Giovanni
Boccaccio
Il
Filocolo
Edizione
di riferimento:
Giovanni
Boccaccio: Filocolo, a cura di E. Quaglio, in Tutte le opere, a
cura di V. Branca, vol. I, Mondadori, Milano 1967
LIBRO
PRIMO
[1]
Mancate
già tanto le forze del valoroso popolo anticamente disceso del troiano Enea,
che quasi al niente venute erano per lo maraviglioso valore di Giunone, la
quale la morte della pattovita Didone cartaginese non avea voluta inulta
dimenticare e all'altre offese porre non debita dimenticanza, faccendo degli
antichi peccati de' padri sostenere a' figliuoli aspra gravezza, possedendo la
loro città, la cui virtù già l'universe nazioni si sottomise, sentì che quasi
nelle streme parti dello ausonico corno ancora un picciolo ramo della ingrata
progenie era rimaso, il quale s'ingegnava di rinverdire le già seccate radici
del suo pedale. Commossa adunque la santa dea per le costui opere, propose di
ridurcelo a niente, abbattendo la infiammata sua superbia, come quella degli antecessori
avea altra volta abbattuta con degno mezzo. E posti i risplendenti carri agli
occhiuti uccelli, davanti a sé mandata la figliuola di Taumante a significare
la sua venuta, discese della somma altezza nel cospetto di colui che per lei
tenea il santo uficio, e così disse:
«O
tu, il quale alla somma degnità se' indegno pervenuto, qual negligenza t'ha
messo in non calere della prosperità dei nostri avversarii? quale oscurità t'ha
gli occhi, che più debbono vedere, occupati? levati su: e però che a te è
sconvenevole a guidare l'armi di Marte, fa che incontanente sia da te chiamato
chi con la nostra potenza abbatta le non vere frondi, che sopra lo inutile
ramo, le cui radici già è gran tempo furono secche, dimorano, e in maniera che
di loro mai più ricordo non sia. Intra 'l ponente e i regni di Borrea sono
fruttifere selve, nelle quali io sento nato un valoroso giovane, disceso
dell'antico sangue di colui che già i tuoi antecessori liberò dalla canina
rabbia de' longobardi, loro rendendo vinti con più altri nimici alla nostra
potenza. Chiama costui però che noi gli abbiamo quasi l'ultima parte delle
nostre vittorie serbata, e sopra noi gli prometti valorose forze. Io gli farò
li fauni e' satiri e le ninfe graziose ne' suoi affanni: Nettunno e Eolo disiderano
di servirmi; e Marte a' miei prieghi vigorosamente l'aiuterà; e il nostro Giove
è di tutte queste cose contento, però c'ha preso isdegno, veggendo a gente
portare per insegna quello uccello nella cui forma già molte volte si mostrò a'
mondani, che più a' sacrifici di Priapo intendono che a governare la figliuola
d'Astreo, loro debita sposa. Io ancora ti prometto di commuovere con le
infernali furie un'altra volta gli abondevoli regni in suo servigio, come già
feci quando ne' paesi italici entrò il santo uccello, la cui ruinazione non
permisi allora, volendogli prestare tempo nel quale potendosi pentere meritasse
perdono, e ancora però che sentiva che di lui dovea discendere lo edificatore
di questo luogo pontificale. Adunque sollecita queste cose; e se ciò non farai,
sanza più porgerti le mie forze io ti lascerò nelle sue mani».
E
detto questo, si partì, discendendo a' tenebrosi regni di Pluto; e con
lamentevole voce chiamata Aletto, disse:
«A
te conviene la seconda volta rivolgere le fedeli menti de' discendenti di
colui, il quale tu non potesti altra volta per tua forza del tutto sturbare che
negli italici regni smisurate forze non prendesse: ma ciò fu nel principio
delle loro prosperità; ma questo fia nell'ultima parte delle loro avversità, la
quale ultima parte la loro fama spegnerà nel mondo».
E
questo detto, voltato il suo carro, tornò al cielo. Gli oscuri regni, udendo
tale novella si dolfero, veggendo apertamente per quella la loro preda mancare:
ma al volere della santa dea non si potea resistere. Però Aletto, lasciati
quelli, tornò agli altri, i quali ella già a crudeli battaglie aveva commossi,
e quivi gli animi de' più possenti impregnò di volontà iniqua contra 'l
principale signore, mostrando loro come venereamente le loro matrimoniali letta
avea violate; e così, pregni d'iniquo volere e d'ira mormorando, gli lasciò
focosi, ritornandosi donde partita s'era. Il vicario di Giunone sanza indugio
chiamò il giovane dalla santa bocca eletto a' suoi servigi, il quale allora
signoreggiava la terra la quale siede allato alla mescolata acqua del Rodano e
di Sorga, e a lui mostrò i larghi partiti promessigli dalla santa dea, se in
tale servigio con le loro forze si mettesse; e ultimamente gli promise d'ornare
la sua fronte di reale corona del fruttifero paese, se la maladetta pianta del
tutto n'estirpasse.
Non
fece il valoroso giovane disdetta a sì fatta impresa, ma, disideroso di dare a
sé e a' suoi simile scanno, chente i predecessori aveano avuto, si mise con
vigorose forze alla mirabile impresa; e in brieve tempo con la sua forza e con
gli promessi aiuti la recò a fine, posando il suo solio negli adimandati regni,
avendo annullati i nemici di Giunone con proterva morte; e quivi nuova progenie
generata, stato per alquanto spazio, rendeo l'anima a Dio. Quegli che dopo lui
rimase successore nel reale trono, lasciò appresso di sé molti figliuoli: tra'
quali uno, nominato Ruberto, nella reale dignità constituto, rimase
integramente con l'aiuto di Pallade reggendo ciò che da' suoi predecessori gli
fu lasciato. E avanti che alla reale eccellenza pervenisse, costui, preso del
piacere d'una gentilissima giovane dimorante nelle reali case, generò di lei
una bellissima figliuola; ben che volendo di sé e della giovane donna servare
l'onore, con tacito stile, sotto nome appositivo d'altro padre teneramente la
nutricò, e lei nomò del nome di colei che in sé contenne la redenzione del
misero perdimento che avvenne per l'ardito gusto della prima madre. Questa
giovane, come in tempo crescendo procedea, così di mirabile virtù e bellezza
s'adornava, patrizzando così eziandio ne' costumi, come nell'altre cose facea;
e per le sue notabili bellezze e opere virtuose più volte facea pensare a molti
che non d'uomo ma di Dio figliuola stata fosse.
Avvenne
che un giorno, la cui prima ora Saturno avea signoreggiata, essendo già Febo
co' suoi cavalli al sedecimo grado del celestiale Montone pervenuto, e nel
quale il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di
Plutone si celebrava, io, della presente opera componitore, mi ritrovai in un
grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che per deificare
sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata; e quivi con canto
pieno di dolce melodia ascoltava l'uficio che in tale giorno si canta, celebrato
da' sacerdoti successori di colui che prima la corda cinse umilemente
essaltando la povertade e quella seguendo. Ove io dimorando, e già essendo,
secondo che 'l mio intelletto estimava, la quarta ora del giorno sopra
l'orientale orizonte passata, apparve agli occhi miei la mirabile bellezza
della prescritta giovane, venuta in quel luogo a udire quello ch'io
attentamente udiva: la quale sì tosto com'io ebbi veduta, il cuore cominciò sì
forte a tremare, che quasi quel tremore mi rispondea per li menomi polsi del
corpo smisuratamente; e non sappiendo per che, né ancora sentendo quello che
egli già s'imaginava che avvenire gli dovea per la nuova vista, incominciai a
dire:
«Oimè,
che è questo?»; e forte dubitava non altro accidente noioso fosse. Ma dopo
alquanto spazio rassicurato, un poco presi ardire, e intentivamente cominciai a
rimirare ne' begli occhi dell'adorna giovane; ne' quali io vidi, dopo lungo
guardare, Amore in abito tanto pietoso, che me, cui lungamente a mia stanza
avea risparmiato, fece tornare disideroso d'essergli per così bella donna
suggetto. E non potendomi saziare di rimirare quella, così cominciai a dire:
«Valoroso
signore, alle cui forze non poterono resistere gl'iddii, io ti ringrazio, però
che tu hai dinanzi agli occhi miei posta la mia beatitudine: e già il freddo
cuore, sentendo la dolcezza del tuo raggio, si comincia a riscaldare. Adunque
io, il quale ho la tua signoria lungamente temendo fuggita, ora ti priego che
tu, mediante la virtù de' begli occhi ove sì pietoso dimori, entri in me con la
tua deitade. Io non ti posso più fuggire, né di fuggirti disidero, ma umile e
divoto mi sottometto a' tuoi piaceri».
Io
non avea dette queste parole, che i lucenti occhi della bella donna sintillando
guardarono ne' miei con aguta luce, per la quale luce una focosa saetta, d'oro
al mio parere, vidi venire, e quella, per li miei occhi passando, percosse sì
forte il cuore del piacere della bella donna, che ritornando egli nel primo
tremore ancora trema; e in esso entrata, v'accese una fiamma, secondo il mio
avviso, inestinguibile, e di tanto valore, che ogni intendimento dell'anima ha
rivolto a pensare delle maravigliose bellezze della vaga donna. Ma poi che di
quindi col piagato cuore partito mi fui, e sospirato ebbi più giorni per la
nuova percossa, pur pensando alla valorosa donna, avvenne che un giorno, non so
come, la fortuna mi balestrò in un santo tempio dal prencipe de' celestiali
uccelli nominato, nel quale sacerdotesse di Diana, sotto bianchi veli, di neri
vestimenti vestite, cultivavano tiepidi fuochi divotamente; là dove io
giungendo, con alquante di quelle vidi la graziosa donna del mio cuore stare
con festevole e allegro ragionamento, nel quale ragionamento io e alcuno
compagno domesticamente accolti fummo. E venuti d'un ragionamento in un altro,
dopo molti venimmo a parlare del valoroso giovane Florio, figliuolo di Felice,
grandissimo re di Spagna, recitando i suoi casi con amorose parole. Le quali
udendo la gentilissima donna, sanza comparazione le piacquero, e con amorevole
atto inver di me rivolta, lieta, così incominciò a parlare:
«Certo
grande ingiuria riceve la memoria degli amorosi giovani, pensando alla grande
costanza de' loro animi, i quali in uno volere per l'amorosa forza sempre
furono fermi servandosi debita fede, a non essere con debita ricordanza la loro
fama essaltata da' versi d'alcun poeta, ma lasciata solamente ne' fabulosi
parlari degli ignoranti. Ond'io, non meno vaga di potere dire ch'io sia stata
cagione di rilevazione della loro fama che pietosa de' loro casi, ti priego che
per quella virtù che fu negli occhi miei il primo giorno che tu mi vedesti e a
me per amorosa forza t'obligasti, che tu affanni in comporre un picciolo
libretto volgarmente parlando, nel quale il nascimento, lo 'nnamoramento e gli
accidenti de' detti due infino alla loro fine interamente si contenga».
E
questo detto, si tacque. Io sentendo la dolcezza delle parole procedenti dalla
graziosa bocca, e pensando che mai, cioè infino a questo giorno, di niuna cosa
era stato dalla nobilissima donna pregato, il suo priego in luogo di
comandamento mi riputai, prendendo per quello migliore speranza nel futuro de'
miei disii, e così risposi:
«Valorosa
donna, la dolcezza del vostro priego, a me espressissimo comandamento, mi
stringe sì, che negare non posso di pigliare e questo e ogni maggiore affanno
che a grado vi fosse, avvegna che a tanta cosa insofficiente mi senta; ma
seguendo quel detto, che alle cose impossibili niuno è tenuto, secondo la mia
possibilità, con la grazia di Colui che di tutto è donatore, farò che quello
che detto avete sarà fornito».
Benignamente
mi ringraziò, e io, costretto più da ragione che da volontà, col piacere di lei
di quel luogo mi partii, e sanza niuno indugio cominciai a pensare di voler
mettere ad essecuzione quello che promesso aveva. Ma però che, come di sopra è
detto, insofficiente mi sento sanza la tua grazia, o donatore di tutti i beni,
ad impetrar quella quanto più posso divoto ricorro, supplicandoti, con quella
umiltà che più può fare i miei prieghi accettevoli, che a me, il quale ora
nelle sante leggi de' tuoi successori spendo il tempo mio, che tu sostenghi la
mia non forte mano alla presente opera, acciò che ella non trascorra per troppa
volontà sanza alcun freno in cosa la quale fosse meno che degna essaltatrice
del tuo onore, ma moderatamente in etterna laude del tuo nome la guida, o sommo
Giove.
[2]
Adunque,
o giovani, i quali avete la vela della barca della vaga mente dirizzata a'
venti che muovono dalle dorate penne ventilanti del giovane figliuolo di
Citerea, negli amorosi pelaghi dimoranti disiosi di pervenire a porto di salute
con istudioso passo, io per la sua inestimabile potenza vi priego che
divotamente prestiate alquanto alla presente opera lo 'ntelletto, però che voi
in essa troverete quanto la mobile fortuna abbia negli antichi amori date varie
permutazioni e tempestose, alle quali poi con tranquillo mare s'è lieta rivolta
a' sostenitori; onde per questo potrete vedere voi soli non essere sostenitori
primi delle avverse cose, e fermamente credere di non dovere essere gli ultimi.
Di che prendere potrete consolazione, se quello è vero, che a' miseri sia
sollazzo d'avere compagni nelle pene; e similemente ve ne seguirà speranza di
guiderdone, la quale non verrà sanza alleggiamento delle vostre pene. E voi,
giovinette amorose, le quali ne' vostri dilicati petti portate l'ardenti fiamme
d'amore più occulte, porgete le vostre orecchi con non mutabile intendimento a'
nuovi versi: li quali non vi porgeranno i crudeli incendimenti dell'antica
Troia, né le sanguinose battaglie di Farsaglia, le quali nell'animo alcuna
durezza vi rechino; ma udirete i pietosi avvenimenti dello innamorato Florio e
della sua Biancifiore, li quali vi fieno graziosi molto. E, udendoli, potrete
sapere quanto ad Amore sia in piacere il fare un giovane solo signore della sua
mente, sanza porgere a molti vano intendimento, però che molte volte si perde
l'un per l'altro, e suolsi dire che chi due lepri caccia, talvolta piglia l'una
e spesso non niuna. Dunque apprendete d'amare uno solo, il quale ami voi
perfettamente, sì come fece la savia giovane, la quale per lunga sofferenza
Amore recò al disiato fine. E se le presenti cose, o voi, giovani e donzelle,
generano ne' vostri animi alcun frutto e diletto, non siate ingrati di porgere
divote laudi a Giove e al nuovo autore.
[3]
Quello
eccelso e inestimabile prencipe sommo Giove, il quale, degno de' celestiali
regni posseditore, tiene la imperiale corona e lo scettro, per la sua
ineffabile providenza avendo a sé fatti cari fratelli e compagni a possedere il
suo regno molti, conosceo lo iniquo volere di Pluto, il quale più grazioso e
maggiore degli altri avea creato, che già pensava di volere il dominio maggiore
che a lui non si conveniva; per la qual cosa Giove da sé il divise, e in sua
parte a lui e a' suoi seguaci diede i tenebrosi regni di Dite, circundata dalli
stigi paduli, e loro etterno essilio segnò dal suo lieto regno; e provide di
nuova generazione volere riempiere l'abandonate sedie, e con le propie mani
formò Prometeo, al quale fece dono di cara e nobile compagnia. Questo veggendo
Pluto, dolente che strana prole fosse apparecchiata per andare ad abitare il
suo natale sito, del quale elli per suo difetto era stato cacciato, imaginò di
far sì che le nuove creature da quella abitazione facesse essiliare; e con
sottile inganno la sua imaginazione mise in effetto, e del santo giardino voltò
le prime creature, le quali per suo consiglio il precetto del loro creatore
miserabilemente prevaricarono, e seguentemente loro con tutti li loro
discendenti rivolse alle sue case, e rallegrandosi d'avere per sottigliezza
annullato il proponimento di Giove. Lungamente sofferse Colui che tutto vede
questa inguiria, ma poi che tempo gli parve di dovere mostrare la sua pietà
inver di coloro che stoltamente s'aveano lasciato ingannare e che stavano ne'
tenebrosi luoghi rinchiusi, allora miracolosamente il suo unico Figliuolo mandò
in terra da' celestiali regni, e disse:
«Va,
e col nostro sangue libera coloro, a cui Dite è stata così lunga carcere, e
appresso te lascia in terra sì fatte armi, che gli altri futuri, a' quali ella
ancora non s'è mostrata, prendendole, si possano valorosamente difendere dalle
false insidie e occulte di Pluto: e ricominci Vulcano per lo tuo comandamento
nuove folgori, le quali, tu gittando, dimostrino quanta sia la nostra potenza,
come già feciono».
Scese
al comandamento del suo Padre l'unico Figliuolo dalla somma altezza in terra, a
sostenere per noi la iniqua percossa d'Antropos, apportatore delle nuove armi,
in disusato modo, non operando in lui la natura il suo uficio come negli altri
uomini. La terra, come sentì il nuovo carico della deità del figliuolo di
Giove, diede per diverse parti della sua circunferenza allegri e manifesti
segni di futura vittoria agli abitanti; e egli, già in età ferma pervenuto,
cominciò a riempiere la terra delle aportate armi e a fare avedere coloro, che
con perfetta fede i suoi detti ascoltavano, del ricevuto inganno, porto
dall'antico oste; i quali, come il perduto conoscimento riaveano, così delle
nuove armi per loro difesa si guarnivano, e contra gli ignoranti la verità
moveano varie battaglie e molte; e verso loro alcuno che volesse non si trovava
potere resistere, però che sanza cura d'affanno e di corporale morte gli
trovavano. E già delle vittorie de' nuovi cavalieri entrati contra Pluto in
campo, tutto l'oriente ne risonava; ma ancora le loro magnifiche opere
l'occidente non sentiva, quando il Figliuol di Dio, avendo spogliata di molti
prigionieri l'antica Dite, e essendo al suo padre ritornato, e mandato a'
prencipi de' suoi cavalieri lo 'mpromesso dono del santo ardore, volendo che
l'ultimo ponente sentisse le sante operazioni, elesse uno de' suddetti
prencipi, quello che più forte gli parve a potere resistere alle infinite
insidie che ricevere dovea, e sopra l'onde di Speria trasportare il fece a un
notante marmo. Il quale, pervenuto nella strana regione, con la forza della
somma deità, cominciate contro quelli, i quali resistenti trovò, aspre
battaglie, acquistò molte vittorie, e molti delle celestiali armi novelle vi
rivestì. Ma poi, dopo molto combattere, trovata più resistente schiera, sanza
volgere viso o sanza alcuna paura l'ultimo colpo d'Antropos umile e divoto
sostenne, e al cielo, per lungo affanno meritato, rendé la santa e gloriosa
anima. I cui seguaci, dopo la sua passione, prese le martirizzate reliquie, in
notabile luogo reverentemente le sepelliro non sanza molte lagrime. E ad
etterna memoria di così fatto prencipe, poco lontano all'ultime onde
d'occidente, sopra il suo venerabile corpo edificarono un grandissimo tempio,
il quale del suo nome intitolarono, ardendo in esso continuamente divotissimi
fuochi, rendendo in essi al sommo Giove graziosi incensi. E esso, giusto
essauditore, non fu tanto nella sua vita valoroso resistente a' difenditori
della falsa oppinione, quanto dopo il suo ultimo dì fu molto più grazioso
conservatore de' suoi fedeli, però che Giove in servigio di lui, nel suo tempio
essaudendo le debite orazioni, mirabili cose facea, onde la fama
dell'occidentale Iddio risonava per l'universo. Certo ella passò in brieve
tempo le calde onde dello orientale Ganges, e nelle boglienti arene di Libia fu
manifesta, e dagli abitanti nelle ghiacciate nevi d'Aquilone fu saputa, però
che egli non porgea risponsi, come far soleano i bugiardi iddii, ma con vere
operazioni ne' bisogni soccorrea e soccorre i divoti domandatori: e per questo
più la santa fama per il mondo risuona.
[4]
Suona
adunque la gran fama per l'universo della mirabile virtù del possente Iddio
occidentale, e in te, o al ma città, o reverendissima Roma, la quale igualmente
a tutto il mondo ponesti il tuo signorile giogo sopra gl'indomiti colli, tu
sola permanendone vera donna, molto più che in alcun'altra parte risuona, sì
come in degno luogo della cattedrale sedia de' successori di Cefas. E tu di ciò
dentro a te non poco ti rallegri, ricordando te essere quasi la prima
prenditrice delle sante armi, però che conoscesti te in esse dovere tanto
divenire valorosa, quanto per adietro in quelle di Marte pervenisti, e molto
più; onde contentati che come già per l'antiche vittorie più volte la tua
lucente fronte ti fu ornata delle belle frondi di Pennea, così di questa ultima
battaglia, con le nuove armi triunfando tu vittoriosamente, meriterai d'essere
ornata d'etternal corona, e, dopo i lunghi affanni, la tua imagine tra le
stelle onorevolemente sarà locata, tra le quali co' tuoi antichi figliuoli e padri
beata ti ritroverai. E i tuoi figliuoli già per la nuova fama prendono a'
lontani templi divozione, e adomandando allo Iddio dimorante in essi i
bisognevoli doni, promettono graziosi boti: i quali doni ricevuti, ciascuno
s'ingegna d'adempiere la volontaria promissione visitandoli, ancora che sieno
lontani: la qual cosa appo Iddio grandissimo merito sanza fallo t'impetra.
[5]
Risuona per Roma, com'è detto, la gran fama
nella quale un nobilissimo giovane dimorava, il quale si chiamava Quinto Lelio
Africano, disceso del nobile sangue del primo conquistatore dell'africana
Cartagine. Era questo ornatissimo di belli costumi e abondante di ricchezze e
di parenti, già per la sua virtù prescritto all'ordine militare, e avea,
secondo la nuova legge del Figliuol di Dio, una giovane romana nobilissima,
nata della gente giulia, e Giulia Topazia nominata, presa per sua legit tima
sposa, la quale per la sua gran bellezza e infinita bontà era molto da lui
amata. E già era con lei, poi che Imineo coronato delle frondi di Pallade fu
prima nelle sue case e le sante tede arse nella sua camera, dimorato tanto, che
Febo cinque volte era nella casa della celestiale Vergine rientrato, e ancora
di lei niuno figliuolo avea potuto avere, de' quali egli sopra tutte le cose
era disideroso; e in molte maniere cercato com'egli potesse fare che la giovane
concepesse, e niuna pervenuta ad effetto, sentiva nell'animo angoscioso
tormento. Ma l'infinita pietà di Colui a cui nulla cosa si nasconde non
sostenne che sanza parte del suo disio vedere egli finisse i giorni suoi, a'
quali poco più spazio era assegnato, anzi saviamente precorse in cotal modo:
che, essendo Lelio un giorno intorno a quel disio molto pensoso, udì narrare di
quello Iddio, che sopra gli sperii liti dimorava lontano, maravigliose cose per
lui fatte; le quali poi ch'egli ebbe udite, se n'andò in uno santo tempio, là
dove la reverenda imagine del glorioso santo era figurata, nel cospetto della
quale disse così:
«O
grazioso Iddio, il quale sopra i liti occidentali lasciasti il tuo santo corpo,
l'anima renduta al sommo Giove, ricevi le mie voci, degne d'essere essaudite,
nella tua presenza. E così come a niuno, che divotamente giusto dono ti
domandi, li nieghi, così a me la mia domanda, s'è giusta, non negare, ma
perfettamente me la adempi. Io sono giovane d'eccellentissima fama, e di famosi
parenti disceso, e nella presente città copioso di ricchezze e di congiunti
parenti, accompagnato di nobilissima e bella giovane, con la quale io sono
stato tanto tempo ch' io veggio incominciare la sesta volta al sole l'usato
cammino, e niuno figliuolo ancora di lei ho potuto avere, il quale dopo
l'ultimo nostro giorno possa il nostro nome ritenere e possedere l'antiche
ricchezze possedute lungamente per ereditaggio; di che nell'animo sostengo
gravissima noia. Ond'io divotamente ti priego che nel cospetto dello
onnipotente Si gnore grazia impetri, che se Egli dee essere della mia anima
bene, e del suo e tuo onore essattamento, che Egli uno solamente concedere me
ne deggia, il quale dopo me me rapresenti. La qual cosa se Egli me la concede,
io ti prometto e giuro per l'anima del mio padre e per la deità del sommo Giove
che i tuoi lontani templi saranno da me visitati personalmente, e i tuoi altari
di divoti fuochi saranno alluminati».
E
fatta la degna orazione, tornò al suo militar palagio, quasi contento:
"Così come niuno giusto priego può esser fatto sanza essere essaudito,
così questo, però che era giusto, sanza essaudizione non pote trapassare".
Ma già i disiosi cavalli del sole, caldi per lo diurno affanno, si bagnavano
nelle marine acque d'occidente, e le menome stelle si poteano vedere, essendo
già Lelio e Giulia, dopo i dilicati cibi da loro presi, quasi contenti del
fatto voto, sperando grazia, andatisi a riposare nel congiugale letto, nel
quale soavissimo sonno gli avea presi, quando il santo, per cui Galizia è
visitata, volle fare a Lelio manifesto quanto il suo giusto priego, fatto il preterito
dì, gli fosse a grado; e disceso dagli alti cieli, e entrato radiante di
maravigliosa luce nella camera di Lelio, con lieto viso gl'incominciò a
parlare, dormendo egli, e disse così:
«O
Lelio, io sono colui il quale tu il passato giorno con tanta divozione
chiamasti, pregando ch'io t'impetrassi grazia, nel conspetto di Colui che tutte
le dona sanza rimproverare, che tu potessi avere degna erede del tuo nome, nel
quale dopo la tua morte la tua fama vivesse. Onde Egli, misericordioso
essauditore de' giusti prieghi, e di tutto bene benignissimo donatore, per me
ti manda a dire che il tuo priego è essaudito da Lui, e che, la prima volta che
tu con la tua sposa onestamente ti congiugnerai, veramente riceverai il
dimandato dono».
E
queste parole dette, ad un'ora egli e 'l sonno di Lelio si partirono. Lelio,
svegliato, pieno di maraviglia e d'allegrezza, per lungo spazio volse gli occhi
per la camera per vedere se ancora l'aportatore della lieta novella vi fosse;
ma poi che vide lui non esservi, umilemente cominciò a ringraziare colui che
mandata aveva tanto disiata ambasciata; e chiamata Giulia, la quale ancora
dormia, le narrò la veduta visione. Di che ella si maravigliò molto, e lieta
quasi sanza fine incominciò a ringraziare Iddio. E non dopo molto spazio stato
tra loro quella congiunzione che annunziata fu a Lelio, s'avide Giulia esser
gravida, secondo che il santo Iddio avea annunziato.
[6]
Non
dopo molti giorni, mostrando già Calisto dintorno al polo quanto era lucente,
incominciò Lelio e Giulia insieme a ragionar della mirabile visione, e dopo
alquante parole, Giulia, che già avea sentito e sentia in sé il disiato frutto
nascoso, disse:
«Certo,
Lelio, già per effetto mi par sentire il grazioso dono esserci dato, però che
più grave esser mi pare che per lo preterito parere non solea».
Quando
Lelio udì queste parole fu tanto allegro, che nulla giusta comparazione si
potrebbe porre alla sua allegrezza, e disse:
«Adunque
niuno indugio si vuole porre a fare gl'impromessi doni, ma così tosto come i
chiari raggi di Apollo ne recheranno il chiaro giorno, io con quella compagnia
che mi parrà voglio prendere il lungo cammino e portare i graziosi incensi
promessi a' lontani altari».
Allora
disse Giulia:
«Deh!
ora sarà il tuo cammino sanza me fatto?».
Lelio
rispose:
«Giulia,
tu se' giovane, e sì fatto affanno sarebbe alla tua tenera età impossibile, e
noioso al disiato frutto che tu nascondi; però tu rimarrai degna donna della
nostra casa, lietamente aspettando la mia tornata».
Giulia,
udendo queste parole, bagnò il suo viso d'amare lagrime, dicendo:
«Certo,
quando la fortuna ti fosse contraria, mi crederei io esser vie più possente
sostenitrice dell'armi e degli affanni, sempre aiutandoti e seguendoti, che non
fu Issicratea a Mitridate, non che nelle felicità, nelle quali il venirti
appresso mi porge smisurato diletto. Se tu mi lasci sola di te, tu mi lascerai
accompagnata di molti e varii pensieri: il mio petto sarà sempre pieno di molte
sollecitudini, e nascosamente sosterrò maggior affanno, sempre di te dubitando,
ch'io non potrei mai fare venendo teco».
O
Tiberio Gracco, fu tanta la pietà che tu avesti di Cornelia, tua cara sposa,
quando lasciasti la femina serpe, risparmiando anzi la sua vita che la tua
propia, quanto fu quella di Lelio vedendo le lagrime della cara compagna? Certo
appena! Ond'egli le rispose:
«Giulia,
poni fine alle tue lagrime, ché i lontani templi da me sanza te non saranno
cercati; e però disponi il tuo virile animo al nuovo cammino, che al nuovo
giorno credo cominceremo».
Giulia
contenta si tacque.
[7]
L'Aurora
avea rimossi i notturni fuochi e Febo avea già rasciutte le brinose erbe,
quando Lelio, chiamata Giulia, lieti si levarono da' notturni riposi, e
comandarono che quelle cose le quali a camminare fossero necessarie, fossero
sanza indugio apparecchiate. E mandato per quelli i quali a loro piacque
d'eleggere per loro compagnia, loro narrarono il lieto avvenimento, comandando
ad essi che immantanente fossero presti d'andare con loro a mettere ad effetto
le fatte promissioni. Al quale comandamento fu risposto loro essere presti ad
ogni loro piacere.
[8]
Fu
sanza alcuno indugio messo ad essecuzione il comandamento di Lelio; onde egli e
Giulia e la loro compagnia, tornando da' santi templi da porgere pietosi
prieghi al sommo Giove che il loro andare e tornare facesse essere
prosperevole, salirono sopra i portanti cavalli, e, piangendo, appena a' cari
parenti e amici poterono dire addio: e partironsi, e con lieto animo
cominciarono il disaventurato cammino.
[9]
Il
miserabile re, il cui regno Acheronta circunda, veggendo che lo essercizio era
alle sue invasioni inique contrario, e che i lunghi cammini porgevano alla
carne affannosa gravezza, per la quale i sostenitori d'essa fuggivano le inique
tentazioni e meritavano il mal conosciuto regno da lui, il quale egli, per
disiderare oltre dovere, perdé, afflitto di noiosa sollecitudine, veggendo la
maggior parte di quelli che andar soleano alle sue case esser disposti a quello
affanno, o ad altri simiglianti o maggiori, pensò di volergli ritrarre da sì
fatte imprese con paura; e convocati nel suo conspetto gl'infernali ministri,
disse:
«Compagni,
voi sapete che Giove non dovutamente degli ampi regni, i quali egli possiede,
ci privò, e diedeci questa strema parte sopra il centro dell'universo a
possedere, e in dispetto di noi creò nuova progenie, la quale i nostri luoghi
riempisse. Noi ingegnosamente li sottraemmo, sì che noi volgemmo i loro passi
alle nostre case: e Egli ancora, non parendogli averci tanto oltraggiato, mandò
il suo Figliuolo a spogliarcene al quale non potendo noi resistere, ci spogliò,
e dopo tutto questo fece aveduti gli abitanti della terra de' nostri lacciuoli,
e donò loro armi con le quali essi leggiermente le nostre spezzano. E che noi
di questi oltraggi ci andiamo a vendicare sopra di lui, il salire in su c'è
vietato, e Egli è più possente di noi: però ci conviene pur con ingegno il
nostro regno aumentare, e fare di ria vere ciò che per adietro abbiamo perduto.
Tra l'altre cose che il Figliuolo di Giove lasciò in terra al suo popolo, a noi
più contraria, fu continuo essercizio, al quale del tutto si vuole intendere da
noi, acciò che si spenga con volonteroso ozio delle loro menti, e li romani
massimamente, i quali, quasi agli altri principali, hanno questo essercizio
molto impreso, e quasi ogni gente da loro lo 'mprende. Ond'io ho proposto di
volerli almeno ritrarre dall'andare li strani templi visitando, con paura; e
questo sanza fallo mi verrà fatto troppo bene sopra gran quantità d'essi, che
ora al tempio che sopra l'ultime piagge di Speria dimora, vanno, sopra i quali
io vendicherò la mia ira, e voi siate intenti di fare il simigliante ovunque
voi ne sentite alcuno».
[10]
Dette
queste parole a' suoi, prese vana forma simigliante d'un nobilissimo cavaliere,
il quale sotto la potenza del gran re Felice, reggitore de' regni di Speria,
nipote di Atalante, sostenitore de' cieli, governava vicino a' colli
d'Appennino una città chiamata Marmorina. E salito sopra un cavallo, le cui
ossa per magrezza quasi quante fossero apertamente mostrava, e correndo sopra
esso, pervenne ne' lontani regni, e trovato il re, il quale le silvestre bestie
cacciando prendea diletto, fu davanti a lui. E come tal volta sogliono i corpi morti
gravosi cadere alla terra sanza essere urtati, cotale costui fittivamente
cadendo davanti gli si gittò, e con voce affannata, tanto che appena s'udiva,
piangendo cominciò a dire:
«O
signor mio, tu vai l'innocenti bestie davanti a te cacciando, e nelle loro
innocenti interiora metti aizzando gli aguti denti de' feroci cani, ma io
misero ho nella vostra città Marmorina lasciato il romano fuoco, il quale, sì
com'io vidi già per li più alti luoghi, tutta la città guasta va: e come ciò
avvenisse a me è occulto; se non che avendo noi il giorno davanti celebrati i
santi sacrificii di Bacco con grandissima festa, e la vegnente notte,
riposandosi, ciascuno avea già di sé la quarta parte passata, quando io, quasi
dormendo, cominciai a sentire grandissimo pianto d'uomini, di garzoni e di
femine, e impetuoso suono di non usate armi. Allora, abandonato del tutto il
quieto sonno, pauroso mi levai, e salii negli alti luoghi della nostra casa, e
vidi tutta la città piena di fuoco e di noiose ruine, e di maggior pianto furono
ripiene le mie orecchie. E già presso alla nostra casa udendo il terribile
suono delle sonanti trombe, disarmato corsi per le fidate armi, per risalire
armato nelle fortezze della nostra casa, scendendo contra i molti amici, i
quali contra i crudeli osti, per lo bene della città, s'apparecchiavano con le
taglienti spade d'aspramente combattere. Allora dissi, quasi avendo nella loro
vita compassione: "O giovani, or non vedete voi che fortuna sia nelle
presenti cose? Quelli iddii nei quali la forza in che la speranza della nostra
signoria dimorava, sono fuggiti e hanno abandonato i loro altari e però voi
soccorrete indarno alla città. Ma se voi avete certa fidanza nelle vostre armi,
andiamo, e in mezzo de' nemici combattiamo, essendo io duce: e quivi, o vinciamo,
o, sdebitandoci di tal vergogna, mandiamo le nostre anime alle infernali sedie:
"sola salute è a' vinti non isperar salute"". La città, da tutte
parti presa, era da' nemici con gli aguti spuntoni guardata; ma noi poi,
assicurati, ci movemmo ad andare alla non dubbiosa morte tutti per una via.
Oimè! chi potrebbe mai narrare la ruina e la tempesta di quella notte? Chi
potrebbe parlando dire la menoma parte della uccisione o con le lagrime
agguagliare la fatica? L'antica città, la quale molti anni vittoriosa sotto le
nostre braccia dimorò, fu da' miei occhi veduta quella notte cadere quasi tutta
in picciola ora; ma noi miseri, portati da' miserabili fati, ovunque andavamo,
per le larghe vie trovavamo cadere corpi gravati da mortale gelo: ad ogni passo
trovavamo nuovo pianto, e in ogni parte era romore e uccisione infinita. E
andando per diverse parti della città, dandone l'accese case aperti passaggi,
più volte scontrandoci in picciole schiere di nemici combattemmo. Ma già quasi
propinqui all'ultima ora della notte, vaghi del nuovo giorno, fummo da
innumerabile moltitudine di nemici aspramente assaliti, e quivi difendendoci
virilmente, vidi io gran parte de' miei compagni bagnare la terra del loro
sangue, e sanza niuna misericordia essere dagli avversario uccisi. Onde non
potendo noi più sostenere il crudele assalto, con alquanti diedi le spalle,
fuggendo verso il nostro palagio; ma quivi trovata più aspra battaglia, quasi
furiosi, sanza alcuna speranza di salute, io e' miei compagni tra gli aguti
ferri de' nemici ci gittammo. Quivi io, ferito in molte parti, rientrai nelle
mie case, nelle quali alquanti de' miei compagni vinti vilmente si fuggirono; e
saliti nel superiore pavimento, vedemmo tutta la città essere d'ardenti fiamme
e di noiosi fummi ripiena, la quale piangendo riguardavamo. Allora fummo
assaliti di nuovo accidente, però che rotte le porti dell'antico palagio, salì
uno grandissimo uomo romano con molti seguaci, il quale, sì come il fiero lupo
le timide pecore sanza difesa strangola, così costui andava uccidendo qualunque
davanti gli si parava. A lui vidi io uccidere il vecchio padre e due miei
figliuoli, e altri molti. Sopra il quale volendo io prendere debita vendetta,
ricevetti infiniti colpi della sua spada; ma poi la vecchia madre e altre femine
con lei, mettendo le loro persone per la mia vita tra la sua spada e 'l mio
corpo, fortunosamente mi trassero delle sue mani. E uscito fuori della non già
città, veggendo che per me più niuno soccorso vi si potea porgere,
miserabilemente me verso queste parti mi dirizzai, e qui nel vostro conspetto
mi sono fuggito. E dicovi che il vostro regno è sanza dubbio assalito da gente
tanto acerba, che non che contro a voi, ma ancora contro i nostri iddii hanno
prese armi; e che ciò ch'io ho narrato sia vero, manifestevelo il sangue mio,
il quale per tante ferite potete vedere davanti da voi spandere. Io ho appena,
fuggendo, potuta la mia vita ricuperare, la quale omai credo sarà brieve; e le
mie ferite, le quali più tosto medico e riposo che affanno richiedevano,
marcite costringono l'anima d'abandonare il misero corpo. E però vi priego che
voi v'apparecchiate acciò che i vostri nemici, i quali credo che non sieno di
qui guari lontani, possiate con più forte fronte ricevere che io non potei, e
acciò che voi altressì vendichiate le mie ferite, acciò che io tosto tra gli
altri spiriti possa alzare la testa per la vendicata morte».
E
appena finì queste parole con intera voce, che davanti al re il corpo sanza
anima freddo lasciò.
[11]
Con
le mani prese, nell'aspetto stupefatto stava il re Felice ad ascoltare le fitte
parole; ma poi che vide lo spirito del parlante cavaliere avere abandonato il
corpo e più non dire, mutato il naturai colore, tornò palido, e, oppresso nel
segreto petto di varie cure, quasi per greve doglia appena ritenne le lagrime.
E non sappiendo che partito prendere del subito annunzio, mostrandosi vigoroso
per rincorare i suoi, comandò che al morto corpo fosse data sepoltura; e
abandonata la cominciata caccia, volse i passi co' suoi compagni verso le reali
case. Alle quali poi che fu giunto sospirando, a' suoi cavalieri comandò che
sanza niuno dimoro prendessero l'usate armi; e sollecitamente fatti convocare i
vicini popoli, i quali sotto la sua signoria si costringeano, adunò grandi
dissimo essercito in pochi giorni, intendendo di volere obviare gli assalitori
del suo regno.
