Cecco D'Ascoli
L'Acerba (Acerba Etas)
Edizione di riferimento:
Cecco D'Ascoli: L'Acerba,
a cura di A. Crespi, Cesari, Ascoli Piceno 1927
LIBRO I
CAPITOLO I
Dell'ordine dei cieli.
Oltre non segue più la
nostra luce
Fuor della superficie di
quel primo
In qual natura, per
poter, conduce
La forma intelligibil
che divide
Noi da' animali per
l'abito estrimo 5
Qual creatura mai tutto
non vide.
Sopra ogni cielo
sostanzïe nude
Stanno benigne per la
dolce nota,
Ove la pïetà li occhi
non chiude;
E per potenza di cotal
virtute 10
Servano il giro di
ciascuna rota
Onde di vita ricevem
salute;
E l'arco dove son
diversi lumi
Gira di sotto con
soggette stelle
E lascia un grado ben
con tardi tumi. 15
Le quattro qualità
costui informa
Sì che il soggetto in
atto vien da quelle
Perch'ei le stringe con
sua dolce norma.
Di sotto luce quella
trista stella,
Tarda di corso e di
virtù nemica, 20
Che mai suoi raggio non
fè cosa bella.
Gelo con freddo fiato
mette a terra,
E a chi non ha mercè,
s'ella s'applica,
L'aere stridendo chiama
«guerra, guerra».
Circoscritta la luce
benigna 25
Nel sesto cielo, onde
quello s'acquista
Che ben si prova là dove
si signa.
Se l'alma gli occhi suoi
belli non chiude
Stando ne l'ombra de
l'umana vista,
Vuol ch'ella dorma in le
sue braccia nude. 30
L'ignea stella che pietà
non mira,
Ma sempre di mercè si
mostra freda
A chi lei sturba, di
sotto le gira,
E tal tempesta per
l'aere despande
La sua potenzia, che per
tutto preda 35
Al nostro tempo noi
miriamo grande.
Poi gira il corpo de la
nostra vita,
Agente universal d'ogni
soggette;
E virtù pinge sì la sua
ferita
De li ferventi raggi
onde si scalda 40
La grave qualità che in
lei si flette,
Che ciò che vive lor
potenzia salda.
D'amor la stella ne la
terza rota
Allo spirto dà angoscia
con sua luce
Di cosa bella, che non
sta remota 45
Da lui se morte spenga
sua figura.
In cui lo dolce raggio
non riluce,
Non è animata cosa tal
natura.
Gira il pianeta con la
bina voglia
Per quella spera onde
viene tal lume, 50
Qual tutta obscurità de
l'alma spoglia.
La fredda stella in quel
piccolo cerchio
Ultimo gira, e no è ver
che consume
L'ombra per lo splendor
che sia soverchio.
Anche ogni luce che
possede il cielo 55
Vien da quel corpo qual
natura prima
Ebbe formato d'amoroso
zelo,
Sì ch'ogni stella per
costui risplende.
Ma l'ultima si mostra
più sublima;
Cessandosi da lui, luce
non prende. 60
Ma quando infra li raggi
ella si volve,
Attrista la virtù di ciò
che vive
E l'aere per tempesta si
dissolve,
Scema li fiumi ed ogni
virtù sbada;
E chi le insegne in
campo circoscrive, 65
D'onor si priva per
contraria spada.
Se in orïente luce la
sua stella
E nell'ottava parte ella
si trova,
A tal potenzia non po'
star rubella;
Se l'altra gira nel più
alto punto, 70
Sarà da pinger l'aere
questa prova
E far volare chi di piombo
è unto.
Muove li corpi di minor
ragione
E fuga ciò che non puo'
lor natura
Assimigliare a sua
perfezïone; 75
Lor viso bello turba al
nostro aspetto,
Nel specchio pinge di
nebbia figura
E toglie luce al figlio
a gran diletto.
L'altri animali di
vertude nudi
L'estremità possiedon di
ciò sempre. 80
O gran virtù che tutte
cose mudi!
O quanto il tuo valor fa
bella mostra,
Che vuoi ogni natura che
si tempre
Per più benigna far la
vita nostra,
O tu che mostri il terzo
in una forma 85
E accendi di pietà la
spessa norma!
CAPITOLO II
Delle sostanze separate,
e di alquanti loro effetti.
Il principio che move
queste rote
Sono le intelligenzie
separate:
Non stanno dal divin
splendor remote,
Non cessan gli atti di
mover possenti,
Né posson nostre menti
star celate 5
A gli intelletti di
virtù lucenti.
Movendo stelle e lor
diverse spere
Diverse genti con
contrari acti,
Forman la lor potenzia
qual non pere.
Altri che sono di virtù
esperti, 10
Altri che sono dal
soggetto astratti,
Altri che sono del
fallir coverti,
Altri che di lor armi
prendon possa,
Altri che di viltà
portano insegna,
Altri che dànno
nell'altrui percossa, 15
Altri che loro voce
sempre sclama
«O tirannia, o cosa
benegna!»,
Non curan di vertù
posseder fama.
Ma l'alma bella del
Fattor simile
Per suo valore a queste
po' far ombra, 20
Se non s'inclina il suo
valor gentile;
E quando l'influenzia
vien da quelle,
Se sua vertù per queste
non si sgombra
Allora è donna sopra
tutte stelle.
Nove son queste che
movon li cerchi, 25
E l'altra sotto a queste
pone altrui,
Qual spira l'alma de gli
acti soverchi.
Intelligenza del
terrestre mondo
Con la benignità
conforma nui
Prendendo l'alma da
l'esser secondo. 30
E questa è l'alma ch'é
sol una in tutti,
Ch'é sotto al cerchio de
la prima stella;
E d'altra vita semo
privi e strutti.
E questo pone il falso
Averroisse
Con sua sofistica e
finta novella: 35
Ma non ha più vertù che
quanto visse.
Potresti dubitar del
primo cielo,
Ché ciò che sensibilità
possede
Il loco circoscrive e
gli fa velo,
Se fosse contenuto da
altra sfera: 40
Ed ella contenuta ragion
vede,
Sì che aver fine il
cielo non s'avvera.
Dico, che chi per sé
possede loco
Ciò non somiglia che lui
loco tegna,
Ponendo il ciel così del
vero a poco; 45
Per accidenti il loco si
mantene,
Avvegna che per sé lo
moto spegna
Ond'ha la vita l'amoroso
bene.
Move ciascun'angelica
natura
De' nove cieli in
disïosa forma, 50
Non fatigando lor
sostanzia pura.
Forzata cosa non ha moto
eterno,
Anzi, di sotto al tempo
si disforma:
E ciò non cade in atto
sempiterno;
Per che, se nelle
intelligenzie nude 55
La voglia in corporale
si converte,
A lor divina mente non
si schiude.
Ciascuna intende, sol
Dio contemplando,
Tutte le cose manifeste
e certe,
Sì come nui nello
specchio guardando. 60
Oltre quel cielo non è
qualitade,
Né anche forma che mova
intelletto;
Ma nostra fede vuole che
Pietade
Dimori sopra nel beato
regno
Al qual ne mena speme
per effetto 65
Di quella luce del
Fattor benegno,
Del quale già trattò
quel Florentino
Che lì lui si condusse
Beatrice.
