti animali pare che ne parlino che la morte ch'io vo a prendere m'è ingiustamente data, e tu me ne se' principale cagione. E se pur giustamente la ricevessi, pensando al grande amore che io t'ho sempre portato, non mi dovresti tu ragionevolmente aiutare e difendere da sì sozza morte, acciò che la gente non dicesse: "Colei, cui Florio amava cotanto, fu arsa"? E ancora ho udito affermare ad alcuni che per niuna altra cosa si partì Ascalion di qua, se non per venirloti a dire. Ma quando egli mai non te l'avesse detto, il mio anello, il quale io ti donai quando da me ti partisti, non te lo dee aver celato, ma manifestamente col suo turbare ti dee aver mostrato le mie avversità; e credo che egli, del mio aiuto più sollecito di te, già te l'abbia mostrato. Ma io dubito che tu negligente al mio soccorso ti stai costà, forse contento d'abbracciare o di vedere alcun'altra giovane, e, dimenticata me, hai de' miei impedimenti poca cura. Onde io, dolorosa, sanza conforto per te mi morrò, avvegna che uno solo ne porterà l'anima mia agl'infernali iddii, o altrove che ella vada, che io veggio manifestamente ad ogni persona dolere della mia morte, e dire che io muoio per te, e per altra cosa no. Ma se gl'iddii mi volessero tanta grazia concedere, ch'io ti potessi solamente un poco vedere anzi la mia morte, molto mi sarebbe a grado, e il morire meno noioso. Dunque, o dispietato, che fai? Deh, vieni solamente a porgermi questa ultima consolazione, se l'aiutarmi in altro t'è noia". Queste e molte altre parole andava fra sé dicendo Biancifiore, menata continuamente con istudioso passo alla sua fine. Niuno era in Marmorina tanto crudele che di tale accidente non piangesse, e l'aere era ripieno di dolenti voci. Ma ciascuno, non potendola più oltre che 'l piangere mostrare che di lei gli dolesse, dicea:

 

«Gl'iddii ti mandino utile e tostano soccorso, o dopo la tua morte alloghino la tua graziosa anima nella pace de' loro regni».

 

E giunti i sergenti al misero luogo dove era il fuoco acceso e ragunato infinito popolo per vedere, il siniscalco fece fare grandissimo cerchio, acciò che sanza impedimento i sergenti potessero il loro uficio fare. Ma a Biancifiore corse agli occhi molto di lontano i due cavalieri, che già a lei s'avvicinavano per la sua difesa: e sanza sapere più avanti di loro essere che gli altri che quivi erano, imaginò che l'uno di costoro fosse Florio, il quale quivi alla diliberazione di lei fosse venuto. Per la qual cosa, ricordandosi della 'mpromessa della santa dea, alquanto il naturale colore le ritornò nel viso, e cacciando da sé alquanto di paura, s'incominciò a riconfortare e a prendere speranza della sua salute.

 

 

[55]

 

Florio e Ascalion, pervenuti al tristo luogo per grande spazio avanti che il giorno apparisse, affannati per lo perduto sonno, vaghi di riposarsi, Florio perché era giovane e non uso d'alcuna asprezza, e Ascalion per lunga età già tutto bianco, smontati ciascuno del suo cavallo, e legatolo a uno albero, dissero:

 

«Qui alquanto ci riposiamo, infino a tanto che il nuovo giorno appaia».

 

E cavatisi gli elmi e messisi gli scudi sotto il capo, cominciarono soavemente a dormire ciascuno di loro.

 

 

[56]

 

O Florio, or che fai tu? Tu fai contro all'amorose leggi. Niuno sonno si conviene al sollecito amadore. Deh, or non pensi tu che cosa è il sonno, e come egli sottilmente sottentra ne' disiderosi occhi e negli affannati petti? Or ove sono fuggite le sollecite cure, che stringevano il tuo animo poco avanti? Ora elli ti soleva essere impossibile il dormire sopra i dilicati letti: ora come con l'armi indosso sopra la dura terra ti se' addormentato? Credi tu forse Biancifiore aver tratta di pericolo perché tu sii armato? Ella è ancora in quel pericolo che ella si fu avanti che tu t'armassi. Ma forse tu credi il sonno a tua posta cacciare da te: ma pensa che tu dormendo niuna signoria hai: adunque porre non gli puoi termine, ma egli a sua posta si partirà. E se alquanto ti tiene più che a Biancifiore non bisogna, a che sarà ella? Certo alla morte! Forse tu ti fidi che gl'iddii ogni volta ti deggiano con nuovi sogni destare? Forse non ti desteranno; e se ti destano, che grado alla tua sollecitudine, più tosto da dire pigrizia? Venus ha infino a qui fatto il suo dovere: se tu a quello ch'ella t'ha detto sarai pigro, ella si riderà di te, e terratti vile, e scherniratti con dovute beffe. Deh, come tu male, se tu soperchio dormi, avrai adoperata la ricevuta spada! Ora non ti stringe amore? Or non t'è a mente Biancifiore? Ogni sollecitudine è testé da te lontana! Ma la misera Biancifiore, forse già fuori della cieca prigione, ode la non giusta sentenza data contro di lei, o forse è vilmente menata allo acceso fuoco; e ripetendo tutte quelle parole che a lei si convengono verso di te dire, va piangendo. Or s'ella muore, che varrà la tua vita? Ella si potrà più tosto dire ombra di morte. Ora se Biancifiore sapesse che un poco di sonno, sopravenuto ne' tuoi occhi, t'avesse fatto dimenticare li suoi affanni, or non avrebbe ella cagione di non amarti già mai, ma degnamente odiarti? E s'ella morisse, potendola tu aiutare, gran vergogna ti sarebbe, e veramente mai viver lieto non dovresti. Dunque levati su, non vinca il sonno la debita sollecitudine, però che mai nullo pigro guadagnerà i graziosi doni.

 

 

[57]

 

Nel piccolo spazio che Florio quivi adormentato stette, gli fu la fortuna molto graziosa, però che a lui parea, così dormendo, con le sue forze