[12]
Poi
che questo tutto fu fatto, e il giorno, il quale segretamente avea proposto di
movere col suo essercito, fu venuto, egli comandò che divoti sacrificii
s'apparecchiassero a Marte, acciò che la sua deità, la quale verso loro parea
indebitamente crucciata, sacrificando si mitigasse; e esso personalmente
volendo sacrificare acciò che il suo andare prosperamente si dirigesse verso i
suoi nemici, andò al sacrato tempio davanti agli altari di Marte, la cui
effigie riguardando per più effettuosamente porgere pietosi prieghi, vide
bagnata di novelle lagrime, le quali non poco dubbio gli porsero. Ma poi,
imaginando che Marte per compassione de' suoi danni avesse lagrimato, alquanto
riprese conforto, e fatto venire un giovane toro per volerlo sopra i detti
altari sacrificare, disse così:
«O
vera deità, la quale a' nostri danni hai mostrata lagrimando vera compassione,
ricevi i nostri volontarii sacrificii, i quali presenzialmente ti facciamo, e
con lieto viso ne porgi speranza di prosperevole andata».
E
dette queste parole, ferì lo 'ndomito toro, il quale, sì tosto come sentì la
puntura del freddo coltello, per duolo sì forte si scosse, che, uscito delle
mani di coloro che 'l teneano, furiosamente fuggì verso i marini liti
d'occidente, il suo sangue spandendo, allungandosi, e torcendo i passi da
quella parte onde i nimici, secondo il falso detto, doveano il reame avere
assalito.
[13]
Vedendo
questo, il re non poté dentro per fortezza d'animo ritenere le lagrime, ma
forte piangendo cominciò a dire:
«Ora
manifestamente possiamo noi ben vedere l'ira degl'iddii quanto ella verso noi
adopera, e quanto i fortunosi fati ci si sono incontro rivolti! Oimè, che
Marte, lagrimando, non de' preteriti danni ma de futuri mostra d'aver
compassione! Egli e gli altri iddii rifiutano i nostri sacrificii, sì come di
non degni sacrificatori: e ciò apertamente si vede, ché già il toro ferito per
mitigar la loro ira è fuggito dinanzi da' loro altari delle nostre mani, e va
dello innocente sangue bagnando il nostro terreno, mostrandone manifesti segni
della nostra fuga, la quale infino agli ultimi termini della nostra potenza
mostra che si debba con crudele uccisione distendere. Ma, o sommi iddii, se i
miseri meritano d'essere da voi in alcuno atto essauditi, non ischifate le mie
piangenti voci, però che, come voi sapete, io non sono quello Dionisio, il
quale più volte i vostri templi e le vostre imagini privò di corone e d'altri
ornamenti degni a' vostri altari. Io già mai, o Giove, non ti spogliai come
costui fece, dicendo che la risplendente roba fosse di state grave e di verno
fredda, rivestendoti di comuni drappi, utili all'uno tempo e all'altro. Né a
te, o figliuolo d'Apolio, feci mai con tagliente ferro levare la cara barba; né
a te, o santa Giunone, scopersi il santo tempio, come Quinto Fulvio fece, per
ricoprirne alcuno altro: per le quali cose, sì come sacrilego, io e 'l mio
popolo meritiamo giusta distruzione, ma sempre voi e' vostri templi furono da
noi onorati. Dunque non consentite che la nostra potenza, da voi a' nostri
antecessori benignamente conceduta, crudelmente sanza cagione si distrugga, e
almeno da quel popolo, il quale con nuove armi alla vostra forza s'ingegna di
contrastare. E se pure ci è alcuna cagione per la quale la vostra ira
giustamente contro a noi si muova, la quale o io o 'l mio popolo abbia commessa
contro la vostra deità, venga di grazia sopra me tutto il pondo. Deh! non mi
fate men degno di questo dono che voi faceste Camillo, il quale i romani per
lui molto essaltati, per la sua orazione la quale essaudiste, mandarono ivi a
poco tempo in essilio: avvegna che l'arsa Marmorina, e lo sparto sangue, e'
partiti spiri ti de' nostri uomini vi dovrebbono essere stati sofficiente
sacrificio a mitigarvi. Sia da voi conce, conceduto che io prima, percosso da
Antropos, renda lo spirito agl'iddii infernali co' precedenti morti insieme;
che io sotto le mie braccia vegga il mio regno annullare».
[14]
Mentre
che il re con lagrime e con sospiri faceva la detta orazione, volgendo alquanto
i lagrimosi occhi verso quella parte dalla quale il furioso toro era fuggito,
vide il toro in uno vicino bosco per difetto di sangue caduto, e sopr'esso
essere, come folgore volando, disceso da cielo il divino uccello, e sopr'esso
toro per grande spazio essersi pasciuto, e appresso quindi levarsi e volare
verso quelle parti onde doveano quello giorno prendere il loro cammino i suoi
popoli. La qual cosa veduta, in se medesimo preso il volo di quello uccello per
buono agurio, assai più d'allegrezza e di speranza si riempié, che non fece
Paulo alla voce di Tarsia, quando disse: " Persio è morto", o Lucio
Silla quando vide dallato del suo altare cadere il morto serpente ne' campi di
Nola. E mutato il lagrimoso aspetto in lieto, con alta voce cominciò a dire al
suo popolo:
«Rallegratevi
e prendete debito conforto, signori, però che Giove pietosamente ha mutato
consiglio e, fatto verso noi pietoso, gli è de' nostri danni incresciuto, però
ch'io ho veduto che il sacrificio da noi rifiutato e che delle nostre mani
fuggì, egli l'ha benignamente accettato: e ciò ci manifesta il suo santo
uccello, al quale io vidi il toro, già con poca forza rimaso, abbattere nel
vicino bosco, e sopr'esso per lungo spazio si pascé, levandosi poi, ha il suo
volo ripreso, verso i nostri avversarii, quasi mostrandoci che via noi dobbiamo
fare. Onde pare che Giove benignamente ricevuto l'abbia, poi che alle nostre
schiere ha mandato sì fatto duca. Or dunque cacciate da voi ogni dolore, e
pieni d'allegrezza accendete i fuochi sopra i santi altari, e date agl'iddii
divoti prieghi per la nostra vittoria, e poi sanza niuno indugio i nostri passi
verso quella parte, onde volò il santo uccello, dirizziamo, però che già si
manifesta agli occhi la disiderata vendetta dovere pervenire fatta a
prosperevole fine».
[15]
Arsi
i fatti fuochi e dissoluti i nebulosi fummi avvolti ne' sacri templi, le trombe
sonarono e i cavalli presti alle fiere battaglie, udito il suono, cominciarono
a fremire; e allora il re, acceso di focoso disio per la speranza presa del
detto agurio, comandò che le reali bandiere fossero spiegate a' venti e che
tutti i suoi, abandonandosi a' fortunosi fati, verso Marmorina drizzassero il
loro cammino: al quale comandamento le bandiere spiegate e la via presa fu
sanza niuna dimoranza. Ma il misero Lelio, il quale dell'ultimo giorno, a lui
ruinosamente apparecchiato dalla fortuna, e a' suoi compagni simigliantemente,
non s'accorgeva, anzi con solleciti passi si studiava di pervenire a' dolenti
fati; e già quattro volte cornuta e altretante tonda s'era mostrata la
figliuola di Latona dopo la sua partita da Roma, la quale egli mai non dovea
rivedere, e camminando s'avea lasciate dietro le bianche spalle d'Appennino,
affrettandosi di pervenire al santo tempio, il quale da' suoi occhi non dovea
essere veduto, né da alcuno altro de' suoi compagni.
[16]
Entrava
il sole nella rosata aurora con lento passo, e' torbidi nuvoli occupavano il
suo viso, per la qual cosa la sua luce, come usato era, non porgea chiara;
forse a lui, che tutto vede, era già manifesta la fierità del crudel giorno, al
quale egli s'apparecchiava di dar lume: quando Lelio e la sua compagnia lieti
a' loro danni cavalcavano per una profonda valle, la quale piena di nebbia
molto impediva le loro viste, tanto che appena l'uno vicino all'altro si
poteano vedere. Era sopra la profonda valle una altissima montagna, tanto che
parea che trapassando i nuvoli con le stelle si congiugnesse, la quale dovendo
passare, già per la sua ertezza cominciava ad allentare i loro passi. Sopra la
detta montagna l'avversario re, da loro non conosciuto, già era pervenuto con
la sua gente, e quella notte sopr'essa per più sicurtà del suo essercito, sanza
scendere al piano, s'era attendato. Ma già avendo il sole co' suoi aguti raggi
cominciato a dissolvere l'oscure nebbie, il re, che sopra l'alta sommità
dimorava, nella sua mente imaginando i cammini che col suo popolo far dovea,
ficcando gli occhi fra la folta nebbia nel fondo della oscura valle, vide la
divota gente cavalcare verso di lui; la quale veduta, incontanente dubitando,
non altramenti essarse che fa la piombosa pietra, la quale uscendo della
risonante rombola vola, e volando imbianca per l'impeti che davanti truova alla
sua foga; e con alta voce voltato a' suoi cavalieri gridò:
«Venite,
franchi campioni e cari amici e fratelli, però che già credo che i nostri
nemici ci si manifestano».
E
poi alquanto racchetato in se medesimo, parlò loro così:
«Signori,
se gli occhi non mi mentono, a me par vedere, sì come mostrato v'ho, parte de'
nostri avversarii già essere nella profonda valle appiè del monte e venire
verso di noi, e essi, sì com'io credo, ancora di nostro movimento, né delle
nostre armi prese niente sanno, né noi ancora qui non hanno potuto vedere per
la folta nebbia, la quale ancora non è dissoluta. Però a me parrebbe che essi
fossero da essere obviati con aspro scontro sanza più dimorare, acciò che essi,
avedendosi prima di noi che noi gli assalissimo, non potesseno prendere rimedio
a noi nocevole, né al loro scampo utile. Io son certo che essi sono infino a
questo luogo venuti sanza trovare alcuna resistenza, per la qual cosa io avviso
che essi cavalchino sanza alcuna paura dissolutamente; per che, assalendoli
subito, li troverebbe l'uomo sanza alcuno argomento e di loro avrebbe o la
morte o la vita, qual più gli piacesse: ond'io vi priego che sanza alcuno
dimoro vigorosamente sieno da voi assaliti, cacciando da voi ogni tema. E già
vedeste voi, anzi che noi le nostre case abandonassimo, che gi'iddii ne
mostrarono segni di riconciliazione, e per più certezza di questo ci dierono il
santo uccello per vero duca, il quale voi vedete che ha i nostri passi
dirizzati in quella parte, che noi per lo preterito tanto abbiamo disiato.
Appresso, voi sapete che questi vengono assetati del nostro sangue, e per voler
nelle nostre interiora bagnare le loro spade, sanza ragionevole cagione; e
vengono per occupare le nostre case, e per mandar noi nelle estravaganti parti del
mondo in doloroso essilio. Adunque, sì per lo laudevole agurio, il quale
prospera fine ne dimostrò, sì per la ragione la quale è nostra perfettamente,
sì per difendere noi medesimi e le nostre case assalite da nuovi popoli,
ciascuno, sì come vigoroso cavaliere, debba le sue armi adoperare. Pensate che
voi non siete cavalieri usati di perdere le cominciate battaglie, ma
continuamente per la vostra maravigliosa fortezza acquistando molte vittorie,
v'avete per adietro fatto temere. Simigliantemente ancora vi dee porgere molto
più ardire veggendo me armato disiderare la vostra salute con la mia insieme,
essendo oramai quasi negli anni della mia ultima età, alla quale più tosto
riposo che affanno si converrebbe. Or poi che tante ragioni vi deono muovere ad
esser disiderosi della vittoria, movetevi in quello agurio che voi
l'acquistiate».
E
dette queste parole, comandò che le sue insegne scendessero il monte contro a
coloro che ancora nella valle dimoravano. Allora i cavalieri gridando dierono
segno di gran volontà di combattere, e le trombe sonarono, e corni e altri
strumenti molti; e cavalieri sanza niuno ordine si mossero così furiosi, come
talvolta il fiero cane, tratto della catena, sentendo sonare le frondi
dell'antico bosco, seguendo la preda corre sanza niuno ritegno, discendendo
l'alpestro monte.
[17]
Sì
come gli impetuosi fiumi, i quali dell'alte montagne, turbati per la piovuta
acqua, ruinosi impetuosamente caggiono sanza ritegno, menando seco alcuna volta
grandissime pietre, le quali fanno insieme non minore fracasso che l'acque;
così giù per la straripevole montagna, sanza tener via o sentiero diritto, si
dirupava lo iniquo essercito, goloso dello innocente sangue, con un romore e
con una tempesta sì di suoni di corni e di trombe e d'altri crudeli strumenti,
come del forte strepito dell'armi medesime e de' cavalli, che tutta la valle
faceano risonare. Giulia, meno piena di varie sollecitudini, sentendo il romore
prima s'avvide della iniqua gente; la quale, vedendoli sì tempestosamente
ventre, temendo come la timida cerva davanti al leone divenne, e tornata fredda
come i bianchi marmi, a Lelio temorosamente s'accostò, e con rotta voce
cominciò a dire:
«O
Lelio, ove è fuggito il tuo lungo provedimento? Or non vedi tu quella gente
armata che sì furiosamente verso noi discende dell'alto monte? Che gente può
ella essere? Come non provedi tu al necessario rimedio ora, se elli vengono per
offenderci?».
A
queste voci alzò Lelio gli occhi e guardossi davanti, e vide il maladetto
popolo ancora assai lontano, ma non tanto che fuga avesse potuto sé e' suoi
compagni trarre delle mani degli avversario; ond'egli alquanto pavido nella
mente, rivolto alla sua compagna disse:
«Non
dubitare, fatti sicura che questi non cercano noi» tenendo con forte viso
nascosa la creata paura; e poi fra sé cominciò a pensare, dicendo: "Certo
costoro scendono sì furiosi per prenderci al varco della montagna, e vogliono
di noi l'una delle due cose: o essi vogliono farsi del nostro avere posseditori
privandone noi, o elli vengono, sì come ribelli della nostra legge, per
privarci di vita, essendosi già loro in alcuno atto manifestata la nostra
condizione. E a dire che di qui noi fuggendo volessimo scampare, questo è
impossibile, però che i loro cavalli, freschi e possenti, assai tosto
sopragiugnerebbono i nostri, affannati; e il volere loro con l'arme resistere,
noi siamo picciola quantità a sì gran moltitudine. Dunque solamente aspettare
la lor pietà, misericordia chiamando, è il migliore, acciò che fuggendo noi non
incrudeliamo più gli animi; la quale s'elli la concedono, avanzeremo con Dio il
nostro cammino, e se no, nelle nostre braccia, sperando in Dio, rimanga
l'ultima parte della nostra salute».
[18]
Già
tutti i compagni di Lelio e altri giovani molti, giunti per loro scampo in loro
compagnia, disiderosi di pervenire a quel medesimo tempio ove costoro andavano,
cominciavano fra loro a mormorare per la veduta gente; e quasi ciascuno
dubitava di muoverne verso Lelio alcuna parola, vedendolo forse nel sopradetto
pensiero occupato, quando Lelio, sentito il loro mormorio e veduta la loro dubitanza,
si voltò verso essi con pietoso aspetto, così parlando:
[19]
«O
nobilissimi giovani e cari amici e compagni, i quali avete infino a questo
luogo seguiti i miei passi, faccendo di me duca e principale capo di tutti voi,
non per dovere, ma essendone perfetto amore mediante cagione, a' miei orecchi
sono pervenute le tacite parole, le quali tra voi della non conosciuta gente,
che a' nostri occhi giù per lo monte discendere si manifesta, avete dette. Onde
io, essendo stato ne' prosperevoli passi lieto conducitore, ne' dubbiosi non
sosterrò, in quanto piacere vi sia, d'essere per alcun altro condotto; ma,
prendendo in questo caso luogo di franco e vero duca, prima il mio avviso vi
narrerò, poi i miei passi secondo il vostro consiglio perseguirò. Quando prima
agli occhi miei, per le parole di Giulia, questa gente che noi veggiamo corse,
incontanente, pensando il luogo ove noi siamo, due pensieri nella mente mi
vennero: l'uno de' quali fu che costoro, forse indigenti delle mondane
ricchezze, veggendo il nostro arnese molto, o forse avendone manifesta indetta,
si mossero e vengono per volercene del tutto privare. La qual cosa se così
avviene che sia, niuna resistenza se ne faccia loro a lasciarlo prendere, ma
liberamente di piano patto sia tutto loro donato, però che, lodato sia Colui
che di questo e degli altri beni è donatore, le nostre case sono a Roma copiose
di molto oro, e però questo forse a loro fia molto e a noi poco sarebbe.
L'altro pensiero fu questo, il quale molto più che 'l primo mi spaventa, che io
dubito molto che costoro non rechino nelle loro mani la nostra morte, però che
noi dimoriamo in quelle parti nelle quali ha più persecutori della nostra
novella e santa legge, che quasi in niuna altra del mondo; e ancora me ne
accerta più il vedere il modo per lo quale elli discendono a noi, ché voi
vedete che essi vengono con grandissime bandiere spiegate, e con terribile
romore, il quale andare non suole esser de' predoni. E però a questo ultimo,
più che al primo pensando, nella mia mente ogni via essaminata, e niuna utile
per noi ci trovo, però che, come voi vedete, il voler fuggire niuna cosa
sarebbe, se non accendere gli animi loro in maggio re ira, e forse dare loro
materia d'offenderci, dove essi non l'avessero; e poi che noi volessimo pur fuggire,
manifesta cosa è che non ci è il dove, se non nelle loro braccia, però che
d'alte montagne d'ogni parte in questa valle ci veggiamo racchiusi. E il volere
con le nostre armi resistere alla loro potenza, noi siamo picciolo popolo a
rispetto di loro; e però a me pare che qui sieno da aspettare. E convocata la
loro misericordia, se essi si muovono a pietà di noi, ringraziando Iddio, il
nostro cammino meneremo a perfezione, e se non, con le nostre braccia
vigorosamente aiutandoci difenderemo, e vendicheremo le nostre morti, le quali
Giove per lungo tempo cessi da noi».
[20]
Mentre
Lelio le sue pietose parole porgeva a' cari compagni, ciascuno, portando a se
medesimo e a lui compassione, amaramente piangea. Alcuni piangeano dicendo:
«Oimè,
vecchio padre, che vita sarà la tua dopo la mia morte, s'egli avviene ch'io
muoia, il quale ora cresciuto dovea essere bastone che la tua vecchiezza
sostenesse?».
Altri
piangeano i piccioli figliuoli rimasi a Roma con la giovane donna,
ramaricandosi del loro infortunio; e altri i cari fratelli, e l'abandonate
ricchezze per seguire Lelio. E tutti generalmente piangeano la cara compagnia e
amistà tra loro e Lelio sì dolcemente congiunta, che in così brieve tempo
mostrava di doversi sì amaramente partire. Ma non dopo molto spazio per li
conforti di Lelio, il quale diceva loro:
«O
vigorosi giovani, ove sono fuggiti i vostri animi virili? Voi spandete per
picciola paura amare lagrime, come se voi foste femine. Evvi sì tosto partita
della memoria l'aspra morte che Catone sostenne in Utica con forte animo,
volendo più tosto morir libero che vivere servo de' suoi nemici, dando
insiememente essemplo a' suoi di sostenere ogni gravoso affanno per la cara
libertà? Or che fareste voi se io facessi il simigliante? Credo che vie più
lagrimereste. Cacciate queste lagrime da voi, e non dubitate de' vecchi padri,
né delle giovani donne, né de' piccioli figliuoli, né ancora dell'abondanti
ricchezze, le quali voi avete abandonate in servigio di Colui che ve le donò,
però che essi tutti nacquero alla sua speranza e non alla vostra, e Egli tutti
a buon fine gli recherà. E non è gran fatto se in servigio di così largo
donatore di grazie si pone alcuna volta il mortal corpo»; abandonate le
lagrime, si deliberarono al consiglio di Lelio, rispondendogli che lui per duca
e per signore continuamente aveano tenuto e teneano, e piacea loro per inanzi
di tenerlo, e che in questo accidente e in ogni altro essi ad ogni suo piacere
erano disposti di metterlo con lui insieme in essecuzione, offerendosi di
seguirlo infino alla morte. Allora Lelio di tanto onore reverentemente gli
ringraziò e comandò che ciascuno prendesse le sue armi e apprestassesi di
resistere a' nemici, faccendo di loro tre schiere. E la prima, nella quale egli
mise quelli giovani nelle cui forze più si confidava, fece guidare ad un
giovane romano, il quale si chiamava Sesto Fulvio, nobilissimo e ardito. La
seconda, nella quale erano quasi tutti quelli che a loro per lo cammino s'erano
accostati per compagnia, fece menare ad un giovane della sua terra, Ostazio,
sommo poeta, nominato Artifilo, valoroso e possente molto. La terza, nella
quale la maggior parte della sua poca gente riservò, diede a conducere a
Sculpizio Gaio, suo caro compagno e parente, sé di tutte faccendo capitano e
correggitore; e poi che così gli ebbe ordinati, parlò così verso loro:
[21]
«Cari
signori e compagni, com'io davanti vi ragionai, questi che noi veggiamo verso
di noi venire con tanta fu ria, a noi è di lor venuta la cagione occulta. Ma
tanto mi par bene che essi sono iniqua gente e ribelli alla nostra legge,
presumendo il luogo ove trovati gli abbiamo. E essendo tal gente, per niuna
altra cagione si dee credere che elli s'affrettino tanto di venire a noi, se
non per privarci di vita avanti che per noi niuno scampo si possa prendere.
Onde se questo avviene, se essi in noi le lor mani voglion crudelmente
distendere, voi non siete uomini i quali siate usi di contaminare la vostra
fama etterna per viltà, ma continuamente nel preterito tempo voi e' vostri
predecessori avete poste l'anime e' corpi per etternale onore. E che questo sia
vero, la inestinguibile memoria de' nostri antichi cel manifesta. Ahi, quanto
dovrebbe crescere il vostro vigore ogni ora che la gran fortezza d'Orazio
Codico vi torna a mente! Il quale, come voi sapete, al tempo che' trusciani
entrati in Roma con grandissime forze, già essendo per prendere il ponte
Sublicio e per passare nell'altra parte della città, andato sopr'esso, ritenne
la loro potenza con aspri combattimenti infino che 'l forte ponte gli fu dietro
tagliato, e la città per lo tagliamento liberata. E similemente Marco Marcello,
il quale assalì i Galli con minor popolo che voi non siete, e tanto con la sua
forza operò, che avuta di loro vittoria e morto il loro re, sacrificò le sue
armi a Giove Feretrio. E simigliantemente quello che fece Publio Crasso per non
essere suggetto ad Aristonico. Oh quanti e quali essempli de' nostri antichi si
potrebbono porre! E tutti non tanto per sé quanto per la republica sostennero
gravosi affanni e pericoli. Or adunque noi, che qui per la salute di noi
medesimi e per l'onore di tutti siamo a sì stretto partito, che dobbiamo fare?
Certo più vigorosamente combattere, anzi che noi, che già molti servi
francammo, divegnamo servi degli iniqui barbari o siamo da loro vilmente
uccisi. Ma però che io vi conosco tutti vigorosi giovani e forti combattenti,
porto nelle vostre destre mani grandissima speranza di vittoria, aiutandoci la
fortuna, e in me molto me ne conforto. Ma se pure avvenisse che gli avversarii
fati portassero invidia alle nostre forze, non vi lasciate almeno uccidere sì
come fanno le timide pecore a' fieri lupi, sanza alcuna difesa, ma fate che
essi abbiano la vittoria piangendo. E nondimeno vi torni alla memoria che voi
in questo luogo contro a costoro siete in luogo di campioni e forti difenditori
della legge del figliuolo di Giove, il quale per trarre noi dell'impie mani di
Pluto, nelle quali il primo nostro padre disubidendo miseramente ci mise,
sapete quanto fosse obbrobriosa e crudele la morte che egli sostenne! Dunque
non pare ingiusta cosa se noi pogniamo in essaltamento della sua legge e per la
salute di noi medesimi i nostri corpi, i quali s'avviene che muoiano, per la
presente morte meriteranno perdono e etterna fama; e rimesseci le preterite
offese, con ciò sia cosa che niuno viva sanza peccare, le nostre anime
viveranno in etterno, e ancora le nostre ceneri saranno con divozione visitate,
come visitavamo il santo tempio: al quale ancora spero che lietamente e tosto
perverremo. E però ciascuno si porti vigorosamente».
[22]
Giulia,
la quale dolente ascoltava le parole del suo compagno, incominciò sì forte a
dolersi e a fare sì grande il pianto, che niuno, per durezza di cuore, vedendola,
s'avrebbe potuto tenere di non fare il simigliante; e parlava così a Lelio:
«Oimè,
dolce signor mio, questo non è lo 'ntendimento per lo quale noi abandonammo le
nostre case. Noi ci partimmo divotamente per pervenire a' santi templi del
benedetto Iddio, posti in su li estremi liti d'occidente: e tu ora pare che
voglia con arme commuovere nuove battaglie. Deh! or pensa se a' pellegrini sta
bene così fatto mestiero! Certo no. Deh! almeno per ché t'affretti tu così di
combattere? Che sai tu chi costoro si sieno? Non credi tu che le diverse
nazioni del mondo abbiano fra sé altre nimistà che quelle dei romani? Io dubito
forte, e è da dubitare, che essi veggendo armati te e' tuoi compagni, forse
credano che voi siate quelli nimici che essi vanno cercando, e per questo
avranno cagione di cominciare la forse non pensata battaglia, e avranno
ragione. Lascia adunque questa volontà per mio consiglio, e pon giù le prese
armi, tu e' tuoi compagni! E se tu disarmato temi le loro lance, chi credi tu
che sia tanto crudele e sì vile, che andasse armato a ferire i disarmati? Certo
non alcuno. E tu simigliantemente per adietro co' tuoi prieghi solevi atutare
l'acerbe volontà della romana giovanaglia, superba per troppo bene non
conquistato da loro, e non ti fidi con le tue parole amollare l'ira di costoro
se sopra te adirati venissero! Forse tu imagini di non essere ascoltato da
loro: or credi tu che questi sieno nati delle dure querce o delle alpestre
rocce, che essi non abbiano pietà, né che essi non ascoltino le tue parole, le
quali sì tosto come l'udiranno piene di soavità, così daranno incontanente
luogo alla nostra via? Deh! non ti recare a volere la forza del tuo piccolo
popolo sperimentare con così grande essercito, ch'egli è fortuna e non ragione,
quando di così fatte imprese si riesce a prosperevole fine. Non vedi tu che i
tuoi compagni volentieri sanza prendere armi si sarebbono stati, perché
conoscono il pericolo, se a te non l'avessero vedute pigliare? Ma tu,
prendendole, ne se' loro stata cagione. E se tu pur dubiti della crudeltà di
coloro, molto meglio è a fuggirci mentre che noi possiamo, che voler combattere
con loro. Vedi che le vicine montagne sono piene di folti boschi e di nascosi
valloni, ne' quali noi ci potremo assai bene nascondere, chi in una parte e chi
in un'altra. Deh! non aspettiamo più le punte di quelli ferri, i quali,
veggendoli, già mi porgono mortal paura. Andiamo, incominciamo la salutevole
fuga, alla quale non nocerà la non dissoluta nebbia che fa questa valle oscura.
Niuno nimico dee più volere del suo avversario che vederlosi fuggire davanti,
mostrando di temere la sua potenza. Però s'elli vengono per offenderci, essi
saranno contenti di vederci fuggire, e, ridendo fra loro, riterranno i correnti
cavalli, faccendosi beffe di noi: le cui beffe noi non curiamo, solamente che
noi scampiamo delle loro mani. Poi, se licito non c'è d'andar più avanti,
tornianci inanzi a Roma che noi vogliamo morire e non sapere come, però che
ciascuno è per divino comandamento tenuto di servare la sua vita il più che
puote. E siati ancora manifesto che ogni cavaliere non è della volontà del
signore, né così fiero. Questi, quando alquanto ci avranno cacciati,
lasciandoci andare, volontieri si riposeranno, e trovando le nostre ricchezze,
le quali sono assai, intenderanno a prenderle: e in quello spazio, concedendolo
Iddio, in alcuna parte ci potremo salvare. Deh! fa, Lelio, che in questa parte
sia il mio consiglio udito e servato da voi, e non guardare per che feminile
sia, che tal volta le femine li porgono migliori che quelli che subitamente
sono presi dall'uomo. Sia questa la prima e ultima grazia a me in questo
viaggio, nel quale alcun'altra domandata non te n'ho».
Queste
parole e molte altre piangendo Giulia fortemente diceva, abbracciando sovente
Lelio e rompendogli le parole in bocca; alla quale Lelio, ascoltato un pezzo,
rispose così:
[23]
«Giulia,
queste non sono le parole le quali a Roma nella nostra casa mi dicevi, quando
di grazia mi chiedesti di volere venire meco nel presente viaggio. Ov'è il tuo
virile ardire così tosto fuggito? Tu dicevi che più vigorosamente sosterresti
ne' bisogni l'armi e gli affanni che la vigorosa moglie di Mitridate, e io avea
intendi mento d'aggiugnerti al numero de' miei cavalieri con l'armi indosso, se
non fosse il creato frutto che tu nascondi in te. E tu ora solamente nella
veduta d'uomini de' quali noi dubitiamo, e ancora di loro condizione non siamo
certi, né sappiamo se sono amici o nimici, vuogli, non sappiendo per che,
pigliare la fuga? In questo atto non risomigli tu Cesare, il tuo antico avolo,
il quale ardire e prodezza ebbe più che alcun altro romano avesse mai. Ora,
cara compagna, non dubitare, e renditi sicura che niuno utile consiglio per noi
è che nelle nostre menti non sia molte volte stato ricercato e essaminato, e
niuno più utile che quello ch'è preso ne troviamo per la nostra salute. E credi
che Iddio non vuole che i suoi regni vilmente operando s'acquistino, ma
virtuosamente affannando: e però taciti, e nelle nostre virtù come noi medesimi
ti confida».
[24]
Udendo
Giulia Lelio esser pur fermo nel suo proposito, più amaramente piangendo gli si
gittò al collo, dicendo:
«Poi
che al mio consiglio non ti vuoi attenere, né mi vuoi far lieta della dimandata
grazia, fammene un'altra, la quale sia ultima a me di tutte quelle che fatte
m'hai. Fa almeno che quando le tue schiere affrontate co' non conosciuti nimici
saranno, che quando tu vedrai quel crudele cavaliere, qual che egli si sia, che
verso te dirizzerà l'aguta lancia, io misera, sì come tuo scudo, riceva il
primo colpo, acciò che agli occhi miei non si manifesti poi alcuno che disideri
d'offenderti. Questa mi fia grandissima grazia, però che un colpo terminerà
infiniti dolori. Oimè sconsolata! Or s'egli avvenisse che io sanza te mi
trovassi viva, qual dolore, quale angoscia fu mai per alcuna misera sentita sì
noiosa, che alla mia si potesse assimigliare? E quello che più mi recherebbe
pena sarebbe il voler morire e non potere. Ma certo io pur potrei, però che se
questo avvenisse, io sanza alcuno indugio, in quella maniera che Tisbe seguì il
suo misero Piramo, così la mia anima, cacciata del misero corpo con aguto
coltello, seguirebbe la tua ovunque ella andasse. Ma concedimi questa ultima
grazia, acciò che tu privi di molta tristizia la poca vita corporale che m'è
serbata: e io, la quale spero d'andare ne' santi regni di Giove, ti farò fare
presto degno luogo alla tua virtù».
Mentre
costei così pietosamente piangendo parlava, avendo a Lelio quasi tutto bagnato
il viso delle sue lagrime, il suo cuore per greve dolore temendo di morire,
chiamate a sé tutte l'esteriori forze, lasciò costei in braccio a Lelio
semiviva, quasi tutta fredda. E Lelio che lagrimando la volea confortare,
vedendo questo, sceso del suo cavallo, e presala nelle sue braccia, la ne portò
in un campo quivi vicino, nel quale fatto distendere alcun tappeto, lei a
giacere vi pose suso, e raccomandatala ad alquante damigelle di lei,
prestamente risalito a cavallo, tornò a' suoi compagni. Oimè, Lelio, or dove
lasci tu la tua cara Giulia, la quale tu mai non dei rivedere? Deh! quanto
Amore si portò tra voi villanamente, avendovi tenuti insieme con la sua virtù
tanto tempo caramente congiunti! e ora nell'ultimo partimento non consentire
che voi v'aveste insieme baciati, o almeno salutati! Tu vai, Lelio, al tuo
pericolo correndo, e lei semiviva abandoni ne' suoi danni. Oh! quanto le fia
gravoso il ritornare in sé gli spiriti, i quali vagabundi pare che vadano per
lo vicino aere, più che se mai non ritornassero, però che con minor doglia le
parrebbe essere passata.
[25]
A'
quali compagni ritornato, Lelio li trovò per le predette parole sì animosi
della battaglia che, poco più che fosse dimorato, gli avrebbe trovati mossi per
andare verso i loro nimici. Ma poi che egli con alcuna dolce paroletta gli ebbe
alquanto raffrenati, comandò a un santo uomo, il quale menato aveano con seco
per tal volta sacrificare a Giove, che egli prestamente gli rendesse degni
sacrificii; e questo fatto, davanti alle sue schiere, sì alto che tutti
potevano vedere, voltato a' suoi compagni, gli pregò che divotamente pregassero
Giove per la loro salute. E così, sanza discendere de' loro cavalli, in atto
reverente tutti divotamente cominciarono a pregare; e Lelio, davanti a tutti,
dicea così:
«O
sommo Giove, grazioso Signore, per la cui virtù con perpetua ragione si governa
l'universo, se tu per alcuni prieghi ti pieghi, riguarda a noi, e nel presente
bisogno ne porgi il tuo aiuto. Noi solamente in te speriamo, i quali disiderosi
dimoriamo nel santo viaggio del tuo caro fratello. E come tu, a cui niuna cosa
si nasconde, vedi, noi ci apparecchiamo di muovere nuove battaglie a strani
popoli, e non per ampliare le nostre ricchezze o il mondano onore, ma solamente
perché la tua santa legge per negligenza di noi non si occulti sotto la falsa
volontà di questa gente, la quale veramente credo che del tutto le siano
ribelli. Adunque prima il tuo aiuto ci porgi, sanza il quale indarno s'affatica
ciascuno operante, e appresso alcun manifesto segno dalla tua somma sedia ne
dimostra, il quale le nostre speranze conforti e i nostri cuori sempre ne' tuoi
servigi. E in questo ne dimostra il tuo piacere, acciò che noi, credendoci bene
adoperare, non bagnassimo le nostre mani in innocente sangue, o, sanza dovere,
nel nocente».
Appena
ebbe finita Lelio la sua orazione, che sopra lui e i suoi cavalieri apparve una
nuvoletta tanto lucente che appena poteano con li loro occhi sostenere tanta
luce; della quale una voce uscì, e disse:
«Sicuramente
e sanza dubbio combattete, che io sarò sempre appresso di voi aiutandovi
vendicare le vostre morti; e sanza alcuna ammirazione le presenti parole
ascoltate, che tal volta conviene che 'l sangue d'uno uomo giusto per
salvamento di tutto un popolo si spanda. Voi sarete oggi tutti meco nel vero
tempio di Colui il cui voi andate a vedere, e quivi le corone apparecchiate
alla vostra vittoria vi donerò».
E
questo detto, come subita venne, così subitamente sparve. Allora Lelio co'
suoi, lieti, si dirizzarono, ringraziando la divina potenza, e, riprese le loro
armi, s'apparecchiarono di resistere a' loro nimici, i quali con grandissimo
romore già s'appressavano a loro.
[26]
Non
credo che ancora i giovani compagni di Lelio avesseno riprese nelle destre mani
le loro lance, ripieni per le parole di Lelio di vigoroso ardire, disideranti
di combattere con la non conosciuta gente, quando a loro si scontrò molto
vicino, tanto che i dardi di ciascuna parte poterono, essendo gittati, ferire i
suoi avversarii, il nimico essercito. Gli aguti raggi del sole, il quale avea
già dissolute le noiose nebbie, gli lasciava insieme apertamente vedere, e
quelli che fidandosi della loro moltitudine erano discesi del monte sanza
alcuno ordine, credendo i loro avversarii trovare improvvisi, vedendogli armati
e con aguzzata schiera, superbi nell'aspetto, aspettarli fermati, dubitarono di
correre alla mortale battaglia così subiti.
I
divoti giovani stavano feroci avendo già dannata la loro vita, sicuri della
battaglia, e impalmatasi la morte anzi che cominciare vilissima fuga; e niuno
romore avverso rimosse le menti apparecchiate a grandi cose. Lelio allora
davanti a tutti i suoi, con dovuto ordine, a piccolo passo mosse la prima
schiera, la quale Sesto Fulvio guidava, e con aperto segno manifestò all'altre
che sanza bisogno non li seguissero. E già innumerabile quantità di saette e di
tremanti dardi erano sopra i romani giovani discese, gittate dagli archi di
Partia dalle arabe braccia, quando Lelio, nell'animo acceso di maravigliosa
virtù, mosso il potente cavallo, dirizzò il chiaro ferro della sua lancia verso
un grandissimo cavaliere, il quale per aspetto parea guidatore e maestro di
tutti gli altri, al quale niuna arme fu difesa, ma morto cadde del gran
destriere. Questi portò prima novelle della iniqua operazione commessa da Pluto
a' fiumi di Stige; questi prima bagnò del suo sangue il mal cercato piano e li
romani ferri.
Sesto,
che appresso Lelio correndo cavalcava, ferendone un altro, diede compagnia alla
misera anima. E i valorosi giovani seguendo i loro capitani, niuno ve n'ebbe
che peggiore principio facesse di Lelio, ma tutti valorosamente combattendo,
abbattuti i loro scontri, cavalcarono avanti. E già aveano la maggior parte di
loro, tutti per difetto delle rotte lance, tratte fuori le forbite spade, le
quali percosse, da' chiari raggi del sole, riflettendo minacciavano i
sopravegnenti nimici. Niuno risparmiava la volonterosa forza, ma tutti sanza
alcuna paura combatteano con la vile moltitudine. Lelio e Sesto, i quali avanti
procedeano, combatteano virilmente con due grandissimi barbari, i quali forti e
resistenti trovarono. E mentre l'aspra pugna durava, la moltitudine della
iniqua gente abondante premeva tanto i romani, che quasi costretti da vera
forza oltre al loro volere rinculavano. Lelio, il quale avea già abbattuto il
suo avversario, rivolto verso i suoi, li vide alquanto tirarsi indietro: allora
volto la testa del suo cavallo, con ritondo corso gli circuì, dicendo loro:
«L'ora
della vostra virtù disiderata è presente: spandete le vostre forze. Alla vostra
salute non manca altro che l'opera de' ferri aiutata dalle vostre braccia:
qualunque disidera di rivedere l'abandonata patria, e' cari padri, e' figliuoli,
e la moglie, e i lasciati amici, con la spada gli domandi. Iddio ha poste tutte
queste cose nel mezzo della battaglia. La migliore cagione ci dee porgere
speranza di vittoria, e la nostra vittoria ha bisogno di pochi combattitori,
però che la gran quantità de' nemici impediranno se medesimi ristretti nel
picciolo campo. Imaginate che qui davanti a voi dimorino li vostri padri, e le
vostre madri, e' vostri figliuoli piccolini, e ginocchioni lagrimando vi
prieghino che voi adoperiate sì l'arme, che voi vi rendiate a loro medesimi
vincitori; sì che voi poi narrando loro i corsi pericoli, paurosi e lieti gli
facciate in una medesima ora».
Le
parole di Lelio, parlante cose pietose, infiammarono i non freddi petti de'
romani giovani: essi sospinsero avanti la sostenuta battaglia, uccidendo non
picciola quantità della canina gente. Scurmenide, potentissimo barbaro, gia
riguardando la gente del suo signore per picciola quantità di combattenti
invilita voltarsi verso le sue insegne; come stimolo de' suoi e rabbia
dell'empio popolo, per tema che 'l cominciato male non perisca, da alcuna parte
si parò davanti a' paurosi cavalieri, e mirando verso loro conobbe quali
coltelli erano stati poco adoperati, e quali mani tremavano premendo la spada,
e chi avea le lance lente e chi le dispiegava, e chi combatte bene e chi no; e
questo veduto, parlò così:
«Ahi!
vilissimo popolazzo, ove torni tu? Con quale merito di guiderdone rivolgi tu i
tuoi passi verso le guardate bandiere? Certo la mia spada taglierà qualunque
arditamente non combatterà co' nimici».