Ma il corpo umano non fu
mai divino,
Né il puo', sì come il
perso essere bianco, 70
Ché si rinnova sì come
fenice
In quel disïo che gli
punge il fianco.
Negli altri regni dove
andò col doca
Fondando li suoi piedi
in basso centro,
Là lo condusse la sua
fede poca: 75
E so che a noi non fece
mai ritorno,
Ché suo disio sempre lui
tenne dentro.
Di lui mi duol per suo
parlare adorno.
La degna intelligenzia
prima muove
Il primo cielo che il
moto governa. 80
Ognora nel girar sono
più nuove
L'altre, che verde
tegnon nostra palma;
E questa vuol che nulla
il moto sperna,
Sì che di ogni vita viva
l'alma.
Per questa nella figura
di morte 85
Molte alme d'occidente
sono scorte.
CAPITOLO III
Degli elementi e del
loro ordine, e come la Terra stia nel centro.
Cerchïasi con l'arco,
ove si fonda,
L'ignea qualità di
quella stella,
E lo giro poi sotto
questa abbonda.
In quella spera, sempre
unica essendo,
L'estrema parte gira pur
con ella, 5
Sì come i lievi corpi
suso intendo.
Il centro pete del grave
natura:
Però queste altre tegnon
basso sito.
Di tutte qualità la
forma pura
Si cela agli occhi
nostri e non si mira, 10
Salvo il soggetto ch'é
da lor finito
Per la vertù di sopra
che ciò spira.
La grave qualità il ciel
divide:
La sferica di forma sta
nel mezzo,
Sì come il punto che nel
cerchio asside 15
Alcun con quel che il
suo nome dimostra.
Del ciel la plica non
appare al sezzo
Dal qual se move
intelligenzia nostra.
La minor stella che nel
cielo splende
Maggiore è che la grave
qualitate, 20
Ed ella come il punto si
comprende
Nel cielo; e questa si
dimostra vera
In quelle stelle ferme
che mirate,
Ma non in questa
dell'ultima spera.
Perché il minore lo
maggior non cela, 25
Però la Luna non è mica
grande
Più che la Terra che il
suo lume vela.
Se ciò non fosse,
mostreria non tutta
L'ombra che de la Terra
in lei si spande,
Che mostra a tempo sua
bellezza strutta. 30
In quarta parte vivon
gli animali,
E l'altre parti tengon
caldo e frido,
Onde la vita e gli atti
naturali
Stando remoti d'elli, al
ver non face
Corpo animato né voce né
strido. 35
Là dimorasse a chi virtù
despiace.
Lo quarto si divide in
sette parte
Da sette stelle poste in
fino in austro;
Ciascuna a l'altra getta
l'ombre sparte.
Sì come gira il Sole e
il lume scima, 40
Ombra e luce non v'è in
ogni castro,
Se nel quarto s'osserva
o quinto clima.
Ciò forma de la Terra il
gran tumore:
Però insieme ogni animal
non vede
Quando la Luna perde il
suo splendore. 45
Chi stesse sotto luce
sempiterna
Di sette stelle che a
noi tengon fede
Sì come pone nostra Luce
eterna,
Potrebbe andare verso il
fin del mondo
Tanto, che queste già
non vederia; 50
Sì come chi da quel
cerchio secondo
Che nella parte sta
meridïana
Prendesse verso quelle
stelle via,
Lasseria la seconda
tramontana.
Tegnon la Terra nel
mezzo due poli, 55
Di sopra l'uno, e
l'altro opposto a lui:
Di virtù simil natura
formoli.
Se l'un facesse sua
potenzia quita,
L'altro verso del ciel
trarrebbe nui,
Ché ciascuno fa come
calamita. 60
La nostra luce nega quel
che dice
La falsa opinïon di
queste genti
Che verde mostran di
trista radice.
Vanno leggiadre di belli
animali
Quell'alme oscure degli
atti lucenti: 65
Ai virtuosi già non dico
quali.
Dal cielo sta la Terra
egual lontana:
Però la luce de le
stelle mostra
Egual splendore ad ogni
vista umana.
Se in orïente ovver nel
mezzo gira, 70
Ovver se in occidente
ella si prostra,
Di quella forma
ciaschedun la mira.
Molte ore il falso
prende il nostro viso
Per lo corpo dïafan de
le stelle:
Stando nel mezzo e
trasparendo fiso, 75
Dall'esser vero li occhi
nostri sgombra,
Perché lo raggio le
mostra più belle
Sì come luce ch'é
lontana in ombra;
Ché nel suo mezzo, per
natura, posa
La Terra al cielo come
grave a centro. 80
Non pote fare il moto
miga iosa,
Però ch'ascenderebbe il
grave suso.
Natura tal potenzia non
tien dentro,
Né vinta fu già mai da
cotal uso.
E se possibil fusse che
affondasse 85
Da questa superficie là
di sota
Sì che lo emisperio lo
mirasse,
Essendo sì leggero,
avria festa
Voltando ne lo mezzo de
la rota
In v‘r di noi li piedi e
giù la testa, 90
Sì come gli atti che
sono accidenti
Ne l'acque che trasparon
sì lucenti.
CAPITOLO IV
Dell'eclissi del Sole e
della Luna.
Cessa, intelletto da le
rotte vele,
Ché tua vertù non basta
a veder luce
Di quel che ti conviene
esser fedele,
Onde perfetta Dio fa la
natura
Universal che sempre
spira e luce, 5
Che in atto di potenzia
trasfigura.
Intelligenzie, stelle,
moto e lume
Ogni natura che la spera
ammanta
Mantegnon, e di ciò
l'essere sume.
Se ciò non fosse, ogni
animal che vive 10
E ciascheduna vegetabil
pianta
Sarien di lor virtù da
morte prive.
S'agli occhi nostri
appare nuova forma,
L'umano ingegno allor si
mova e quera
Finché del vero in lui
si pinga l'orma; 15
Ma non trascenda e levi
l'alto ingegno
Sopra le stelle sì che
in essa pèra
Chi di tal luce non si
mostra degno.
O viste del miracoloso
affanno!
Ché a noi si schiude
sempre meraviglia 20
Dal poco cerchio le
stelle miranno.
Non è virtù non dubitare
al mondo,
Ma far dell'ombra umana
la simiglia
Ragion non vede come sia
il secondo.
Dico che l'ombra de la
stella umana 25
Si fa il terrestre
assiso in quella parte
Che a nostra qualità non
è lontana.
Del bello raggio allor
la priva il Sole,
Perché non è disposta
come Marte
Che co' suoi raggi fuoco
mostrar vuole. 30
Di questa stella si cela
bellezza
De li acquistati raggi,
sì che in nui
Par che natura perda sua
vaghezza.
Di ciò che vive la
virtude geme
Per questo corpo che
riceve in lui 35
Da tutti i cieli la
virtù che spreme.
Langue natura sì come
costei,
Perché in quel tempo
perde di valore,
Ché sua potenzia non si
spande in lei.