Le
spente fiamme de' barbari cuori alquanto per le parole di costui si
ravvivarono; e voltarono i visi. Scurmenide accende i furori con le sue voci:
elli dava i ferri alle mani di coloro che gli aveano perduti, e gridava che i
contrarii volti sanza alcuna pietà sieno uccisi. Egli promuove e fa andare
inanzi i suoi, e coloro che si cessano sollicita con la battitura della rivolta
asta, e si diletta di veder bagnare i freddi ferri nell'innocente sangue.
Grandissima oscurità di mali vi nasce, e tagliamenti e pianti, a similitudine
di squarciata nube quando Giove gitta le sue folgori: l'armi sonano per lo peso
de' cadenti colpi, le spade sono rotte dalle spade. Sesto co' suoi non possono
più sostenere, però che la piccola quantità era tornata a minor numero
d'uomini.
Lelio,
che i casi della battaglia tutti provede con sollicita cura, con altissima voce
e con manifesti atti provoca la seconda schiera alla battaglia. Artifilo, che
lungo spazio avea sostenuto il disio della battaglia, muove sé e' suoi con
dovuto ordine; e volonterosi sottentrano a' gravi pesi della battaglia. E nel
primo scontro si dirizzò Artifilo verso il crudele Scurmenide, e mettendo
l'aguta lancia nelle sue interiora, sopra il polveroso campo l'abbatté morto.
Molti
n'uccisero nella loro venuta i nuovi schierati condotti da Artifilo, ma di loro
furono simigliantemente molti morti. Artifilo, perduta la lancia, portava nelle
sue mani una tagliente accetta, e sostenendo il sinistro corno della battaglia
andava uccidendo tutti coloro che davanti gli si paravano; e Lelio e Sesto nel
destro corno della battaglia combattevano. Uno ardito arabo, il quale Menaab si
chiamava, veduto il crudo scempio che Artifilo del barbarico popolo faceva con
la nuova arme, temendo i colpi suoi, prese un arco, e di lontano l'avvisò sotto
il braccio nell'alzare ch'egli facea dell'accetta, e quivi feritolo con una
velenosa saetta il credette aver morto. Ma Artifilo, sentito il colpo, quasi
come se niuna doglia sentisse, con la propia mano trasse la saetta delle sue
carni. E ripresa l'accetta, dirizzata la testa del suo cavallo verso colui che
già s'era apparecchiato di gittar l'altra, sopragiuntolo, gli diede sì gran
colpo sopra la testa che in due parti gliele divise. Quivi fu egli da molti de'
nemici intorniato, e il possente cavallo gli fu morto sotto: sopra 'l quale,
poi che morto cadde, dritto si levò difendendosi vigorosamente.
La
furiosa gente premeva tutta adosso a lui: egli uccideva qualunque nimico gli
s'appressava. E già n'avea tanti uccisi dintorno a sé, che, quanto la sua
accetta era lunga, per tanto spazio dintorno a sé avea di corpi morti
ragguagliata l'altezza del suo cavallo; e il taglio della sua arme era perduto,
ma in luogo di tagliare, rompeva e ammaccava le dure ossa degli aspri
combattitori. Infinite saette e lance sanza numero ferivano sopra Artifilo: il
suo forte elmo era in molti pezzi diviso; e già era più carico di saette, fitte
per lo forte dosso, che delle sue armi. Niuno era che a lui s'ardisse ad
appressare; ma egli, sopra i corpi morti andando, s'appressava a' suoi nimici
uccidendoli, e difendendo sé e chiamando i cari compagni che 'l soccorressero.
Veggendo
questo, Tarpelio, nipote del crudele re, trattosi avanti tra' suoi cavalieri,
lui ferì con una grossa lancia nel petto, e egli, già debole per lo mancato
sangue, cadde in terra, dove da' compagni di Tarpelio fu morto sanza niuno
dimoro. Lelio, che avea gli occhi volti in quella parte e molto si maravigliava
della grande virtù di Artifilo, quando vide questo non poté ritenere le
lagrime, ma sotto l'elmo chetamente bagnò per pietà il suo viso; e abandonato
Sesto, corse in quella parte ove ancora alquanti de' compagni d'Artifilo rimasi
vivi combattevano vigorosamente, ingegnandosi di vendicare la morte del loro
capitano. E quivi con la sua forza lungamente sostenne i pochi compagni. Ma poi
ch'egli vide Sesto, rimaso quasi solo, in molte parti del corpo ferito,
combattere, e sé male accompagnato, tirato indietro per convenevole modo, mosse
la terza schiera di Sculpizio Gaio, loro ultimo soccorso; alla quale Sesto e
quelli che erano per la battaglia pochi rimasi delle due schiere prime, tutti
s'accostarono, e rincominciarono sì forte la sventurata battaglia, che alcuna
volta prima non v'era stata tale. E ben che i resistenti fossero molti, la loro
moltitudine nel piccolo luogo nocea, però che l'uno impediva la spada
dell'altro per istrettezza: onde Sesto e Sculpizio, i quali avanti agli altri
vigorosamente combattevano con li loro pochi cavalieri, per forza,
uccidendogli, gli fecero rinculare e fuggire in campi ancora non bagnati
d'alcun sangue.
Il
re, che della montagna era disceso con fresca schiera, vedendo questo, alquanto
raffreddò l'ardente disio, e dubitando mosse i suoi cavalieri, e li terribili
suoni de' battagliereschi strumenti fecero di nuovo tremare i secchi campi. E
tanta polvere coperse l'aria con la sua nebbia per la furia de' correnti
cavalli, quanta ne manda il vento di Trazia nella soluta terra. E poi che la
superba e nuova compagnia de' cavalieri sopravenne adosso agli stanchi
combattitori, la dubbiosa vittoria manifestò il suo posseditore, però che non
fu licito a' cavalieri di Lelio d'andare adosso a' nimici, sì furono
subitamente intorniati da lungi e da presso con le piegate e con le diritte
lance.
La
piova delle saette mandate dagli africani bracci, e le gittate lance aveano
coperta la luce alla picciola schiera de' romani; ella si raccolse in piccola
ritondità, tanto che quelli i quali per le sopravegnenti saette, sanza potere
fare alcuna difesa, morivano, rimaneano ritti, i loro corpi sostenuti dagli
stretti compagni. Sculpizio, il quale non avea ancora le sue forze provate, fu
il primo che partito dalla ritonda schiera uscì correndo verso il re, il quale
s'apparecchiava d'affrettare la loro morte, e ferillo sì vigorosamente sopra
l'elmo che il re cadde a terra del gran cavallo quasi stordito, ma per lo buon
soccorso de' suoi tosto fu rilevato. Lelio e Sesto rincominciarono la
battaglia, faccendosi con le loro spade fare amplissimo luogo. Ma Sesto
fortunosamente correndo tra' nimici fu intorniato da loro, e mortogli il suo
cavallo sotto, e caduto in mezzo il campo, anzi che egli, debile, si potesse
rilevare, fu miserabilmente ucciso. Lelio, il quale la sua morte vide, pieno di
grave dolore conobbe bene il piacer di Dio; e ricordandosi dello annunzio fatto
loro, che tal volta conveniva che uno morisse per salvamento di tutto il
popolo, disse così:
«O
sommo Giove, e tu beato Iddio, i cui templi io visitare credea, poi che a voi è
piaciuto che i nostri passi più avanti che questo luogo non si distendano, io
non intendo di volere, co' pochi compagni i quali rimasi mi sono, per fuga
abandonare l'anime di quelli che davanti agli occhi miei giacciono morti. Io vi
priego che le loro anime riceviate e la mia, in luogo di degno sacrificio, se
vostro piacere è».
E
dette queste parole, corse sopra un cavaliere, il quale volea spogliare le
pertugiate armadure a Sesto, e lui ferì sì forte sopra il sinistro omero con la
sua spada, che gli mandò il sinistro braccio con tutto lo scudo in terra, e
quelli cadde morto sopra Sesto. Egli incominciò a fare sì maravigliose cose,
che nullo ve n'avea che non se ne maravigliasse; e Sculpizio non si portava
male. E' pochi compagni ricominciarono più aspramente a mostrare le loro forze
che non aveano fatto davanti, ma poco poterono durare. Il re, che d'ira ardeva
tutto dentro, vedendo Lelio sì maravigliosamente combattere e aver già perdute
per li molti colpi la maggior parte delle sue armi, quanto poté gli si fece
vicino, e gittatagli una lancia il ferì nella gola, e lui cacciò morto in terra
del debole cavallo. Sculpizio, vedendo questo, corse con la sua spada in mano
per ferire il re e per vendicare la crudele morte del suo amico, ma un
cavaliere, il quale si chiamava Favenzio, si parò davanti al colpo, al quale la
spada scesa sopra il chiaro cappello d'acciaio, tagliandolo, lui fendé quasi
infino a' denti; ma volendo ritrarre a sé la spada per ricoverare il secondo
colpo, non la poté riavere. Ond'egli, assalito di dietro, fu da' nimici
crudelmente ucciso. Nel campo non era più alcuno rimaso de' miseri compagni,
anzi sanza niuno combattimento più rimase il re Felice vittorioso nel misero
campo, faccendo cercare se la misera fortuna n'avesse alcuno riposto con cheto
nascondimento tra' suoi medesimi. Ma poi che alcuno non ve ne fu vivo trovato,
egli comandò che il suo campo fosse quivi fermato quella notte; poi, al nuovo
giorno, procederebbero.
[27]
Vedendo
il re che i fortunosi casi aveano conceduta la vittoria alle sue armi, in se
medesimo molto si rallegrò. Poi andando verso le tese trabacche guardando con
torto occhio i sanguinosi campi, vide grandissima quantità de' suoi cavalieri
giacer morti dintorno a pochi romani. E ben che l'allegrezza della dolente
vittoria gli fosse al principio molta, certo, vedendo questo, ella si cambiò in
amare lagrime, imaginando l'aspetto de' suoi cavalieri, i quali tutti
sanguinosi giaceano morti al campo, e udendo le dolenti voci e 'l triste pianto
che i suoi medesimi feriti faceano per lo campo. Egli diede a' suoi cavalieri
libero albitrio che le ricchezze rimase nel misero campo fossero da loro
rubate, e che ciò che ciascun si desse fosse suo; la qual cosa in brieve spazio
fu fatta. Elli disarmarono tutti i romani con presta mano, e non ne trovarono
alcuno che intorno a sé non avesse grandissima quantità di nimici morti né che
non fosse passato di cento punte. E i miseri cavalieri, i quali questo andavano
faccendo, aveano perduta la conoscenza de' loro padri e fratelli e compagni che
morti giacevano, per la polvere mescolata col sangue sopra i loro visi; ma poi
che essi, nettandoli co' propii panni per riconoscerli, ve n'ebbero ritrovati
molti, e tutti i più valorosi, il pianto e 'l romore cominciò sì grande, che il
re si credette da capo essere assalito, e con fatica racchetò i loro pianti,
ricogliendoli dentro ne' chiusi campi.
[28]
O
misera fortuna, quanto sono i tuoi movimenti varii e fallaci nelle mondane
cose! Ove è ora il grande onore che tu concedesti a Lelio quando prescritto fu
all'ordine militare? Ove sono i molti tesori che tu con ampia mano gli avevi
dati? Ove la gran famiglia? Ove i molti amici? Tu gli hai con subito giramento
tolte tutte queste cose, e il suo corpo sanza sepoltura giace morto negli
strani campi. Almeno gli avessi tu concedute le romane lagrime, e le tremanti
dita del vecchio padre gli avessero chiusi i morienti occhi, e l'ultimo onore
della sepoltura gli avesse potuto fare!
[29]
Avea
già, nel brieve giorno, Pean, che nell'ultima parte della guizzante coda
d'Almatea, nutrice dell'alto Giove, dimorava, trapassato il meridiano cerchio,
e con più studioso passo cercava l'onde di Speria, quando Giulia misera
dintorno a sé, ritornate le forze nel palido corpo, sentì piangere le dolenti
compagne, che già i loro danni aveano veduti; alle cui voci subitamente
levatasi, disse:
«Oimè
misera, qual è la cagione del vostro pianto?».
E
riguardandosi dintorno non vide il caro marito, nelle cui braccia avea perdute
le forze degli esteriori spiriti. Allora, non potendo tenere le triste lagrime,
disse:
«Oimè!
or dov'è fuggito, il mio Lelio? Ecco se la fortuna ha ancora concedute le
'nsegne al mio marito contra i non conosciuti nimici!».
E
dicendo queste parole, quasi uscita di sé si drizzò, e i miseri fati le volsero
gli occhi verso quella parte, la quale le dovea mostrare il suo dolore
manifestamente; e verso quella mirando, sentì lo spiacevole romore degli
spogliatori e vide il secco campo essere di caldo sangue tutto bagnato, e pieno
della nimica gente. Allora il dubitante cuore di quello che avvenuto era,
manifestamente conobbe i suoi gran danni. Ella non fu dalla feminile forza
delle sue compagne potuta ritenere, che ella non andasse tra' morti corpi sanza
alcuna paura; ma come persona uscita del natural sentimento, messesi le mani
ne' biondi capelli, gli cominciò con isconcio tirare a trarre dell'usato
ordine. E i vestimenti squarciati mostravano le colorite membra, che in prima
soleano nascondere. E bagnando le sue lagrime il bianco petto, sfrenatamente
sicura contra' nemici ferri, incominciò a cercare tra' morti corpi del suo caro
marito, dicendo alle sue compagne:
«Lasciatemi
andare: e' non è convenevole che così valoroso uomo rimanga ne' lontani campi
dalla sua città, sanza essere lagrimato e pianto. Poi che la fortuna gli ha
negate le lagrime del suo padre e de' suoi parenti e del romano popolo, non gli
vogliate anche torre quelle della misera moglie».
E
andando ella per lo campo piangendo e sprezzando le sue bellezze, molti corpi
morti con le propie mani rivolgea per ritrovare il suo misero marito, ma i
sanguinosi visi nascondeano la manifesta sembianza allo 'ntelletto. E poi che
ella molti n'ebbe rivolti, riconosciuto alle chiare armadure il suo Lelio, il
quale di molti morti nimici morto attorniato giacea, quivi sopr'esso semiviva
piangendo cadde; e dopo picciolo spazio drizzatasi, piangendo amaramente
s'incominciò a battere il chiaro viso con le sanguinose mani e a graffiarsi le
tenere gote. E aveasi già sì concia, che tra 'l vivo e 'l morto sangue che
sopra il viso le stava, non Giulia, ma più tosto uno de' brutti corpi morti nel
campo parea. Ella non si curava di bagnare il suo viso nell'ampie piaghe di
Lelio, anzi l'avea già quasi tutte piene d'amare lagrime. Ella spesse volte il
baciava e abbracciava strettamente, e nell'amaro pianto, riguardandolo, diceva
così:
«Oimè,
Lelio, ove m'hai tu abandonata? ove m'hai tu lasciata? Tra gente araba diversa
da' nostri costumi, de' quali niuno io non conosco! Almeno mi facesse Giove
tanta di grazia, che la loro crudeltà fosse con le loro mani operata in me,
come elli l'operarono in te; ma il feminile aspetto porta pietà in quelli petti
ov'ella non fu mai. Almeno sarei io più contenta che la mia anima seguisse la
tua ovunque ella fosse, che rimaner viva nella mortale vita dopo la tua morte.
Deh! per ché non fu licito al tuo virile animo di credere al feminile
consiglio? Certo tu saresti ancora in vita, e forse per lungo spazio saremmo
lieti insieme vivuti. Deh! ove fuggì la tua pietà, quando tu in dubbio di morte
nelle feminili braccia mi lasciasti di lungi alle tue schiere? Come non
aspettasti tu che io almeno t'avessi veduto inanzi che tu fossi entrato
nell'amara battaglia, e che io con le propie mani t'avessi allacciato l'elmo,
il quale mai per mia voglia non sarebbe stato legato, perché io conoscea sola
la fuga essere rimedio alla nostra salute? Oimè dolente, quanto è sconvenevole
cosa di volere adempiere l'uomo i suoi disideri contra 'l piacer di Giove! Noi
desiderammo miseramente i nostri danni quell'ora che noi domandammo d'aver
figliuoli, i quali se convenevole fosse suto che noi dovessimo avere, quella
allegrezza Giove sanza alcun boto ce l'avrebbe conceduto. O iniquo pensiero e
sconvenevole volontà, recate la morte in me, che non l'ho meno meritata che
costui; o almeno, o dolorosa fortuna, mi fosse stato licito di pararmi dinanzi
a' crudeli colpi, i quali costui innocente sostenne, sì com'io avea di grazia
adimandato! Omai non è al mio dolore niuno rimedio se non tu, morte! La quale
io sì come misera priego che tu non mi risparmi, ma vieni a me sanza niuno
indugio. Tu non dei omai potere più esser crudele, e massimamente a' prieghi
delle giovani donne, in tal luogo se' stata! Deh! piacciati inanzi di farmi
fare compagnia ne' miseri campi al mio marito, che lasciarmi nel mondo essemplo
di dolore a quelli che vivono. Uccidimi, non indugiar più! Oimè dolente! come
i' ho malamente seguito con effetto il perfetto amore della mia antica avola
Giulia, la quale, poi che vide i drappi del suo Pompeo tinti di bestial sangue,
temendo non fosse stato offeso, costrinse l'anima di partirsi dal misero corpo,
subitamente rendendola a' suoi iddii. Oh quanto le fu prosperevole il morire,
però che morendo poté dire: "Io non vedrò quella cosa la quale per dolore
mi conducerebbe a maggior pena, e poi a morte, ma morendo vincerò il
dolore". E io, misera!, davanti agli occhi miei veggio il mio dolore, e
non m'è licito di morire, né posso cacciar da me la misera anima, la quale per
paura sento che cerca l'ultime parti del cuore, fuggendosi dalla mia crudeltà.
Oimè, morte, io ti domando con graziosa voce, e non ti posso avere! Certo la
tua signoria è contraria del tutto agli atti umani, i quali i disprezzatori
delle loro potenze s'ingegnano di sottomettersi, risparmiando i fideli: e tu
coloro che più ti temono crudelmente assalisci, dispregiando gli schernitori
della tua potenza lungamente, e di questi sempre più tardi che degli altri ti
vendichi. Oh, quanto è misero colui che così comunal cosa, come tu se', gli
manca ad uno bisogno!».
Ella,
piangendo, più volte con aguti ferri caduti per lo campo si volle ferire il
tenero petto, ma, impedita dalle compagne, non potea. Poi si voltava agli aspri
rubatori e dicea:
«Deh!
crudeli cavalieri, i quali sanza alcuna pietà metteste l'agute lance per
l'innocente corpo, deh!, ammendate il vostro fallo tornando pietosi: uccidete
me, poi che voi avete morto colui che la maggior parte di me in sé portava!
Fate che io sia del numero degli uccisi! Questa pietà sola usando vi farà
meritar perdono di ciò che voi avete oggi non giustamente adoperato».
E
dette queste parole, ritornava a baciare il sanguinoso viso; e di questo non si
potea veder sazia, anzi l'avea già quasi tutto con le amare lagrime lavato, e
piangendo forte sopr'esso si dimorava dolente.
[30]
Ma
poi che il sole nascose i suoi raggi nelle oscure tenebre e le stelle
cominciarono a mostrare la loro luce, il campo si cominciò con taciturnità a
riposare, sì per l'affanno ricevuto il preterito giorno che richiedeva agli
affannati membri riposo, sì per l'allegrezza della vittoria che molte menti
avea nel vino sepellite. Solo l'angoscioso pianto di Giulia e delle sue
compagne facea risonare la trista valle, e questo risonava nelle orecchie al
vittorioso re. E egli, che ne' tesi padiglioni si riposava, udendo queste voci,
chiamò un nobile cavaliere, il quale s'appellava Ascalion, e disseli:
«Deh,
or di cui sono le misere voci che io odo, che non lasciano partire della nostra
mente in alcuno modo la crudele uccisione fatta nel passato giorno?».
«Sire
- disse Ascalion, - io imagino che sia alcuna donna, la quale forse era moglie
d'alcuno del morto popolo, e così mi pare avere inteso da' compagni, e
similmente la sua favella, la quale io intendo bene, il manifesta».***
Allora
gli comandò il re che elli andasse ad essa, e comandassele ch'ella tacesse,
acciò che 'l suo pianto non gli accrescesse più dolore che il preterito danno.
Mossesi Ascalion con alquanti compagni, e per l'oscura notte con picciol lume,
per lo sanguinoso campo scalpitando i morti visi, andarono in quella parte ove
essi sentirono le dolenti voci, e pervennero a Giulia; la quale, come Ascalion
la vide, imaginando le nascose bellezze sotto il morto sangue del suo viso,
mosso dentro a pietà, quasi lagrimando disse:
«O
giovane donna, il cui dolore invita gli occhi miei, veggendoti, a lagrimare, io
ti priego, per quella nobiltà che il tuo aspetto ne rapresenta, che tu ti
conforti e ponghi fine alle tue lagrime. Certo io non so qual sia la cagione
della tua doglia, ma credo che sia grande; e chente ch'ella sia, io non credo
che per lo tuo pianto si possa emendare, ma più tosto piangendo aumentare la
potresti. E noi medesimi, i quali, se al ricevuto danno volessimo ben pensare,
certo noi non faremmo mai altro che piagnere; e considerando quello che è
detto, ci ingegnamo di dimenticare quello che ancora non vuole fuggire delle
nostre memorie. E simigliantemente il re nostro signore te ne manda pregando; e
credo che molto gli sarebbe caro, secondo il suo parlare, che tu venissi
dinanzi al suo cospetto».
Giulia,
udendo la romana loquela, la quale Ascalion, lungamente dimorato a Roma, impresa
avea, alzò il viso verso lui, forse credendo che fosse alcun de' miseri
compagni di Lelio, e con torti occhi riguardando il cavaliere e vedendo ch'egli
era della iniqua gente, piangendo il richinò, e gittando un gran sospiro,
disse:
«Niun
conforto sentirà l'anima mia, se voi nol mi porgete. Voi m'avete con le vostre
spietate braccia ucciso colui il quale era mio conforto e mia ultima speranza.
Acciò che l'anima mia possa seguire per le dilettevoli ombre quella del mio
Lelio, questo graziosamente vi domando, questo fia l'ultimo bene che io spero,
e a voi non fia niente. Voi avete oggi bagnate le vostre mani in tanti sangui,
che io non accrescerò la somma del vostro peccato per la mia morte, ma la farò
più lieve per la pietà che voi userete uccidendomi. Deh! aggiungetemi al triste
numero, acciò che si possa dire: "Giulia amò tanto il suo Lelio, che ella
fu del numero de' corpi morti con lui insieme ne' sanguinosi campi". E se
voi non volete usar questa pietà, almeno prestate alle mie mani la tagliente
spada, e consentite che sanza briga di queste mie compagne io possa morire,
essendone le mie mani cagione».
Ascalion
e' suoi compagni, che vedeano il chiaro viso tutto rigare di vermiglio sangue,
lagrimavano tutti per pietà di costei; e piangendo le rispose e disse:
«Giovane,
gl'iddii facciano le mie mani di lungi da sì fatto peccato. Certo io fuggii
oggi per non bagnarmi nella dolente occisione: ma tu, perché piangendo e
sconfortandoti guasti il tuo bel viso? Perché desideri d'incrudelire contra te
medesima? Credi tu con la tua morte render vita al morto marito? Questo sarebbe
impossibile. Ma levati su, e non volere qui però nelle sopravegnenti tenebre
apparecchiare la tua bella persona alle selvatiche bestie, le quali alla tua
salute potrebbono essere contrarie, però che vivendo ancora potrai forse
riavere il perduto conforto. Levati su, e segui i nostri passi, e non dubitar
di venire a' reali padiglioni con le tue compagne, ch'io ti giuro, per quelli
iddii ch'ìo adoro, che, mentre che essi mi concederanno vita, il tuo onore e
delle tue compagne sarà sempre salvo a mio potere, solo che vostro piacer sia.
Ora ti leva, non dimorare più qui, vieni nella presenza del nostro signore, il
quale, ancora che dolente sia, veggendo il tuo grazioso aspetto, ti onorerà sì come
degna donna. Or se noi ti volessimo qui lasciare, non ti spaventano gl'infiniti
spiriti de' morti corpi, sparti per lo piagnevole aere? Non dubiti tu degli
scelerati uomini che sogliono essere ne' tumultuosi esserciti, i quali,
trovandoti qui, non si curerebbono di contaminare il tuo onore e delle tue
compagne? Deh! vieni adunque, ché vedi che io e' miei compagni per compassione
di te righiamo i nostri visi d'amare lagrime».
Giulia
non facea altro che piagnere; e ben ch'ella fosse molto dolorosa, non per tanto
dimenticò la sua anima i cari ammaestramenti della gentilezza, e non volle
nelle avversità parere villana a' divoti prieghi del nobile cavaliere; ma preso
con le sue mani un bianco velo, coperse il palido viso di Lelio e con un suo
mantello tutto il corpo, e poi si voltò ad Ascalion e disse:
«I
vostri prieghi hanno sì presa la mia dolorosa anima, che io non mi so mettere
al niego di quello che dimandato m'avete. E poi che Iddio e voi mi negate la
morte, quella cosa che io più disidero, io m'apparecchio di venire in quelle
parti ove piacer vi fia; ma caramente raccomando in prima me e le mie compagne
e 'l nostro onore nelle vostre braccia, pregandovi, per la gentile anima che
guida i vostri membri, che come di care sorelle il serviate e non consentiate
che di quello che le misere anime de' nostri mariti, rinchiuse ne' mortali
corpi, si contentarono, sciolte da essi si possano ramaricare».
E
volendosi levare, per debolezza fra le sue compagne supina ricadde. Allora
Ascalion teneramente per lo destro braccio la prese; e dall'altra parte un suo
compagno sostenendola e con dolci parole confortandola, e con lento passo
andando, pervennero alle reali tende, nelle quali entrati, il re vedendo
costei, vinto per lo pietoso aspetto, umilmente la riguardò; e avendo già udito
da Ascalion gran parte della condizione di lei, comandò ch'ella fosse onorata.
Giulia, veduto il re, ancor che per debolezza le fosse grave, pur gli
s'inginocchiò davanti e lagrimando disse:
«Alto
signore, a questi nobili cavalieri è piaciuto di menarmi nel vostro cospetto,
nel quale piacciavi che io trovi quella grazia che da loro non ho potuta avere.
Io non credo che la misera Ecuba né la dolente Cornelia ne' loro danni
sentissero maggiore doglia che io fo in quello che da voi ho ricevuto, né credo
che effettuosamente alcuna di loro disiderasse de' suoi nimici vendetta, com'io
disidero di voi, solo che prendere ne la potessi. Ma poi che la fortuna m'ha il
potere levato, e fattami vostra prigione, datemi, per guiderdone della fiera
volontà ch'io ho verso di voi, la morte».
Non
sofferse il re che Giulia stesse in terra davanti a lui, ma con la propia mano
levatala in piè, la fece sedere davanti a sé, e risposele così:
«Giovane
donna, il vostro lagrimoso aspetto m'ha fatto divenire pietoso e quasi m'invita
con voi insieme a lagrimare. E certo io non mi maraviglio del vostro parlare,
il quale dimostra bene il vostro gran dolore, ché usanza suole essere de'
miseri di volere quello che maggior miseria loro arrechi, infino a quell'ora
che la tristizia pena a dar luogo al natural senno. E però che io conosco che
voi ora più adirata che consigliata domandate la morte, e mostrate ver me
crudel volontà, né la morte vi fia per me conceduta, né ancora le adirate
parole credute. Ma quando voi avrete alquanto mitigate le giuste lagrime che
voi spandete, io vi farò conoscere come la fortuna non sia contro di voi del
tutto adirata, né ch'ella v'abbia fatta mia prigione; e ancora conoscerete che
sia suto il migliore rimanere in vita, sì per voi e sì per l'anima del vostro
marito. Ma ditemi, se vi piace, qual sia la cagione del vostro pianto, e chi
voi siete, e onde e ove voi andavate».
Giulia,
piangendo, con pietosa voce gli rispose:
«lo
sono romana, e fui misera sposa del morto Lelio, il quale voi oggi con le
propie mani uccideste, e quinci muove il mio tristo lagrimare; e andavamo al
santo Iddio, posto nell'ultime fini de' vostri regni, per lo ricevuto dono
della mia pregnezza».
Udendo
questo, il re, quasi stupefatto, tutto si cambiò, e disse:
«Oimè!
or dunque non foste voi con gli assalitori del mio regno, i quali all'entrare
in esso arsero la ricca Marmorina?».
«Signore
no - rispose Giulia, - ma passando per essa, la vedemmo bella e ornata di
nobile popolo».
Allora
dolfe al re molto di quello che era fatto; e sospirando le disse:
«Giovane
donna, i fortunosi casi sono quasi impossibili a fuggire; a noi fu porto tutto
il contrario di quello che voi ne porgete, e questo ne mosse a fare quello che
omai non può tornare adietro, e che ci duole. E non è dubbio che voi avete nel
preterito giorno gran danno ricevuto, e io non piccolo; ma però che il nostro
lagrimare niente il menomerebbe, convienci prender conforto. E a cui che il
lagrimare stia bene, a noi e' si disdice, i quali co' propii visi abbiamo a
confortare i nostri sudditi. Adunque confortatevi, e qui meco rimanete; e dopo
il preso conforto, se a voi piacerà altro marito, io ho nella mia corte assai
nobili cavalieri, de' quali quello che più vi piacerà, in guiderdone
dell'offesa che fatta v'ho, vi donerò volontieri; e se voi alle ceneri del
morto marito vorrete pure servar castità, continuamente in compagnia della mia
sposa come cara parente vi farò onorare. E se l'esser meco non vi piacerà, io
vi giuro per l'anima del mio padre che, dopo l'alleviamento del vostro peso,
infino in quella parte ove più vi piacerà d'andare, onorevolemente vi farò
accompagnare. A dire quanto mi dolga di quello ch'è fatto per lo mio subito
furore, sarebbe troppo lungo a narrare, però ch'io ci ho perduto un caro nipote
e molti buoni cavalieri, e voi ho sanza vostra colpa offesi».
Giulia
non rattemperava per tutte queste parole il dolente pianto, anzi, piangendo,
nel savio animo diliberò che molto valea meglio di rimanere al proferto onore,
fingendo il suo mal talento, infino che la fortuna la recasse nel pristino
stato, che miseramente cercare gli strani paesi; e con sospirevole voce, rotta
da dolenti singhiozzi, rispose:
«Signor
mio, nelle vostre mani è la mia vita e la mia morte: io non mi partirò mai dal
vostro piacere».
Comandò
allora il re che ella in alcuno padiglione, sotto la fidata guardia di
Ascalion, ella e le sue compagne fossero onorate.
[31]
Come
il nuovo sole uscì nel mondo, il re con la sua compagnia, insieme con Giulia,
verso Sibilia, antica città negli esperii regni, presero il cammino; ma avanti
che i loro passi si mutassero, Giulia di grazia domandò che 'l corpo del suo
Lelio non rimanesse esca de' volanti uccelli. Al quale il re comandò che
onorevole sepoltura fosse data, ad esso e a tutti gli altri che piacesse a lei,
e agli altri del campo. Fu allora Lelio, e molti altri, con molte lagrime
sepellito dopo i fatti fuochi, ben che molti ne rimanessero sopra la vermiglia
arena, che di varii ruscelletti di sangue era solcata.
[32]
Rimaso
solo di vivi il tristo campo, in pochi giorni col corrotto fiato convocò in sé
infinite fiere, delle quali tutto si riempié. E non solamente i lupi di Spagna
occuparono la sventurata valle, ma ancora quelli delle strane contrade vennero
a pascersi sopra' mortali pasti. E i leoni affricani corsero al tristo fiato,
tignendo gli aguti denti negli insensibili corpi. E gli orsi, che sentirono il
fiato della bruttura dello 'nsanguinato tagliamento, lasciarono l'antiche selve
e i segreti nascondimenti delle lor caverne. E i fedeli cani abandonaron le
case de' lor signori: e ciò che con sagace naso sente la non sana aria si mosse
a venir quivi. E gli uccelli, che per adietro avean seguitati i celestiali
pasti, si raunarono; e l'aria mai non si vestì di tanti avoltoi, e mai non
furono più uccelli veduti adunati insieme, se ciò non fosse stato nella misera
Farsaglia, quando i romani prencipi s'afrontarono.
Ogni
selva vi mandò uccelli: e i tristi corpi, a cui la fortuna non avea conceduto
né fuochi né sepoltura, erano miseramente dilacerati da loro, e le lor carni
pasceano gli affamati rostri. Ogni vicino albero parea che gocciolasse
sanguinose lagrime per li sanguinosi unghioni che premeano gli spogliati rami:
il passato autunno gli aveva spogliati di foglie, e' crudeli uccelli col morto
sangue premuto da' lor piedi gli aveano rivestiti di color rosso, e' membri
portati sopra essi ricadevano la seconda volta nel tristo campo, abandonati
dagli affaticati unghioni. Ma con tutto questo il gran numero de' morti non era
tutto mangiato infino all'ossa, ancor che squarciato tra le fiere si partisse;
gran parte ne giace rifiutato, ben che dilacerato sia tutto: il quale il sole e
la pioggia e 'l vento macera sopra la tinta terra, fastidiosamente mescolando
le romane ceneri con l'arabiche non conosciute.
[33]
Entrò
il re Felice vittorioso con gran festa in Sibilia; e poi che egli fu smontato
del possente cavallo e salito nel real palagio, e ricevuti i casti
abbracciamenti dell'aspettante sposa, egli prese l'onesta giovane Giulia per la
mano destra, e davanti alla reina sua sposa la menò dicendo:
«Donna,
te' questa giovane la quale è parte della nostra vittoria: io la ti raccomando,
e priegoti che ella ti sia come cara compagna e di stretta consanguinità
congiunta in ogni onore».
Teneramente
a' prieghi del re ricevette la reina Giulia e le sue compagne; ma non dopo
molti giorni, partendosi il re di Sibilia, con lui se n'andarono in Marmorina:
la quale quando il re vide non essere quello che falsamente Pluto in forma di
cavaliere gli aveva narrato, e trovò ancor vivo colui il quale morto credeva
aver lasciato ne' lontani boschi, forte in se medesimo si meravigliò, e dicea:
«O
gl'iddii hanno voluto tentare per adietro la mia costanza, o io sono ingannato.
A me pur con vera voce pervenne che la presente città era da romano fuoco arsa,
e ora con aperti occhi veggo il contrario. E il narratore di così fatte cose
pur morì nella mia presenza, e io gli feci dare sepoltura: e ora qui davanti
vivo mi si rapresenta».
In
questi pensieri lungamente stato, non potendo più la nuova ammirazione
sostenere, chiamò a sé quel cavaliere, il quale già credeva che nell'arene di
Spagna fosse dissoluto, e dissegli:
«Le
tue non vere parole t'hanno degna morte guadagnata, però che esse non è ancora
passato il secondo mese poi mossero il nostro costante animo a grandissima ira
e ad inique operazioni sanza ragione. Or non ci narrasti tu la distruzione
della presente città con piagnevole voce, la quale noi ora trovata abbiamo
sanza niuno difetto? Tu fosti cagione di farci commuovere tutto il ponente
contra la inestimabile potenza de' romani, del qual movimento ancora non
sappiamo che fine seguire ce ne debbia».
Maravigliossi
molto il cavaliere, udite le parole, dicendo umilemente:
«Signor
mio, in voi sta il farmi morire o il lasciarmi in vita, ma a me è nuovo ciò che
voi mi narrate; e poi che voi qui mi lasciaste, mai io non mi partii, e a ciò
chiamo testimonii gl'iddii e 'l vostro popolo della presente città, il quale
seco mi ha continuamente veduto; né mai dopo la vostra partita ci fu alcuna
novità».
Allora
si maravigliò il re molto più che mai, dicendo fra se medesimo: "Veramente
hanno gl'iddii voluto tentar le mie forze e aggiungere la presente vittoria
alle nostre magnificenzie". E allegro della salva città abandonò i
pensieri, contento di rimaner quivi per lungo spazio.
[34]
La
reina, gravida di prosperevole peso, affannata per lo lungo cammino, volontieri
si riposava, e con lei Giulia molto più affaticata, ma quasi continuamente o il
bel viso bagnato d'amare lagrime o la bocca piena di sospiri teneva; alla quale
un giorno la reina, vedendola dirottamente piangere, disse così:
«Giulia,
sanza dubbio io so che tu, sì come io, in te nascondi disiato frutto, e'
manifesti segnali mostrano te dovere essere vicina al partorire, onde col tuo
piangere gravemente te e lui offendi. Tu hai già quasi il bel viso tutto
consumato e guasto, e le tue lagrime l'hanno occupato d'oscura caligine e di
palidezza; onde io ti priego che tu non facci più questo: anzi ti conforta, e
spera che noi insieme avremo gioioso parto. Non sai tu che per lo tuo lagrimare
il ricevuto danno non menoma? Poi che i fati ti sono stati avversi, appara a sostenere
con forte animo le contrarie cose e' dolenti casi della fortuna. Deh! or tu
m'hai già detto, se io ho bene le tue parole a mente, che tu se' nata di
nobilissima prole romana; or se questo è il vero, come io credo, e' ti dovrebbe
tornare nella mente del forte animo che Orazio Pulvillo, appoggiato alla porta
del tempio di Giove Massimo, udendo la morte del figliuolo, ebbe; e come Quinto
Marzio, tornato da' fuochi dell'unico figliuolo, diede quel giorno sanza
lagrimare le leggi al popolo. Questi e molti altri vostri antichi avoli con
fermo animo nelle avversità mostrarono la loro virtù, per la quale il mondo
lungamente si contentò d'essere corretto da cotali reggitori. Adunque, poi che
di tal gente hai tratta origine, si disdicono a te, più che ad un'altra, le
lagrime. Non credi tu che essi nelle loro avversità sostenessero doglia, come
tu fai? Certo sì fecero; ma volsero anzi seguire la magnanimità de' loro nobili
animi, i quali conosceano la natura delle caduche e transitorie cose, che la
pusillanimità della misera carne, acciò che le loro operazioni fossero essemplo
a' loro successori in ciascuno atto».
Queste
e molte altre parole usava spesso la reina in conforto di Giulia.
[35]
Giulia
conoscea veramente che la reina l'amava molto, e da grande amore procedeano
queste parole, le quali vere la reina le diceva, ond'ella incominciò a
riprender conforto e a porre termine alle sue lagrime. E per fuggire ozio, il
quale di trista memorazione de' suoi danni l'era cagione, con le propie mani
lavorando, sovente faceva di seta nobilissime tele di diverse imagini figurate,
allato alle quali, o misera Aragne, le tue sarebbero parute offuscate da
nebulose macchie, come altra volta parvero, quando con Pallade avesti ardire di
lavorare a pruova. Queste opere aveano sanza fine multiplicato l'amore della
reina in lei, però che molto in simili cose si dilettava. Onde, come l'amore,
così l'onore a lei e alle sue compagne multiplicare fece.
[36]
Non
parve a Pluto avere ancora fornito il suo iniquo proponimento, posto ch'egli
avesse con le sue false parole commosse l'occidentali rabbie sopra gl'innocenti
romani; ma poi ch'egli ebbe nel cospetto del re Felice lasciato vilmente
disfatto il falso corpo, un'altra volta riprese vana forma d'una giovane
damigella di Giulia, chiamata Glorizia, la quale con lei ancora viva dimorava,
e con sollicito passo entrò nell'ampio circuito delle romane mura. E già
Calisto mostrando le sue luci, tacitamente, disciolti i capelli, entrò negli
alti palagi di Lelio, stracciandosi tutta; ne' quali poi che ella fu ricevuta
dal padre del morto Lelio e da' cari fratelli di Giulia, i quali, stupefatti
tutti di tale accidente, taciti si maravigliavano, forte piangendo così
cominciò loro a parlare:
[37]
«Poi
che gli avversari movimenti della fortuna, invidiosa della nostra felicità,
trassero della dolente città il vostro caro figliuolo e la sua moglie, a me
carissima donna, con quella compagnia con la quale voi medesimi ci vedeste, e
da cui voi, porgendo teneri baci e le vostre destre mani, piangendo vi
dipartiste, noi avventurosamente, fin che a' miseri fati piacque, camminammo.
Ma poi che a loro piacque di ritrarre la mano dalle nostre felicità, noi una
mattina quasi nelle prime ore cavalcando per una profonda valle, occupate le
nostre luci da noiosa nebbia, assaliti fummo da innumerabile quantità di
predoni, vaghi del copioso arnese, il quale a noi non molto lontano andava, e
del nostro sangue: e l'assalirci e 'l privarci dell'arnese non occupò più che
un medesimo spazio di tempo. E appresso rivolti a noi con li aguzzati dardi,
Lelio co' suoi compagni e la vostra Giulia di vita amaramente privarono. Io
pavida piangendo, non so come delle inique mani fuggii; e fuggendo, per tema
non ritornare nelle loro mani, per lo dolente cammino più volte ho sostenuto
mortal dolore».
E
co' pugni stretti, dette queste parole, cadde semiviva nelle loro braccia, la
quale essi piangendo portarono sopra un letto, richiamando con freddi liquori
le forze esteriori.
[38]
Incominciossi
nel gran palagio un amarissimo pianto, e quasi per tutta Roma, ovunque il
grazioso giovane e la piacente Giulia erano conosciuti, si piangea. L'aere
risonava tutto di dolenti voci, tali che per lo preterito tempo alcuno anziano
non si ricordava che tal doglia vi fosse stata per alcuno accidente. E certo
che tu appena, o Bruto, riformatore della libertà del romano popolo, vi fosti
tanto lagrimato dal rozzo popolo. E da quell'ora inanzi ciascun romano cominciò
ad essere pauroso d'andar cercando gli strani altari o di portare gl'incensi a'
lontani iddii fuori di Roma; e per lo gran dolore del morto Lelio lungamente
lasciarono i nobili adornamenti, vestendo lugubri veste, così gli altri romani
come i suoi distretti parenti.
[39]
Mentre
la fortuna con la sua sinistra voltava queste cose, s'appressò il termine del
partorire alla reina, e simigliantemente a Giulia; e nel giocondo giorno eletto
per festa de' cavalieri, essendo Febo nelle braccia di Castore e di Polluce
insieme, non essendo ancora la tenebrosa notte partita, sentirono in una
medesima ora quelle doglie che partorendo per l'altre femine si sogliono
sentire. Dopo molte grida, essendo già la terza ora del giorno trapassata, e la
reina del gravoso affanno, partorendo un bel garzonetto, si diliberò, contenta
molto in se medesima di tal grazia, sanza fine lodando i celestiali iddii; e
similmente il re, udita la novella, fece grandissima festa, però che sanza
alcun figliuolo era infino a quello giorno dimorato. Niuno altare fu in
Marmorina negli antichi templi sanza divoto fuoco. E i freschi giovani con
varii suoni, cantando, andavano faccendo smisurata festa. L'aere risonò
d'infiniti sonagli per li molti armeggiatori, continuando per molti giorni
grandissima gioia.
[40]
Avea
già il sole per lungo spazio trapassato il meridiano suo cerchio, avanti che
Giulia del disiderato affanno liberare si potesse: anzi, con grandissime voci
invocando il divino aiuto, sostenea grandissima doglia. Ma tra la erronea gente
si dubitava non Lucina sopra i suoi altari stesse con le mani comprese,
resistendo a' suoi parti, come fece alla dolente Iole, quando ingannata da
Galanta la convertì in mustella; e con divoti fuochi s'ingegnavano di mitigare
la colei ira, per liberare Giulia di tale pericolo. Ma poi che a Giove piacque
di dar fine a' suoi dolori, egli, ella partorendo, le concedette una figliuola
non variante di bellezza dalla sua madre; la quale come fu nata, Giulia,
sentendo la sua anima disiderosa di partirsi dal debile corpo, contenta del piacere
di Dio, domandò che la sua unica figliuola, avanti la morte sua, le fosse posta
nelle tremanti braccia. Glorizia, cameriera e compagna di Giulia, coperta la
picciola zitella con un ricco drappo, la pose in braccio alla madre, la quale,
poi che la vide, sospirando la baciò, e piangendo, voltata a Glorizia, gliele
rendé, dicendo:
«Cara
compagna, sanza dubbio di presente sento mi converrà rendere l'anima a Dio, e
nel presente giorno ringraziarlo di doppio dono, sì come della dimandata
progenie e della disiderata morte. Ond'io ti raccomando la cara figliuola, e,
per quello amore che tra te e me è stato, ti priego che in luogo di me le sii
sempre madre»; e dicendo queste parole alla dolente Glorizia, che nell'un
braccio tenea la picciola fanciulla e nell'altro il capo di lei parlante, rendé
l'anima al suo fattore umile e divota.
[41]
Cominciossi
nella camera un doloroso pianto, e massimamente da Glorizia, la quale, tenendo
in braccio la figliuola della morta Giulia, dicea:
«O
sventurata figliuola, inanzi alla tua natività cagione della morte del tuo
padre, e nascendo hai la tua madre morta! Oimè! quanta sarebbe l'allegrezza de'
miseri parenti, se in vita t'abbracciassero, come io fo! O figliuola di lagrime
e d'angoscia, quanto ha Giove mostrato che la tua natività non gli piacea!
Oimè, di che amaro peso sono io ancora sanza umano conoscimento divenuta
madre!».
E
poi si volgea sopra il freddo corpo di Giulia, il quale tanta pietà porgea a
chi morto il riguardava, che per vivere ciascuno ne torcea le luci; e dicea:
«O
cara donna, ove m'hai tu misera con la tua figliuola lasciata? Deh! perché non
m'è elli licito poterti seguire? Già era uscito della mia mente il gravoso
dolore della crudele morte di Lelio, ma tu ora morendo m'hai doppia doglia
rinnovata. Oimè misera! omai niuno conforto più per me s'aspetta».
Così
piangendo questa, e l'altre che con lei nella camera dimoravano, pervennero le
dolorose voci alle orecchie della reina, la quale, allegra del nato figliuolo,
prima si maravigliò, dicendo:
«Chi
piange invidioso de' nostri beni?», poi più efficacemente domandando, volle
sapere la cagione di cotal pianto. E fatta chiamare alcuna femina della camera
ove le misere piangeano, domandò qual fosse la cagione del loro pianto. Quella
rispose:
«Madonna,
quando Febo lasciò il nostro emisperio sanza luce, Giulia si diliberò,
partorendo una bellissima creatura, del noioso peso; e non dopo molto spazio,
rimasa debile, passò a miglior vita, e ha lasciato fra noi il grazioso corpo sì
pieno d'umiltà nell'aspetto, che alcuno che il guardi non può ritenere in sé
l'amaro pianto; e questo è quello che voi udito avete».
[42]
Quando
la reina udì queste parole, sospirando disse:
«Oimè!,
dunque ci ha la piacente Giulia abandonati?»; e comandò che 'l corpo di Giulia
fosse nel suo cospetto recato; sopra 'l quale, poi che ella il vide, sparse
amare lagrime e molte. E veramente il suo lieto animo non era il presente
giorno tanto rallegratosi della natività dell'unico figliuolo, quanto la morta
Giulia col suo pietoso aspetto l'attristò più. Ella comandò ch'ella fosse il
vegnente giorno onorevolemente sepellita; e presa nelle sue braccia la bella
figliuola, lagrimando molte volte la baciò, dicendo:
«Poi
che alla tua madre non è piaciuto d'esser più con noi, certo tu in luogo di lei
e di cara figliuola ne rimarrai. Tu sarai al mio figliuolo cara compagna e
parente del continuo».
Molte
fiate nel futuro pianse queste parole la reina, le quali nescientemente
profetico spirito l'avea fatta parlare.
[43]
Sparsesi
per la reale corte e per tutta Marmorina la morte della graziosa Giulia, la
quale con la sua piacevolezza aveva sì presi gli animi di coloro che sua
notizia aveano, che niuno fu che per pietà non spandesse molte lagrime. E il re
similemente piangendo mostrò che di lei molto gli dolesse. Ma poi che il
seguente giorno, lavato il corpo e rivestito di reali vestimenti, fu sepellito
tra' freddi marmi, con quello onore che a sì nobile giovane si richiedea, elli
scrissero sopra la sua sepoltura questi versi:
Qui
d'Antropòs il colpo ricevuto,
giace
di Roma Giulia Topazia,
dell'alto
sangue di Cesare arguto
discesa,
bella e piena d'ogni grazia,
che,
in parto, abandonati in non dovuto
modo
ci ha: onde non fia già mai sazia
l'anima
nostra il suo non conosciuto
Iddio
biasmar, che fé sì gran fallazia.
[44]
Assai
sturbò la gran festa incominciata della natività del giovane la compassione che
ogni uomo generalmente portava alla morte di Giulia. Ma poi che alquanti giorni
furono passati, piacque al re Felice di vedere il suo figliuolo e la bella
pulcella nata con lui in un medesimo giorno; e entrato con alcuno barone nella
camera della reina, prima dolcemente la confortò domandandola di suo stato, poi
comandò che le due creature gli fossero arrecate davanti. Furongli arrecati
amenduni i garzonetti involti in preziosi drappi: i quali, poi ch'egli gli ebbe
amenduni nelle sue braccia, per lungo spazio li riguardò, e vedendoli amenduni
pieni di maravigliosa bellezza, e simiglianti insieme, disse così:
«Certo
piacevole e giocondo giorno vi ci donò, nel quale ogni fiore manifesta la sua
bellezza: i cavalieri simigliantemente e le gaie donne si rallegrano faccendo
gioiosa festa. Adunque convenevole cosa è che voi in rimembranza della vostra
natività, e per aumentamento delle vostre bellezze, siate da così fatto giorno
nominati. E però tu, caro figliuolo, sì come primo nato, sarai da tutti
universalmente chiamato Florio, e tu, giovane pulcella, avrai nome
Biancifiore»; e così comandò che da quella ora in avanti fossero continuamente
chiamati. E voltatosi alla reina, principalmente Florio le raccomandò; dopo
questo la pregò molto che Biancifiore tenesse cara, però che aspetto avea di
dovere ogni altra donna passare di bellezza, e che egli in luogo di Giulia
sempre la volea tenere. E dopo queste parole, contento di sì bella erede, si
partì dalla reina.
[45]
Teneramente
raccomandò la reina alle balie le picciole creature, e con sollecita cura le
facea nudrire. Ma poi che, lasciato il nudrimento delle balie, vennero a più
ferma età, il re facea di loro grandissima festa, e sempre insieme realmente
vestir li facea; e quasi non gli era la pulcella, che in bellezza ciascun
giorno crescea, men cara che fosse il suo Florio. E vedendo che già Citerea,
donna del loro ascendente, s'era dintorno a loro ne' suoi cerchi voltata la
sesta volta, provide di volere che, se la natura in senno gli avesse in alcuno
atto fatti difettosi, elli, studiando, per la scienza potessero ricuperare
cotal difetto. E fatto chiamare un savio giovane, nominato Racheio, nell'arti
di Minerva peritissimo, gli commise che i due giovinetti effettuosamente
dovesse in saper leggere ammaestrare. E appresso chiamato Ascalion,
simigliantemente amendue glieli raccomandò, dicendo:
«Questi
sieno a te come figliuoli. Niuno costume né alcuna cosa, che a gentili uomini o
donne si convenga, sia che tu a costoro non insegni, però che in loro ogni mia
speranza è fissa: e essi sono l'ultimo termine del mio disio».
Ascalion
e Racheio presero i commessi uficii; e sanza alcuna dimoranza incominciò
Racheio a mettere il suo in essecuzione con intera sollecitudine. E loro in
brieve termine insegnate conoscer le lettere, fece loro leggere il santo libro
d'Ovidio, nel quale il sommo poeta mostra come i santi fuochi di Venere si deano
ne' freddi cuori con sollecitudine accendere.
LIBRO
SECONDO
[1]
Adunque
cominciarono con dilettevole studio i giovani, ancora ne' primi anni puerili,
ad imprendere gli amorosi versi: nelle quali voci sentendosi la santa dea,
madre del volante fanciullo, nominare con tanto effetto, non poco negli alti
regni con gli altri dei se ne gloriava. Ma non sofferse lungamente che invano
fossero da' giovani petti sapute così alte cose come i laudevoli versi
narravano, ma, involti i candidi membri in una violata porpore, circundata di
chiara nuvoletta, discese sopra l'alto monte Citerea, là ove ella il suo caro
figliuolo trovò temperante nuove saette nelle sante acque, a cui ella con
benigno aspetto cominciò così:
«O
dolce figliuolo, non molto distante agli aguti omeri d'Appennino, nell'antica
città Marmorina chiamata, secondo che io ho ne' nostri alti regni sentito, ha
due giovinetti, i quali effettuosamente studiando i versi che le tue forze
insegnano acquistare, invocano con casti cuori il nostro nome, disiderando
d'essere del numero de' nostri suggetti. E certo il loro aspetto, pieno della
nostra piacevolezza, molto più s'appresta a' nostri servigi che a cultivare i
freddi fuochi di Diana. Lascia dunque la presente opera, e intendi a maggiori
cose, e solo il rimanente di questo giorno in mio servigio ti spoglia le
leggieri ali. E come già nella non compiuta Cartagine prendesti forma del
giovane Ascanio, così ora ti vesti del senile aspetto del vecchio re, padre di
Florio; e quando se' là ove essi sono, sì come egli quando va a loro gli
abbraccia e bacia costretto da pura benivolenza, così tu, abbracciandoli e
baciandoli, metti in loro il tuo segreto fuoco, e infiamma sì l'un dell'altro,
che mai il tuo nome de' loro cuori per alcuno accidente non se ne spenga. E io
in alcuno atto occuperò sì il re, che la tua mentita forma per sua venuta non
si manifesterà».
[2]
Mossesi
Amore a' prieghi della santa madre, poi che spogliate s'ebbe le lievi penne; e
pervenuto al dimandato luogo, vestitosi la falsa forma, entrò sotto i reali
tetti, passando con lento passo nella segreta camera, ove egli Florio e
Biancifiore trovò soletti puerilmente giuocare insieme. Essi si levarono verso
lui come fare soleano, e egli primieramente preso Florio, il si recò nel santo
seno, e porgendoli amorosi baci, segretamente gli accese nel cuore un nuovo
disio: il quale Florio poi, guardando ne' lucenti occhi di Biancifiore con
diletto, il vi fermò. Ma poi Cupido, presa Biancifiore, e spirandole nel viso
con piccolo fiato, l'accese non meno che Florio avesse davanti acceso. E
dimorato alquanto con loro, rivolti i passi indietro, li lasciò stare; e
rivestendosi le lasciate penne, tornò al lasciato lavoro. E i giovani, rimasi
pieni di nuovo disio, riguardandosi, si cominciarono a maravigliare stando
muti. E da quell'ora in avanti la maggior parte del loro studio era solamente
in riguardar l'un l'altro con temorosi atti; né mai l'un dall'altro, per alcuno
accidente che avvenisse, partir si volea, tanto il segreto veleno adoperò in
loro subitamente.
[3]
Sì
tosto come Amore dalla sua madre fu partito, così ella nella lucida nuvoletta
fendendo l'aere pervenne a' medesimi tetti, e, tacitamente preso il vecchio re,
il portò in una camera sopra un ricco letto, dove d'un soave sonno l'occupò.
Nel qual sonno il re vide una mirabi le visione: che a lui pareva esser sopra
un alto monte, e quivi avere presa una cerbia bianchissima e bella, la quale a
lui molto parea avere cara; la quale tenendola nelle sue braccia, gli pareva
che del suo corpo uscisse un leoncello presto e visto, il quale egli insieme
con questa cerbia sanza alcuna rissa nutricava per alcuno spazio. Ma, stando
alquanto, vedeva discender giù dal cielo uno spirito di graziosa luce
risplendente, il quale apriva con le proprie mani il leoncello nel petto; e
quindi traeva una cosa ardente, la quale la cerbia disiderosamente mangiava. E
poi gli pareva che questo spirito facesse alla cerbia il simigliante; e fatto
questo si partiva.
Appresso
questo, egli temendo non il leoncello volesse mangiar la cerbia, la lontanava
da sé: e di ciò pareva che l'uno e l'altro si dolesse. Ma, poco stante, apparve
sopra la montagna un lupo, il quale con ardente fame correva sopra la cerbia
per distruggerla, e il re gliele parava davanti; ma il leoncello correndo
subitamente tornò alla difesa della cerbia, e co' propii unghioni quivi
dilacerò sì fattamente il lupo, che egli il privò di vita, lasciando la paurosa
cerbia a lui che dolente gliele pareva ripigliare, tornandosi all'usato luogo.
Ma non dopo molto spazio gli parea vedere uscir de' vicini mari due girfalchi,
i quali portavano a' piè sonagli lucentissimi sanza suono, i quali egli
allettava; e venuti ad esso, levava loro da' piedi i detti sonagli, e dava loro
la cerbia cacciandogli da sé. E questi, presa la cerbia, la legavano con una
catena d'oro, e tiravansela dietro su per le salate onde infino in Oriente: e
quivi ad un grandissimo veltro così legata la lasciavano. Ma poi, sappiendo
questo, il leoncello mugghiando la ricercava; e presi alquanti animali,
seguitando le pedate della cerbia, n'andavano là ove ella era; e quivi gli
parea che il leoncello, occultamente dal cane, si congiungesse con la cerbia
amorosamente. Ma poi avedendosi il veltro di questo, l'uno e l'altro parea che
divorar volesse co' propii denti. E subitamente cadutagli la rabbia, loro
rimandava là onde partiti s'erano. Ma inanzi che al monte tornassero, gli parea
che essi si tuffassero in una chiara fontana, della quale il leoncello
uscendone, pareva mutato in figura di nobilissimo e bel giovane, e la cerbia
simigliantemente d'una bella giovine: e poi a lui tornando, lietamente li
ricevea; e era tanta la letizia la quale egli con loro facea, che il cuore, da
troppa passione occupato, ruppe il soave sonno. E stupefatto delle vedute cose
si levò, molto maravigliandosi, e lungamente pensò sopra esse; ma poi non
curandosene, venne alla reale sala del suo palagio in quell'ora che Amore s'era
da' suoi nuovi suggetti partito.
[4]
Taciti
e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l'un l'altro
fiso, Florio primieramente chiuse il libro, e disse:
«Deh,
che nuova bellezza t'è egli cresciuta, o Biancifiore, da poco in qua, che tu mi
piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono
saziarsi di riguardarti!».
Biancifiore
rispose:
«Io
non so, se non che di te poss'io dire che in me sia avvenuto il simigliante.
Credo che la virtù de' santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese
le nostre menti di nuovo fuoco, e adoperato in noi quello già veggiamo che in
altrui adoperarono».
«Veramente
- disse Florio - io credo che come tu di' sia, però che tu sola sopra tutte le
cose del mondo mi piaci».
«Certo
tu non piaci meno a me, che io a te», rispose Biancifiore. E così stando in
questi ragionamenti co' libri serrati avanti, Racheio, che per dare a' cari
scolari dottrina andava, giunse nella camera e loro gravemente riprendendo,
cominciò a dire:
«Questa
che novità è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov'è fuggita
la sollecitudine del vostro studio?».
Florio
e Biancifiore, tornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della
non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi
dell'effetto che della cagione, torti, si volgeano verso le disiate bellezze, e
la loro lingua, che apertamente narrare solea i mostrati versi, balbuziendo
andava errando. Ma Racheio, pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti,
incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne' loro cuori, la qual cosa assai
gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedere, prima che
alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle parti
nelle quali egli potesse lor vedere sanza essere da essi veduto. E
manifestamente conoscea, come da loro partitosi, incontanente chiusi i libri,
abbracciandosi si porgeano semplici baci, ma più avanti non procedeano, però
che la novella età, in che erano, non conoscea i nascosi diletti. E già il
venereo fuoco gli avea sì accesi, che tardi la freddezza di Diana li avrebbe
potuti rattiepidare.
[5]
Poi
che più volte Racheio gli ebbe veduti nella soprascritta maniera, e alcuna
volta gravemente ripresigliene, egli tra se medesimo disse: "Certo questa
opera potrebbe tanto andare avanti, sotto questo tacere ch'io fo, che
pervenendo poi alle orecchi del mio signore, forse mi nocerebbe l'aver taciuto.
Io manifestamente conosco ne' sembianti e negli atti di costoro la fiamma di
che elli hanno acceso i cuori: dunque perché non gli lascio io ardere sotto
altrui protezione, che sotto la mia? Io pur ho infino a qui fatto l'uficio mio,
riprendendoli più volte, né m'è giovato: e però per mio scarico è il meglio
dirlo al re". E così ragionando Racheio, Ascalion sopravenne: il quale, in
molte cose peritissimo, quando lo studio rincrescea loro, mostrava loro diversi
giuochi, e tal volta cantando con essi si sollazzava, avendo già ciascuno da
lui medesimo appresa l'arte del sonare diversi strumenti; e trovò Racheio
pensando, a cui e' disse:
«Amico,
qual pensiero sì ti grava la fronte, che occupato in esso, altro che rimirare
la terra non fai?».
A
cui Racheio narrando il suo pensiero rispose. Quando Ascalion intese questo,
niente gli piacque, ma disse:
«Andiamo,
e sanza alcuno indugio il narriamo al re, acciò che se altro che bene
n'avvenisse, noi non possiamo essere ripresi».
E
dette queste parole, voltati i passi, amenduni n'andarono nella presenza del
re; al quale Ascalion parlò così:
[6]
«Nella
vostra presenza, o vittoriosissimo prencipe, ci presenta espressa necessità a
narrarvi cose le quali, se esser potesse suto, disiderato avremmo molto che
dicendole altri, agli orecchi vostri fossero pervenute. Ma però che noi,
disiderosi del vostro onore, non volendo anche il nostro contaminare,
conosciamo che da tenere occulte non sono, e massimamente a voi, onde acciò che
il futuro danno, che seguire ne potrebbe di ciò che vi diremo, non sia a noi
noia né mancamento de' vostri onori, vi facciamo manifesto che novello amore è
generato ne' semplici cuori del vostro caro figliuolo Florio e di Biancifiore.
E questo nelli loro atti più volte abbiamo conosciuto, sì come l'iddii sanno:
essi più volte effettuosamente abbracciarsi e darsi graziosi baci abbiamo veduti,
e appresso sovente, guardandosi nel viso, l'un l'altro gittare sospiri accesi
di gran disio. E ancora più manifesto segnale n'appare, il quale voi assai
tosto potete provare, che niuna cosa è che l'uno sanza l'altro voglia fare, né
li possiamo in alcuna maniera partire, e hanno del tutto il loro studio
abandonato: anzi, così tosto come noi della loro presenza siamo partiti, così
incontanente chiusi i libri intendono a riguardarsi; e di ciò, come dell'altre
cose, gravemente più volte ripresi gli abbiamo, credendo poterli da ciò
ritrarre, ma poco giova la nostra riprensione. E però, acciò che noi per ben
servire mal guiderdone non riceviamo, e acciò che subito rimedio ci sia da voi
preso, v'abbiamo voluto questo palesare. Voi, sì come savio, anzi che più s'accenda
il fuoco, providamente pensate di stutarlo, ché, quanto a noi, il nostro potere
ci abbiamo adoperato».
[7]
Niente
piacquero al re l'ascoltate parole; ma celando il suo dolore con falso riso,
rispose:
«Però
non cessi il vostro con riprensione gastigarli e con ispaventevoli minacce
impaurirli. Essi ancora per la loro giovane età sono da potere essere ritratti
da ciò che l'uomo vuole; e io, quando per voi dell'incominciata follia rimaner
non si volessono, prenderà in questo mezzo altro compenso, acciò che il vostro
onore per vile cagione non diventi minore».
E
detto questo, con l'animo turbato si partì da loro, e entrossene in una camera;
e quivi da sé cacciando ogni compagnia, solo a sedere si pose, e, con la mano
alla mascella, cominciò a pensare e a rivolversi per la mente quanti e quali
accidenti pericolosi poteano avvenire del nuovo innamoramento; e di tale
infortunio tra se medesimo cominciò a dolersi. E mentre in tal pensiero il re
dimorava occupato, la reina, passando per quella camera, sopravenendo il vide,
e con non poca maraviglia, fermata nel suo cospetto, gli disse:
«O
valoroso signore, quale accidente o qual pensiero occupa sì l'animo vostro, che
io, pensando, nell'aspetto vi veggo turbato? Non vi spiaccia che io il sappia,
però che niuna felicità né avversità ancora dovete sanza me sostenere: se voi
'l mi dite, forse o consiglio o conforto vi porgerò».
Rispo
se il re allora con voce mescolata di sospiri, e disse:
«E'
mi piace bene che a voi non sia la mia malinconia celata, la cagione della
quale è questa: con ciò sia cosa che la fortuna infino a questo tempo ci abbia
con la sua destra tirati nell'auge della sua volubile rota, accrescendo il
numero de' nostri vittoriosi triunfi, ampliando il nostro regno, multiplicando
le nostre ricchezze e concedendone, insieme con gli altri iddii, cara progenie,
a cui la nostra corona è riserbata, ora pensando dubito che ella, pentuta di
queste cose, non s'ingegni con la sua sinistra d'avvallarci. E gl'iddii credo
che ciò consentono; e la maniera è questa: niuna allegrezza fu mai maggiore a
noi, che quella quando il nostro unico figliuolo dagl'iddii lungamente pregati
ricevemmo; e sapete che ne' nostri regni nella sua natività niuno altare fu
sanza divoto fuoco e sanza incensi, né niuno iddio fu che con divota voce non
fosse per le nostre città ringraziato. Ora, conoscendo la fortuna quanto questo
figliuolo ne sia caro per le rendute grazie, per porre noi in maggior doglia e
tristizia, in vile modo s'ingegna di privarcene, minuendo i nostri onori, essendo
egli in vita, dandoci manifesto essemplo che, poi che alla più cara cosa
comincia, discenderà sanza fallo all'altre minori: e udite come ella s'è
ingegnata di levarci Florio. Essa ha tanto il giovane figliuolo di Citerea, non
meno mobile di lei, con lusinghe mosso, che egli, entrato nel giovane petto di
Florio, l'ha sì infiammato della bellezza di Biancifiore, che Paris di quella
di Elena non arse più; e non vede più avanti che Biancifiore, secondo che i
loro maestri m'hanno detto poco avanti. E certo io non mi dolgo che egli ami,
ma duolmi di colei cui egli ama, perché alla sua nobiltà è dispari. Se una
giovane di real sangue fosse da lui amata, certo tosto per matrimonio gliele
giugneremmo; ma che è a pensare che egli sia innamorato d'una romana popolaresca
femina, non conosciuta e nutricata nelle nostre case come una serva? Ora
adunque che cercherete voi più avanti della mia malinconia? Non è questa gran
cagione di dolersi, pensando che un sì fatto giovane, il quale ancora dee sotto
il suo imperio governare questi regni, sia per una feminella perduto? Certo io
non avria avuta alcuna malinconia se gl'iddii l'avessero al loro servigio
chiamato nella sua puerizia, come Ganimede fecero. E certo la morte di Gilo non
fu da Xenofonte suo padre sostenuta con sì forte animo, com'io avrei fatto o
farei, se gl'iddii avessero consentito ch'io avessi per simile caso perduto
Florio che Xenofonte perdé Gilo. Né Anassagora ancora ebbe cagione di piagnere,
però che saviamente aspettava cosa naturale del suo figliuolo, come io medesimo
quello accidente sanza lagrime aspetterei. Ma pensando che per vile
avvenimento, vivendo il mio figliuolo, io il posso più che morto chiamare, il
dolore che quinci mi nasce mi trasporta quasi infino agli ultimi termini della
vita. Né so che di questo io mi faccia, ché io dubito che, se io di tal fallo
il riprendo, o m'ingegno con asprezza di ritrarlo da questa cosa, che io non ve
lo accenda più suso, o forse egli del tutto non m'abandoni e vada vagabundo per
gli strani regni, fuggendo le mie riprensione: e così avremmo sanza alcuno
utile accresciuto il danno. E d'altra parte se io taccio questa cosa, il fuoco
ognora più s'accenderà, e così mai da lei partire nol potremo».
[8]
Molto
fu la reina di quelle parole dolente, e quasi lagrimando ne 'l dimostrò; ma,
dopo poco spazio, con pietoso aspetto disse:
«Caro
signore, non è per questo accidente da disperarsi, né degl'iddii né della
fortuna, però che non è mirabile cosa se Florio s'è della bellezza della vaga
giovane inamorato, con ciò sia cosa che egli sia giovanissimo e continuamente
con lei dimori, e ella sia bellissima giovane e piacevole. E non è dubbio che,
se questo amore s'avanzasse, come voi dite che egli è cominciato, che noi
potremmo dire che 'l nostro figliuolo fosse vivendo perduto, pensando alla
piccola condizione di Biancifiore. Ma quando le piaghe sono recenti e fresche,
allora si sanano con più agevolezza che le vecchie già putrefatte non fanno.
Secondo le vostre parole, questo amore è molto novello, e sanza dubbio egli non
può essere altramente, e simigliantemente gli amanti novelli sono, né mai altro
fuoco non li scaldò; e però questo fia lieve a spegnere seguendo il parer mio,
né niuna più legger via ci è che dividere l'uno dall'altro; la qual cosa in
questa maniera si può fare. Florio, già ne' santi studii dirozzato, è da
mettere a più sottili cose; e voi sapete che noi abbiamo qui vicino Ferramonte,
duca di Montoro, a noi per consaguinità congiuntissimo, e in niuna parte del
nostro regno più solenne studio si fa che a Montoro. Noi possiamo sotto spezie
di studio mandar Florio là a lui, e quivi faccendolo per alcuno spazio
dimorare, gli potrà agevolemente della memoria uscir questa giovane, non
vedendola egli. E come noi vedremo che egli alquanto dimenticata l'aggia,
allora noi gli potremo dare sposa di real sangue sanza alcuno indugio, e così
potremo essere agevolmente fuori di cotale dubbio. E già però esso non ci sarà
tanto lontano, che noi nol possiamo ben sovente vedere. Ond'io, caro signore,
vi priego che questa malinconia cacciate da voi prendendo sanza indugio questo
rimedio».
[9]
Piacque
al re il consiglio della reina, il quale giovare non dovea ma nuocere, però che
quanto più si strigne, il fuoco con più forza cuoce; e poi ch'egli sopra ciò
ebbe lungamente pensato, le rispose che ciò farebbe, però che altra via a tal
pericolo fuggire non vedea. Ma, oh quanto fu tale imaginazione vana, con ciò
sia cosa che durissimo sia resistere alle forze de' superiori corpi, avvegna
che possibile! Venus era nell'auge del suo epiciclo, e nella sommità del
differente nel celestiale Toro, non molto lontana al sole, quando ella fu
donna, sanza alcuna resistenza d'opposizione o d'aspetto o di congiunzione
corporale o per orbe d'altro pianeto, dello ascendente della loro natività; il
saturnino cielo, non che gli altri, pioveva amore il giorno che elli nacquero.
Oimè,
che mai acqua lontana non spense vicino fuoco! Ove credea il re potere mandar
Florio sanza la sua Biancifiore, con ciò fosse cosa che ella era continuamente
nel suo animo figurata con più bellezza che il vero viso non possedea, e quello
che prende e lascia amore era sempre con Biancifiore? I corpi si doveano
allontanare, ma le menti con più sollecitudine si doveano far vicine. Niuna
cosa è più disiderata che quella che è impossibile, o molto malagevole, ad
avere. Per quale altra cagione diventò il gelso vermiglio, se non per l'ardente
fiamma costretta, la quale prese più forza ne' due amanti costretti di non
vedersi? Chi fece Biblide divenir fontana se non il sentirsi esser negato il
suo disio? Ella fu femina mentre ella ne stette in forse con isperanza. O re,
tu credi apparecchiare fredde acque all'ardente fuoco, e tu v'aggiugni legne.
Tu t'apparecchi di dare non conosciuti pensieri a' due amanti sanza alcuna
utilità di te o di loro, e affrettiti di pervenire a quel punto il quale tu con
disio ti credi più fuggire. Oh quanto più saviamente adoperresti lasciandoli
semplicemente vivere nelle semplici fiamme, che voler loro a forza fare sentire
quanto sieno amari o dilettevoli i sospiri che da amoroso martiro procedono!
Elli amano ora tacitamente. Né niuno disidera più avanti che solo il viso, il
quale per forza conviene che per troppa copia, se stare gli lascia, rincresca,
però che delle cose di che l'uomo abondevole si truova, sfastidiano. Ma che si
può qui più dire, se non che il benigno aspetto, col quale la somma benivolenza
riguarda la necessità degli abandonati, non volle che il nobile sangue, del
quale Biancifiore era discesa, sotto nome d'amica divenisse vile, ma acciò che
con matrimoniale nodo il suo onore si servasse, consentì che le pensate cose
sanza indugio si mettessero in effetto?
[10]
Diede
il giorno luogo alla sopravegnente notte, e le stelle mostrarono la lor luce;
ma poi che Febo co' tiepidi raggi recò nuovo splendore, il re fece a sé
chiamare Florio, e con lieto viso ricevuto il suo saluto, a sé l'accolse, e
così gli disse:
«Bello
figliuolo, a me sopra tutte cose caro, ascoltino le tue orecchi pazientemente
le mie parole; e i miei comandamenti, i quali da te debitamente deono essere
osservati, per te sieno messi ad effetto. Con ciò sia cosa che niuna speranza
rimasa fosse alla mia lunga età di gloria, agl'iddii piacque di donarmi te, in
cui la mia speme, sanza fallo già secca, ritornò verde; e dissi: "Omai la
fama del nostro antico sangue non perirà, poi che gl'iddii ci hanno conceduto
degna erede"; e sopra te tutto il mio intendimento fermai, sì come sopra
unico bastone della mia vecchiezza. E volendo che l'alto uficio a che gl'iddii
t'hanno apparecchiato, sì come è a ornare la tua fronte di splendida corona
degli occidentali regni, non patisse difetto di savio duca, ancora che io nella
tua effigie conoscessi che valoroso uomo dovevi per natura pervenire, nondimeno
con essaminato animo imaginai che per le accidentali scienze molto
t'avanzeresti. E dalla imaginazione nel dovuto tempo venni all'effetto; e
infino a questo giorno, così come la tua età è stata per la gioventudine
deboletta a sostenere, così con picciole scienze t'ho fatto nutricare. Ora che
in più ferma età se' pervenuto, disidero che tu a più alti studii disponghi il
tuo intelletto, e massimamente a' santi principii di Pittagora, de' quali
venendo con l'aiuto de' nostri iddii a perfezione, sì come io estimo, ti
seguirà grandissimo onore, con ciò sia cosa che la scienza in niuna maniera di
gente tanto sia lucida e risplendente quanto ne' prencipi. E ciò puoi tu per te
medesimo considerare, ricordandoti quanta fosse eccellente la fama del gran re
Salamone, ancora che giudeo e lontano dalla nostra setta fosse. E per
imprendere questa scienza, certo a te non converrà andare cercando Elicona, né
i solleciti studii d'Attene, né alcuno altro lontano paese, però che qui a noi
molto vicina è una città chiamata Montoro, dotata di molti diletti, la quale
per noi il valoroso duca Ferramonte governa, a noi congiustissimo parente, non
molto men giovane di te, il quale continua compagnia ti sarà. Quivi con
ordinato stile si leggono le sante scienze; quivi, secondo che io estimo, tu
potrai in picciolo termine divenire valoroso giovane: per la qual cosa io
voglio che sanza indugio vi vada. Né ciò ti dee parer grave, considerando
principalmente che tu vai a divenire valoroso uomo, per la qual cosa acquistare
niuno affanno né sconcio se ne dee rifiutare: appresso, tu non sarai però da
noi diviso, però che ci se' per picciolo spazio vicino, e sovente potremo noi
venire a veder te e tu noi sanza sconcio dello studio: il quale noi non
intendiamo che tu prenda in maniera che niuno tuo diletto se ne sconci;
dall'altra parte, tu sarai con persona che sanza fine t'ama e che disidera
molto di vederti, cioè il duca. E però ora che il tempo è molto più atto allo
studio che al sollazzo, però che sì come già vedi signoreggiare le stelle
Pliade e la terra rivestire di bianco molto sovente, avendo perduto il verde
colore, prendi quella compagnia che più ti diletta, e vavvi».
[11]
Florio,
udendo queste parole, in se medesimo si turbò molto, però che nemiche le sentia
al suo disio, e, lasciando parlare il padre, lungamente guardando la terra,
mutolo sanza niente rispondere stette; e dimandatagli più volte dal padre
risposta, dopo il trarre d'un grandissimo sospiro, disse così:
«A
me, o reverendissimo padre, è occulta la cagione per che da voi sì giovane e
con tanta fretta dividere mi volete, essendo voi pieno d'età, com'io vi veggo.
Voi disiderate che io per studio divenga in scienza valoroso, la qual cosa non
è meno da me disiderata. Ma qual dovuto pensiero vi mostra che io debba meglio,
da voi lontano, studiare, che nella vostra presenza? Non imaginate voi che io
lontano da voi continuamente sarò pieno di varie sollecitudini? Io non ispesso,
ma quasi continuo crederò che sconcio accidente occupi con infermità la vostra
persona, o dubiterò che voi di me non dubitiate. E ancora mi si volgeranno
dubbii per la mente che la vostra vita, a me molto da tener cara, non sia con
insidie appostata dagli occulti nemici per la mia assenza. Queste cose non sono
impossibili ad essere ogni ora del giorno pensate da me, però che io non fui
generato dalle querce del monte Appennino, né dalle dure grotte di Peloro, né
dalle fiere tigre, ma da voi, cui io amo più che niuna altra cosa: e di quelle
cose che sono amate si dee dubitare. E andandomi queste sollecitudini per lo
petto, qual parte di scienza vi potrà mai entrare? E ancora manifestamente
veggiamo che a niuna persona i futuri casi sono palesi. Chi sa se gl'iddii, non
essendo io con voi, vi chiamassero subitamente a' loro regni? la qual cosa sia
lontana per molto tempo da noi; ma se pure avvenisse, chi vi chiuderebbe con
più pietosa mano gli occhi nell'ultima ora gravati, che farei io? La qual cosa,
se io vi sono lontano, come la farò? E se a me lontano da voi questo accidente
avvenisse, che 'l veggiamo sovente avvenire, ché più tosto si secca il giovane
rampollo che il vecchio ramo, chi porterebbe a' miei fuochi l'acceso tizzone?
Certo strana mano, e non la vostra. Adunque guardate a quello che voi avete
pensato, e vedete ancora s'è convenevole cosa che io, unico figliuolo di così
fatto re come voi siete, vada studiando per lo mondo attorno. E però più utile
e migliore consiglio mi pare il fare qui da Montoro o d'altra parte ove più
sofficienti fossero, venire maestri in quella scienza la quale più v'aggrada
che io appari, e qui in vostra presenza, di miglior cuore, cessando ogni
dubbio, apprenderò e con più diletto studierò, vedendovi continuamente in
prosperevole stato».