Cessa l'effetto, se la
causa è priva: 40
Allora chi è soggetto, a
gran dolore
Verso la morte prende
trista riva.
Vegnon nel mondo e sono
già venute
Molti accidenti, che dir
non ho voglia,
Perché si vederanno e
son vedute 45
Anime belle e figurate e
pente
De la vertù del ciel che
lor invoglia
Mirando quanto è in noi
lo ciel possente.
E delli primi raggi lo
bel corpo
Pinge paura ne li umani
aspetti 50
Quando si mostra de sua
luce torpo.
Se in questo clima cessa
il suo splendore,
Ne gli altri li suoi
raggi son concetti,
Ché in tutte parti sua
luce non more.
Due cerchi sono che,
intersetti insieme, 55
Equante e deferente dice
altrui,
Sono congiunti nelle
parti estreme.
La prima stella si gira
in quel sito,
E ilSol nell'altro resta
opposto a lui
Quando il suo corpo è di
splendor finito. 60
De le due stelle se in
mezzo è la Terra,
Per lei la Luna lo
raggio non vede
Ché nel suo corpo
l'ombra si disserra.
Sempre non tutta quella
stella oscura,
Sì come nostra vista ne
fa fede 65
Che in parte muore a
tempo sua figura.
Girando il cielo, vegnon
le triste ore
Che il bello raggio
nello Sol si vela
Stando la Luna avvinta
nel suo core.
Ove si giunge l'una a
l'altra rota, 70
Agli occhi umani la
bellezza cela
Di quella luce ch'é per
lei remota,
Onde celando sì nuova
bellezza
Sotto le stelle muore
ogni allegrezza.
CAPITOLO V
Delle tre comete
principali dominate da Giove, Marte e Saturno, e di tre secondarie.
Chiomate stelle con
diversi modi
Di luce, che si mostran
su ne l'aria,
Io dico che disegnan, se
tu m'odi,
Ciascuno corpo delli
sette cerchi
Per qualche tempo, e per
li moti varia 5
L'aria e s'infiamma di
raggi soverchi.
Io dico che nel mondo si
disegna
Effetti nuovi paurosi e
gravi
Se per la trista stella
il tempo regna.
Gema chi regna e chi
porta corona, 10
E tema gli accidenti
feri e pravi
Ogni animal che di virtù
ragiona.
Non troppo negro
mostrano il colore
Queste che in aria
piovono la morte
E nella vita piantan
gran dolore. 15
Ciascuna di costor più
avaccio lede
Se in orïente appare e
raggia forte,
E tarda, se occidente la
possede.
L'una che ha vista d'una
bella luce
Porta lo raggio bello
come Luna, 20
Ché ben lo sesto cielo
la conduce:
Fa germinar la terra e
piove il bene.
Se de le stelle tre
Giove tien l'una,
Di grazïoso effetto è
più la spene.
Gema natura umana s'ella
ammira 25
Quell'altra che di foco
porta vista
E con la lunga coda
sempre gira.
Marte la move e Marte la
mantene
Sì che natura sotto il
cielo attrista
Perché dissecca il
sangue ne le vene. 30
Se verso l'orïente il
capo volta,
Saranno l'acque ne
l'aria private:
In foco, peste e fame
sarà involta
La Terra nostra da mercè
non scorta;
Fontane d'occhi faranno
pietate. 35
Natura bella, oh lassa,
or ti conforta.
Dimostra l'altra
orribile l'aspetto,
Qual sempre gira e move
circa il Sole;
Converte d'ogni pianta
il dolce effetto,
Morte disegna nel
potente regno 40
E sopra quello che
ricchezza cole
Priva sua vita col
maggior disdegno.
Dell'empio raggio tira
l'altra torma,
E come l'altra stella
costei fere,
Così la nostra umanitade
informa. 45
Se segue il moto di quel
corpo grave,
Oh! del più lieve la
morte si spere,
Ché involta noi con le
sue triste clave.
Se Marte del suo raggio
fa ferita,
Ovver che regni nel
secondo cielo, 50
Sarà la morte
nell'acerba vita.
Di pace al tempo more
ogni salute
Se Marte raggia sopra
questo cielo.
Con l'altra uccide, là
dov'è, virtute.
Anche vi son tre, l'una
delle quali 55
Si mostra in viso de la
stella bianca
Qual mostra crini e
raggi naturali;
L'altra si vede in suo
corpo rotonda
Sì come a vista umana
poco manca;
L'altra sì è poca, ma di
retro abbonda. 60
Ciascuna al mondo mostra
novitate
Ed atti che disdegnano
pietate.
CAPITOLO VI
Della natura dei venti.
La tarda stella de la
spera grande
Mantien la terra e serba
in sua natura.
La prima stella, l'acque
muove e spande.
La spïetata stella muove
il foco.
Mercurio tiene l'aria in
sua figura, 5
Tempesta muove per suo
tempo e loco.
Gli spiriti son quattro
principali:
Un vien da l'angol primo
a l'orizzonte
Che in noi conserva gli
atti naturali.
Mostrasi sua natura
temperata 10
Fra le due qualità
attive e conte;
Sana la terra per qual
fa giornata
S'ella è cintata da
monti e da colli
E verso l'angol primo
aperta e rotta,
(Dov'io fui nato per
esempio tolli), 15
Cessando l'acque
riposate e triste
Che hanno lor natura sì
corrotta
Qual fan vedere le
umilïate viste,
E movesi per tempo il
dolce fiato
Che tenebrosi vapori
accompagna. 20
Se non li rompe, il Sol
vanne celato
Perché son densi e da la
terra tratti,
Fan pianger l'aria sì
che il mondo bagna,
Da l'altre stelle se non
son rifratti.
Sollevano le stelle da
ponente 25
Lo spirto lor con
tempestata voce
Qual muove l'aria verso
l'orïente;
Mostrasi d'acque in
natura simile
Sua qualitate e va via
per la foce
Sì come per virtù
l'anima vile. 30
Levasi da le sette
stelle eterne
Il freddo fiato e per
natura secco,
Virtù che passi animati
non sperne,
Ma lede quel che lega
gli animati,
E pone a caso del dolore
stecco: 35
Non dico gli altri
effetti nominati.
Da quella parte dove il
Sol disegna
Il basso grado per lo
eterno corso
Vien l'altro fiato sì
che l'aria impregna.
Umiditate con calore
sorge: 40
Agli animali allor
toglie soccorso.
Virtù animata di lui ben
s'accorge.
Potenzia tolle dove
questo spira.
O gente che abitate il
basso sito,
Quanta viltà l'animo
vostro gira! 45
Se questo sopra noi
cammino muove,
Stanne celato per lo
core ardito.
Non vuol natura che in
voi se ne trove.
Gli animi vigorosi de li
monti,
Ove assottiglia l'aria
le sue vele 50
Sì che li mostra del
vigor congionti,
Non portano viltà nel
cor superbo,
Avvegna che saver in lor
si cele
E regni in l'alma loro
il senno acerbo.
Per questo fiato geme
l'aere fosco, 55
Umidità corrompe ne le
vene
E fa molti accidenti
ch'io conosco.
Muove ciascuno per tempi
diversi
Sì come il Sole le altre
stelle tene
Del torto cerchio
d'animali inspersi, 60
Il quale in quarta parte
si divide.
Come si muove il Sol,
così vedemo
Che l'una qualitate
l'altra uccide;
Però in un tempo varïata
rota
Dimostran nella terra
ove noi semo 65
E in quella che dal Sole
sta remota.
Torno a li quattro
spiriti che dico,
E lascio le lor membra
in questa mossa.
Cessando l'uno, leva il
suo nimico
Quando la luce de le
stelle poste 70
Da gli altri corpi
riceve percossa
Stando congiunti ne le
parti opposte,
Sì che li quattro con le
membra loro
Sono formati per cotal
valoro.
CAPITOLO VII
Della pioggia, grandine,
neve, rugiada e brina.
Gira lo Sole li vapor
levando
Da questa terra verso il
bel sereno,
E l'a‘re poi va sempre
spessando.
Per li riflessi raggi e
poi per foco
Fino nel mezzo dove il
freddo è pieno 5
Salendo, si condensa a
poco a poco.
Stando nel mezzo delli
agenti estremi
L'acqua si forma e
scende come grave
Venendo a terra le sue
parti insemi.
Quanto più freddo è quel
mezzo sito, 10
Tanto più sente le
tempeste prave
Delle ghiacciate pietre
ciascun lito.
Ma qui puo' dubitar
l'alma gentile:
Nel caldo tempo com' se
forma il ghiaccio
E privasi nel suo tempo
simile? 15
La spera che tien fuoco
in sua virtute
Dico che fuga il freddo
col suo braccio
E tienlo in unità con
sue ferute.
Così di fuoco li raggi
riflessi
Inverso l'aere de la
nostra terra 20
Per l'orizzonte
assembransi connessi;
E quando regge Cancro e
po' Leone,
Assai più freddo nello
mezzo serra:
Però ghiaccio piove la
stagione.
In questo tempo sono
fredde le acque 25
Che di sotterra vegnon
per le vene,
Ché il caldo spinse il
freddo che in lor nacque;
E calde sono nel gelato
tempo,
Perché il calore
sotterra si tene
E questo dura fin che il
gelo ha tempo. 30
Ma quando Scorpïone
regge e Pesce,
Questo mezzo aere è
quasi temperato;
Però se in lui qualche
vapore cresce,
Nasce la neve poi con
acque quete
Perché dell'un contrario
s'è privato 35
Che faccia forte il
freddo con sue mete.
Pluvïa muove potenzia di
Luna.
Se con le prave stelle
segue il moto,
D'acquosi tempi mostra
la fortuna.
Maligno corpo che
inforca sua luce 40
Verso la Luna, fin che
no è remoto
Tempesta muove ed acqua
ne conduce.
Quando si muove con le
dolci stelle
Fuga le nubi sì che luce
il mondo,
Per qual chiarezza
l'alme si fan belle. 45
Quando la Luna sta in
benignitate
Ogni elemento si muove
giocondo
E toglie di tristizia
qualitate.
La piccinina pluvïa
pruina
Si forma dal vapor che
congelato 50
Ne l'aere è presso, e
così la brina:
Sottil vapore e freddo e
poca altura
Fanno questi atti come
il nostro fiato
Se dorme respirando la
natura.
Di tutte umidità la Luna
è matre. 55
Quando si mostra la sua
luce piena,
Quattro fïate il mare
par che latre
Fra giorno e notte, sì
come nei quarti;
In alto e basso così
l'acqua mena.
E ciò ti dico per
scïenze ed arti. 60
Così degli animati muove
il sangue
Fra luce e notte, sì
come fa il mare,
E l'uom s'attrista e la
natura langue;
Però in qualche ora gli
animi umani
Senza ragione senton
pene amare 65
Ed allegrezza degli
affetti vani.
Onde la Luna, sì come
riceve,
Da lei si forman venti
ed acqua e neve.
CAPITOLO VIII
Dei tuoni, folgori,
baleni, saette, terremoti.
La prima stella con
l'empïo Marte
Muove per tempo
tempestati e tuoni
Sin che l'una contrarii
l'altro, e parte
Lo fuoco mosso da Marte
crudele
Verso le fredde nubi,
d'onde i suoni 5
Esultano con le
infuocate vele.
Il tuono altro non è che
fiamma spinta
Entro li corpi de le
nubi frede,
U' l'una qualità da
l'altra è vinta.
Tu ne le verdi fronde
prendi esemplo 10
Che fanno scoppi se
fuoco le lede.
Or 'scolta gli accidenti
ch'io contemplo.
Insieme è il fuoco alle
infuocate orme,
Ma avvegna che la luce
avanzi il scoppo,
Paion due tempi con
diverse forme: 15
E ciò fa il viso ch'è
innanzi l'udito,
Ché l'alma agli occhi va
dappresso troppo:
Però il nostro vedere è
molto ardito.
E ciò si mostra in un
remoto colpo,
Ché in uno tempo è il
suono con il fatto, 20
E vien sì tardo che
l'udito incolpo,
Ché già non segue lo
veder presente,
Ch'anzi percorre anche
l'ultimo tratto
Che il primo suono vegna
ne la mente.
Puo' esser tuono senza
fuoco ardente, 25
Io dico al nostro viso,
non al vero;
E questo sì addivien per
accidente:
Quando s'ocura l'aria
bene spessa,
Muovesi il vento
infuocato, severo
Tuono fa grande e non
rompendo cessa. 30
Ed allustrare senza
tuono, avviene
Perché non trova qualità
nemica,
Sì come nel seren si
vede bene.
Ma quando sono dense
queste nube,
Allora il fuoco forte le
nimica 35
Facendo suoni con le
accense tube.
Se sono rari e son di
basse note
Li suoni, è perché no
han contraria faccia:
Non resistendo, poco le
percote.
Ciò che resiste
duramente offende, 40
Come vedemo che lo ferro
sfaccia
E sua coverta sua salute
ostende.
E queste nubi e queste
impressïoni
Oltre una leuca ed anche
otto staggi
Non son più erte: ciò
nel cor ti poni. 45
Sono montagne sopra le
qua' stando,
Di sotto è piova e neve,
e tu li raggi
Vedi di sopra nel seren
guardando.
La sottil fiamma in ogni
cosa rara
Poco la offende; però
noi vedemo 50
Per accidente che
addivenne a Sara:
Portando sopra il capo
le molte ova,
Essendo lesa dal fuoco
supremo,
Erano sane come cosa
nuova;
Ma dentro senza frutto e
pien di vento 55
Furno trovate, ché da
l'una fronte
Entrò la fiamma e
strusse lor contento.
Pietra discende con
l'aria infuocata
Come saetta che non
abbia ponte
Per gran potenzia del
fuoco creata. 60
Non tanto pietre, ma
corpi di ferro
Sono discesi dal fuocato
cielo
In Alamagna e di ciò non
erro
Però le spade di
tedesche genti
Fanno tremare addosso
ciascun pelo 65
Mirando altrui loro
colpi possenti.
Ogni elemento si muove e
corrompe:
Secondo che li cieli son
diversi,
Così di novitate fanno
pompe.