[12]
Quando
il re udì la risposta di Florio, ben conobbe il suo volere occulto, e che le
scuse da lui porte, non da pietà che di lui padre avesse, ma sola la forza
d'amore che a Biancifiore lo stringea li facea questo dire; onde egli così gli
disse:
«Figliuolo,
siano di lungi da noi gli avversi casi, i quali tu ora in forse mettevi futuri,
però che se pure avvenissero, tanto ne sarai vicino, che ben potrai al pietoso
uficio esser chiamato. Ma tu sanza dovere ti ramarichi, ponendolo, in non
convenevole cosa, che un figliuolo di tal re, quale tu se', vada per le strane
scuole studiando. Or ove ti mando io? Se tu riguardi bene, tu vai in casa tua e
nella tua città e nel tuo regno a dimorare. E se non fosse che 'l troppo amore
de' padri verso i figliuoli li fa le più volte pigri alle virtù, certo io
m'atterrei al tuo consiglio di farti appresso di me studiare; ma acciò che
niuno atto di pigrizia dal grande amore ch'io ti porto ti succedesse, mi fo io
alquanto contra me medesimo rigido, dilungandoti un poco da me. E certo tu il
dei aver caro, però che la tua età richiede più tosto affanno che agio: il sole,
poi che Lucina chiamata dalla tua madre mi ti donò, è quattordici volte ad un
medesimo punto ritornato nelle braccia di Castore e di Polluce, e è entrato nel
cammino usato per compiere la quintadecima, e è già al terzo della via, o più
avanti. Deh, se tu rifiuti, e dubiti d'andar così vicino a noi, come poss'io
presumere che tu, per divenire valoroso, se accidente avvenisse, prendessi
sopra te un grave affanno? Caro figliuolo, e' non si disdice a' giovani
disiderosi di pervenire valorosi prencipi l'andare veggendo i costumi delle
varie nazioni del mondo. Già sappiamo noi che Androgeo, giovane quasi nella tua
età, solo figliuolo maschio di Minòs, re della copiosa isola di Creti, andò
agli studii d'Attene, lasciando il padre pieno d'età forse più ch'io non sono,
perché in Creti non era studio sofficiente al suo valoroso intendimento. E
Giansone, più disposto all'armi che a' filosofichi studii, con nuova nave prima
tentò i pericoli del mare per andare all'isola de' Colchi a conquistare il
Montone con la cara lana, e con esso etterna fama, perché ne' suoi paesi non
potea mostrare la sua virtuosa forza, e giovanissimo abandonò i vecchi padre e
ziano sanza alcuna erede: l'onore del mondo né i celestiali regni non
s'acquistano sanza affanno. Io conosco manifestamente che effettuoso amore ti
strigne a essere sempre meco, e niuna altra cagione ti fa scusare l'andata; ma
l'andare a Montoro non sarà allontanarsi da me. Onde, caro figliuolo, va, e sì
sollecitamente con acconcio modo studia, che tu possi a me in brieve tempo
sanza più avere a studiare ricongiugnerti valoroso giovane».
[13]
Allora
Florio, non potendosi quasi più celare, però che ira e amore dentro l'ardeano,
rispose:
«Caro
padre, né Androgeo né Giansone non seguirono l'uno lo studio e l'altro l'armi,
se non per averne il glorioso fine disiderato da loro: e questo è manifesto. E
veramente a me non sarebbe grave il provare le tempestose onde del mare, né i
pericoli della terra, andando molto più lontano da voi, in qualunque parte del
mondo, che niuno di loro fece, credendovi io trovare la cosa da me disiata a
quietare la mia volontà. Ma che andrò io adunque cercando per lo mondo? Quel
ch'io amo e quel ch'io disidero è meco; voglio io andare perdendomi, e non
sapere in che? Voletemi voi fare usare il contrario degli altri uomini che
affannando vanno? Niuno è che affannando vada, se non a fine d'avere alcuna
volta riposo: e io, partendomi di qui, fuggirò il riposo per affannare! Io non
posso fare che io non mi vi scuopra: egli è qui nella nostra reale casa la
nobile Biancifiore, la quale io sopra tutte le cose del mondo amo; e certo non
sanza cagione: ella è l'ultimo fine de' miei disii, e solamente vedere il suo
bel viso, il quale più che matutina stella risplende, è quello che io disidero
di studiare. Onde io caramente vi priego che voi della mia vita aggiate pietà
sì come padre di figliuolo, la quale sanza fallo, dividendomi io da
Biancifiore, si dividerà da me. E acciò che 'l tempo in lungo sermone non si
occupi, vi dico che sanza lei io non sono disposto ad andare in alcuna parte
del mondo, né vicina né lontana di qui. Se lei volete mandar meco, mandatemi
ove volete, ché tutto mi parrà leggiero e grazioso l'andare. E dell'amore ch'io
porto a costei vi dovete voi molto contentare, pensando che Amore abbia tanto
bene per noi preveduto, che egli non ha consentito che io disiando donna
lontana da' nostri regni faccia come già fece Perseo, il quale tra li neri
indiani scelse Andromeda, e similemente Paris degli altrui regni ne portò Elena
insieme col fuoco che arse poi i suoi regni; e cercando lei abandoni voi
vecchio. Adunque da poi che Amore in un regno, in una città e in una medesima
casa m'ha conceduto dilettoso piacere, di sì grazioso dono gli siamo noi molto
tenuti. E poi che così è, io vi priego che vi piaccia che graziosamente e sanza
affanno voi mi lasciate questo singular bene possedere».
[14]
Sì
tosto come Florio tacque, il re, che non meno cruccioso era di lui, ben che nel
sembiante allegro si mostrasse, alquanto turbato così gli rispose:
«Ahi,
caro figliuolo, che è quello che tu di'? Io non avrei mai creduto che sì vile
cagione ti ritenesse da volere andare a pervenire a così alti effetti come lo
studiare nelle filosofiche scienze reca altrui. Sola pietà di me vecchio credea
ti ritenesse: ora hatti già tanto insegnato Amore, che sotto spezie di verità
porgi inganno a me, tuo padre? Hai tu questo appreso nel lungo studio che io
sotto la correzione di Racheio t'ho fatto fare? Oimè, che ora pur conosco io
manifestamente quello a che il tuo poco senno ti tira! e ben conosco che la
verità da' tuoi maestri mi fu porta, poi che così parli; e sanza fine di te mi
maraviglio, il quale mi vuoi dare a vedere che quello di che tu e io più ci
dovremmo dolere, ne dovremo far festa e ringraziare Amore; e non pensi quanta
sia la viltà, la quale ha il tuo animo occupato in disporti ad amare così fatta
femina, come tu ami; della qual cosa doppiamente se' da riprendere e
principalmente d'aver avuta sì poca costanza in te, che a sì vile passione,
com'è amare una femina oltre misura, hai lasciato vincere il tuo virile animo,
non ponendo mente quanti e quali sieno i pericoli che da questo amare sieno già
proceduti e procedano. Non udisti tu mai dire come miserabilmente Narcisso per
amore si consumò, e con quanta afflizione Biblide per amore divenne fontana? E
ancora gl'iddii sostennero noia di tal passione, e massimamente Apollo, il
quale, di tutte cose grandissimo medico, a sé medicina non poté porgere, poi
che ferire s'ebbe lasciato, forse non per viltà ma per provare; e in brieve,
niuno non è a cui questo amore non dissecchi le medolle dell'ossa. E tu con
disiderio il vai seguendo! Ma ancora di tutto questo, tenendo lo stile della
più gente, ti potresti scusare; ma non consideri tu di cui tu ti sei
innamorato, e per cui tu così faticosa passione sostieni? e ciò è d'una serva
nata nelle nostre case, la quale a comparazione di te non ti si confarebbe in
niuno atto. Deh! or ti fossi tu d'una valorosa e gran donna simile alla tua
nobiltà innamorato! assai mi dorrebbe, ma ancora mi sarebbe alcuna
consolazione. Io non ti potrei mai tanto sopra questo dire quanto io disidero;
ma però ch'io so che ancora in te medesimo, sanza riprensione alcuna, ti
riconoscerai del tuo errore, e rimarra'tene, mi taccio. E se io credessi che
ciò non avvenisse, certo legger cosa mi sarebbe ora io medesimo ucciderti. Ma
acciò che tu seguiti lo studio, io in questa parte, ancora che io conosca che
manifesto biasimo ti sia menarti dietro per le strane scuole quella che tu
sconciamente ami, ne seguirò il tuo volere; e sì tosto come tua madre, la quale
alquanto non sana è stata, come tu puoi vedere, avrà intera sanità ricuperata,
io la ti manderò a Montoro; e ora teco la ne manderei, se non fosse che sanza
lei tua madre in cotale atto non vuoi rimanere».
[15]
Turbossi
alquanto Florio veggendo il padre turbato, ma non pertanto quasi lagrimando
così li rispose:
«Padre
mio, sì come voi sapete, né il sommo Giove né il risplendente Apolto, da voi
ora davanti ricordato, né alcuno altro iddio ebbe all'amorevole passione
resistenza; né tra' nostri predecessori fu alcuno tanto di virile forza armato,
né sì crudo, che da simile passione non fosse oppresso. Adunque, se io
giovinetto contra così generale cosa non ho potuto resistere, certo non ne sono
io sì gravosamente da riprendere, come voi fate, ma emmi da rimettere, pensando
che il mio spirito è stato sì volgare, che per rigidezza non ha rifiutato
quello che ciascuno altro gentile ha sostenuto. E la mia forma, la quale mercé
degl'iddii è bellissima, richiede tale uficio, più tosto che alcuno altro. E
che si potrà giustamente dire a me s'io amo, poi che ad Ercule e ad Aiace
uomini robusti non si disdisse? Appresso dite che gravoso vi sembra pensando la
qualità della femina che io amo, però che popolaresca e serva la riputate; e
voi credo che in parte ignoriate di qual sangue questa giovane, cui io amo, sia
discesa, sì come quegli che ingiustamente il suo padre valoroso, resistente con
picciola schiera alla vostra moltitudine di gente, uccideste, il quale forse
non fu di minor qualità che voi siate, pensando alla grandezza di tanto animo
quanto nella sua fine mostrò. E ancora che certamente noi nol sappiamo, noi
pure avemo udito che la madre di costei, la quale voi non serva prendeste,
discese dell'alto sangue del vittorioso Cesare, già conquistatore de' nostri
regni per adietro. E posto che manifestamente la nazione di questa giovane
esser vile si conoscesse, sì conosciamo noi lei esser tanto gentile o più,
quanto se d'imperiale progenie nata fosse, se riguardiamo con debito stile che
cosa gentilezza sia, la quale troveremo ch'è sola virtù d'animo. E qualunque è
quelli che con animo virtuoso si truova, quelli debitamente si può e dee dire
gentile. E in cui si vide già mai tanta virtù, quanta in costei si truova e vede
manifestamente? Ella è di tutte generalmente vera fontana. In lei pare la
prudentissima evidenzia della cumana Sibilla ritornata; né fu la casta Penolope
più temperata di costei, né Catone, più forte negli avversarii casi, né con più
equalità d'animo: liberalissima la veggiamo. La grazia della sua lingua si
potrebbe adeguare alla dolcissima eloquenzia dell'antico Cicerone. A cui mai
tanta grazia concessero gl'iddii? Questa è sommamente virtuosa: adunque sanza
comparazione gentile. Non fanno le vili ricchezze, né gli antichi regni, forse
come voi, essendo in uno errore con molti, estimate, gli uomini gentili né
degni posseditori de' grandi uficii: ma solamente quelle virtù che costei tutte
in sé racchiude. Deh, or come mi potea o potrebbe già mai Amore di più nobil
cosa fare grazia? Questa ha in sé una singular bellezza, la quale passa quella
che Venus tenea, quando ignuda si mostrò nelle profonde valli dell'antica selva
chiamata Ida a Paris, la quale, ognora che io la veggio, m'accende nel cuore
uno ardore virtuoso sì fatto, che s'io d'un vile ribaldo nato fossi, mi faria
subitamente ritornare gentile. Né niuna volta è che io i suoi lucentissimi
occhi riguardi, che da me non fugga ogni vile intendimento, se alcuno n'avessi.
Adunque, poi che questa a virtuosa vita mi muove, non che ella è gentile, come
di sopra detto è, ma se ella fosse la più vil feminella del mondo, sì è ella da
dovere essere amata da me sopra ogni altra cosa. Ma poi che tanto v'aggrada che
io studii, acciò che riputato non mi possa essere in vizio il non ubidirvi,
farollo volentieri; ma se mia vergogna vi sembra che costei per le strane
scuole mi venga seguendo, levate la cagione acciò che non seguiti l'effetto:
non vi mandate me, il quale sono presto d'andarvi, poi che a voi piace, e
impromettetemi di mandarmi lei. Sieno del loro amore ripresi la trista Mirra e
lo scelerato Tireo e la lussuriosa Semiramis, i quali sconciamente e
disonestamente amarono, e me più non riprendete, se la mia vita v'aggrada».
[16]
Non
rispose più il re a Florio, però che sì gli vedeva gli argomenti presti, che
volendo parlare con lui avrebbe di gran lunga perduto, ma lasciandolo solo, si
partì da esso e comandò che s'acconciasse l'arnese, acciò che Florio la
seguente mattina n'andasse a Montoro.
[17]
Alle
parole state tra 'l re e Florio non era guari lontana la misera Biancifiore,
ma, celata in alcuno luogo, con intentivo animo tutte l'avea notate, ascoltando
quello ch'ella non avrebbe voluto udire né che per altrui le fosse stato
raportato. E bene avea con grave doglia intese le gravi riprensioni fatte a
Florio per l'amore che a lei portava, e similmente udito avea vilmente
dispregiarsi dal re, dicendo che serva era e di vile nazione discesa; ma di ciò
la vera e buona difensione di Florio, fatta in aiuto di lei, le rendé molto il
perduto conforto. Ma quando ella dire udì a Florio: «Poi che mandare mi dovete
Biancifiore a Montoro, io v'andrò», allora dolore intollerabile l'assalì, però
che manifestamente conobbe lo iniquo intendimento del re, il quale questo
impromettea per più leggiermente poter Florio allontanare da lei; e cominciò
con tacito pianto a lagrimare e a dire fra sé così: "Oimè, Florio, solo
conforto dell'anima mia, a cui io tutta mi donai per mia salute quel giorno che
tu prima mi piacesti, ora che credi tu? Alle cui parole t'hai tu lasciato
ingannare! Or non vedevi tu che mi ti prometteva di mandarmiti, perché tu
consentissi, come tu hai fatto, all'andata? Egli non mi manderà mai ove tu sii.
Deh, non conosci tu la falsità del tuo padre? Certo non che egli mandi me a te,
ma egli non lascerà mai te venire dove io sia. Tu ti sei lasciato ingannare con
meno arte che non lasciò Isifile: ella credette alle parole e agli atti, e alla
fede promessa, e alle lagrime dello ingannatore; ma tu per la menoma di queste
cose se' stato ingannato, e hai detto di sì di quella cosa che laida ti sarebbe
a tornare adietro; e non hai conosciuto che egli, non disideroso del tuo
studio, ma di trarre me della tua memoria, t'allontana da me, acciò che per
distanza tu mi dimentichi! Oimè, or dove abandoni tu, o Florio, la tua
Biancifiore? Ove n'andrai tu con la mia vita? Oimè, misera! E io come sanza
vita rimarrò? E se a me vita rimarrà, come sarà ella fatta trovandomi sanza
esser teco continuamente e sanza vederti? O luce degli occhi miei, perché ti
fuggi tu da me? Oimè, quale speranza mi potrà mai di te riconfortare, che con
la tua bocca hai consentita e impromessa la partita? O beata Adriana, che
ingannata dal sonno e da Teseo, dopo poche lagrime meritò miglior marito! E più
felice Fedra, che col suocero in nome d'amante finì il disiato cammino! Or mi
fosse stata licita l'una di queste felicità: o l'essere stata da te con ingegno
abandonata o d'averti potuto seguire. Oimè, se quello amore il quale tu m'hai
più volte con piacevole viso mostrato è vero, perché nel cospetto della
crudeltà del tuo padre non piangevi tu, veggendo che i prieghi non valeano? E'
non ti si disdicea, ché ciascuno sa che alcuno non può dar legge all'amorevole
atto, però che la forza d'amore tiene l'uomo, più che alcun altro vinco,
costretto. Io credo che se le tue lagrime fossero state con prieghi mescolate
egli avrebbe conceduto che tu fossi avanti qua rimaso che vedutoti più
lagrimare, però che la pietà, che sarebbe stata da avere di te, avrebbe vinto e
rimutato il suo nuovo proponimento: ché tutti i padri non hanno gli animi
feroci contra i figliuoli come ebbe Bruto, primo romano consolo, il quale
giustamente per la sua crudeltà fu da riprendere. Ma, oimè!, che se 'l tuo
amore non è falso, tu dovevi sofferire aspri tormenti anzi che consentire di
dovervi andare, o almeno, per consolazione di me misera, farviti quasi per
forza menare. Né in questo ti si disdicea l'essere al tuo padre disubidiente,
però che, quando cosa impossibile si dimanda, è lecito il disdirla. Come ti
sarà egli possibile il partirti sanza me, se le tue parole a me dette per
adietro non sono quali fu rono quelle del falso Demofonte a Filis, il quale la
promessa fede e le vele della sua nave diede ad un'ora a' volanti venti? O come
potrai tu in alcuna parte sanza cuore andare? Tu mi solevi dire ch'io l'avea
nelle mie mani e che io sola era l'anima e la vita tua: ora se tu sanza queste
cose ti parti, come potrai vivere? Oimè misera, quanto dolore è quello che mi
strigne, pensando che tu contra te medesimo sii incrudelito, né hai avuta
alcuna pietà alla tua vita! Or con che viso ti potrò io pregare che della mia
t'incresca, alla quale alcuna compassione dovresti avere avuta, pensando che io
per te la metterei ad ogni pericolo, credendoti da noia allontanare? Tu avrai,
partendoti, guadagnata la tua morte e la mia: e se non morte, vita più dolorosa
che morte non ci falla! Tu te n'andrai a Montoro col vero corpo, e io misera
rimarrò seguendoti sempre con la mente; né mai in alcuna parte sanza me sarai,
e niun diletto da te fia preso, che io con lamentevole disio non ti seguiti
addesso. Né fia per te fatto alcuno studio che io similemente imaginando non
studii, disiderando più tosto di convertirmi in libro per essere da te veduta,
che stare nella mia forma da te lontana. Ma certo la fortuna e gl'iddii hanno
ragione d'essere avversi a' nostri disii, i quali abbiamo sì lungamente avuto
spazio di potere toccare l'ultime possanze d'amore, e mai non le tentammo: la
qual cosa forse, se stata fosse fatta, o più forte vinco avrebbe te meco a me
teco legato, per lo quale partiti non potremmo essere stati di leggere, come
ora saremo, o quello che ci strigne si sarebbe o tutto o in maggior parte
soluto, né mi dorrebbe tanto la tua partenza. Certo per le dette ragioni me ne
duole, ma per la servata onestà sono contenta che la nostra età sia stata
casta, alla quale ancora ben bene sì fatta cosa non si convenia. E appresso
credo che forse gl'iddii ci serbano più lieti congiungimenti, e con migliore
cagione: ma, oimè dolente!, che questo non so io, né già per tale speranza il
mio dolor non scema! Or volessono gl'iddii che, poi che dividere mi debbo da
te, che se' solo mio bene, mia luce e mia speranza, mi fosse licito il morire!
Oimè, Aretusa, quanto miseramente, fuggendo il tuo amante, divenisti fontana! e
io più affannata di dolore che tu di paura, non sono da loro udita, né però si
muovono a pietà! Ahimè, Ecuba, quanto ti fu felice nel tuo ultimo dolore, poi
che morte t'era negata, il convertirti in cane! Io ti porto invidia; e
similmente alla tua morte, o Meleagro, la cui vita dimorava nel fatato bastone,
però ch'io disidererei che i tuoi fati si fossero rivolti sopra di me! O sommi
iddii, se i miseri meritano d'essere uditi, io vi priego che di me v'incresca,
e che voi al mio dolore o fine o conforto sanza indugio mandiate. E tu, o più
che crudele, te ne va', ché in verità mai nel tuo aspetto non conobbi che
crudeltà in te dovesse aver luogo. Ma poi che lontanandoti la dimostri, io ti
giuro per l'anima della mia madre che mai sanza continua sollecitudine non
sarò, sempre pensando com'io a vedere ti possa venire. E quale che modo io mi
elegga, se io non sarò mandata a te, io vi pur verrò".
[18]
Florio,
che malvolentieri a' piaceri del padre avea consentito, ricevuto il
comandamento del doversi partire la seguente mattina, e partitosi il re da lui,
solo pensando si pose a sedere, e fra se medesimo dicea: "Oimè, or che ho
io fatto? A che ho io consentito? Alla mia medesima distruzione, per ubidire il
crudel padre! Or come mi potrò io mai partire sanza Biancifiore? Deh, or non
poteva io almeno dicendo pur di no, aspettare quello ch'egli avesse fatto? Di
che aveva io paura? Ucciso non m'avrebbe egli, ché io non m'avrei lasciato. Né
niuna peggior cosa mi potea fare che da sé cacciarmi: la qual cosa egli non
avrebbe mai fatto; ma se pur fatto l'avesse, Biancifiore non ci sarebbe rimasa,
però che meco ove che io fossi andato l'avrei menata; la quale io più
volentieri, sanza impedimento d'alcuno, liberamente possederei, che io non
farei la grande eredità del reame che m'aspetta. Ma poi che promesso l'ho, io
v'andrò, acciò che non paia ch'io voglia tutto ogni cosa fare a mia maniera.
Egli m'ha impromesso di mandarlami; se elli non la mi manda, io avrò legittima
cagione di venirmene dicendo: "Voi non m'atteneste lo 'mpromesso dono: io
non posso più sostenere di stare lontano da lei per ubidire voi". E da
quella ora in avanti mai più un tal sì non mi trarrà della bocca, quale egli ha
oggi fatto. Se egli me la manda, molto sono più contento d'esser con lei
lontano da lui che in sua presenza stare, e più beata vita mi riputerò
d'avere". E con questo pensiero si levò e andonne in quella parte ove egli
ancora trovò Biancifiore, che tutta di lagrime bagnata ancora miseramente piangea;
a cui egli, quasi tutto smarrito guardandola, disse:
«O
dolce anima mia, qual è la cagione del tuo lagrimare?». La quale prestamente
dirizzata in piè, piangendo gli si fece incontro, e disse:
«Oimè,
signor mio, tu m'hai morta: le tue parole sono sola cagione del mio pianto. O
malvagio amante, non degno de' doni della santa dea, alla quale i nostri cuori
sono disposti, or come avesti tu cuore di dire tu medesimo sì di dovermi
abandonare? Deh, or non pensi tu ove tu m'abandoni? Io, tenera pulcella, sono
lasciata da te come la timida pecora tra la fierità de' bramosi lupi. Manifesta
cosa è che ogni onore, il quale io qui ricevea, m'era per lo tuo amore fatto,
non perché io degna ne fossi, sì come a colei che era tua sorella da molti
riputata per lo nostro egual nascimento. E molti, invidiosi della mia fortuna,
a me, per loro estimazione, prospera e benivola tenuta per la tua presenza,
ora, partendoti tu, non dubiteranno la loro nequizia dimostrare con aperto
viso, avendola infino a ora per tema di te celata. Ma ora volessero gl'iddii
che questo fosse il maggior male che della tua andata mi seguitasse! Ma tu mi
lasci l'animo infiammato del tuo amore, per la qual cosa io spero d'avere sanza
te angosciosa vita! la quale, ancora che io da te non abbia meritata, mi fia
bene investita, però che, quando prima ne' tuoi begli occhi vidi quel piacere,
che poi a' tuoi disii mi legò il cuore con amoroso nodo, sanza pensare alla mia
qualità vile e popolaresca, e ancora in servitudine coatta, in niuna maniera da
potere alla tua magnificenza adeguare, mi lasciai con isfrenata volontà
pigliare, aggiungendo al tuo viso piacevolezza col mio pensiero. Onde se tu,
ora, abandonandomi sì come cosa da te debitamente poco cara tenuta, e Amore,
costringendomi di te, da me stoltamente amato, con greve doglia mi punite,
faccendomi riconoscere la mia follia, questo non posso né io né alcuno altro
dire che si sconvenga. E se non fosse che io fermamente credo che alcuna parte
di quella fiamma amorosa, la qual pare che per me ti consumi, t'accenda il
cuore, se vero è che ogni amore acceso da virtù, com'è il mio verso di te,
sempre accese la cosa amata, sol che la sua fiamma si manifesti, io avrei
sconciamente nociuto alla mia vita, però che Cupido da piccolo spazio in qua
m'ha più volte posta in mano quella spada, con la quale la misera Dido nella
partita di Enea si passò il petto, acciò che io quello uficio essercitassi in
me: e certo io l'avrei per me volentieri fatto, ma dubitando d'offendere quella
piccola particella d'amore che tu mi porti, mi ritenni, tenendo solamente la
mia vita cara per piacere a te. Ma gl'iddii sanno quale ella sarà partendoti
tu, però che io non credo che mai giorno né notte sia, che io non sofferi molti
più aspri dolori che il morire non è. Ma forse tu ti vuogli scusare che altro
non puoi; ma non bisogna scusa al signore verso il vassallo: tanto pur udi' io
che tu con la tua bocca dicesti d'andare a Montoro! Oimè, or m'avessi tu detto
davanti: "Biancifiore, pensa di morire, però che io intendo d'abandonarti",
però che tu non dovevi dire sì a fidanza delle vane e false parole di tuo
padre, il quale ti promise di mandarmi a te. Certo egli nol farà già mai, però
che egli guarda di farti tanto da me star lontano, che io possa essere uscita
della tua mente».
Queste
e molte altre parole, piangendo e tal volta porgendogli molti amorosi baci, gli
diceva Biancifiore, quando Florio non potendo le lagrime ritenere, rompendole
il parlare, le disse così:
[19]
Oimè, dolce anima mia, or che è quello che tu
di'? Come potrei io mai consentire se non cosa che ti piacesse? Tu ti duoli
della menoma parte de' nostri danni. Principalmente già sai tu che mai per me
onorata non fosti, ma sola la tua virtù è stata sempre cagione debita agli
onoranti di tale onore farti: la qual virtù per la mia partita non credo che
manchi, né similemente l'onore. E chi sarebbe quelli che contra te potesse
incrudelire, o per invidia o per altra cagione? certo nullo; e se pure alcuno
ne fosse, io non sarò sì lontano che tu di leggieri non possi farlomi sentire,
acciò che io con subita tornata qui punisca la iniquità di quelli: e però di
questo vivi sicura e sanza pensiero. Ma, ohimè, che di quel fuoco, del qual tu
di' che io ti lascio l'anima accesa, io ardo tutto! E veramente mentre io starò
lontano da te, la mia vita non sarà meno angosciosa che la tua: e io il sento
già, però che nuova fiamma mi sento nel cuore aggiunta. Ma sanza fine mi
dolgono le parole le quali tu di', avvilendoti sanza alcuna ragione. E certo di
quello che io ora dirò, né me ne sforza amore né me n'inganna, ma è così la
verità come io estimo. In te niuna virtù pate difetto, né belli costumi fecero
mai più gentilesca creatura nell'aspetto, che i tuoi, sanza fallo buoni, fanno
te. La chiarità del tuo viso passa la luce d'Appollo né la bellezza di Venere
si può adeguare alla tua. E la dolcezza della tua lingua farebbe maggiori cose
che non fece la cetera del trazio poeta o del tebano Anfion. Per le quali cose
lo eccelso imperador di Roma, gastigatore del mondo, ti terrebbe cara compagnia,
e ancora più: ch'egli è mia oppinione che, se possibil fosse che Giunone
morisse, niuna più degna compagna di te si troverebbe al sommo Giove. E tu ti
reputi vile? Or che ha la mia madre più di valore di te, la quale nacque de'
ricchissimi re d'Oriente? Certo niuna cosa, né tanto, traendone il nome, che è
chiamata reina. Adunque per lo tuo valore se' tu da me degnamente amata, sì
com'io poco inanzi dissi al mio padre. E cessino gl'iddii che tu in niuno atto
o per nulla cagione t'avessi offesa o t'offendessi, però che niuna persona
m'avrebbe potuto ritenere, che io subitamente non mi fossi con le propie mani
ucciso. Vera cosa è, e ben lo conosco, che, consentendo io l'andata mia a
Montoro, io diedi a te gravoso dolore; ma certo e' non dolfe più a te che a me.
Ma che volevi tu che io facessi più avanti? Volevi tu che io con mio padre
avessi sconce parole per quello che ancora si può ammendare? Se a te tanto
dispiace la mia andata, comanda che io non vi vada: egli potrà assai urtare il
capo al muro, che io sanza te vi vada! E se tu consenti che io vi vada, egli
m'ha promesso di mandarmiti: la qual cosa se egli non fa, io volgerò tosto i
passi indietro, però che io so bene che sanza te vivere non potrei io
lungamente. E non pensare che mai, per lontanarmi da te, egli mi possa mai
trarre te della mente, che, quanto più ti sarò col corpo lontano, tanto più ti
sarò con l'anima vicino, ché certo impossibile sarebbe ch'io ti dimenticassi,
se tutto Letè mi passasse per la bocca. Però, anima mia, confortati, e lascia il
lagrimare; e fa ragione ch'io sia sempre teco, e non pensare che 'l mio amore
sia lascivo come fu quello di Giansone e di molti altri, i quali per nuovo
piacere sanza niuna costanza si piegavano. Veramente io non amerò mai al tra
che te, né mai altra donna signoreggerà l'anima mia se non Biancifiore».
E
dicendo queste parole, piangeano amenduni teneramente, spesso guardando l'uno
l'altro nel viso, e tal volta asciugando ora col dilicato dito, ora col lembo
del vestimento, le lagrime de' chiari visi.
[20]
Nel
tempo della seconda battaglia stata tra 'l magnifico giovane Scipione Africano
e Annibale cartaginese tiranno, essendo già la fama del valore di Scipione
grandissima, avvenne che uscito del campo d'Annibale un cavaliere in fatto
d'arme virtuosissimo, chiamato Alchimede, con molti compagni per prender preda
nel terreno de' romani, acciò che 'l campo d'Annibale copioso di vittuaglia
tenessero, Scipione, uscitogli incontro, dopo gran battaglia tra loro stata,
gli sconfisse, e lui ferì mortalmente abbattendolo al campo. Alchimede,
vedendosi abbattuto e sentendosi solo, da' suoi abandonato e ferito a morte,
alzò il capo e riguardò il giovane, il quale la sua lancia avea a sé ritratta,
forse per riferirlo, e videlo nel viso piacevole e bello, e niente parea robusto
né forte come i suoi colpi il facevano sentire, a cui egli gridò:
«O
cavaliere, non ferire, però che la mia vita non ha bisogno di più colpi a
essere cacciata che quelli che io ho, né credo che il sole tocchi le sperie
onde che l'anima mia fia a quelle d'Acheronta. Ma dimmi se tu se' quel valoroso
Scipione cui la gente tanto nomina virtuoso».
Il
quale Scipione, riguardandolo, e udita la voce, il riconobbe, però che in altra
parte aveva la sua forza sentita, e disse:
«O
Alchimede, io sono Scipione».
Allora
Alchimede gli porse la destra mano e con fievole voce gli disse:
«Disarma
il già morto braccio, e quello anello il quale nella mia mano troverai,
prendilo e guardalo, però che in lui mirabile virtù troverai: che a qualunque
perso na tu il donerai, elli, riguardando in esso, conoscerà incontanente se
noioso accidente avvenuto ti fia, però che il colore dell'anello vedrà mutato,
e sì tosto come egli l'avrà veduto, la pietra tornerà nel primo colore bella. E
a me per tale cagione il donò Asdrubal, fratello al mio signore Annibale, a cui
tu tanto se' avverso, quando di Spagna mi partii da lui, che più che sé
m'amava. Io sento al presente la mia vita fallire, e sola d'alcuno amico; onde,
se io qui muoio con esso, o perderassi, o troverallo alcuno il quale forse la
sua virtù non conoscerà, o che forse non sarà degno d'averlo: e però io amo
meglio che tu, posto che offeso m'abbi, il tenghi in guiderdone della tua
virtù, che alcuno altro il possegga per alcuno de' detti modi».
E
detto questo, la debole testa sopra il destro omero bassò; e dopo picciolo
spazio si morì. Scipione, prestamente disarmata la mano del rilucente ferro,
più disioso della virtù dell'anello che del valore, trovò il detto anello
bellissimo, e fino oro il suo gambo, la pietra del quale era vermiglia, molto
chiara e bella: il quale egli prese, e mentre che viveo con gran diligenza il
guardò. Ma poi, pervenendo d'uno discendente in altro della casa, pervenne al
valoroso Lelio, il quale, essendo consueto d'andare sovente per lo bene della
republica, come valoroso cavaliere non tralignante da' suoi antichi, fuori di
Roma contro a' resistenti, donò questo anello alla misera Giulia, dicendole la
virtù, acciò che ella sanza cagione di lui non dubitasse. E quando lo
infortunato caso da non ricordare l'avvenne, l'avea ella in mano, e per dolore
il si trasse e diedero a guardare a Glorizia, dicendo:
«Omai
non ho io di cui io viva più in dubbio, né per cui la virtù del presente anello
più mi bisogni».
Ma
dopo la morte di Giulia, Glorizia il donò a Biancifiore, dicendole come del
padre di lei era stato e appresso della madre, e la virtù di lui: il quale
Biancifiore lungo tempo caramente guardò. E ricordandosene allora, lo portò
dove Florio era, e così cominciò piangendo a parlare:
[21]
«Deh,
perché s'affannano le nostre mani a rasciugare le lagrime de' nostri visi nel
principio del nostro dolore? Sia di lungi da me che io mai di lagrimare ristea,
mentre che tu sarai lontano da me. Oimè, che tu mi dì: "Comanda che io non
vada a Montoro!". Deh, or perché bisognava egli che io il ti comandassi?
Non sai tu come io volentieri vi ti vedrò andare? Tu il dovevi ben pensare. Ma
volentieri i' 'l farei, se convenevole mi paresse; ma però che io non disidero
meno che 'l tuo dovere s'adempia che 'l mio volere, poi che tu promettesti
d'andarvi, fa che tu vi vada, acciò che vituperevole cosa non paia, volendosene
rimanere, il disdire quello che tu hai promesso. E acciò che le tue parole non
paiano vento, io concedo, così volentieri come Amore mi consente, che tu vi
vada, e ubidendo anzi adempi il piacere del tuo padre. Ma sopra tutte le cose
del mondo ti priego che tu per assenza non mi dimentichi per alcuna altra
giovane. Io so che Montoro è copioso di molti diletti: tutti ti priego che da
te siano presi. Solamente a' tuoi occhi poni freno quando le vaghe giovani
scalze vedrai andare per le chiare fontane, coronate delle frondi di Cerere,
cantando amorosi versi, però che a' loro canti già molti giovani furono presi:
però che se io sentissi che alcuna con la sua bellezza di nuovo t'infiammasse,
come furiosa m'ingegnerei di venire dove tu e ella fosse; e se io la trovassi,
con le propie mani tutta la squarcerei, né nel suo viso lascerei parte che
graffiata non fosse dalle mie unghie, né niuno ordine varrebbe a' composti
capelli che io, tutti tirandoglieli di capo, non gli rompessi; e dopo questo,
per vituperevole e etterna sua memoria, co' propii denti del naso la priverei:
e questo fatto, me medesima m'ucciderei. Questo non credo però che possibile
sia di dovere avvenire: ma sì come leale amante ne dubito, e però il dico. Tu
avrai molti altri diletti, e ciascuno s'ingegnerà di piacerti, acciò che io ti
dispiaccia: ma io mi fido nella tua lealtà. E però che io sono certa che come
tu in molti e varii diletti starai, così io in molte avversità, le quali forse
io non ti potrò far note così com'io vorrei, ti voglio pregare, poi che
gl'iddii adoperano verso noi tanta crudeltà, e la fortuna ne mostra le sue
forze in dipartirci, che ti piaccia per amore di me portar questo anello, il
quale, mentre che io sanza pericolo dimorerò, sempre nella sua bella chiarezza
il vedrai, ma, come io avessi alcuna cosa contraria, tu il vedrai turbare. Io
ti priego che allora sanza niuno indugio mi venghi a vedere: e priegoti che tu
sovente il riguardi, ogni ora ricordandoti di me che tu il vedi. Più non ti
dico, se non che sempre il tuo nome sarà nella mia bocca, sì come quello che
solo è nella memoria segnato, e nello innamorato cuore col tuo bel viso
figurato. Tu solo sarai i miei iddii, i quali io pregare debbo della mia
felicità: a te saranno tutte le mie orazioni diritte, sì come a quelli in cui i
miei pensieri tutti si fermano per aver pace. Veramente una cosa ti ricordo:
che s'egli avviene che il tuo padre non mi mandi a te come promesso t'ha, che
il tornare tosto facci a tuo potere, però che se troppo sanza vederti
dimorassi, lagrimando mi consumerei».
E
dette queste parole, piangendo gli si gittò al collo; né prima abbracciando si
giunsero, che i loro cuori, da greve doglia costretti per la futura partenza,
paurosi di morire, a sé rivocarono i tementi spiriti, e ogni vena vi mandò il
suo sangue a render caldo, e i membri abandonati rimasero freddi e vinti, e
essi caddero semivivi, avanti che Florio potesse alcuna parola rispondere. E così,
col natural colore perduto, stettero per lungo spazio, sì che chi veduti gli
avesse, più tosto morti che vivi giudicati gli avrebbe. Ma dopo certo spazio,
il cuore rendé le perdute forze a' sopiti membri di Florio, e tornò in sé tutto
debole e rotto, come se un gravissimo affanno avesse sostenuto, e tirando a sé
le braccia, gravate dal candido collo di Biancifiore, si dirizzò, e vide che
questa non si movea, né alcun segnale di vita dimostrava. Allora elli, ripieno
di smisurato dolore, appena che la seconda volta non ricadde, e disiderato
avrebbe d'esser subitamente morto; ma veggendo che 'l dolore nol consentiva,
piangendo forte si recò la semiviva Biancifiore in braccio, temendo forte che
la misera anima non avesse abandonato il corpo e mutato mondo, e con timida
mano cominciò a cercare se alcuna parte trovasse nel corpo calda, la quale di
vita gli rendesse speranza. Ma poi che egli dubbioso non consentiva alla
verità, ché forse caldo trovava e pareagli essere ingannato, cominciò piangendo
a baciarla, e dicea:
«Oimè,
Biancifiore, or se' tu morta? Deh, ove è ora la tua bella anima? In quali parti
va ella sanza il suo Florio errando? Oimè, or come poterono gl'iddii essere
tanto crudeli ch'elli abbiano la tua morte consentita? O Biancifiore, deh,
rispondimi! Oimè, ch'io sono il tuo Florio che ti chiamo! Deh, or tu mi parlavi
ora inanzi con tanto effetto, disiderando di mai da me non ti partire, e ora
solamente non mi rispondi! Or se' tu così tosto sazia dell'essere meco? Oimè,
che gl'iddii mi manifestano bene ora che di me sono invidiosi e hannomi in
odio. Ma di questo male m'ha più cagione il mio crudel padre, il quale sì
subitamente ha affrettata la mia partita. O crudele padre, tu l'avrai
interamente! Le parole da me dette stamattina ti saranno dolente agurio e oggi
ti faranno dolente portatore del fuoco, ove tu miseramente ardere mi vedrai: la
tua crudeltà è stata cagione della morte di costei, e ella e tu sarete cagione
della mia. Vivere possi tu sempre dolente dopo la mia morte, e gl'iddii
prolunghino gli anni tuoi in lunga miseria! Or ecco, o anima graziosa, ove che
tu sii, rallegrati che io m'apparecchio di seguitarti, e quali noi fummo di qua
congiunti, tali infra le non conosciute ombre in etterno amandoci staremo
insieme. Una medesima ora e uno medesimo giorno perderà due amanti, e alle loro
pene amare sarà principio e fine».
E
già avea posto mano sopra l'aguto coltello, quando egli si chinò per prima
baciare il tramortito viso di Biancifiore, e chinandosi il sentì riscaldato, e
vide muovere le palpebre degli occhi, che con bieco atto riguardavano verso di
lui. E già il tiepido caldo, che dal cuore rassicurato movea, entrando per li
freddi membri, recando le perdute forze, addusse uno angoscioso sospiro alla
bocca di Biancifiore, e disse:
«Oimè!».
Allora
Florio, udendo questo, quasi tutto riconfortato, la riprese in braccio e disse:
«O
anima mia dolce, or se' tu viva? Io m'apparecchiava di seguitarti nell'altro
mondo».