Trema la terra per gli
inclusi fiati, 70
Fan l'aria e l'acqua lor
moti perversi
Ne' tempi che li cerchi
son mutati.
Gli inclusi venti che
non ponno uscire
Fuor de la terra, mossi
da Saturno
Fanno li terremoti a noi
sentire. 75
Nel grande freddo, e pur
nel tempo caldo,
Celansi i venti e non
vanno dintorno:
Però la terra sta quïeta
e in saldo.
Non dico che non possano
venire
Li terremoti e d'estate
e d'inverno, 80
Ma, quando mostra il
caldo o il freddo l'ire,
Durano poco, ché li
fiati, strutti
Del lor valore, non
fanno governo,
Ché queste qualità li
fanno asciutti.
Ma vien nel tempo dolce
il gran tremore 85
E non si cessa fin che
no è corrotta
La dura terra per cotal
valore.
Questo non sempre avvien
come a Corinto:
Movendosi con ira lì di
sotta,
La sua potenzia perdè
poco vinto. 90
Sì che li monti, li
colli e gli abissi
Sono formati dagli
inclusi venti
Che spirano sotterra
duri e spissi;
Ed anche l'acque sotto
noi celate
Fanno questi atti, se tu
ti rammenti 95
Le parti dello mondo
concavate.
Le gran montagne hanno
lo grande piano
U' l'acque sotto sopra
sommergendo
Lassano l'Alpi ed il
terren toscano,
Basso facendo lo sito
lombardo, 100
Romagna con Toscana a
lui cadendo.
Or prendi questo esemplo
ch'io riguardo.
Molte montagne in esseri
di pietra
Sono converse, se guardi
le ripe,
Ché dalla terra natura
s'arretra. 105
Potenzia natural regge e
compone
E fa di terra pietra e
dure stipe;
E ciò si mostra per
bianca ragione.
Di fronde vista però
vidi impressa
Nel duro marmo, che,
quando e' si strinse, 110
Nel mezzo delle parti
stette oppressa.
Nel molle tempo, come
cera al segno,
Mostra nel duro sì come
dipinse
Natura, che di forma non
ha sdegno.
Or pur m'ascolta in cose
divine, 115
Ché arte non vale se non
si procaccia:
Cosa perfetta non è
senza fine;
Principio d'ogni bene è
conoscenza;
Prima sii bono innanzi
che abbia faccia;
Intendi e vedi con la
mente a scienza 120
Che mai l'eterna beata
natura
Senza ragion non fece
creatura.
CAPITOLO IX
Dell'arcobaleno e delle
nubi ferme.
L'arco che vedi in
divisata luce
Sempre si pinge ne
l'opposto Sole
Perché il suo raggio in
forma lo conduce.
Se in orïente è l'arco,
il Sole occide:
Ciò si converte perché
ragion vuole 5
E al tuo vedere convien
che ti fide.
L'arco non è che
flettersi di raggi
Entro le acquose nubi
divisate:
Convien che in
intelletto questo caggi.
Lustre ed obscure,
sottigliate e grosse, 10
Sono le nubi così
varïate
Quando dal Sole ricevon
percosse;
Però dimostran diversi
coluri
Com' per esemplo tu
potrai vedere
Nel vetro pieno, se di
far ten curi: 15
Olio con acqua nel vetro
ponendo,
Quando lo raggio del
Sole vi fere
Sarai contento li colur
vedendo.
E da la Luna, quando è
tutta piena,
Si forma l'arco di
notte, ma raro; 20
S'oscura poi, se fa
l'aria serena.
Spesso da lei si forma
l'arco bianco
Che muta il dolce tempo
nell'amaro:
A pochi giorni di ciò
non è manco.
Quando nell'aere tu
vedrai molti archi 25
E ciò si forma là nel
mezzo giurno,
Se di pensiero ciò la
mente carchi,
Vederai l'aere a pochi
dì turbare
Per la forza di Marte o
di Saturno
Se l'altro cielo non fa
varïare. 30
Anche le ferme nubi che
tu vedi
No intendo di lasciar
ch'io non ti dica
Acciò che a favolette
più non credi.
Come l'entrace l'acqua
sempre tira
Per la virtù che dentro
lei nutrica, 35
Così fa Capricorno che
pur spira.
Vapor sottili sua
potenzia abbranca,
Sempre tirando su ne
l'aria chiara,
E par che in ciel si
mostri la via bianca.
O quante sono le nature
occulte 40
A nostra umanità cieca
ed ignara;
O quante cose mire son
sepulte
Al nostro ingegno che il
ben abbandona
Seguendo il mondo qual
morte sperona!
LIBRO II
CAPITOLO I
DellaFortuna.
Torno nel campo delle
prime note.
Dico che ciò ch'è sotto
il ciel creato
Dipende per virtù dalle
sue rote.
Chi tutto muove sempre e
tutto regge,
Di principio e di fin,
di moto e stato 5
In ciascun cielo pose la
sua legge.
Sono li cieli organi
divini
Per la potenza di natura
eterna
E in lor splendendo son
di gloria plini;
In forma di desìo
innamorati 10
Movendo, così il mondo
si governa
Per questi eccelsi lumi
immacolati.
Non fa necessità ciascun
movendo,
Ma ben dispone creatura
umana
Per qualità, cui
l'anima, seguendo 15
L'arbitrïo, abbandona e
fassi vile
E serva e ladra e, di
virtute estrana,
Da sé dispoglia l'abito
gentile.
In ciò peccasti,
fiorentin poeta,
Ponendo che li ben della
fortuna 20
Necessitati sieno con
loro meta.
Non è fortuna cui ragion
non vinca.
Or pensa, Dante, se
prova nessuna
Si può più fare che
questa convinca.
Fortuna non è altro che
disposto 25
Del cielo che dispon
cosa animata
Qual, disponendo, si
trova all'opposto.
Non vien necessitato il
ben felice.
Essendo in libertà
l'alma creata,
Fortuna in lei non può,
se contraddice. 30
Sostanza senza corpo non
riceve
Da questi cieli, però
l'intelletto
Mai a fortuna soggiacer
non deve.
Se fui disposto e fui
felice nato,
E conseguir doveva il
grande effetto, 35
Non posso non volere e
star da lato.
Ma in sua balìa ha
l'alma il suo volere
E l'arbitrio le acquista
lo suo merto,
Né puo' necessitate in
lui cadere.
Or se fortuna l'alma
così spoglia, 40
Già Dio sarebbe ingiusto
discoverto
Se per altro poter ne
mena doglia.
Non val ventura a chi
non s'affatiga:
Perfetto bene non s'ha
senza pena:
Fassi felice chi virtù
investiga. 45
Ma chiunque aspetta la
necessitate
Del ben che la fortuna
seco mena,
Pigrizia lo comanda a
povertate.
Fortuna per ragione
s'augumenta,
E più felici si fanno
gli effetti 50
Quando il volere natura
argomenta.
Nasce ogn pianta per
natural moto:
Non coltivando mai,
frutti perfetti
Non fa nel tempo. Ciò si
mostra noto.
Così a rea ventura
l'anima bella 55
Toglie la morte ch'ha da
l'empia carne,
Se al mal pur
contraddice e sta ribella.
Rompesi qualità per
accidenti,
Non che il soggetto
dell'esser si scarne:
Dell'unta calamita ti
rammenti 60
Che non trae ferro sin
che non è asciutta
L'umidità che sua virtù rinserra.
Così fa l'alma: quando è
donna tutta,
Distrugge qualitate
vizïosa
Sì che nel male l'uomo
non disserra 65
E trae nel bene la vita
dannosa.
Contro fortuna ogni uomo
puo' valere
Seguendo la ragion nel
suo vedere.
CAPITOLO II
Della nascita dell'uomo,
e dell'influenza dei cieli.
Per grazia dell'umana
creatura
Dio fe' li cieli col
terrestre mondo
In lei creando divina
figura
A somiglianza di sua
forma digna,
Ponendola nell'orizzonte
fondo 5
Ove si danna ovver si fa
benigna.
Movendo queste benedette
sfere,
Dell'uman seme si forma
il soggetto:
Di tutte la potenza quvi
fere.
Prima lo core nel
concetto nasce: 10
Gli altri due prima pone
il cieco aspetto,
Ma pur nel cor lo
spirito si pasce.
Lo spirito che fu dal
padre messo
Per le ferventi stelle
del Leone
Forma le membra
movendosi spesso. 15
Da questo nasce lo
spirto animale
E naturale di sua
perfezione
Passando in atto sotto
le prime ale.
Dodici parti dell'ottava
sfera
Sono cagione delle
nostre membra: 20
Ciascuna del creare ha
forma vera,
In lor fa qualitate ed
accidenti,
Per la virtù divina si
rimembra
Della sua parte con atti
lucenti.
Quando tu vedi questi
zoppi e sgombi, 25
Impïo fu lo segno della
parte,
Ed anche questi con li
flessi lombi.
Difetto corporal fa
l'alma ladra.
Impeggiorando, dico, le
lor carte,
Sono superbi della mala
squadra. 30
Del doppio seme fansi
corpo umano
Le vestite ossa della
carne pura:
Ciò fa il soverchio
dello tempo sano.
Lo spirito del padre,
che nel sperma
Sempre operando, le
membra figura, 35
Le molli parti per
potenzia ferma.
Dello soverchio che da
donna muove
Pascesi creatura, e non
per bocca,
E ciò si mostra per
antiche prove.
Per l'ombilico va ciò
che nutrica, 40
Stando legato sì che il
verme tocca.
Or 'scolta com'ei sta
nel corpo in plica.
Sta genuflesso con
l'arcato dosso,
Tien le mani alle gote
fra le cosse
Sulle calcagna, come
veder posso; 45
Verso di noi son le
spalle volte.
Così natura informagli
le mosse
Per più salute a le
membra raccolte.
In questo tempo non
macula specchio
La donna che il
soverchio suo divide: 50
L'una nutrica lassando
lo vecchio,
Natura l'altra manda
alla mammilla
Per le due vene che di
ciò son guide,
E a tempo in bianca
forma si distilla.
Sette ricetti per
ciascun pianeta 55
Son nella madre, però
sette nati
Nascere posson, come
vidi a Leta.
Questo addivenne per lo
molto seme
Ed anche per i segni
geminati
Quando li lumi
s'avvincono insieme. 60
Nel nono mese vien nel
mondo lustro
Per la virtù che
signoreggia Giove.
Perché di sette vive,
mo' ti mustro.
La Luna in questo mese
ha signoria,
Benignitade in creatura
piove 65
Natura confortando
tuttavia.
Ma nell'ottavo chiunque
nasce muore,
Ché signoreggia quella
stella trista
Che per freddezza trae
l'alma dal core.
Ciascun pianeta spira
nel suo mese, 70
Fin che ha la luce la
creata vista:
Così natura in ciò
l'ordine prese.
Quando concepe, la madre
si strenge
Ch'entrarvi non poria
'na punta d'ago:
Così Saturno sua virtù
le impenge. 75
Ben si può aprire per
nuovo disio,
Come addivenne a la Lisa
del Lago
Che fe' due nati là
dov'ero io,
Uno nel nono, l'altro il
fe' nel dece,
Che fu concetto nel
tempo serrato, 80
Quando alla voglia sua
lei satisfece.
Per gran volere
dell'atto carnale
Si gemina il concetto
già creato,
Quando a la donna ben
d'amor le cale.
Il nato porta del padre
somiglia, 85
Quando lo seme della
donna è vinto:
Intanto nasce la viril
famiglia.
Ciò si converte dal
contrario senso,
Quand'è lo nato dai
parenti spinto
E il doppio sperma fu
dal cielo offenso. 90
Il forte immaginar fa
simil vulto
Quando la donna, nel
desio d'amore,
Si tiene l'uomo nella
mente occulto.
Simile cielo fa simile
aspetto:
Se natura non perde il
suo valore, 95
Lo immaginar fa causa e
vede effetto.
La tarda stella la
memoria pone
Nel concetto; è Giove
per qual cresce;
Mercurio muove l'atto di
ragione;
Marte ne forma l'impeto
con l'ira; 100
Il terzo cielo
l'appetito mesce;
Lo primo spiritello il
Sol vi spira;
La Luna muove natural
virtute.
Ciascun pianeta con gli
ottavi lumi
Dispone il mondo con le
lor vedute. 105
Ogni creato si corrompe
in tempo.
Passano gli atti umani
come fumi:
Chi ne va tardo e chi ne
va per tempo.
Tu vedi bene come questi
cieli
Muovendo, creatura si
produce 110
In atto umano: ciò tu
non mi celi.
Ormai conviene che da'
segni certi
Tu vegga lo giudicio
della luce.
Poi che saranno gli
occhi nostri esperti,
Noi canteremo de le
donne sante 115
Lor definendo, perché,
come e quante.
CAPITOLO III
Di alcuni segni
fisionomici.
Mostra la vista qualità
del core.
Lagrime poche col tratto
sospiro
Col pïetoso sguardo,
vien d'amore.
Cambiar figura con atti
umili,
Poco parlare con dolce
rimiro, 5
Questi son segni d'amore
non vili.
Crespi capelli con
l'ampiata fronte,
Con gli occhi piccinini
posti dentro,
Con memoria e ragion
sono congiunti,
Fanno disdegno ne l'alma
superba 10
Che d'ogni sottil cosa
mira al centro,
Ma pure d'umiltà si
mostra acerba.
Non ti fidar delle
raggiunte ciglie,
Né delle folte, se
guizza la luce:
Chiunque le porti,
guarda non ti piglie. 15
Empio, d'animo falso e
ladro e fello,
Col bel parlare suo
tempo conduce,
Rapace lupo con vista
d'agnello.
Non fu mai guercio con
alma perfetta
Che non portasse di
malizia schermo 20
Sempre seguendo la
superba setta.
Occhi eminenti e di
figura grossi,
Occhi veloci con lo
sbatter fermo,
Son matti e falsi e di
mercede scossi.
l'empïa forma d'aquilino
naso 25
Viver desïa dello bene
altrui,
Onde di morte viene
l'empio caso.