Allora
si dirizzò Biancifiore con Florio insieme, e ricominciarono a lagrimare. Ma
Florio, veggendola levata, disse:
«O
sola speranza della vita mia, ove se' tu infino a ora stata? Qual cagione t'ha
tanto occupata? Io estimava che tu fossi morta! Oimè, perché pigli tu tanto
sconforto per la mia partita? Tu me la concedi con le parole, e poi con gli
atti pieni di dolore il mi vieti. Io ti giuro per li sommi iddii che, s'io vi
vado, che o tu verrai tosto a me come promesso m'ha il mio padre, o io poco vi
dimorerò, che io tornerò a te; e mentre che io là dimorerò, o ancora, mentre
ch'io starò, in vita, mai altra giovane che te non amerò. E però confortati, e
lascia tanto dolore: ché s'io credessi che questa vita dovessi tenere, io in
niuno atto v'andrei; o s'io vi pure andassi, credo che pensando al tuo dolore
morrei. E promettoti per la leal fede che io ti porto, come a donna della mia
mente, che il presente anello, il quale ora donato m'hai, sempre guarderò,
tenendolo sopra tutte cose caro, e spesso riguardandolo, sempre imaginerò di
veder te. E se mai accidente avviene che egli si turbi, niuno accidente mi
potrà ritenere che io non sia a te sanza alcuno indugio: e però io ti priego
che tu ti conforti».
Queste
parole, e altre molte, con amorosi baci mescolati di lagrime e di sospiri
furono tra Florio e Biancifiore quanto quel giorno mostrò la sua luce; ma poi
che egli chiudendola tornò tenebroso, i due amanti pensosi teneramente dicendo
"A Dio!" si partirono, tornando ciascuno sospirando alla sua camera.
[22]
Quella
notte fu a' due amanti molto gravosa, e non fu sanza molti sospiri trapassata,
ancor che assai brieve la riputassero, però che più tosto avrebbero quelle pene
sostenute essendo così vicini, che doversi il vegnente giorno partire. Ma poi
che il sole sparse sopra la terra la sua luce, e i cavalli e la compagnia di
Florio furono nella gran corte del real palagio apparecchiati aspettando lui,
Florio si levò e con lento passo n'andò davanti al re suo padre e alla reina,
dove Biancifiore similmente pensosa già era venuta; e fatta la debita riverenza
al padre, e preso congedo dalla madre, la quale in vista non sana, giaceva
sopra un ricco letto, prima si voltò verso il re e poi verso la madre, e
caramente raccomandò loro Biancifiore, pregandoli che tosto gliele mandassero,
e poi abbracciata Biancifiore, in loro presenza la baciò dicendo:
«A
te sola rimane l'anima mia; chi onorerà te onorerà lei»; e appena così
parlando, costrinse con vergogna le lagrime, che il greve dolore che il cuor
sentiva si sforzava di mandar per gli occhi fuori, e appena con voce intera
poté dire:
«Rimanetevi
con Dio»; e discese le scale, salì a cavallo, e sanza più indugio si partì.
[23]
Molto
dolfe a tutti la partita di Florio, posto che il re e la regina contenti ne
fossero, credendo che il loro avviso dovesse per quella partita venir fatto; ma
sopra tutti dolse a Biancifiore. Ella l'accompagnò infino in piè delle scale,
sanza far motto l'uno all'altro; e poi che a cavallo il vide, riguardato lui
con torto occhio, tacita se ne tornò indietro, e salì sopra la più alta parte
della real casa, e quivi, guardando dietro a Florio, stette tanto, quanto
possibile le fu il vederlo. Ma poi che più veder nol poté, ella, accomandandolo
agl'iddii, si tornò alla sua camera, faccendo sì gran pianto, che ne sarebbe
presa pietà a chiunque udita l'avesse o veduta, e dicea:
«Oimè,
Florio, or pur te ne vai tu: or pure ho io veduto quello che io non credetti
che mai gli occhi miei sostenessero di potere vedere! Deh, or quando sarà che
io ti rivegga? Io non so com'io mi faccia; io non so come io sanza te possa
vivere. Oimè, perché non morii io ieri nelle tue braccia, quando io fui sì
presso alla morte, che tu credesti ch'io morta fossi? Io non sentirei ora
questa doglia per la tua partenza: l'anima mia ne sarebbe andata lieta, in
qualunque mondo fosse ita, essendo io morta in sì beato luogo».
Glorizia,
la quale allato le sedea, piangea forte per pietà di lei, e piangendo la
confortava quanto più potea, dicendo:
«O
Biancifiore, deh, pon fine alle tue lagrime: vuoi tu piangendo guastare il tuo
bel viso, e consumarti tutta? Tu ti dovresti ingegnare di rallegrarti, acciò
che la tua bellezza, conservata, multiplicasse sì che, quando tu andrai a
Montoro, tu potessi piacere a Florio, il quale, se consumata ti vede, ti rifiuterà:
e io so che tu vi sarai tosto mandata, sì come io ho udito dire al re.
Confortati, che se Florio sapesse che tu questa vita menassi, egli
s'ucciderebbe. Or che faresti tu s'egli fosse andato molto più lontano, dove a
te non fosse licito l'andare? E' non si vuol far così ! Usanza è che gli uomini
e le donne innamorate spesso abbiano per partenze o per altri accidenti alcune
pene: ma non tali chente tu le prendi; pensa che tu questa vita durare non
potresti lungamente, e, se tu morissi, tu faresti morire lui: adunque se per
amore di te non vuoi prendere conforto, prendilo per amor di lui, acciò ch'e'
viva».
E
con cotali parole e con molte altre appena la poté racconsolare.
[24]
Ma
Florio, partito, alquanto si turbò nel viso, mostrando il dolore che
l'angoscioso animo sentiva. Andavano i suoi compagni lasciando i volanti
uccelli alle gridanti grue, faccendo loro fare in aria diverse battaglie. E
altri con gran romore sollecitavano per terra i correnti cani dietro alle
paurose bestie. E così, chi in un modo e chi in un altro, andavano prendendo
diletto, mostrando a Florio alcuna volta queste cose, le quali molta più noia
gli davano che diletto: però che egli alcuna volta imaginando andava d'essere
stretto dalle dilicate braccia di Biancifiore, come già fu, e non gli parea
cavalcare; le quali imaginazioni sovente, col mostrarli le cacce, gli erano
rotte. Ma egli poco a quelle riguardando, pur verso la città, la quale egli mal
volontieri abandonava, si rivolgea; e così volgendo s'andò infino che licito
gli fu di poterla vedere. E così andando con lento passo, costoro s'erano molto
avvicinati a Montoro, quando il duca Ferramonte, che la sua venuta avea saputa,
contento molto di quella, con molti nobili uomini della terra s'apparecchiò di
riceverlo onorevolemente. E coverti sé e i loro cavalli di sottilissimi e belli
drappi di seta, rilucenti per molto oro, circundati tutti di risonanti sonagli,
con bigordi in mano, accompagnati da molti strumenti e varii, e coronati tutti di
diverse frondi, bigordando e con la festa grande gli vennero incontro, faccendo
risonare l'aere di molti suoni.
Quando
Florio vide questo, sforzatamente si cambiò nel viso, mostrando allegrezza e
festa, quella che del tutto era di lungi da lui; e con lieto aspetto il duca e
i suoi compagni ricevette, e fu da loro ricevuto. E con questa festa, la quale
quanto più alla terra s'appressavano tanto più crescea, n'andarono infino nella
città, della quale trovarono tutte le rughe ornate di ricchissimi drappi, e piena
di festante popolo. Né niuna casa v'era sanza canto e allegrezza: ogni uomo in
qualunque età facea festa, e similemente le donne cantando versi d'amore e di
gioia. Pervenne adunque Florio con costoro al gran palagio del duca, e quivi
con tutto quello onore che pensare o fare si potesse a qualunque iddio, se
alcuno in terra ne discendesse, fu Florio da' più nobili della terra ricevuto.
E, scavalcati, tutti salirono alla gran sala, e quivi per picciolo spazio
riposatisi presero l'acqua e andarono a mangiare. E poi per amore di Florio,
molti giorni solennemente per la città festeggiarono.
[25]
Biancifiore
così rimasa, alquanto da Glorizia riconfortata, ogni giorno andava molte fiate
sopra l'alta casa, in parte onde vedeva Montoro apertamente, e quello riguardando
dopo molti sospiri avea alcun diletto, imaginando e dicendo fra se medesima:
"Là è il mio disio e il mio bene". E tal volta avvenia che stando
ella sentiva alcun soave e picciolo venticello venire da quella parte e ferirla
per mezzo della fronte, il quale ella con aperte braccia ricevea nel suo petto,
dicendo: "Questo venticello toccò il mio Florio, com'egli fa ora me,
avanti che egli giungesse qui"; e poi, quindi partendosi, andava in tutti
quelli luoghi della casa ov'ella si ricordava d'avere già veduto Florio, e
tutti gli baciava, e alcuni ne bagnava alcune volte d'amare lagrime. Questi
erano i templi degl'iddii e gli altari, i quali ella più visitava. E niuna
persona venia da Montoro, che ella o tacitamente o in palese non domandasse del
suo Florio. Ella mai non mangiava che Florio da lei non fosse molte fiate
ricordato; e s'ella andava a dormire, non sanza ricordare più volte Florio vi
si ponea, e niuna cosa sanza il nome di Florio non faceva; e se ella dormendo
alcun sogno vedea, sì era di Florio; e per questo sempre avrebbe di dormire
disiderato, acciò che spesso in tale inganno dormendo si fosse trovata: ben che
poi, trovandosi dal sonno ingannata, le fosse gravosa noia. E sempre pregava
gl'iddii che 'l suo Florio da infortunoso caso guardassero e che le dessero
grazia che tosto potesse andare a lui, o egli tornare a essa. Ella non si
curava mai di mettere i suoi biondi capelli con sottile maestria in dilicato
ordine, ma quasi tutta rabuffata sotto misero velo gli lasciava stare. Né mai
curava di lavarsi lo splendido viso, o di vestire i preziosi e belli
vestimenti, però che non v'era a cui ella disiderasse di piacere. E il cantare
e l'allegrezza e la festa tutta avea lasciato per intendere a sospirare. Né
niuno strumento era che allora da lei molestato fosse, ma tacitamente sperando
di tosto riveder Florio prendea quel conforto che ella poteva, tenendo sempre
l'anima nelle mani di Florio.
[26]
E
Florio simigliantemente a niuna cosa, stando a Montoro, avea tanto lo
'ntendimento fisso quanto alla sua Biancifiore, né era da lei una volta
ricordato che egli non ricordasse lei infinite. E così come Montoro era da
Biancifiore vagheggiato e rimirato spesso, così egli riguardava sovente
Marmorina. Né niuno suo ragionamento era già mai se non d'amore o della
bellezza della sua Biancifiore, la quale sopra tutte le cose disiava di vedere.
Egli da quel dì che Amore occultamente gli accese del suo fuoco infino a
quell'ora non la baciò mai, né fece alcun altro amoroso atto, che cento volte
il dì fra sé nol ripetesse, dicendo: "Deh, ora mi fosse licito pur di
vederla solamente!"; e fra sé sovente piangea il tempo il quale indarno
gli parea avere perduto stando con Biancifiore sanza baciarla e abbracciarla,
dicendo che se mai più con lei per tal modo si ritrovasse, come già era
trovato, mai più per ozio o per vergogna non perderebbe che egli non spendesse
il tempo in amorosi baci. Egli si portava saviamente molto, prendendo col duca
e con Ascalion e con altri molti varii diletti, quali nel iemale tempo prendere
si possono, sperando sempre che il re di giorno in giorno gli dovesse mandar
Biancifiore. E con questi diletti mescolati di speranza, sempre aspettando,
assai leggiermente si passò tutto quel verno sanza troppa noia, però che
alquanto l'amoroso caldo per lo spiacevole tempo era nel cuore rattiepidato e
ristretto. Ma poi che Febo si venne appressando al Monton frisseo, e la terra
incominciò a spogliarsi le triste vestige del verno, e a rivestirsi di verdi e
fresche erbette e di varie maniere di fiori, incominciarono a ritornare l'usate
forze nell'amorose fiamme, e cominciarono a cuocere più che usate non erano per
adietro nella mente allo innamorato Florio. Egli per lo nuovo tempo trovandosi
lontano a Biancifiore, incominciò a provare nuovo dolore da lui ancora non
sentito in alcun tempo, che egli dicea così:
«Ora
pur festeggia tutta Marmorina, e la mia Biancifiore, stando all'alte finestre
della nostra casa, vede i freschi giovani sopra i correnti cavalli, adorni di
bellissimi vestimenti, passarsi davanti, e ciascuno per la bellezza di lei si
volge a riguardarla. Or chi sa se alcuno tra' molti ne le piacerà, per lo quale
non potendo ella veder me, e avendomi dimenticato, s'innamori di colui? Oimè,
che questo m'è forte a pensare che possa essere; ma tuttavia la poca stabilità
la qual nelle donne si trova, e massimamente nelle giovani, me ne fa molto
dubitare; e se questo pure avvenisse che fosse, niuna cosa altro che la morte
mi sarebbe beata. O sommi iddii, se mai per me o per li miei antichi si fece o
si dee far cosa che alla vostra deità aggradi, cessate che questo non sia».
E
questo pensiero più che altro gli stava nella mente. Egli non vedea alcuna
giovane che 'l riguardasse, che egli immantanente non dicesse:
«Oimè,
così fa la mia Biancifiore; i non conosciuti giovani ella li mira tutti, così
come costoro fanno me, cui esse forse mai più non videro. E qual cagione recò
Elena ad innamorarsi dello straniere Paris se non la follia del suo marito,
che, andandosene all'isola di Creti, lasciò lei assediata da' piacevoli occhi
dello innamorato giovane? Né mai Clitemestra si sarebbe innamorata di Egisto,
se Agamenon fosse con lei continuamente stato: il quale poi lei insieme con la
vita per tale innamoramento perdé. Ma di questo non m'ha colpa se non la empia
nequizia del mio padre, il quale gl'iddii consumino, così come egli fa me
consumare. Egli m'impromise più volte di mandarlami sanza fallo qua
brievemente, e mai mandata non me l'ha. Oimè, che ora conosco il manifesto suo
inganno e truovo che vere sono le parole che Biancifiore mi disse, dicendo che
mai non ce la manderebbe e che egli qua non mi mandava se non perch' ella
m'uscisse di mente. Oh, come male è il suo avviso venuto al pensato fine, con
ciò sia cosa che io mai del suo amore non arsi com'io ardo ora».
E
istando Florio in questi pensieri, in tanto gl'incominciò a crescere il disio
di volere vedere Biancifiore che egli non trovava luogo, né ad altro pensar
poteva né giorno né notte. Egli avea per questo ogni studio abandonato, né di
mangiare né di bere parea che gli calesse: e tanto dubitava di tornare a
Marmorina sanza licenza del re, acciò che egli a far peggio non si movesse, che
egli volea avanti sostenere quella vita così noiosa; e era già tale nel viso
ritornato, che di sé facea ogni uomo maravigliare. E non avendo ardire di
tornare in Marmorina, andava il giorno sanza alcun riposo cercando gli alti
luoghi, de' quali egli potesse meglio vedere la sua paternale casa, ove egli
sapeva che Biancifiore dimorava. E similmente la notte non dormiva, ma furtivamente
e solo se n'andava infino alle porti del palagio del suo padre, non dubitando
d'alcun fiero animale, o d'ombra stigia, o d'insidie di ladroni, né d'altra
cosa: e quivi giunto, si ponea a sedere e con sospiri e con pianto più volte le
baciava, dicendo:
«O
ingrate porti, perché mi tenete voi che io non posso appressarmi al mio disio,
il quale dentro da voi serrato tenete?».
E
certo egli più volte fu tentato o di picchiare acciò che aperto gli fosse, o di
romperle per passar dentro, ma per paura della fierità del padre, il cui
intendimento già apertamente conoscere gli parea, se ne rimanea, tornandosi a
Montoro per l'usata via. E sì lo stringea amore, che vita ordinata non potea
tenere, ma sì disordinatamente la tenea, che più volte il duca e Ascalion
avedendosene il ne ripresero; ma poco giovava. E pur da amore costretto, più
volte mandò a dire al re che omai il caldo era grande, e allo studio più
intendere non potea, e però egli se ne volea con suo congedo tornare a
Marmorina.
[27]
Il
re, il quale più volte avea inteso che Florio voleva a Marmorina tornare, e
similemente avea udito a molti recitare la dolorosa vita che Florio a Montoro
menava, da grieve dolor costretto, sospirando se n'andò in una camera dove la
reina era; il quale sì tosto come la reina il vide, il dimandò quello che egli
avea, che sì pieno d'ira e di malinconia nell'aspetto si dimostrava. Il re
rispose:
«Noi
ci allegrammo molto dell'andata di Florio a Montoro, credendo che egli
incontanente dimenticasse Biancifiore, ma egli m'è stato detto da più persone
che la sua vita è tanto angosciosa, perché egli non può venire a vederla, che
ciò è maraviglia. E diconmi più, che egli del tutto lo studiare ha lasciato: la
qual cosa fosse il maggior danno che mai seguire ce ne potesse! Ma egli ancora
da grande amore costretto non mangia né dorme, ma in pianto e in sospiri
consuma la sua vita: per la qual cosa egli è nel viso tornato tale che poco più
fu Erisitone quando in ira venne a Cerere: e non pare Florio, sì è impalidito, e
non vuole udire d'altrui parlare che di Biancifiore, né prendere vuole alcun
conforto che porto gli sia. Né a questo vale alcuna riprensione che fatta gli
sia; e ancora m'ha mandato più volte dicendo che venir se ne vuole; ond'io non
so che mi fare, se non che d'ira e di malinconia mi consumo e ardo».
[28]
Grave
parve molto alla reina udire quelle parole, e, accesa d'ira nel viso,
subitamente rispose:
«Ahi,
come gl'iddii giustamente ti pagano! Or che avevi tu a fare co' romani
pellegrinanti, quando tu tanti n'uccidesti? E poi che tanti n'avevi uccisi,
perché la vita ad una sola femina, che di grazia dimandava la morte, lasciasti?
Certo o la morte di coloro o la vita di quella spiacque loro: per la qual cosa
essi nel ventre di quella occulto fuoco ti mandarono in casa. Or chi dubita che
mentre che Biancifiore viverà, Florio mai non la dimenticherà? Certo no, e
questo è manifesto. E così per la vita di costei perderemo Florio; e così per
una vil femina potremo dire che perduto abbiamo il nostro figliuolo. Adunque
pensisi come costei muoia».
Rispose
il re:
«E
avanti oggi che domani, ché certo mi pare che, come voi dite, mai mentre ella
sarà in vita, non sarà dimenticata da Florio».
Allora
disse la reina:
«E
come faremola noi subitamente morire sanza avere cagione che legittima paia? Se
noi il facciamo, e' ce ne potrà gran biasimo seguitare. E certo se Florio il
risapesse, e' sarebbe un dargli materia di disperarsi e d'uccidersi se
medesimo, o di partirsi da noi, in maniera che mai nol rivedremmo. Ma, quando a
voi paresse, qui sarebbe da procedere con lento passo, e, quando luogo e tempo
fosse, trovarle alcuna cagione adosso, per la quale faccendola morire, ogni
uomo giudicasse che ella giustamente morisse; e così saremo di mala fama e
della vita di Biancifiore insieme disgravati».
E
sanza guari pensare, la reina più avanti disse:
«E
la cagione potrà essere questa. Voi sapete che il giorno, nel quale per tutto
il vostro regno si fa la gran festa della vostra natività, s'appressa; e dove
ch'ella si faccia grandissima, sì si fa ella qui in Marmorina. E niuno gran
barone è nel vostro regno che con voi non sia a questa festa: e però quando
essi saranno nella vostra gran sala assettati alle ricche tavole, ciascuno
secondo il grado suo, allora ordinate col siniscalco vostro che o pollo o altra
cosa in presenza di tutti vi sia da parte di Biancifiore presentato, o che
Biancifiore medesima da sua parte il vi rechi davanti, acciò che paia che ella
con la bellezza del suo viso venendovi davanti voglia rallegrar la festa; ma
veramente abbiate ordinato col siniscalco che qual che si sia quella cosa
ch'ella apporterà, celatamente di veleno sia piena. E come il presente davanti
a voi sarà posato, e ella partita del vostro cospetto, fate che in alcun modo o
cane o altra bestia faccia la credenza, acciò che altra persona non ne morisse:
della qual cosa chiunque sarà il primo mangiatore, o subitamente morrà, o
enfierà, per la potenza del veleno. E così a tutti fia manifesto che ella abbia
voluto avvelenare voi; e come voi avrete questo veduto, fate che voi vi
turbiate molto, e, faccendo il romore grande, la facciate prendere, e
subitamente giudicare per tale offesa al fuoco. Chi sarà colui che non dica che
tale morte sia ragionevole, o che, veggendovi turbato, vi prieghi per la sua
salute? E certo questo non vi sarà malagevole a fare, però che il siniscalco
vostro l'ha in odio molto; e la cagione è questa, che egli più volte ha voluto
il suo amore, e ella sempre l'ha rifiutato faccendosi di lui beffe».
«Certo
- disse il re - voi avete ben pensato, e così sanza indugio si farà, né già
pietà che la sua bellezza porga mi vincerà».
[29]
Partissi
il re dalla reina e fece chiamare a sé incontanente Massamutino, suo
siniscalco, uomo iniquo e feroce, al quale egli disse così:
«Tu
sai che mai a' tuoi orecchi niuno mio segreto fu celato, né mai alcuna cosa
sanza il tuo fedel consiglio feci: e questo solamente è avvenuto per la gran
leanza la quale io ho trovata in te. Ora, poi che gl'iddii hanno te eletto a
mio segretario, più che alcuno altro, io ti voglio manifestare alcuna cosa del
mio intendimento, del tutto necessaria di mettere ad effetto, la quale sanza
manifestare mai ad alcuno, fa che tenghi occulta; però che se per alcun tempo
fosse rivelata ad altrui, sanza fallo gran vergogna ce ne seguirebbe, e forse
danno. Ciascuno, il quale vuole sua vita saviamente menare seguendo le virtù,
dee i vizi abandonare, acciò che fine onorevole gli seguisca; ma quando
avvenisse che viziosa via per venire a porto di salute tenere gli convenisse,
non si disdice il saviamente passare per quella acciò che maggior pericolo si
fugga: e fra gli altri mondani prencipi che più nelle virtuose opere si sono
dilettati, sono stato io uno di quelli, e tu il sai. Ma ora nuovo accidente a
forza mi conduce a cessarmi alquanto da virtuosa via, temendo di più grave
pericolo che non sarà il fallo che fare intendo; e dicoti così, che a me ha la
fortuna mandato tra le mani due malvagi partiti, i quali sono questi: o voglio
io ingiustamente far morire Biancifiore, la quale in verità io ho amata molto e
amo ancora, o voglio che Florio, mio figliuolo, per lei vilmente si perda; e
sopra le due cose avendo lungamente pensato, ho preveduto che meno danno sarà
la morte di Biancifiore che la perdenza di Florio, e più mio onore e di coloro
che dopo la mia morte deono suoi sudditi rimanere: e ascolta il perché. Tu sai
manifestamente quanto Florio ama Biancifiore; e certo se egli, giovanissimo
d'età e di senno, è di lei innamorato, ciò non è maraviglia, ché mai natura non
adornò creatura di tanta bellezza, quanta è quella che nel viso a Biancifiore
risplende; ma però che di picciola e popolaresca condizione, sì come io estimo,
è discesa, in niuno atto è a lui, di reale progenie nato, convenevole per
isposa; e io dubitando che tanto amore non l'accendesse della sua bellezza, che
egli se la facesse sposa, per fargliele dimenticare il mandai a Montoro, sotto
spezie di volerlo fare studiare. Ma egli già per questo non l'ha dimenticata,
ma, secondo che a me è stato porto, egli per l'amore di costei si consuma, e,
rimossa ogni cagione, ne vuole qua venire: onde io dubito che, tornando egli,
dare non me gliele convenga per isposa, e s'io non gliele do, che egli niuna
altra ne voglia prendere. E se egli avvenisse che io gliele donassi, o che egli
da me occultamente la si prendesse, primieramente a me e a' miei sanza fallo
gran vergogna ne seguirebbe, pensando al nostro onore, tanto abassato per
isposa discesa di sì vile nazione, come estimiamo che costei sia. Appresso, voi
nol vi dovreste riputare in onore, considerando che, dopo costui, signore vi
rimarrebbe nato di sì picciola condizione, come sarebbe nascendo di lei. E s'io
non gliele dono per isposa, egli niun'altra ne vorrà, e non prendendone alcuna
altra, sanza alcuna erede seguirà l'ultimo giorno: e così la nostra signoria
mancherà, e converravvi andar cercando signore strano. Adunque, acciò che
queste cose dette si cessino, è il migliore a fare che Biancifiore muoia, come
detto ho, imaginando che com'ella sarà morta, egli per forza se la caccerà di
cuore, dandogli noi subitamente novella sposa tale, quale noi crederemo che a
lui si confaccia. Ma però che del fare subitamente morire Biancifiore ci
potrebbe anzi vergogna che onore seguire, ho pensato che con sottile inganno
possiamo aver cagione che parrà giusta e convenevole alla sua morte: e odi
come. E' non passeranno molti giorni che la gran festa della mia natività si
farà, alla quale tutti i gran baroni del mio reame saranno a onorarmi: in quel
giorno ti conviene ordinare che tu abbi fatto apparecchiare uno paone bello e
grasso, e pieno di velenosi sughi, il quale fa che Biancifiore il mi presenti
da sua parte, quando io e' miei baroni staremo alla tavola. E acciò che alcuno
non prendesse di questa opera men che buona presunzione, veggendolo più tosto
recare a Biancifiore che ad alcuno altro scudiere o damigella, sì le dirai che
a me e a tutti coloro i quali alla mia tavola meco sederanno, col paone in mano
vada domandando le ragioni del paone, le quali se non da gentile pulcella possono
essere adimandate. E sì tosto come questo fatto avrai, e ella avrà lasciato
davanti a me il paone, io, faccendone prendere alcuna stremità, e gittarla in
terra, so che alcuno cane la ricoglierà, la quale mangiando subitamente morrà.
E quinci sembrerà a tutti quelli che nella sala saranno, che Biancifiore
m'aggia voluto avvelenare, e imagineranno che Biancifiore abbia voluto far
questo, perché io la dovea mandare a Montoro, e non la vi ho mandata. E io
mostrandomi allora di questo forte turbato, so che, secondo il giudizio di
qualunque vi sarà, ella sarà giudicata a morte: la qual cosa io comanderò che
sanza indugio sia messa ad essecuzione, e così saremo fuori del dubbio nel
quale io al presente dimoro».
Poi
che il re ebbe così detto, e egli si tacque aspettando la risposta del
siniscalco; la quale fu in questo tenore:
[30]
«Signor
mio, sanza dubbio conosco la gran fede, la quale in me continuamente avuta
avete, la quale sempre con quella debita lealtà che buon servidore dee a
naturale signore servare, ho guardata e guarderò mentre in vita dimorerò. E
l'avviso, il quale fatto avete, a niuno, in cui conoscimento fosse, potrebbe
altro che piacere: onde io il lodo, e dicovi che saviamente proveduto avete,
con ciò sia cosa che non solamente il giudicare le preterite cose e le presenti
con diritto stile è da riputare sapienza, tanto quanto è le future con
perspicace intendimento riguardare. E sanza dubbio, se molto durasse la vita di
Biancifiore, quello che narrato m'avete, n'avverrebbe; ma mandando inanzi
cautamente le predette cose, credo sì fare che il vostro intendimento verrà
fornito sanza che alcuno mai niente ne senta».
E
questo detto, sanza più parlare, partirono il maladetto consiglio.
[31]
Oimè,
misera Biancifiore, or dove se' tu ora? Perché non ti fu e' lecito d'udire
queste parole, come quelle della partenza del tuo Florio? Tu forse stai a
riguardar que' luoghi ove tu continuamente con l'animo corri e dimori,
disiderando d'esservi corporalmente. O tu forse con isperanza o d'andare a
Montoro a veder Florio, o che Florio ritorni a veder te, nutrichi l'amorose
fiamme che ti consumano, e non pensi alle gravi cose che la fortuna
t'apparecchia a sostenere? A te pare ora stare nella infima parte della sua
rota, né puoi credere che maggior dolore ti potesse assalire, che quello che tu
hai per l'assenza di Florio, ma tu dimori nel più alto luogo, a rispetto che tu
starai. Oimè, che tu, lontana allo iniquo consiglio, spandi amare lagrime per
amore, le quali più tosto per pietà di te medesima spandere dovresti, avvegna
che a coloro che semplicemente vivono, gl'iddii provengono a' bisogni loro, e
molte volte è da sperare meglio quando la fortuna si mostra molto turbata, che
quando ella falsamente ride ad alcuno.
[32]
La
reale sala era di marmoree colonne di diversi colori ornata, le quali
sosteneano l'alte lammie che la coprivano, fatte con non picciolo artificio e
gravi per molto oro, e le finestre divise da colonnelli di cristallo, i cui
capitelli e d'oro e d'argento erano, per le quali la luce entrava dentro ad
essa. Nelle notturne tenebre non si chiudeano con legno, ma l'ossa degl'indiani
elefanti, commesse maestrevolemente e con sottili intagli lavorate, v'erano per
porte; e in quella sala si vedeano ne' rilucenti marmi intagliate l'antiche
storie da ottimo maestro. Quivi si potea vedere la dispietata ruina di Tebe, e
la fiamma dei due figliuoli di locasta, e l'altre crudeli battaglie fatte per
la loro divisione, insiememente con l'una e con l'altra distruzione della
superba Troia. Né vi mancava alcuna delle gran vittorie del grande Alessandro.
E con queste ancora vi si mostrava Farsalia tutta sanguinosa del romano sangue,
e' prencipi crucciati, l'uno in fuga e l'altro spogliare il ricco campo degli
orientali tesori. E sopra tutte queste cose v'era intagliata la imagine di
Giove, vestita di più ricca roba che quella che Dionisio fero già gli spogliò,
intorniato d'alberi d'oro, le cui frondi non temevano l'autunno, e i loro pomi
erano pietre lucentissime e di gran valore. In questa sala, quando il giorno della
gran festa venne, furono messe le tavole, sopra le quali risplendeano copiosa
quantità di vasella d'oro e d'argento; né fu alcuno strumento che là entro quel
giorno non risonasse, accompagnato da dolcissimi e diversi canti. Né in tutta
Marmorina fu alcun tempio che visitato non fosse, né alcuno altare di qualunque
iddio vi fu sanza divoto fuoco e debito sacrificio, da' quali il re e gli altri
gran baroni tornando si raunarono nella detta sala, tutti lodando la bellezza
d'essa. E appressandosi l'ora del mangiare, presa l'acqua alle mani, andarono a
sedere. Il re s'assettò ad una tavola, la quale per altezza sopragiudicava
tutte l'altre, e con seco chiamò sei de' più nobili e maggiori baroni che seco
avesse, faccendone dalla sua destra sedere tre e altrettanti dalla sinistra,
stando di reali vestimenti in mezzo di loro vestito. E quelli che dalla sua
dritta mano gli sedea allato, fu un giovane chiamato Parmenione, disceso
dell'antico Borea, re di Trazia; appresso del quale seguiva Ascalion,
nobilissimo cavaliere e antico per età e per senno, degno d'ogni onore; e poi
sedea un altro giovane chiamato Messaallino, figliuolo del gran re di Granata,
piacevolissimo giovane e valoroso. Ma dalla sua sinistra Ferramonte duca di
Montoro più presso gli sedea, il quale avea Florio quel giorno lasciato soletto
per venire a tanta festa; appresso il quale uno chiamato Sara, ferocissimo
nell'aspetto, e signore de' monti di Barca, sedea con un giovane grazioso
molto, chiamato Menedon, di Giarba re de' Getuli disceso. Appresso, nelle più
basse tavole, ciascuno secondo il grado suo fu onorato, serviti tutti da
nobilissimi giovani e di gran pregio.
[33]
Massamutino,
al quale non era già il comandamento del re uscito di mente, fece occultamente
e con molta sollecitudine apparecchiare un bel paone, il quale egli di sugo
d'una velenosa erba tutto bagnò, pensando che quello giorno per tale operazione
si vedrebbe vendico di Biancifiore, che per amadore l'avea rifiutato. E fatto
questo, avendo già la reale mensa e l'altre di più vivande servite, né quasi
altro v'era rimaso a fare che mandare il paone, accompagnato con più scudieri
andò per Biancifiore, la quale la reina, acciò che ella non potesse niente di
male pensare, avea fatta quel giorno vestire nobilmente d'un vermiglio sciamito
e mettere i biondi capelli in dovuto ordine con bella treccia avolti al capo,
sopra li quali una piccola coronetta ricca di preziose pietre risplendea, e 'l
chiaro viso, già lungamente di lagrime bagnato, lavato quel giorno per volere
della reina, dava piacevole luce a chi il vedea, posto che questo Biancifiore
avea mal volentieri fatto, pensando che 'l suo Florio non v'era. Ma perché
bisognava alla reina tanto ingegno ad ingannare la semplice giovane? Ella non
avrebbe mai saputo pensare quello che ella non avrebbe saputo né ardito di fare
ad alcuno. Ma venuto il siniscalco davanti alla reina, e salutata lei e la sua
compagna, disse così:
«Madonna,
oggi si celebra, sì come voi sapete, la gran festa della natività del nostro
re, per la qual cosa volendo noi la nostra festa fare maggiore e più bella,
provedemmo di fare apparecchiare un paone, il quale noi vogliamo fare davanti
al re presentare e a' suoi baroni, acciò che ciascuno, faccendo quello che a
tale uccello si richiede, si vanti di far cosa per la quale la festa divenga
maggiore e più bella; né sì fatto uccello è convenevole d'esser portato alla
reale tavola se non da gentilissima e bella pulcella; né io non ne conosco
alcuna, né qua entro né in tutta la nostra città, che a Biancifiore si possa
appareggiare in alcuno atto. E però caramente vi priego che a sì fatto servigio
vi piaccia di concederle licenza, che con noi venga incontanente, però che
l'ora del portarlo è venuta, né si può più avanti indugiare».
La
reina, che ben sapeva come l'opera dovea andare, sì come quella che ordinata
l'avea, stette alquanto sanza rispondere; ma poi che la crudele volontà vinse
la pietà che di Biancifiore le venne, udendo ch'ella era richiesta ad andare a
quella cosa per la quale a morte doveva essere giudicata, e ella disse:
«Certo
questo ci piace molto»; e voltata verso Biancifiore, le disse: «Vavvi »,
ammaestrandola che saviamente i debiti del paone adimandasse a tutti i baroni
che alla reale tavola dimoravano, sanza andare ad alcuno altro, e poi davanti
al re posasse il paone, e ritornassesene, tenendo bene a mente quello in che
ciascuno si vantava. Biancifiore, disiderosa di piacere e di servire a tutti,
sanza aspettare più comandamenti se n'andò col siniscalco. Il quale, poi che
presso furono all'entrare della sala, le pose in mano un grande piattello
d'argento, sopra 'l quale l'avvelenato paone dimorava, dicendo:
«Portalo
avanti, però che più non è da stare».
Biancifiore,
preso quello sanza farsene fare alcuna credenza, non avedendosi dello inganno,
e con esso passò nella sala, nella quale, sì tosto com'ella entrò, parve che
nuova e maravigliosa luce vi crescesse per la chiarezza che dal suo bel viso
movea; e fatta la debita reverenza al re, e con dolce saluto tutti gli altri
che mangiavano salutati, s'appressò alla reale mensa, e con vergognoso atto,
dipinta nel viso di quel colore che il gran pianeto, partendosi l'aurora, il
cielo in diverse parti dipinge, così disse:
[34]
«Poi
che gl'iddii si mostrano verso me graziosi e benigni, avendomi conceduto che io
a questo onore, più tosto che alcuna altra giovane, eletta fossi a portare
davanti alla vostra real presenza il santo uccello di Giunone, il quale per
quella dea, al cui servigio già fu disposto, merita che qualunque alla sua
mensa il dimanda si doni alcun vanto, il quale poi ad onore di lei con
sollecitudine adempia: onde io per questo prendo ardire a dimandarlovi, e
caramente vi priego che voi né i vostri compagni a ciò rendere mi siate
ingrati, ma con benigni aspetti continuiate la valorosa usanza. E voi,
altissimo signore, sì come più degno per la real dignità, e per senno e per
età, prima, se vi piace, comincerete, acciò che gli altri per essemplo di voi
debitamente procedano».
E
qui si tacque.
[35]
Al
nuovo e mirabile splendore si voltarono tutti i dimoranti della gran sala, non
meno che alla chiara voce di Biancifiore, piena di soavissima melodia; e a lei
graziosamente rendero il suo saluto. E il re, il quale allegro era nell'animo
però che già vedea per la pensata via appressarsi il disiderato fine, con lieto
viso, poi che tutta la sala tacque, le disse:
«Certo,
Biancifiore, la tua bellezza adorna di virtuosi costumi, e la degnità del santo
uccello insieme, meritano degnamente ricchissimi vanti; né a questi alcuno di
noi può debitamente disdirsi: ond'io, sì come principale capo del nostro regno,
comincerò, poi che la ragione e 'l tuo piacere l'adimanda».
E
voltato verso l'antica imagine di Giove, nella sua sala riccamente effigiata,
disse così:
«E
io giuro per la deità del sommo Giove, la cui figura dimora davanti da noi, e
per qualunque altro iddio insieme con lui possiede i celestiali regni, e per lo
mio antico avolo Atalante, sostenitore d'essi regni, e per l'anima del mio
padre, che avanti che 'l sole ritocchi un'altra volta quel grado ove egli ora
dimorando ci porge lieta luce, se essi mi concedono vita, d'averti donato per
marito uno de' maggiori baroni del mio reame: e questo per amore del presente paone
ti sia da ora promesso».
Assai
coperse il re con queste parole il suo malvagio volere, ignorando quello che i
fati gli apparecchiavano; e ella sospirando tacitamente al suono di queste
parole, notò in se medesima i detti del re pigliandoli in buono agurio, fra sé
dicendo: "Dunque avrò io per marito Florio, il quale io solo per marito e
per amico disidero, però che nullo barone è maggiore di lui in questo
regno"; poi, ringraziato il re onestamente e con sommessa voce, con
picciolo passo procedette avanti, fermandosi nel cospetto di Parmenione, il
quale incontanente così disse:
«Io
prometto al paone che, se gl'iddii mi concedono che io vi vegga per
matrimoniale patto donare ad alcuno, quel giorno che voi al palagio del novello
sposo andrete, io con alquanti compagni, nobilissimi e valorosi giovani,
vestiti di nobilissimi drappi e di molto oro rilucenti, adestreremo il vostro
cavallo e voi sempre con debita reverenza e onore, infino a tanto che voi ricevuta
nella nuova casa scavalcherete».
«Adunque
- disse Biancifiore - più che Giunone mi potrò io di conducitori gloriare»; e
passò avanti ad Ascalion, che in ordine seguiva alla reale mensa, dicendo:
«O
caro maestro, e voi che vantate al paone?».
Rispose
Ascalion:
«Bella
giovine, posto che io sia pieno d'età e che la mia destra mano già tremante
possa male balire la spada, sì mi vanto io per amor di voi al paone, che quel
giorno che voi novella sposa sarete, la qual cosa gl'iddii anzi la mia morte mi
facciano vedere, io con qualunque cavaliere sarà nella vostra corte disideroso
di combattere meco, con le taglienti spade sanza paura combatterò, obligandomi
di sì saviamente combattere, che sanza offendere io lui o egli me, o voglia
egli o no, io gli trarrò la spada di mano e davanti a voi la presenterò».
Ciascuno
che questo udì si maravigliò molto, dicendo che veramente sarebbe da riputare
valoroso chi tal vanto adempiesse. Ma Biancifiore andando avanti venne in
presenza di Messaallino, il quale vedendola, quasi della sua bellezza preso,
disse:
«Giovane
graziosa, per amore di voi io vanto al paone che quel giorno che voi prima
sederete alla mensa del novello sposo, io vi presenterò dieci piantoni di
dattero coperti di frondi e di frutti, non d'una natura con gli altri, però che
quelli, de' quali la mia terra è copiosa, a ciascuna radice hanno appiccato un
bisante d'oro».
Inchinandogli,
Biancifiore il ringraziò; e volto i passi suoi verso il duca Ferramonte, che
alla sinistra del re sedea, e davanti a lui posato il paone, gli richiese
quello che avanti agli altri avea richiesto. A cui il duca rispondendo, disse:
«E
io imprometto al paone che per la piacevolezza vostra, il giorno che novella
sposa sarete, e appresso tanto quanto la vostra festa durerà, di mia mano della
coppa vi servirò quanto vi piaccia».
«Certo
- disse Biancifiore - di tal servidore Giove non che io, si glorierebbe»; e
passò avanti a Sara, il quale come davanti se la vide, disse:
«Io
voto al paone che quel giorno che gl'iddii vi concederanno onore di
matrimoniale compagno, io vi donerò una corona ricchissima di molte preziose
pietre e di risplendente oro bellissima, e ove che io sia, se io saprò davanti
la vostra festa, verrò a presentarlavi con le mie mani».
Il
quale tacendo, subitamente Menedon soggiunse:
«E
io prometto al paone che se gl'iddii mi concedono che io maritata vi veggia,
tanto quanto la festa delle vostre nozze durerà, io con molti compagni, vestiti
ciascuno giorno di novelli vestimenti di seta, sopra i correnti cavalli, con
aste in mano e con bandiere bigordando e armeggiando, a mio potere essalterò la
vostra festa».
Ringraziollo
Biancifiore, e tornata indietro, davanti al re posò il paone, e così disse:
«Principalmente
voi, o caro signore e singulare mio benefattore, e appresso questi altri baroni
tutti, quanto io posso, degl'impromessi doni vi ringrazio, e priego
gl'immortali iddii che, là dove la mia possa al debito guiderdone mancasse, che
essi con la loro benigna mente di ciò vi meritino».
E
questo detto, onestamente fatta la debita reverenza, si partì, e con lieto viso
tornò alla reina, narrandole gl'impromessi doni. A cui la reina disse:
«Ben
ti puoi omai gloriare, pensando che uno sì fatto prencipe qual è il nostro re,
e sei cotali baroni quali sono coloro che con lui sedeano, si sono tutti in tuo
onore e piacere obligati».
[36]
Rimase
sopra la real mensa il velenoso uccello, il quale il re, come Biancifiore fu
partita, comandò che tagliato fosse; per la qual cosa un nobilissimo giovane
chiamato Salpadin, al re per consanguinità congiuntissimo, il quale quel giorno
davanti li serviva del coltello, prese con presta mano il paone, e, gittata in
terra alcuna estremità, incominciò a volere smembrare il paone; ma non prima
caddero le gittate membra, che un cane piccioletto, al re molto caro, le prese,
e, mangiandole, incontanente gl'incominciò a surgere una tumorosità del ventre,
e venirgli alla testa, la quale tanto gliele ingrossò subitamente, che quasi
era più la testa fatta grande che essere non solea tutto il corpo; e
similemente discorsa per gli altri membri, oltre a' loro termini grossi e
enfiati gli fece divenire; e i suoi occhi, infiammati di laida rossezza, parea
che della testa schizzare gli dovessero, e con doloroso mormorio, mutandosi di
più colori, disteso tal volta in terra e talora in cerchio volgendosi, in
piccolo spazio scoppiando quivi morì. La qual cosa da molti veduta, la gran
sala fu tutta a romore, e i soavissimi strumenti tacquero, mostrando questo al
re, il quale incontanente gridò:
«E
che può ciò essere?».
E
voltato a Salpadin, il quale già volea fare la credenza, disse:
«Non
tagliare; io dubito che noi siamo villanamente traditi: prendasi un altro
membro del presente paone e gittisi ad un altro cane, però che questo qui
presente morto per veleno mostra che morisse, onde che egli il prendesse, o
delle stremità da te gittate in terra, o d'altra parte».
Salpadin
sanza alcuno dimoro gittò la seconda volta un maggiore membro ad un altro cane,
il quale non prima mangiato l'ebbe, che, con simile modo voltandosi che 'l
primo, del mortale dolore affannato, cadde e quivi in presenza di tutti morì.
Onde il re con furioso atto gridando:
«Chi
ha la nostra vita con veleno voluta abreviare?», e gittata in terra la tavola
che davanti a lui era, si dirizzò, e comandò che subitamente Biancifiore e 'l
siniscalco e Salpadin fossero presi, però che di loro dubitava che alcuno
d'essi tre avvelenare l'avesse voluto co' suoi compagni. O sommo Giove, or non
potevi tu sostenere che quel cibo avesse ingannato lo 'ngannatore, avanti che
la innocente giovane tanta persecuzione ingiustamente sostenesse? Or tu
sofferesti che i tuoi compagni fossero co' membri umani tentati alla tavola di
Tantalo, quando a Pelopo, perduto l'omero, fu rifatto con uno d'avorio; e
similemente sostenesti che il misero Tireo fosse sepoltura dell'unico suo
figliuolo! Erati così grave per giusta vendetta abbagliare lo iniquo senso del
re Felice? Ma tu forse per fare con gli avversi casi conoscere le prosperità,
pruovi le forze degli umani animi, poi con maggior merito guiderdonandoli.
[37]
Furono
presi i tre sanza niuno dimoro con noiosa furia, e messi in diverse prigioni.
Ma poi che Biancifiore fu subitamente presa, niuno fu che mai parlare le
potesse, né ella ad altrui. Del siniscalco e di Salpadin furono le scuse
diligentemente intese, e per innocenti in brieve lasciati, mostrando il
siniscalco davanti a tutta gente con false menzogne Biancifiore e non altri
avere tal fallo commesso. Di questo ciascuno si maravigliò, non potendo alcuno
pensare né credere che Biancifiore avesse tal malvagità pensata; ma pure il
manifesto presentare del paone facea a molti non potere disdire quello che e'
medesimi non avrebbero voluto credere. Ma poi che il gran romore fu alquanto
racchetato, e il siniscalco e Salpadin per le loro scuse sprigionati, il re
fece chiamare a consiglio molta gente, e principalmente coloro che con lui
erano quella mattina stati alla tavola, e adunato con molti in una camera,
disse così:
«Sanza
dubbio credo che a voi sia manifesto che io oggi sono stato in vostra presenza
voluto avvelenare; e chi questo abbia voluto fare, ancora è apertissimo per
molte ragioni che Biancifiore è stata; la qual cosa molto mi pare iniqua a sostenere
che sanza debita punizione si trapassi, pensando al grande onore che io nella
mia corte l'ho fatto, sì come di recarla da serva a libertate, farla
ammaestrare in iscienza e continuamente vestirla di vestimenti reali col mio
figliuolo, datala in compagnia alla mia sposa, credendo di lei non nimica ma
cara figliuola avere. E sì come avete potuto questa mattina udire, non si
finiva questo anno che io intendea di maritarla altamente, però che vedea già
la sua età richiedere ciò. E di tutto questo m'è avvenuto come avviene a chi
riscalda la serpe nel suo seno, quando i freddi aquiloni soffiano, che egli è
il primo morso da lei. Vedete che similmente ella in guiderdone del ricevuto
onore m'ha voluto uccidere: e sì avrebbe ella fatto, se 'l vostro avedimento non
fosse stato. Laonde io intendo, come detto v'ho, di volerla di ciò gravemente
punire, acciò che mai alcuna altra a sì fatto inganno fare non si metta. Ma
però che di ciò dubito non mi seguisse più vergogna che onore, se subitamente
il facessi, però che parrà a molti impossibile a credere questo per la sua
falsa piacevolezza, la quale ha molto presi gli animi, n'ho voluto e voglio
primieramente il vostro consiglio, e ciò tutti fidelmente porgere mi dovete,
disiderando il mio onore e la mia vita, sì come membri e vero corpo di me,
vostro capo.
[38]
Lungamente
si tacque ciascuno, poi che il re ebbe parlato; e bene avrebbero volentieri
risposto il duca e Ascalion, però che a loro parea manifestamente conoscere chi
questo veleno avea mandato e ordinato; ma però che la volontà del re conobbero,
ciascuno si tacque, dubitando di non dispiacergli. E similmente fecero tutti
quelli che presente lui erano, fuori che Massamuti no, il quale dopo lungo
spazio, dimorando tutti gli altri taciti, si levò e disse:
«Caro
signore, io so che 'l mio consiglio sarà forse tenuto da questi gentili uomini
qui presenti sospetto per la presura che di me subita fare faceste sanza colpa,
e so che diranno che ciò che io consiglierò, io il faccia a fine di scaricare
me e di levare voi di sospezione; ma io non guarderò già a quello che alcuno
possa dire o dica, che io non vi dia quello consiglio in ciò che dimandato
avete, che a legittimo e vero signore donar si dee, in tutto ciò che per me
conosciuto sarà, sempre riservandomi allo ammendamento di voi, dov'io fallissi.
E così m'aiutino gl'immortali iddii, com'io se non quello che diritta coscienza
mi giudicherà non dirò; e dico così: "Il fallo, il quale Biancifiore ha
fatto, è tanto manifesto, che in alcuno atto ricoprire non si puote, né
simigliantemente si può occultare il grande onore da voi fatto a lei: per lo
quale avendo ella voluto sì fatto fallo fare, merita maggiore pena. E certo, se
quello che in effetto s'ingegnò di mettere, avesse solamente pensato, merita di
morire". Onde per mio consiglio dico e giudico che misurando giustamente
la pena col fallo, che ella muoia: e sì come ella volle che la vostra vita per
la focosa forza del veleno si consumasse, così la sua con ardente fuoco
consumata sia. E certo tale giudicio pare a me medesimo crudele; e non
volentieri il dono per consiglio che si dea, però che per la sua piacevole
bellezza assai l'amava; ma nella giustizia, né amore, né pietà, né parentado,
né amistà dee alcuno piegare dalla diritta via della verità. Non per tanto, voi
siete savio, e appresso di molti più savii uomini che io non sono avete, e sì
come signore potete ogni mio detto indietro rivocare e mettere ad essecuzione.
Però là ove nel mio consiglio, il quale giusto al mio albitrio v'ho donato, si
contenesse fallo, saviamente l'ammendate».
E
più non disse.
[39]
Non
fu alcuno degli altri nobili uomini, che nel consiglio del re sedeano, che si
levasse a parlare contro a Biancifiore, ma tacendo tutti, di questa opera
stupefatti, dierono segno di consentire al detto del siniscalco, posto che a
molti sanza comparazione dispiacesse, sentendo che Biancifiore era in prigione,
per maniera che sua ragione scusandosi non potea usare: e volentieri per
difender lei avrebbero parlato, ma quasi ciascuno s'era aveduto che al re
piaceano queste cose e che con sua volontà eran fatte, onde per non spiacerli
ciascuno taceva. Perché vedendo questo il re, che oltre al detto del siniscalco
niuno dicea, né a quello era alcuno che apponesse, disse:
«Adunque,
signori, per mio avviso pare che consigliate che Biancifiore di fuoco deggia
morire, e certo in tal parere n'era io medesimo; e però vengano immantanente i
giudici, i quali di presente la giudichino, che sanza giudiciale sentenza io
non intendo di farla di fatto morire, acciò che alcuno non potesse dire che io
i termini della ragione in ciò trapassassi, né similemente voglio a fare la
giustizia dare troppo indugio, però che le troppo indugiate giustizie molte
volte sono da pietà impedite, né hanno poi loro compimento».
Furono
di presente i giudici al cospetto del re, il quale loro comandò che sanza
dimoro la crudele sentenza dessero contro a Biancifiore. Al quale i giudici
risposero:
«Signore,
le leggi ne vietano di dover dare in dì solenne mortale sentenza contro ad
alcuna persona, e oggi è giorno di tanta solennità, quanta voi sapete; ma noi
scriveremo il processo ordinatamente, e al nuovo giorno la daremo sanza fallo,
e la faremo mettere in essecuzione».
A'
quali il re disse:
«Poi
che oggi le leggi il ne vietano, domattina per tempo sanza dimoro si faccia».
E
questo detto, si partì dallo iniquo consiglio. Ma il duca e Ascalion sanza
prendere alcun congedo si partirono, non volendo udire la iniqua sentenza; e
avanti che 'l sole le sue luci messe avesse sotto l'onde occidentali, giunsero
a Montoro, ove smontarono, faccendo a Florio gran festa, il quale solo e con
molti pensieri trovarono.
[40]
Era
Biancifiore con la reina ancora recitando i vanti de' gran baroni, quando i
furiosi sergenti vennero impetuosamente sanza niuno ordine a prenderla, e lei
piangendo, sanza dire per che presa l'avessero, la ne portarono. O misera
fortuna, subita rivolgitrice de' mondani onori e beni, poco davanti niuno
barone era nella real corte, che a Biancifiore avesse avuto ardire di porre la
mano adosso, o di farne sembiante, ma ciascuno s'ingegnava di piacerle, e ora a
vilissimi ribaldi sì disprezzare consentisti la sua grandezza, che, sanza
narrare il perché, presala oltraggiosamente, la menaron via. Certo con poco
senno si regge chi in te ferma alcuna speranza. Di questo mostrò la reina
grandissimo dolore, e molto ne pianse, ricoprendo con quelle lagrime il suo tradimento
davanti ordinato. E veramente e' ne le pur dolfe, posto che assai tosto di tal
doglia prendesse consolazione, imaginando che per la morte di lei, già messa in
ordine da non poter fallire al suo parere, l'ardente amore si partirebbe del
petto di Florio. Ma i fati non serbavano a sì leale amore, quale era quello
intra' due amanti, sì corta fine né sì turpissima, come costoro loro voleano
sanza cagione apparecchiare.
[41]
Quel
giorno nel quale la gran festa si facea in Marmorina, era Florio rimaso tutto
soletto di quella compagnia che più gli piacea, ciò era del duca e di Ascalion,
a Montoro; e molto pensoso e carico di malinconia, ricordandosi che in così
fatto giorno egli con la sua Biancifiore, vestiti d'una medesima roba, soleano
servire alla reale tavola, e avere insieme molta festa e allegrezza di canti e
d'altri sollazzi. Ond'egli sospirando, così cominciò a dire:
«O
anima mia, dolce Biancifiore, che fai tu ora? Deh, ora ricordati tu di me, sì
come io fo di te? Io dubito molto che altro piacere non ti pigli per la mia
assenza. Oimè, perché non è egli licito solamente di poterti vedere a me, il
quale mi ricordo che in sì fatto giorno più volte t'ho già abbracciata,
porgendoti puerili e onesti baci? Ove sono ora fuggiti i verdi prati, ne' quali
Priapo più volte ci coronò di diversi fiori, cogliendoli noi con le nostre
mani? E ove sono le ricche camere, le quali de' nostri dimoramenti si
rallegravano? Deh, perché non sono io con teco, così come io soleva,
continuamente, o almeno di tanti quanti giorni l'anno volge uno solo? O perché
non mi se' tu mandata come tu mi fosti promessa? Io credo che 'l mio padre
m'inganna, come tu mi dicesti. E tu ora credo che dimori nella gran sala, e dai
col tuo bel viso nuova luce a molti, di tal grazia indegni, e a me misero, che
più che altra cosa ti disidero, m'è tolto il vederti. Maladetta sia quella
deità che sì m'ha fatto vile, che io per paura di mio padre dubito di venirti a
vedere, e ora ch'io possa o vederti o esser veduto. Oimè, quanto m'offende
quella piccola quantità di via che ci divide! Deh, maladetto sia quel giorno
ch'io da te mi partii, che mai alcuno diletto non sentii, posto che tu alcuna
volta dormendo io, essendomi tu con benigno aspetto apparita, m'hai alquanto
consolato: la qual consolazione in gravoso tormento s'è voltata, sì tosto
com'io mi sveglio dallo ingannevole sonno, pensando che veder non ti possa con
gli occhi della fronte. O sola sollecitudine della mia mente, gl'iddii mi
concedano che io alcuna volta anzi la mia morte veder ti possa; la qual cosa
converrà che sia, se io dovessi muovere aspre battaglie contro al vecchio
padre, o furtivamente rapirti delle sue case. E a questo, se egli non mi ti
manda o non mi fa dove tu sia tornare, non porrà lungo indugio, però che più
sostenere non posso l'esserti lontano».
E
mentre che Florio queste parole e molte altre sospirando dicea, continuamente
al caro anello porgea amorosi baci, sempre riguardandolo per amor di quella che
donato glielo avea. E in tal maniera dimorando pensoso, soave sonno gli gravò
la testa, e, chiusi gli occhi, s'addormentò; e dormendo, nuova e mirabile
visione gli apparve.
[42]
A
Florio parve subitamente vedere l'aere piena di turbamento, e i popoli d'Eolo,
usciti del cavato sasso, sanza niuno ordine furiosi recare da ogni parte
nuvoli, e commuovere con sottili entramenti le lievi arene sopra la faccia
della terra, mandandole più alte che la loro ragione, e fare sconci e
spaventevoli soffiamenti, ingegnandosi ciascuno di possedere il luogo
dell'altro e cacciar quello; e appresso mirabili corruscazioni e diversi suoni
per isquarciate nuvole, le quali parea che accendere volessero la tenebrosa
terra; e le stelle gli parea che avessero mutata legge e luoghi, e pareali che
'l freddo Arturo si volesse tuffare nelle salate onde, e la corona della
abandonata Adriana fosse del suo luogo fuggita, e lo spaventevole Orione avesse
gittata la sua spada nelle parti di ponente; e dopo questo gli parve vedere i
regni di Giove pieni di sconforto, e gl'iddii piangendo visitare le sedie l'uno
dell'altro; e pareali che gli oscuri fiumi di Stige si fossero posti nella
figura del sole, però che più non porgea luce; e la luna impalidita avea
perduti i suoi raggi, e similmente tutti gli altari di Marmorina gli pareano
ripieni d'innocente sangue umano, e tutti i cittadini piangere con altissimi
guai sopr'essi. I paurosi animali e feroci insiememente per paura gli parevano
fuggir nelle caverne della terra, e gli uccelli ad ora ad ora cader morti, né
parea che albero ne potesse uno sostenere. E poi che queste cose a Florio, che
di paura piangea, si mostrarono, gli parea veder davanti a sé la santa dea
Venus, in abito sanza comparazione dolente e vestita di neri e vilissimi
vestimenti, tutta stracciata piangendo, alla quale Florio disse:
«O
santa dea, qual è la cagione della tua tristizia, la quale movendomi a pietà mi
costringe a piagnere, come tu fai? E dimmi, perché è il subito mutamento de'
cieli e della terra avvenuto? Intende Giove di fare l'universo tornare in caos
come già fu? Nol mi celare, io te ne priego, per la virtù del potente arco del
tuo figliuolo».
«Oimè
misera - rispose Venus, - or etti occulta la cagione del pianto degli uomini,
dell'aere e degl'iddii? Levati su, che io la ti mostrerò»; e preso Florio,
involtolo seco in una oscura nuvola, sopra Marmorina il portò, e quivi gli fece
vedere l'avvelenato paone posto in mano a Biancifiore dal siniscalco, e 'l
pensato inganno, e la subita presura, e 'l crudele rinchiudimento, e la
malvagia sentenza della morte ordinata di dare contro a Biancifiore: le quali
cose mostrategli, riposatolo piangendo di vere lagrime nella sua camera, gli
disse:
«Ora
t'è manifesta la cagione del nostro pianto».
«Oimè!
- rispose Florio, - quando io ti vidi, santa madre del mio signore, sanza la
risplendente luce degli occhi tuoi e sanza gli adorni vestimenti, privata della
bella corona delle amate frondi da Febo, incontanente mi corse all'animo la
cagione la quale tu hai ora fatta visibile agli occhi miei: ond'io ti priego
che mi dichi qual morte più crudele io posso eleggere, poi che Biancifiore
muore. Insegnalami, ché io non voglio vivere appresso la sua morte. Io sono
disposto a volere seguire la sua anima graziosa ovunque ella andrà, e essere
così congiunto a lei nella seconda vita come nella prima sono stato: o tu mi
mostra qual via c'è alla dimensione della sua vita, se alcuna ce n'è, però che
nullo sì alto né sì grande pericolo fia, al quale io non mi sottometta per
amore di lei, e che tutto non mi paia leggerissimo».
A
cui Citerea così rispose:
«Florio,
non credere che il pianto mio e degli altri dei sia perché noi crediamo che
Biancifiore deggia morire, ché noi abbiamo già la sua morte cacciata con
deliberato consiglio, e proveduto al suo scampo, come appresso udirai; ma noi
piangiamo però che la natura, vedendosi sopra sì bella creatura, come è
Biancifiore, offendere dalla crudeltà del tuo padre, quando a morte ordinò che
sentenziata fosse, ci si mostrò, sagliendo a' nostri scanni, sì mesta e
dolorosa, che a lagrimare ci mosse tutti, e fececi intenti alla sua diliberazione.
E similmente l'aria e la terra e le stelle a mostrar dolore con diversi atti
costrinse. E però che tu per lei verrai a maggiori fatti, che tu medesimo non
estimi, dopo molte avversità, vogliamo che in questa maniera al suo scampo
t'esserciti. Tu, sì tosto come il sole avrà i raggi suoi compiendo l'usato
cammino nascosi, occultamente di queste case ti partirai, e andranne a quelle
di Ascalion, a te fidelissimo amico e maestro, e fidandoti sicuramente a lui,
di tutto il tuo intendimento ti farai armare di fortissime armi e buone, e
fara'ti prestare un corrente cavallo e forte; e quando questo fatto avrai,
sanza alcuna compagnia fuori che della sua, se egli la ti profferrà,
celatamente prendi il cammino verso la Braa, però che in quel luogo sarà la tua
Biancifiore menata da coloro che d'ucciderla intendono. La sorella di colui che
mena i poderosi cavalli portanti l'etterna luce, la quale, ancora pochi dì
sono, vi si mostrò sanza alcuno corno tutta nella figura del celestiale
Ganimede, m'ha promesso di porgerti sicuro cammino con la sua fredda luce;
quivi con questa spada la quale io ti dono, fatta per le mani del mio marito
Vulcano, quando bisognò alla battaglia degl'ingrati figliuoli della terra, a me
prestata da Marte, mio carissimo amante, aspetterai chetamente insino a tanto
che la tua Biancifiore vedrai menare per esserle data l'ultima ora. E allora,
sanza alcuno indugio, cacciata da te ogni paura, con ardito cuore ti trai
avanti sanza farti a nullo conoscere, e contradì a tutto il presente popolo che
Biancifiore ragionevolemente non è stata condannata a morte, né dee morire, e
che ciò tu se' acconcio a provare contro a qualunque cavaliere o altra persona
di questo volesse dire altro; e non dubitare d'assalire tutto il piano pieno
del marmorino popolazzo, se bisogno ti pare che ti faccia, però che contro a
questa spada che io ti dono, niuna arme potrà durare, e il mio Marte m'ha
giurato e promesso per li fiumi di Stige di mai non abandonarti. Né v'è alcuno
iddio che al tuo aiuto non sia prontissimo e volonteroso, e io mai non ti
abandonerò: però sicuramente ti metti al suo scampo, ché la fortuna
graziosamente t'apparecchia onorevole vittoria. La quale quando avrai avuta, e
levata Biancifiore dal mortal pericolo, prendera'la per mano e rendera'la al
tuo padre, raccomandandogliele tutt'ora sanza farti conoscere; e ritornando a
Montoro, fa che sopra gli altari di Marte e sopra i miei accenda luminosi
fuochi con graziosi sacrificii; e quivi mi vedrai essere venuta del mio antico
monte, della mia natività glorioso, con gli usati vestimenti significanti
letizia, circundata di mortine e coronata delle liete frondi di Pennea, e stare
sopra li miei altari a te manifestamente visibile; e coronerotti della
acquistata vittoria; e di queste cose dette, fa che in alcuna non falli per
alcuno accidente; né per parole che Ascalion ti dicesse, da questa impresa ti
rimanghi».
E
dette queste parole, lasciata nella destra mano di Florio la sopradetta spada,
si partì subitamente tornando al cielo.
[43]
Tanto
fu a Florio più il dolore delle vedute cose che l'allegrezza della futura
vittoria a lui promessa da Venere, che piangendo elli forte, e veggendo partire
la santa dea, rompendosi il debile sonno, si destò, e subitamente si dirizzò in
piè, trovandosi il petto e 'l viso tutto d'amare lagrime bagnato, e nella
destra mano la celestiale spada: di che quasi tutto stupefatto, conobbe essere
vero ciò che veduto avea nella preterita visione. E tornandogli a mente la sua
Biancifiore, e della cagione per che da lei avea ricevuto il bello anello, e
della virtù d'esso, piangendo il riguardò dicendo:
«Questo
fia infallibile testimonio alla verità»; e riguardandolo, il vide turbatissimo
e sanza alcuna chiarezza. Allora cominciò Florio il più doloroso pianto che mai
veduto o udito fosse, mescolato con molte angosciose voci, dicendo:
«O
dolce speranza mia, per la quale io infino a qui in doglia e in tormenti mi
sono contentato di vivere, sperando di rivederti in quella allegrezza e festa
che io già molte volte ti vidi, quale avversità ti si volge al presente sopra?
Or non bastava alla invidiosa fortuna d'averci dati tanti affannosi sospiri
allontanandoci, se ella ancora con mortal sentenza non ci vuole dividere, e
porgerci maggiore angoscia? Oimè, or chi è colui che cerca falsamente di
volerti levare la vita, e a me insiememente? Chi è quegli che ingiustamente ti
fa nocente il mio vecchio padre? Oimè, or crede egli far morire te sanza me?
Vano pensiero lo 'nganna. Oimè, è questa la festa ch'io soglio in tal giorno
avere con teco? Ahi, dolorosa la vita mia, da quante tribulazioni è circundata!
Certo, cara giovane, niuno a mio potere ti torrà la vita: o questa spada la
racquisterà a te e a me come promesso m'è stato, tenendola io nella mia mano
combattendo, o ella si bagnerà nel mio cuore cacciandovela io, o io diverrò
cenere con teco in uno medesimo fuoco, come Campaneo con la sua amante donna
divenne a piè di Tebe».
E
dicendo Florio queste parole piangendo, il duca, che dalla dolente festa
tornava, venne; il quale come Florio sentì, celando il nuovo dolore, nel viso
allegrezza mostrando, e andatogli incontro lietamente nelle sue braccia il
ricevette, faccendosi festa insieme, però che di perfetto amore s'amavano; e
come essi insieme furono nella sala montati, Florio domandò il duca della
festa, se era stata bella e se egli avea veduta Biancifiore. Il duca rispose
che la festa era stata bella e grande, e che niuna cosa v'era fallita, fuori
solamente la sua presenza; e tutto per ordine gli narrò ciò che fatto vi s'era,
e de' vanti che dati s'aveano al paone che Biancifiore avea portato. Ma ben si
guardò di non dire l'ultima cosa che avvenuta v'era, cìoè dell'avvelenato
paone, per lo quale Biancifiore dovea morire, per tema che Florio non se ne
desse troppa malinconia; e di ciò s'avvide ben Florio, che 'l duca si guardava
di dirgli quello che egli non avrebbe voluto che avvenuto fosse: però, sanza
più adimandare, disse che ben gli piaceva che la festa era stata bella e
grande, e che volentieri vi sarebbe stato se agl'iddii fosse piaciuto.
[44]
Già
aveva Febo nascosi i suoi raggi nelle marine onde, quando, preso il cibo, il
duca insiememente con Florio cercarono i notturni riposi. Ma Florio porta
nell'animo maggiore sollecitudine che di dormire, e sanza adormentarsi aspetta
che gli altri s'addormentino della casa; i quali non così tosto come Florio
avrebbe voluto s'andarono a letto, ma ridendo e gabbando e con diversi
ragionamenti gran parte della notte passarono, la quale Florio tutta divise per
ore, con angosciosa cura dubitando non s'appressasse l'ora che andare di
necessità gli convenisse, e fosse veduto. Ma poi che ciascuno pose silenzio e
la casa fu d'ogni parte ripiena d'oscurità, Florio con cheto passo, aperte le
porti del gran palagio con sottile ingegno, sanza farsi sentire passò di fuori,
e tutto soletto pervenne all'ostiere di Ascalion, ove più voci chiamò acciò che
aperto gli fosse. E 'l primo che alla sua voce svegliato si levò fu Ascalion,
il quale sanza niuno indugio corse ad aprirgli, maravigliandosi forte della sua
venuta, e del modo e dell'ora non meno. E poi che essi furono dentro alla
fidata camera sanza altra compagnia, Ascalion disse:
«Dimmi,
quale è stata la cagione della tua venuta a sì fatta ora, e perché se' venuto
solo?».
E
mentre che queste parole dicea, dubitava molto non il duca gli avesse detto lo
'nfortunio di Biancifiore. Ma Florio rispose:
«La
cagione della mia venuta è questa. A me fa mestiere d'essere tutto armato e
d'avere un buon cavallo. Onde io non sappiendo ove di tale bisogna fossi più fedelmente
né meglio servito che qui, qui a venire mi dirizzai più tosto che in altra
parte: priegovi che vi piaccia di questo tacitamente servirmi incontanente».
E
mentre che diceva queste cose, con gran fatica riteneva le lagrime, le quali
dal premuto cuore, ricordandosi perché queste cose volea, si moveano. Disse
Ascalion:
«Niuna
cosa ho né potrei fare che al tuo piacere non sia; ma qual è la cagione di sì
subita volontà d'armarti? Perché non aspetti tu il nuovo giorno? Armandosi
l'uomo a questa ora, non veggendo alcuna necessità espressa, parrebbe un volere
matto e subito, sì come sogliono essere quelli degli uomini poco savi e che
hanno il natural senno perduto; ma se tu mi di' perché a questo se' mosso, la
cagione potrebbe essere tale che io loderei che la tua impresa si mettesse
avanti. Già sai tu bene che di me tu ti puoi interamente fidare, con ciò sia
cosa che io lungamente in diverse cose ti sia stato maestro fedelissimo, e
amatoti come se caro figliuolo mi fossi stato: dunque non ti guardar da me».
Florio
rispose:
«Caro
maestro, veramente se alcuna virtù è in me, dagl'iddii e da voi la riconosco; e
sanza dubbio, se io non avessi avuto in voi somma fede, niuno accidente per tal
cosa mi ci avrebbe potuto tirare; ma poi che vi piace di sapere il perché a
questa ora per l'armi io sia venuto, io il vi dico. A voi non è stato occulto
l'ardente amore che io ho a Biancifiore portato e porto, della quale, oggi,
dormendo io, mi furon mostrate dalla santa Venus di lei dolorose cose: però che
io stando con lei sopra a Marmorina in una oscura nuvola, vidi chiamare la mia
semplice giovane, e porle uno avvelenato paone in mano, e vidiglielo portare
per comandamento altrui alla reale mensa ove voi sedevate; e dopo questo vidi e
udii il gran romore che si fece, aveggendosi la gente dello avvelenato paone, e
lei vidi furiosamente mettere in uno cieco carcere; e ancora dopo lungo
consiglio vidi scrivere il processo della iniqua sentenza, che dare si dee
domattina contra di lei. E queste cose tutte vedeste voi, né me ne dicevate
niente. Ma io ne ringrazio gl'iddii che mostrate le m'hanno, e datomi vero
aiuto e buono argumento a resistere alla crudel sentenza e ad annullarla, sì
com'io credo fare con questa spada in mano, la quale Venere mi donò per la
difensione di Biancifiore. E se il potere mi fallisse, intendo di volere anzi con
esso lei in un medesimo fuoco morire, che dopo la sua morte dolorosamente
vivendo stentare».
«Oimè,
dolce figliuolo - disse Ascalion, - che è quello che tu vuoi fare? Per cui vuoi
tu mettere la tua vita in avventura? Deh, pensa che la tua giovane età ancora è
impossibile a queste cose, e massimamente a sostenere l'affanno delle gravanti
armi. Deh, riguarda la tua vita in servigio di noi, che per signore
t'aspettiamo, e lascia dare i popolareschi uomini a' fati. Tu vuoi combattere
per Biancifiore, la quale è femina di piccola condizione, figliuola d'una
romana giovane, alla quale essendo stato ucciso il suo marito, per serva fu
donata alla tua madre. Ma tu forse guardi al grande onore che tuo padre l'ha
fatto per adietro, e quinci credi forse ch'ella sia nobilissima giovane: tu se'
ingannato, però che questo non le fu fatto se non perché ella fu tua compagna
nel nascimento. Non è convenevole a te amare femina di sì piccola condizione; e
però lasciala andare e compiere i doveri della giustizia, e poi che ella ha
fatta l'offesa, lasciala punire. Non ti recare nella mente sì fatte cose, né
dare speranza a' sogni, i quali per poco o per soperchio mangiare, o per
imaginazione avuta davanti d'una cosa, sogliono le più volte avvenire, né mai
però se ne vide uno vero; e se pur fai quello che proposto hai, nullo fia che
non te ne tenga poco savio, e al tuo padre darai materia di crucciarsi e
d'infiammarsi più verso di lei: onde lascia stare questa impresa, io te ne
priego».
Allora
Florio, con turbato viso riguardandolo nella faccia, disse:
«Ahi,
villano cavaliere, e sconoscente e malvagio, qual cagione licita e ancora
verisimile vi muove a biasimare Biancifiore e chiamarla figliuola di serva? Non
v'ho io più volte udito raccontare che 'l padre di Biancifiore fu nobilissimo
uomo di Roma, e d'altissimo sangue disceso? Certo si ho. E quando questo non
fosse mai vero, natura mai non formò sì nobile creatura com'ella è, però che
non le ricchezze o il nascere de' possenti e valorosi uomini fanno l'uomo e la
femina gentile, ma l'animo virtuoso con le operazioni buone. Essa per la sua
virtù si confarebbe a molto maggior prencipe che io non sarò mai; e posto che
di quello che io intendo di fare, la vil gente ne parli men che bene, i
valorosi me ne loderanno, avvegna che io sì segretamente lo 'ntendo di fare,
che alcuno nol saprà già mai. E se si pur sapesse e parlassesene, il robusto
cerro cura poco i sottili zeffiri, e il giovane poppio non può resistere a'
veloci aquiloni. Faccia l'uomo suo dovere, parli chi vuole. E sanza dubbio del
cruccio del mio padre io mi curo poco, ch'è uomo di sì vile animo come io il
sento, che s'è posto a volere con falsità vendicare le sue ire sopra una
giovane donzella e innocente, sua benivolenza, o amistà si dee poco curare, e
in gran grazia mi terrei dagl'iddii che egli mi uscisse davanti a contradire la
salute di Biancifiore, acciò che io con quel braccio, col quale ancora, se
fosse quell'uomo quale esser dovrebbe, il dovrei aver sostenuto, gli levi la
vita mandandolo ai fiumi d'Acheronta, ove la sua crudeltà avrebbe luogo:
vecchio iniquissimo ch'egli è, che nell'ultima parte de' suoi giorni, alla
quale quando gli altri, che sono stati in giovinezza malvagi pervengono, si
sogliono col bene operare riconciliare agl'iddii, incomincia a divenire crudele
e a fare opere ingiuste. E di ciò che o piacere o dispiacere ch'io gliene
faccia, mai della mia mente non si partirà Biancifiore, né altra donna avrò già
mai; né mi parrà grave il peso dell'armi in servigio di lei. E certo Achille
non avea molto più tempo ch'io abbia ora, quando egli abandonando i veli
insieme con Deidamia, venne armato a sostenere i gravi colpi d'Ettore
fortissimo combattitore; né Niso era di tanto tempo quanto io sono, quando
sotto l'armi incominciò a seguire gi ammaestramenti d'Euriello. Io sono giovane
di buona età, volonteroso alle nuove cose, innamorato e difenditore della
ragione, e emmi stata promessa vittoria dagl'iddii, e veggo la fortuna disposta
a recarmi a grandi cose, la quale noi preghiamo tutto tempo che in più alto luogo
ci ponga della sua rota. Ora poi che ella con benigno viso mi porge i dimandati
doni, follia sarebbe a rifiutarli, ché l'uomo non sa quando più a tal punto
ritorni. Io m'abandonerò a prendere ora che mi par tempo, e salirò sopra la sua
rota; quivi, sanza insuperbire, quanto potrò in alto mantenermi, mi manterrò. E
se avviene che alcuna volta scendere mi convenga, con quella pazienza che io
potrò, sosterrò l'affanno. Né mi vogliate fare discredere quello che la vera
visione m'ha mostrato, dicendo che i sogni sieno fallaci e voti d'ogni verità:
poi che voi non me lo voleste dire, tacete del farmelo discredere, però che io
n'ho più testimoni a questa verità, ché principalmente il mio anello con la
perduta chiarezza mi mostrò l'affanno di Biancifiore: la celestiale spada,
ritrovandomela nella destra mano quando mi svegliai, m'affermò la credenza
delle vedute cose e la speranza della futura vittoria. Ma forse voi dubitate di
farmi il servigio, e però con tante contrarietà v'andate al mio intendimento
opponendo. Onde io vi priego, sanza più andarmi con cotali circustanze
faccendomi perder tempo, mi rispondiate se fare lo volete o no: ch'io vi
prometto che mai io non sarò lieto, né dalla mia impresa mi partirò, infino a
tanto che io con la destra mano non avrò liberata Biancifiore dal fuoco, e da
qualunque altro pericolo le soprastesse».
Quando
Ascalion udì così parlare Florio e videlo pur fermo in voler difendere
Biancifiore, assai se ne maravigliò del gran cuore che in lui sentiva, e più
della nuova visione e della spada a lui donata, la quale non gli parea opera
fatta per mano d'uomo, e fra sé disse: "Veramente la fortuna ti vuole
recare a grandissime cose, delle quali forse questa fia il principio, e
gl'iddii mostra che 'l consentano". E poi rispose a lui:
«Florio,
sanza ragione mi chiami villano e malvagio, però che quel ch'io ti dicea, io
nol ti dicea che io non conoscessi bene ch'io non dicea vero, ma io il dicea
acciò che da questa impresa ti ritraessi, se potuto avessi ritrartene. E se io
avessi dal principio conosciuto che così fermamente t'avessi posto in cuore di
far questo, certo sanza niuna altra parola io t'avrei detto:
"andiamo"; ma io volea provare altressì con che animo ci eri
disposto. E non dire ch'io dubiti di servirti, ch'io voglio che manifesto ti
sia che alcuno disio non è in me tanto quanto quello fervente. Ond'io caramente
ti priego, poi che del tutto alla dimensione di Biancifiore se' fermo, che, se
ti piace, lasci a me questo peso, perché tu non sai chi avanti ti dee uscire a
resistere al tuo intendimento. E nella corte del tuo padre sanza fallo ha molti
valorosi cavalieri, e espertissimi e usati in fatto d'arme lungamente, a' quali
tu ora, novello in questo mestiero, non sapresti forse così resistere come si
converrebbe. E non ti voler rifidare in sola la forza della tua giovanezza, ché
non solamente i forti bracci vincono le battaglie, ma i buoni e savi
provedimenti danno vittoria le più volte. Posto che io, già vecchio, non ho
forse i membri guari più poderosi di te, io pur so meglio di te quel colpo che
è da fuggire e quello che è da aspettare, e quando è da ferire e quando è da
sostenere, sì come colui che dalla mia puerizia in qua mai altra cosa non feci.
E d'altra parte, se io fossi soperchiato, a te non manca il potere allora
combattere, e combattendo provarti, e soccorrere me e Biancifiore».
A
cui Florio rispose brievemente:
«Maestro,
io ora novellamente porterò arme; io, come detto v'ho, sono giovane, e amore mi
sospinge, e la buona speranza: io voglio sanza niuno fallo essere il difenditore
di quella cosa che io più amo, ché non m'è avviso che alcuno cavaliere, non
tanto fosse valoroso e dotto in opera d'arme, potesse qui adoperare quanto
potrò io. E se io consentissi che voi v'andaste voi a combattere, e foste
vinto, a me non si converrebbe d'andare a volere racconciare quello che voi
aveste guasto, né potrei, né mi sarebbe sofferto. Io voglio incominciare a
provare quello affanno che l'armi porgono. Io ho tanto sofferto amore, che ben
credo poter sofferire l'armi a una picciola battaglia. E nella giovanezza si
deono i grandi affanni sostenere, acciò che famoso vecchio si possa divenire. E
se pure avvenisse che la speranza della vittoria mi fallisse, io farò sì che la
vita e la battaglia perderò a un'ora, la qual cosa mi fia molto più cara che se
io, dopo la morte di Biancifiore, rimanessi in vita; del vostro aiuto so che
poi Biancifiore non si curerebbe, sì che più ch'uno non bisognerà che
combatta».