Egli è magnanimo fuor di
pietate,
Sempre differve e non
guardando a cui
Vive com' fera senza
umanitate. 30
Il concavato ed anche il
naso fino,
Ciascun di questi a
lussuria s'accosta:
Più del secondo dico,
che del primo.
Chi lo ha sottile
nell'estremo aguzzo,
Ovver rotondo con
l'ottusa posta, 35
Muovesi all'ira: il
primo, come cuzzo;
L'altro è magnanimo e di
grave stile.
Superbo è chi possiede
l'ampie nari,
E d'ampie orecchie di
bestia è simìle.
Così le ha sottili e di
bellezza care, 40
Sarà magnanimo per
scienza nostra.
Mostrasi audace chi ha i
denti rari;
Concupiscenza tien
carnosa faccia
E forte teme piccolini
affari.
Chiunque possiede la sua
vista macra 45
Con la sollecitudine
s'abbraccia,
Né l'abbandona come cosa
sacra.
Chiunque l'ha grande,
ben si mostra tardo
Ne li suoi moti: di ciò
ben t'accorgi.
Piccola faccia tien pure
a riguardo, 50
Ché raro ne fu nullo
liberale
E timido si fa, se tu lo
scorgi.
Mai non fu al mondo sì
nuovo animale.
Vista dolente e
lentigginosa,
Che par traslata nel
beato aspetto, 55
Dell'altrui male si fa
grazïosa.
Non fe' mai tanto il
porporato Gracco,
Che questa più non
faccia nell'effetto:
Giuda tornasse, non le
daria scacco.
Degli uomini che hanno
corto collo, 60
Dolosi per natura come
lupi,
Non basterebbe la virtù
d'Apollo
A solvere i lor detti
senza norma
E senza modo di malizia
cupi,
Che lor gridare la
contrada storma. 65
Il grosso collo di
fortezza è segno;
Sottile e lungo fa
timido l'uomo,
Ed imbecille come sottil
legno.
Il grande che non tien
troppo di grosso,
Magnanimo si mostra: e
intendi como 70
Ciò che ne penso qui
dirti non posso.
L'uomo guardando in terra
che va chino,
O egli è avaro, o di
sottile ingegno.
Or mi convien lasciar
questo cammino
Dei corporali segni e
darti modo 75
Di come intendo ciò che
qui disegno,
E questa conoscenza come
lodo.
Giudizio che procede da
sapere
Con scritta legge riceve
ripulsa
Eccettuando il singolar
vedere. 80
Per una vista a
giudicare il fatto,
Sentenzia da virtute si
rivulsa
E di ragione si corrompe
il patto.
Non giudicare se tutto
non vedi
E non sarai ingannato se
ciò credi. 85
CAPITOLO IV
Della definizione della
Virtù in generale.
Virtù s'acquista per
raggio di stella;
Non dico che a noi sia
naturale,
Ma in quanto si dispon
l'anima bella
A conseguire il virtuoso
bene.
Fuggendo per ragione
l'empio male, 5
Disposta creatura in
atto viene.
Se per natura la virtude
fosse
Come alla Terra la
gravezza sua
Che mai per sua natura
non si mosse,
In ciascun tempo saria
l'uom beato 10
Se al naturale pon la
mente sua
Né si costuma nel
contrario lato.
Abilitata l'anima e
disposta
Da questi cieli, elegge
il ben perfetto
E più leggera con virtù
s'accosta. 15
Non che ciascuno non
possa seguire
Per suo volere di virtù
l'effetto,
Ma, non disposto, puo'
di più languire.
Dunque, virtù è un abito
elettivo
Che sta nel mezzo di due
parti estreme 20
Onde procede lo bene
effettivo;
E quel che senza il
mezzo contraddice
E l'una delle parti
sempre preme,
Per lui si priva tutto
il ben felice.
Questa radice con li
santi rami 25
Già fu piantata
nell'umano sangue
Quando si andava per li
dritti trami;
Ma il tempo ha varïato
li costumi
Di gente in gente, sì
che virtù langue
Nel cieco mondo con gli
spenti lumi. 30
Quest'è la scala di
nostra gravezza
A sormontare sopra tutti
i cieli,
Ivi mirando l'eterna
bellezza;
Ma lo vizio, che tutto
il ben disface
Del mondo nostro con gli
aguzzi teli, 35
Da noi si tolle l'una e
l'altra pace.
Il tutto nelle parti si
divide:
Questa è la virtute
definita
Che sotto lei
chiascheduna s'asside.
Convien ch'io canti
della giusta donna 40
In prima, poi de l'altre
della vita.
Per più vedere, la tua
mente assonna
E mira nell'aspetto di
costei
Che tanto piacque sempre
agli occhi miei.
CAPITOLO V
Della Giustizia.
O guida santa di queste
altre donne,
Le tue bilance con la
spada nuda
Sono del mondo perfette
colonne.
O desolata terra, o
posta a guai,
Che tua bellezza mirando
rifiuda! 5
Sua trista piaga non
sanerà mai.
Verrà il diviso,
povertate e fame,
Pioverà sangue sopra
campi ed erbe,
Parrà che il cielo la
vendetta chiame.
Saranno i giusti
oppressi da tiranni, 10
Bagnando il viso con
lagrime acerbe
Per la tristezza degli
empii affanni.
Però vedemo le città
deserte
Con basse mura all'ombra
delli boschi,
Che già fu tempo
ch'erano bene erte. 15
Non fur fondate nella
giusta pietra,
Come Pistoia di terra di
Toschi,
U' peste nascerà con sua
faretra.
Però diritto giudicate,
o vui,
Con li volumi di Cesare
Augusto, 20
Che a tutti specchio sia
la pena altrui.
Non provocate ad ira gli
altri poli,
Ponendo mano nel sangue
del giusto
Che ardendo caggia nei
nostri figliuoli.
Fanno nel mondo paterni
peccati 25
E acerba lue dello tempo
antiquo
Piaga cadere nelli
giusti nati;
Ma gli occhi ciechi non
veggono il fine
Per lo desio del volere
iniquo
Non riguardando le cose
divine. 30
Ogni peccato ha limitata
pena,
E più gravosa quant'è
più lontana.
Contra virtude, lasso,
chi ne mena?
Non altro che
l'inordinata voglia
Per qual s'attrista la
natura umana 35
Nel tempo che del dolce
sente doglia.
Il giudicare con gli
empi scritti
Che fanno lagrimar gli
occhi innocenti
E gli orfanelli in
povertate afflitti,
Muover dal cielo fan la
giusta piaga, 40
Giustificando queste
grave genti,
Ciascun movendo che a
virtù s'attraga;
Per gli orfani e le
vedove e i pupilli
Chiamanti Iddio nello
amaro pianto,
Sterpanti con le mani i
lor capilli, 45
Sì com'è giusto, prendon
lor balestre,
Sedendo ei soli ed
afflitti cotanto
Come columbe nelle lor
finestre.
Ma sopra terra l'empïo
tenere,
O voi con la milizïa
pomposa, 50
Fate a la croce nuovo
dispiacere.