Disse
Ascalion:
«Poi
ch'elli ti piace che così sia, e io ne son contento, ma veramente io non ti
abandonerò mai; e se io vedessi che il peggio della battaglia avessi mai,
chiunque ucciderà te, ucciderà me altressì, avanti che io la tua morte vedere
voglia. Ma io priego gl'iddii, se mai alcuna cosa appo loro meritai, che ti
donino la disiderata vittoria, come promesso t'hanno, acciò che io teco
insieme, riprovata la iniquità del tuo padre e scampata Biancifiore, mi possa
di sì prospero principio rallegrare».
[45]
Veduta
Ascalion la ferma volontà di Florio, sanza più parlare, egli lo 'ncominciò ad
armare di bella e buona arme; e poi ch'egli gli ebbe fatto vestire una grossa
giubba di zendado vermiglio, gli fece calzare due bellissime calze di maglia, e
appresso i pungenti speroni; e sopra le calze gli mise un paio di gambiere
lucenti come se fossero di bianco argento, e un paio di cosciali; e similemente
fattegli mettere le maniche e cignere le falde, gli mise la gorgiera; e
appresso gli vestì un paio di leggierissime piatte, coperte d'un vermiglio
sciamito, guarnite di quanto bisognava nobilmente e fini ad ogni pruova. E poi
che gli ebbe armate le braccia di be' bracciali e musacchini, gli fece cingere
la celestiale spada, dandogli poi un bacinetto a camaglio bello e forte, sopra
'l quale un fortissimo elmo rilucente e leggiero, ornato di ricchissime pietre
preziose, sopra 'l quale un'aquila con l'alie aperte di fino oro risplendeva,
gli mise, donandoli un paio di guanti quali a tanta e tale armadura si
richiedevano; e appresso il sinistro omero gli armò d'un bello scudetto e forte
e ben fatto, tutto risplendente di fino oro, nel quale sei rosette vermiglie
campeggiavano. E sì come il tenero padre i suoi figliuoli ammonisce e insegna,
così Ascalion dicea a Florio:
«Caro
figliuolo mio, non schifare gli ammaestramenti di me vecchio, ma sì come
nell'altre cose gli hai avuti cari e osservatigli, così fa che in questa
maggiormente gli abbia, però che è cosa, che, non osservandola, porta più
pericolo. Quando tu verrai sopra il campo contra 'l disiderato nimico, quanto
più puoi prendi la più alta parte del campo, acciò che andando verso lui, anzi
il sopragiudichi che tu sii da lui sopragiudicato; però che gran danno tornò a'
greci la poca altezza, ché i troiani aveano vantaggio allo 'ncominciare le
battaglie. E guarti non ti opporre a' solari raggi, però che essi dando altrui
negli occhi nocciono molto. Annibale in Puglia per tale ingegno ebbe sopra i
romani vittoria, volgendo le reni al sole, al quale costrinse i romani di
tenervi il viso. Né contro al polveroso vento ti metterai, però che dandoti negli
occhi t'occuperebbe la vista. Né moverai il corrente cavallo con veloce corso
lontano al tuo nimico, ma il principio del suo movimento sia a picciolo passo,
acciò che quando sarai presso al nimico, spronando forte, elli il suo corso
impetuosamente cominci: però che le forze del volonteroso cavallo sono molto
maggiori nel cominciare dello aringo che nel mezzo, quando col disteso capo
corre alla distesa. Né ancora gli darai tutto il freno, però che con meno forza
dilungando il collo andrebbe. Allora sono le cose disposte ad andar forte,
quand'elle truovano alcun ritegno e trapassanlo. E chi fece Protesilao più
volonteroso che 'l dovere, se non l'essere ritenuto contro alla calda volontà?
Se Aulide non avesse ritenute le sue navi, egli andava più temperatamente. Né
non basserai la lancia nel principio dello aringo, però che il savio nimico
prenderebbe riparo al tuo avvisato colpo, e il tuo braccio del peso sarebbe
stanco avanti che tu a lui giugnessi; ma ponendo mente prima a lui, t'ingegna,
se puoi, di prendere al suo colpo riparo, e appressandoti a lui prestamente con
forte braccio abassa la tua lancia, e fa che avanti nella gola che nella
sommità dell'elmo ti ponghi: i bassi colpi nuocciono, posto che gli alti sieno
belli. E s'egli avviene che con lui urtare ti convenga col petto del tuo
cavallo, guarda bene che col petto del suo non si scontri, se non fossi già
molto meglio a cavallo di lui, però che il danno potrebbe essere comune, ma
faccendo con maestrevole mano un poco di cerchio, fa che il petto del tuo
cavallo alla spalla sinistra del suo si dirizzi, e quivi fieri se puoi, ché tal
ferire sarà sanza danno di te. Ma poi che le lance più non adoperranno, non
esser lento a trar fuori la spada; ma non voglio però che tu meni molti colpi,
ma maestrevolemente, quando luogo e tempo ti pare di ferire a scoperto,
copertamente fieri, sempre intendendo a coprire bene te, più che al ferire
molto l'avversario, infino a tanto che tu vegga lui stanco e fievole, e al di
sotto di te, ché allora non si vogliono i colpi risparmiare. E guardera'ti bene
che per tutto questo niente di campo ti lasci torre, però che con vergogna
sarebbe danno. Né ti lasciare abbracciare, se forte non ti senti sopra le
gambe: la qual cosa s'avviene, non volere troppo tosto sforzarti d'abbatterlo
in terra, ma tenendoti ben forte lascia affannar lui, il quale quando alquanto
affannato vedrai, più leggiermente potrai allora mettere le tue forze e
abbattere lui. E sopra tutte cose ti guarda degli occulti inganni: i tuoi occhi
e il buono avviso continuamente te ne ammaestrino. Né niuno romore o di lui o
del circustante popolo ti sgomenti, ma sanza niuna paura ti mostra vigoroso;
incontanente la tua parte fia aiutata dal grido: e il nimico vedendoti ognora
più vigoroso, dubiterà della tua vittoria, però che bene ti seggono l'armi
indosso e bellissimo e ardito ti mostrano, più che altro cavaliere già è gran
tempo vedessi».
Florio
con disiderio ascoltava queste parole, notandole tutte, e volontieri vorrebbe
allora essere stato a' fatti, e molto gli noiava il picciolo spazio di tempo
che a volgere era, e in se medesimo molto si gloriava veggendosi armato; e
disse ad Ascalion:
«Caro
maestro, niuna vostra parola è caduta, ma da me debitamente ritenute, le credo,
ove il bisogno sarà, mettere in effetto; ma caramente vi priego che v'armiate e
vengano i cavalli, e andiamo, però che già mi pare che le stelle, che sopra
l'orizonte orientale salivano nel coricare del sole, abbiano passato il cerchio
della mezza notte».
[46]
Armossi
Ascalion; e mentre che egli s'armava, e Florio andava per l'ostiere ora
correndo, ora saltava d'una parte in altra, e tal volta con la celestiale spada
faceva diversi assalti. Alcuna volta prendeva la lancia per vedere com'egli la
potesse alzare e bassare al bisogno, lanciandola talora; e queste cose così
destramente faceva, come se alcuna arme impedito non l'avesse, avvegna che
Amore la maggior parte gli dava della sua forza. Di che Ascalion, lodando la
sua leggerezza, si maravigliò molto; e essendo già egli medesimo armato, tutto
solo se n'andò alla stalla, e messe le selle e' freni a due forti cavalli, li
menò nella sua corte; e quivi vestito Florio e sé di due sopraveste verdi, e
prese due grosse lance con due pennoncelli ad oro lavorati e seminati di vermiglie
rose, ciascuno la sua, montarono i cavalli e sanza più dimorare presero il
cammino verso la Braa.
[47]
Già
Febea con iscema ritondità tenea mezzo il cielo, quando Florio e Ascalion,
lasciata la città, cominciarono a cavalcare per li solinghi campi. Ella porgea
loro col freddo raggio grande aiuto, però ch'ella mitigava il caldo che le
gravi armi porgeano, e massimamente a Florio, il quale di tal peso non era
usato, poi facea loro la via aperta e manifesta: di che Florio molto si
rallegrava, però che già gli parea incominciato avere a ricevere lo 'mpromesso
aiuto degl'iddii. E più si rallegrava imaginando che egli s'appressava al luogo
ove egli vedrebbe la sua Biancifiore in pericolo, e scampata da quello per la
sua virtù. Ma non volendosi tanto alle sue forze rifidare, quanto all'aiuto
degl'iddii, volto verso la figlia di Latona, così cominciò a dire:
«O
graziosa dea, i cui beneficii io sento continuamente, lodata sii tu; tu
alleviando la mia madre di me, piegandoti a' suoi prieghi, le mi donasti, degna
allegrezza dopo il ricevuto affanno. Dunque, poi che per te nel tempestoso
mondo venni, aiutami nelle mie avversità, e priegoti per li tuoi casti fuochi,
i quali io già ne' miei teneri anni debitamente cultivai, che come tu hai nel
mio aiuto incominciato, così perseveri. E ricordati quanto tu, già ferita di
quello strale che io ora sono, ardesti, di quel fuoco che io ardo! e priegoti
per le oscure potenze de' tuoi regni, ne' quali mezzi i tempi dimori, che tu
domane, dopo la mia vittoria, prieghi il tuo fratello che col suo luminoso e
fervente raggio mi renda alle abandonate case, onde tu ora col tuo freddo mi
togli. Tu m'hai porta speranza del futuro soccorso degl'iddii col tuo
principio, onde io con più ardita fronte il dimanderò. E te, o sommo prencipe
delle celestiali armi, priego per quella vittoria che tu già sopra i figliuoli
della terra avesti, e per tutte l'altre, che tu sii a me favorevole aiutatore,
però che io non cerco, sì come tu vedi, di volere per la presente battaglia
possedere né acquistare le vostre celestiali case, né intendo di levare a Giove
la santa Giunone; né similemente è mio intendimento d'occupare la fama delle
tue grandi opere col tuo medesimo aiuto, ma d'accrescerla, e solamente cerco di
difendere la vita di Biancifiore ingiustamente condannata a morte. E tu, o
santa Venus, nel cui servigio io sono, aiutami. Io vo più ardito per la
promessa che con la tua santa bocca mi facesti. Non mi dimenticare: mostrisi
qui quanto la tua forza possa adoperare. E similmente tu, o santa Giunone,
donandomi il tuo aiuto, consenti che io vincendo faccia manifesto il malvagio
inganno, il quale questi iniqui, contra i quali io ora vo, copersero col tuo
santo uccello, non servandoti la debita reverenza. E voi, o qualunque deità
abitate le celestiali regioni, siate al mio soccorso intente; e massimamente
tu, Astrea, la cui giusta spada mio padre intende di sozzare con innocente
sangue, aiutami».
E
così dicendo e tutt'ora cavalcando, pervennero al dolente luogo per lungo
spazio avanti dì: e quivi il nuovo giorno aspettarono.
[48]
La
misera Biancifiore, non sappiendo perché con tanto furore né sì subitamente
presa fosse, quasi tutta stupefatta, sanza alcuna parola sostenne la grave
ingiuria, entrando nell'oscurissima e tenebrosa carcere; la quale serrata,
acciò che alcuna persona materia non avesse di poterle in alcuno atto parlare,
a cui ella scusandosi poi la sua scusa ad altri porgesse, il re prese a sé la
chiave. E dimorando là entro Biancifiore, niuno sì picciolo movimento v'era che
forte non la spaventasse, e varie imaginazioni, che la fantasia le recava
avanti, le porgeano molta paura, e 'l suo viso impalidito e smorto non dava
alcuna luce nella cieca prigione; onde ella per greve doglia incominciò a
piangere e a dire:
«Oimè
misera, quale può essere la cagione di tanta ingiuria? In che ho io offeso?
Certo in niuna cosa, ch'io sappia. Io mai né con parole né con operazioni non
lesi la reale maestà, e la reina mia cara donna sempre onorai, né mai rubando
né spogliando i santi templi e gli altari degl'iddii commisi sacrilegio, né mai
si tinsero le mie mani né l'altrui per me d'alcun sangue: dunque questo perché
m'è fatto? Oimè, iniqua fortuna, maladetta sii tu! Or non ti potevi tu chiamare
sazia delle mie avversità, pensando che divisa m'avevi da quella cosa nella
quale ogni mia prosperità e allegrezza dimorava, sanza volermi ancora fare ora
questa vergogna d'essere messa in prigione sanza averlo meritato? Deh, se tu
avevi volontà di nuocermi, perché avanti non mi uccidevi? Credo che conosci che
la morte mi sarebbe stata somma felicità, però che i miei sospiri avrebbe
terminati. Stiano adunque i miseri sicuri contra i tagli delle spade e contra
le punte delle agute lance, infino a tanto che il cielo avrà il loro tempo
volto, però che fortunoso caso di vita non li priverebbe. Oimè, or tu mi ti
mostrasti poco avanti così lieta, faccendomi più degna che alcuna altra giovane
della real casa di portare il santo paone alla mensa, dove il re sedea,
accompagnato da quelli baroni, i quali tutti in mio onore e servigio si
vantarono! È questa la fine che tu vuoi a' loro vanti porre? Oimè, com'è laida
e vituperevole! Tosto hai mutato viso a mio dannaggio! Maladetto sia il giorno
del mio nascimento! Io fui cagione di sforzata morte al mio padre e alla mia
madre, i quali io già mai non vidi, e ora, non so come, la mi pare avere a me
meritata. Oimè, che gl'iddii e 'l mondo m'hanno abandonata, e massimamente tu,
o Florio, in cui io solamente portava speranza! Deh, or dove se' tu ora, o che
fai tu? Forse pensi che il tuo padre m'acconci per mandare a te, però che
dimandata me gli hai, e io sto in prigione piena di varie solleccitudini, e non
so per che né a che fine, né se il tuo padre intende di farmi morire! Deh, or
non t'è egli la mia avversità palese? Non riguardi tu il caro anello da me
ricevuto, il quale apertamente la ti significherebbe? Oimè, che io dubito che
tu più nol riguardi, sì come cosa la quale credo che poco cara ti sia!
Immantanente io imagino che tu m'abbia dimenticata! E chi sarebbe quel giovane
sì costante e tanto innamorato, che vedendo tante belle giovani, quante io ho
inteso che costà ha, scalze dintorno alle fredde fontane sopra i verdi prati,
coronate di diverse frondi cantare e fare maravigliose feste, non lasciasse il
primo obietto pigliandone un secondo? E se tu non m'hai dimenticata, perché non
mi soccorri? Chi sa se io dopo questa prigione avrò peggio? E chi sa se io ci
sarò di fame lasciata morire entro, o se di me fia fatta altra cosa? Oimè, ora
se io morissi, come faresti tu? Io per me mi curerei poco di morire, se io
solamente una volta veder ti potessi avanti, e se io non credessi che a te
fosse il mio morire gravoso a sostenere. Oimè, che io credo che se tu sapessi
che io fossi qui, la mia liberazione sarebbe incontanente. E se io potessi questo
in alcun modo farloti sentire, ben lo farei; ma io non posso. Oimè! ora ove
sono tanti amici tuoi, a quanti di me solea per amor di te calere, quando tu
c'eri? Non ce ne ha egli alcuno il quale tel venisse a dire? Io credo di no,
però che gli amici della prosperità insieme con essa sono fuggiti. Ma l'anello
ch'io ti donai ha egli perduta la virtù? Io credo di sì, però che alle mie
avversità niuna speranza è lasciata. O santa Venus, al cui servigio l'animo mio
e tutto disposto, per la tua somma deità non mi abandonare, e per quello amore
che tu portasti al tuo dolce Adone, aiutami. Io sono giovane usata nelle reali
case, dove io nacqui, con molte compagne continuamente stata: ora non so perché
sia sì vilmente rinchiusa. Sola la paura mi confonde: a me pare che quante
ombre vanno per la nera città di Dite, tutte mi si parino davanti agli occhi
con terribili e spaventevoli atti. Mandami alcuno de' tuoi santi raggi in
compagnia; e in bene della mia vita adopera quello che tu meglio di me conosci
che bisogna, ché tu vedi bene che io aiutare non mi posso».
Non
avea Biancifiore ancora compiute di dire queste parole, che nella prigione
subitamente apparve una gran luce e maravigliosa, dentro alla quale Venere
ignuda, fuor solamente involta in uno porporino velo, coronata d'alloro, con un
ramo delle frondi di Pallade in mano dimorava. La quale, quivi giunta,
subitamente disse:
«Ahi,
bella giovane, non ti sconfortare. Noi già mai non ti abandoneremo: confortati.
Credi tu che la nostra deità abandoni così di leggiere i suoi suggetti? Le tue
voci ci percossero gli orecchi infino nel nostro cielo, al pietoso suono delle
quali io subitamente a te sono discesa, e mai non ti lascierò sola. E non
dubitare di cosa che stata ti sia infino a qui fatta, che da questa ora avanti
niuna cosa ti sarà fatta, per la quale altra offesa che sola un poco di paura
te ne seguisca».
Quando
Biancifiore vide questo lume e la bella donna dentro alla prigione, tutta
riconfortata, si gittò ginocchione in terra davanti ad essa, dicendo:
«O
misericordiosa dea, lodata sia la tua potenza. Niuno conforto era a me misera
rimaso, se tu venendo non m'avessi riconfortata. Ahi, quanto ti dobbiamo essere
tenuti pensando alla tua benignità, la quale non isdegnò di venire de' gloriosi
regni in questa oscurità e solitudine a darmi conforto, non avendo io tanta
grazia già mai meritata. Ma dimmi, pietosa dea, poi che con le tue parole m'hai
renduto alquanto del perduto conforto, se licito m'è a saperlo, quale è la
cagione per che fatta m'è questa ingiuria?».
A
cui la dea rispose:
«Niuna
altra cagione ci è, se non per che tu e Florio siete al mio servigio disposti;
ma non sotto questa spezie s'ingegna il re di nuocerti, ma il modo trovato da
lui, col quale egli si ricuopre, è falso e malvagio: ma egli è ben conosciuto
tanto avanti, che alla tua fama non può nuocere, e ancora sarà più manifesto. E
d'altra parte, io poco avanti discesa giù dal cielo, ordinai la tua
diliberazione, in maniera che, avanti che il sole venga domane al meridiano
cerchio, tu sarai renduta al re e tornata in quella grazia che solevi. Più
avanti non te ne dirò ora, però che tutto vedrai e saprai domane».
Con
questi ragionamenti e con molti altri si rimase Biancifiore con la santa dea
infino al seguente giorno, quasi rassicurata, sanza prendere alcuno cibo,
infino che tratta fu di prigione per menare alla morte.
[49]
Cominciossi
per la corte un gran mormorio, poi che il re fu partito dal gran consiglio che
tenuto avea del fallo che dovea aver fatto Biancifiore: e tutti i baroni e l'altra
gente, chi in una parte e chi in un'altra ne ragionavano; e a tutti parea
impossibile il credere che Biancifiore avesse già mai tanta malvagità pensata,
con ciò sia cosa che semplice e pura e di diritta fede la sentivano. E altri
diceano che veramente mai Biancifiore non avrebbe tal fallo commesso né
pensato, ma questo era fattura del re, il quale ordinato avea ciò per farla
morire, perciò che Florio più che altra femina l'amava, e 'l re temea che egli
non la prendesse per isposa, o a vita di lei non ne volesse prendere alcuna
altra. Alcuni diceano ciò non porria essere, ché, se il re l'avesse avuto animo
adosso, per altro modo l'avria fatta morire, né mai si sarebbe vantato di
maritarla, come la mattina avea fatto, affermando d'attenere il suo vanto con
tanti saramenti: aggiungendo a questo che essi credevano che ciò fosse fattura
del siniscalco, però che l'avea in odio, perché rifiutato l'avea per marito. E
altri ne ragionavano in altra maniera: chi difendea il re e chi Biancifiore, ma
a tutti generalmente ne dolea, e niuno potea credere che difetto di Biancifiore
fosse mai stato. E molti ve n'avea che, se non fosse stato per tema di
dispiacere al re, avrebbero parlato molto avanti in difesa di Biancifiore, e
ancora prese l'arme, se bisognato fosse, chi per amor di lei e chi per amor di
Florio. E così d'uno ragionamento in altro il giorno passò, e sopravennero le
stelle, mostrandosi tutto quel giorno, quanto durò, il re e la reina molto
turbati nel viso, avvegna che contenti e allegri fossero nell'animo, sperando
che il seguente giorno per la morte di Biancifiore terminerebbero il loro
disio.
[50]
Il
re dormì poco quella notte, tanto il costringea l'ardente disio che il nuovo
giorno venisse; e sollecitando le maladette cure il suo petto, più volte quella
notte eccitato, disse:
«O
notte, come sono lunghe le tue dimoranze più che essere non sogliono! O il sole
è contra 'l suo corso ritornato, poi che egli si celò in Capricorno, allora che
tu la maggior parte del tempo nel nostro emisperio possiedi, o Biancifiore
credo che con le sue orazioni priega gl'iddii che rallungare ti facciano, quasi
indovina al suo futuro danno. Ma folle è quello iddio che per lei di niente
s'inframette, ché a lui non fia mai per lei acceso fuoco sopra altare né
visitato tempio. Di se medesima gli può ben promettere sacrificio, però che
quando tu ti partirai del nostro emisperio, io la farò ardere nelle cocenti
fiamme, né di ciò alcuno pregato iddio la potrà aiutare, né trarla delle mie
mani: adunque partiti, e lasciami tosto vedere l'apparecchiato fine al mio
disire. E tu, o dolcissimo Apollo, il quale disideroso suoli sì prestamente
tornare nelle braccia della rosseggiante Aurora, che fai? Perché dimori tanto?
Vienne, non dubitar di venire sopra l'orizonte, per che io deggia fare per la
tua venuta ardere la non colpevole giovane. Questo non è l'acerbissimo peccato
del comune figliuolo de' due fratelli mangiato da essi, porto dalla crudel
madre, per lo quale tu tirasti i carri dello splendore indietro, e non volesti
dare quel giorno luce alla terra, perché sopra sé sì fatta crudeltà avea
sostenuta. Tu desti più volte luce a Licaon, operatore di maggior crudeltà che
questa non è; e sofferisti che Progne, dopo l'ucciso figliuolo, dandole tu
lume, si fuggisse dalla giusta crudeltà di Tireo; né si celò la tua luce nella
morte de' due tebani fratelli. Adunque, poi che a Licaon, a Progne e ad Etiocle
ne' loro falli il tuo splendore concedesti, è così mirabile cosa se tu a me ne
porgi? Questa non è la prima femina che muore ingiustamente, né sarà l'ultima,
né a te più che un'altra cara. Dunque vieni! Deh, non dimorare più! Fuggano
omai le stelle per la tua luce. Non mi fare più disiderare quello che tu
naturalmente suogli a tutti donare».
Così
parlava il re, ora vegghiando e ora non fermamente dormendo: e in tale maniera
passò tutta quella notte. Ma poi che il giorno apparì, subito si levò, e fece
chiamare i giudici, e loro comandò che sanza indugio fosse giudicata
Biancifiore.
[51]
Quella
mattina il sole coperto da oscure nuvole non mostrò il suo viso, e l'aria da
noiosa nebbia impedita parea che piangesse, quasi pietosa degli affanni di
Biancifiore. Ma poi che i chiamati giudici furono davanti al re e ebbero il
comandamento ricevuto, stettero quasi stupefatti davanti al re. E conoscendo quasi
il volere degl'iddii, e la ingiusta sentenza che dare doveano temendo, e mossi
a pietà, s'ingegnarono d'aiutare Biancifiore, e dissero:
«Altissimo
signore, niuna persona può da noi essere giudicata, se quella, cui giudicare
dobbiamo, prima a' nostri orecchi non confessa con la propia bocca il fallo per
lo quale al nostro giudicio è tratta. Noi non abbiamo udito ancora da
Biancifiore alcuna cosa, o s'è vero o non vero quello di che voi volete che a
morte la sentenziamo. E voi volendo fare quest'opera secondo il giudiciale
ordine, come dite, e non di fatto, conviene che ce la facciate udire sé aver
commesso questo fallo, però che noi dubitiamo che, sanza fare il debito modo,
la sentenza non torni sopra i nostri capi».
Assai
si turbò il re di queste parole, e temendo forte che Biancifiore ascoltata non
fosse, e per quello che il suo inganno si manifestasse, o che per indugiare non
pervenisse a orecchie a Florio, rispose:
«Questo
fallo fatto da costei non ha bisogno di confessagione alcuna, però che è sì
manifesto, che, se negare lo volesse, non potrebbe, e però sopra l'anima mia e
de' miei figliuoli la giudicate incontanente».
Comandarono
adunque i giudici che Biancifiore fosse incontanente tratta di prigione e
menata davanti da loro, vedendo essi la volontà del re essere disposta pur a
volere che sanza alcuno indugio giudicata fosse.
[52]
Fu
adunque Biancifiore tratta fuori di prigione quella mattina, e la chiara luce
che accompagnata l'avea da lei subito si partì, e questa vestita di neri
drappi, i quali la reina mandati le avea, acciò che come nobile femina andasse
a morire, venne tacitamente dinanzi a' giudici, quasi perdendo ogni speranza
che ricevuta avea dalla santa dea il preterito giorno; e quivi fermata, uno de'
giudici levato in piè con empia voce così disse:
«Sia
a tutti manifesto che la presente iniqua giovane Biancifiore per suo inganno e
tradimento volle, il giorno passato, il nostro e suo signore re Felice
avvelenare con un paone, sotto spezie d'onorarlo; e perciò, acciò che nullo
uomo o altra femina a sì fatto fallo mai s'ausi, noi condanniamo lei, ch'ella
sia arsa e fatta divenire cenere trita, e poi al vento gittata».
E
questo detto, comandò che al fuoco sanza indugio menata fosse.
[53]
Biancifiore
avea perduto il naturale colore per la paura e per lo digiuno; e il suo bel
viso era tornato palido e smorto come secca terra; ma ancora il nero vestimento
le dava alle non guaste bellezze gran vista. E udendo ella il miserabile
giudicio contra lei dato sanza ragione, forte incominciò a piangere e a dire
fra se medesima: "Oimè misera, or convienmi elli morire? Or che ho io
fatto?". E se non fosse che le sue dilicate mani erano con istretto legame
congiunte, ella s'avrebbe i biondi capelli dilaniati e guasti, e 'l bel viso
sanza niuna pietà lacerato con crudeli unghie, stracciando i nuovi drappi
significanti la futura morte, e avrebbe riempiuta l'aere di dolorose e alte
voci; ma vedendosi impedita e circundata da innumerabile popolo, costretta da
savio proponimento, raffrenò le sue voci, e sanza nullo romore fra sé
tacitamente ricominciò a dire: "Ahi, sfortunato giorno e noiosa ora del
mio nascimento, maladetti siate voi! Oimè, morte, quanto mi saresti tu stata
più graziosa nelle braccia di Florio, com'io credetti già che tu mi venissi!
Deh, ora mi fossi tu almeno venuta in quell'ora ch'io chiamata fui a portare il
male avventuroso uccello per me, però che io allora sarei morta onestamente e
sanza vergogna d'alcuna infamia. Ahi, anime del mio misero padre e de' suoi
compagni e della mia dolente madre, i quali per me acerba morte sosteneste,
rallegratevi, che io, stata di sì crudel cosa cagione, sono punita degnamente.
Niuna altra cosa credo che nuoccia a me misera, se non questa, insieme con
l'aver portata troppa lealtà e onore a colui che ora mi fa morire. O
crudelissimo re, perché mi rechi a sì vile fine? Che t'ho io fatto? Certo niuna
colpa ho commessa, se non che io ho troppo amore portato al tuo figliuolo. Deh,
or che mi faresti tu, o più crudele che Fisistrato, se io l'avessi odiato?
Quale tormento m'avresti tu trovato maggiore? Io, misera, mai nol ti dimandai,
né lui pregai ch'egli di me s'innamorasse. Se gl'iddii concedettero al mio viso
tanta di piacevolezza che il suo gentile cuore fosse per quella preso, ho io però
meritata la morte? Se io avessi creduto che la mia bellezza mi fosse stata
agurio di sì doloroso fine, io con le mie mani l'avrei deturpata, seguendo
l'essemplo di Spurima, romano giovane. Ma fuggano omai gli uomini i doni
degl'iddii, poi che essi sono cagione di vituperevole fine. Io, misera, avrei
già potuto con le mie parole tirare Florio in qualunque parte la volontà più
m'avesse giudicato, o congiugnerlo meco per matrimoniale nodo, se io avessi
voluto, se non fosse stata la pietà che 'l mio leale cuore ti portava. O
vecchio re, per l'onore che io da te ricevea non ti volli mai del tuo unico
figliuolo privare, e io del bene operare sono così meritata. A questo fine
possano venire i servidori de' crudeli, che io veggio venir me! O sommo Giove,
il quale io conosco per mio creatore, aiutami. Tu sai la verità di questo
fatto, e conosci che io non fallii mai: non consentire adunque che le pietose
opere abbiano tale guiderdone. La mia speranza chiede solo il tuo aiuto,
fermandosi nella tua misericordia. Non sostenere che oggi il nome degli effetti
del tuo cielo ricuopra la iniquità del re Felice contra di me, ma
manifestamente fa nota la verità. E tu, o santa Giunone, nel cui uccello tanta
falsità fu nascosa per conducermi a questo fine, vendica la tua onta, fa che
questa cosa non rimanga inulta, ma sia letta ancora tra l'altre vendette da te
fatte, acciò che la tebana Semelè o la misera Ecco non si possano di te
giustamente piangere. E tu, o sacratissima Venere, soccorri tosto col promesso
aiuto; non indugiar più, però che, non vedendolo, a me fugge la speranza delle
tue parole da tutte parti, però che io al fuoco mi sento condannare. Veggiomi i
feroci sergenti dintorno armati, come se io fierissima nimica delle leggi mi
dovessi torre loro per forza, e veggo il siniscalco, a me crudelissimo nimico,
sollecitare i miei danni con altissime voci e con furiosi andamenti, né più né
meno come se egli della mia salute dubitasse. Né veggio che per pietà di me
cambi aspetto. Tutte queste cose mi danno paura e tolgonmi speranza. Dunque
soccorri tosto, che io dubito che se troppo indugi, io non muoia di contraria
morte che quella che apparecchiata m'hanno costoro, però che la molta paura
m'ha già sì raffreddato il cuore, che egli gli è poco sentimento rimaso".
[54]
Mentre
che Biancifiore, ascoltando la crudele sentenza, sì tacitamente fra sé si
ramaricava piangendo, il re insieme con la reina e con molta altra compagnia
vennero a vederla, già volendola i sergenti menare via. Ma Biancifiore col viso
pieno di lagrime voltata al reale palagio, il quale ella mai rivedere non
credea, vide ad un'alta finestra il re e la reina riguardanti lei: allora più
la costrinse il dolore, e con più amare lagrime s'incominciò a bagnare il
petto. Ma non per tanto così, com'ella poté, si sforzò di parlare, e con debole
voce, rotta da molti singhiozzi di pianto, disse:
«O
carissimo padre, re Felice, da cui io conosco l'onore e 'l bene che io per
adietro ho ricevuto in casa tua e quello che ricevette la mia misera madre,
essendo noi stranieri, rimani con la grazia degli iddii, tu e la tua compagna,
i quali io priego che ti perdonino la ingiusta morte alla quale tu mi mandi
sanza ragione. E certo più onore vi tornava a tutti l'essere degnamente stati
pietosi, che ingiustamente crudeli verso me, che mai a' vostri onori non ruppi
fede; e ancora li priego che essi sieno a voi più prosperevoli che a me non
sono stati».
E
dicendo Biancifiore queste parole, il siniscalco su un alto cavallo, con un
bastone in mano, sopravenne, e dando su per le spalle a' sergenti che la
menavano, e a lei disse:
«Via
avanti, non bisognano al presente queste parole: priega per te, non per loro».
Onde
Biancifiore piangendo bassò la testa, andando oltre sanza più parlare. Il re e
la reina, che quelle parole aveano udite, alquanto più che l'usato modo
costretti da pietà, cominciarono a lagrimare: e in tanto ne dolfe alla reina,
che molto si pentì del malvagio consiglio che al re donato avea, e volentieri
avrebbe tutto tornato adietro, se con onore del re e di lei fare l'avesse
potuto. I sergenti tiravano forte e vituperosamente Biancifiore verso la Braa,
ove il fuoco apparecchiato già era; e ella che del cospetto dello iniquo re
s'era piangendo partita, andava col capo basso, pianamente dicendo: "Oimè,
Florio, ove se' tu ora? Deh, se tu m'amassi come tu già m'amasti e come io amo
te, e sapessi che la mia vituperevole morte mi fosse sì vicina, che faresti tu?
Certo io credo che tu porteresti grandissimo dolore: ma tu non m'ami più. Io
conosco veramente il tuo amore essere stato fallace e falso; che se perfetto e
buono fosse stato, come è stato il mio verso di te, niun legame t'avrebbe
potuto tenere a Montoro, che almeno non avessi al mio soccorso cercato alcuno
rimedio, volendo sapere la cagione della mia morte da me, se lecita è o no; o
solamente saresti venuto a vedermi inanzi ch'io morissi, mostrando che della
mia morte portassi gravissimo dolore. Oimè, che tu forse aspetti che io il ti
mandi a dire, ma tu non pensi com'io posso, che non che mandare a dirtelo mi
fosse lasciato, ma una picciola scusa non è voluta ascoltare da me, né
consentito che ascoltata sia; avvegna che tu il sai, né ti potresti scusare che
tu nol sapessi, però che, poi che io misera fui tratta di prigione, io ho
tacitamene udito ragionare a molti che il duca e Ascalione per non vedere la
mia morte se ne sono venuti costà, e so che essi t'hanno contato tutto il mio
disaventurato caso, come coloro che 'l sanno interamente. Dunque perché non mi
vieni ad aiutare? Chi aspetti tu che si lievi in mio aiuto, se tu non vi ti
lievi? Forse tu dubiti d'aiutarmi, dicendo: "Ella muore giustamente:
leverommi io a volere difendere la ingiustizia?". Certo tu se' ingannato,
che non che gli uomini ma i bruti animali pare che ne parlino che la morte
ch'io vo a prendere m'è ingiustamente data, e tu me ne se' principale cagione.
E se pur giustamente la ricevessi, pensando al grande amore che io t'ho sempre
portato, non mi dovresti tu ragionevolmente aiutare e difendere da sì sozza
morte, acciò che la gente non dicesse: "Colei, cui Florio amava cotanto,
fu arsa"? E ancora ho udito affermare ad alcuni che per niuna altra cosa
si partì Ascalion di qua, se non per venirloti a dire. Ma quando egli mai non
te l'avesse detto, il mio anello, il quale io ti donai quando da me ti
partisti, non te lo dee aver celato, ma manifestamente col suo turbare ti dee
aver mostrato le mie avversità; e credo che egli, del mio aiuto più sollecito
di te, già te l'abbia mostrato. Ma io dubito che tu negligente al mio soccorso
ti stai costà, forse contento d'abbracciare o di vedere alcun'altra giovane, e,
dimenticata me, hai de' miei impedimenti poca cura. Onde io, dolorosa, sanza
conforto per te mi morrò, avvegna che uno solo ne porterà l'anima mia agl'infernali
iddii, o altrove che ella vada, che io veggio manifestamente ad ogni persona
dolere della mia morte, e dire che io muoio per te, e per altra cosa no. Ma se
gl'iddii mi volessero tanta grazia concedere, ch'io ti potessi solamente un
poco vedere anzi la mia morte, molto mi sarebbe a grado, e il morire meno
noioso. Dunque, o dispietato, che fai? Deh, vieni solamente a porgermi questa
ultima consolazione, se l'aiutarmi in altro t'è noia". Queste e molte
altre parole andava fra sé dicendo Biancifiore, menata continuamente con
istudioso passo alla sua fine. Niuno era in Marmorina tanto crudele che di tale
accidente non piangesse, e l'aere era ripieno di dolenti voci. Ma ciascuno, non
potendola più oltre che 'l piangere mostrare che di lei gli dolesse, dicea:
«Gl'iddii
ti mandino utile e tostano soccorso, o dopo la tua morte alloghino la tua
graziosa anima nella pace de' loro regni».
E
giunti i sergenti al misero luogo dove era il fuoco acceso e ragunato infinito
popolo per vedere, il siniscalco fece fare grandissimo cerchio, acciò che sanza
impedimento i sergenti potessero il loro uficio fare. Ma a Biancifiore corse
agli occhi molto di lontano i due cavalieri, che già a lei s'avvicinavano per
la sua difesa: e sanza sapere più avanti di loro essere che gli altri che quivi
erano, imaginò che l'uno di costoro fosse Florio, il quale quivi alla
diliberazione di lei fosse venuto. Per la qual cosa, ricordandosi della
'mpromessa della santa dea, alquanto il naturale colore le ritornò nel viso, e
cacciando da sé alquanto di paura, s'incominciò a riconfortare e a prendere
speranza della sua salute.
[55]
Florio
e Ascalion, pervenuti al tristo luogo per grande spazio avanti che il giorno
apparisse, affannati per lo perduto sonno, vaghi di riposarsi, Florio perché
era giovane e non uso d'alcuna asprezza, e Ascalion per lunga età già tutto
bianco, smontati ciascuno del suo cavallo, e legatolo a uno albero, dissero:
«Qui
alquanto ci riposiamo, infino a tanto che il nuovo giorno appaia».
E
cavatisi gli elmi e messisi gli scudi sotto il capo, cominciarono soavemente a
dormire ciascuno di loro.
[56]
O
Florio, or che fai tu? Tu fai contro all'amorose leggi. Niuno sonno si conviene
al sollecito amadore. Deh, or non pensi tu che cosa è il sonno, e come egli
sottilmente sottentra ne' disiderosi occhi e negli affannati petti? Or ove sono
fuggite le sollecite cure, che stringevano il tuo animo poco avanti? Ora elli
ti soleva essere impossibile il dormire sopra i dilicati letti: ora come con
l'armi indosso sopra la dura terra ti se' addormentato? Credi tu forse
Biancifiore aver tratta di pericolo perché tu sii armato? Ella è ancora in quel
pericolo che ella si fu avanti che tu t'armassi. Ma forse tu credi il sonno a
tua posta cacciare da te: ma pensa che tu dormendo niuna signoria hai: adunque
porre non gli puoi termine, ma egli a sua posta si partirà. E se alquanto ti
tiene più che a Biancifiore non bisogna, a che sarà ella? Certo alla morte!
Forse tu ti fidi che gl'iddii ogni volta ti deggiano con nuovi sogni destare?
Forse non ti desteranno; e se ti destano, che grado alla tua sollecitudine, più
tosto da dire pigrizia? Venus ha infino a qui fatto il suo dovere: se tu a
quello ch'ella t'ha detto sarai pigro, ella si riderà di te, e terratti vile, e
scherniratti con dovute beffe. Deh, come tu male, se tu soperchio dormi, avrai
adoperata la ricevuta spada! Ora non ti stringe amore? Or non t'è a mente
Biancifiore? Ogni sollecitudine è testé da te lontana! Ma la misera
Biancifiore, forse già fuori della cieca prigione, ode la non giusta sentenza
data contro di lei, o forse è vilmente menata allo acceso fuoco; e ripetendo
tutte quelle parole che a lei si convengono verso di te dire, va piangendo. Or
s'ella muore, che varrà la tua vita? Ella si potrà più tosto dire ombra di
morte. Ora se Biancifiore sapesse che un poco di sonno, sopravenuto ne' tuoi
occhi, t'avesse fatto dimenticare li suoi affanni, or non avrebbe ella cagione
di non amarti già mai, ma degnamente odiarti? E s'ella morisse, potendola tu
aiutare, gran vergogna ti sarebbe, e veramente mai viver lieto non dovresti.
Dunque levati su, non vinca il sonno la debita sollecitudine, però che mai
nullo pigro guadagnerà i graziosi doni.
[57]
Nel piccolo spazio che Florio quivi adormentato stette, gli fu la fortuna molto graziosa, però che a lui parea, così dormendo, con le sue forze