Non liberate chi è degno
di morte,
Fate nel mondo l'alma
virtuosa
Sì che non pianga
nell'eterna sorte.
Questa virtute vien dal
quarto cielo, 55
E come il Sole illuma
l'orizzonte,
Così fa questa con lo
giusto zelo,
Illuma il mondo dando a
ciascun merto,
E pena vendicando sopra
l'onte.
Per lei sta il mondo che
non è deserto. 60
Giustizia non è altro, a
mio vedere,
Che a ciascun tribuendo
sua ragione
Con il fermo e perpetuo
volere.
Giusto è quegli che vive
onestamente,
E non offende altrui né
fa lesione, 65
A ciascuna dà suo merto
puramente.
E questi porta del
trionfo olive
E nell'eterna pace
sempre vive.
CAPITOLO VI
DellaFortezza.
O Colonnesi, o figliuoli
di Marte,
Toccaste il cielo con
l'armata mano
Che sempre suonerà per
ogni parte.
Subita spada con
grigliato grido
Faravvi ognora nel
terren romano 5
Gli inimici tener col
becco al nido.
Di gente in gente pur la
terza foglia
Della colonna sarà posta
in croce
Tornando il cielo nella
prima doglia.
Non perderà la gloria
del suo nome 10
Pur resurgendo di
tenebre a luce:
Qui non è luogo più di
dirvi come.
O figurati dalla forte
donna,
Fermi e costanti nelli
tempi pravi,
Senza temere sta vostra
colonna, 15
La quale pur verrà nel
degno merto
Aprendo il cielo con le
giuste chiavi.
Di dirvi il che ed il
quando non son certo.
Da Marte viene la
fortezza umana
Quando si mostra sua
benigna luce 20
Che di sotto l'Arïete
s'intana.
Uomo disposto dal
superno lume
Leggeramente allo ben si
conduce
Se non l'offende il
paternal costume,
Ché la villana natura
paterna 25
Che passa nel figliuol
naturalmente
Ripugna all'influenzïa
superna.
Poni che insieme siano
due creati:
L'uno è gentile, l'altro
è di vil gente,
Sotto una sfera ed in un
grado nati. 30
Mostra il cielo che
debba conseguire
Ciascun di dignitate la
corona.
Ciò sarà ben, secondo il
mio sentire,
Se è nato dell'eccelso
Re Roberto,
Ché in gentilezza molto
l'un sperona 35
A conseguir, lo ciel che
l'ha coverto;
Sarà quest'altro sopra
il suo lignaggio
Sì come re fra li vili
parenti,
Ché il ciel non puo'
levar più suo coraggio.
Cosa disposta fa nel
cielo aiuto. 40
Se di diversi effetti ti
rammenti,
L'acqua lercia dissecca
e si fa luto.
Fortezza non è altro
definita
Che alma costante nuda
di paura
In ogni avversa cosa
della vita. 45
Non è virtute prodezza
sforzata
Quando di morte vedem la
figura,
Se l'alma è in sua
difesa abbandonata.
Maggior prodezza tegno
lo fuggire
Quando bisogna, che non
sia lo stare, 50
Sol per vitare l'acerbo
morire.
Sempre è fortezza col
giusto temere,
Ma chiunque vuol la vita
abbandonare
Già non è forte: dico, a
mio vedere.
Ma la fortezza tegno
virtuosa 55
Cui per tre modi l'uomo
s'abbandona,
Che fan nel mondo la
vita famosa:
Prima, per non ricever
disonore
Nelle sue cose, poi
nella persona,
E per sua terra
conservando onore. 60
Ma gli occhi miei si
sono bene accorti
Che pochi son nel mondo
questi forti.
CAPITOLO VII
Della Prudenza.
Non virtù là dove è poco
ingegno.
Or fugga l'alma mia dal
pensier vile,
Ché quegli è grande che
quello fa degno.
Prudenzia, dico, ovver
discrezïone
Altro non è, secondo il
nostro stile, 5
Che il ben dal mal
discerner per ragione;
E la memoria del tempo
passato
E previdenza di quel che
ha a venire
Conserva l'uomo nel
felice stato.
Da questa del saver la
fonte nasce 10
Che fa la vita benigna
finire
Quando la mente del suo
amor si pasce.
Questa natura virtuosa e
bella
Prende radice nell'umana
pianta
Quand'è in suo stato la
seconda stella. 15
Questa è la luce del
saver umano
Che dona all'alma
conoscenza tanta
Che trae l'umanità dal
pensier vano.
Più val savere che tesor
non vale;
Ov'è savere ricchezza
non manca 20
Se l'alma non si sforza
nel suo male.
Non vidi virtuoso mai
perire,
Ma, ben ripulso da
contraria branca,
Ov'è virtute pur convien
salire.
Non puo' morire chi al
saver s'è dato, 25
Né vive in povertate né
in difetto,
Né da fortuna puo' esser
dannato;
Ma questa vita e l'altro
mondo perde
Chi del savere ha sempre
dispetto
Perdendo il bene dello
tempo verde. 30
Chi perde il tempo e
virtù non acquista,
Com' più ci pensa,
l'alma più s'attrista.
CAPITOLO VIII
Della Temperanza.
O madre bella, o terra
ascolana,
Fondata fosti nel
doppiato cerchio
Sì che hai mutato tua
natura umana,
L'acerba setta delle
genti nuove
Sì t'ha condotta nel
vizio soperchio: 5
Or ti conduca quel che
tutto muove.
Alteri, occulti sono li
tuoi figliuoli,
E timidi in cospetto
delle genti;
Invidïosi son pur tra
lor soli.
O Ascoltami, uomini
incostanti, 10
Tornate ne li belli atti
lucenti,
Prendendo note delli
primi canti,
Ché da li cieli siete
ben disposti
Ma non seguite il bene
naturale
Del sito bello dove
foste posti. 15
Fra le virtuti, pur di
temperanza
Dovreste stare sotto le
sue ale,
Ma no il potete se lo
vizio avanza.
Temperanza ferma
signoria
E delli moti naturali è
freno 20
Quando nel male l'alma
pur desia.
Muove da Giove la dolce
virtute,
E nell'umanitate è più o
meno
Secondo le beate sue
ferute.
Ma chi raffrena il
naturale istinto 25
Del vizio che da
qualitate viene,
Di sofferenza ben si
mostra cinto.
O quanto è bella, o
alquanto è gentile
La mente che conducesi
nel bene
Quando si vince
nell'affanno vile. 30
Chi sé non vince non
vincerà altrui
Da sé medesmo avendo il
suo valore:
Di questa opinïone
sempre fui.
Ma chi sé vince in
questi sette modi
Ben è fondato nel divino
amore: 35
Dicoti quali, se mi
intendi ed odi.
In giovinezza si vede
l'uom casto
E in allegrezza vedi
l'uomo antico,
E largo in povertà chi
non porti asto.
In ubertate anche chi ha
misura, 40
Ed in grandezza
umilitade sico,
E pazïenza nella ria
sventura;
E sofferenza nelli forti
moti
Del gran desìo che viene
nella mente.
Or questi sono dal vizio
remoti; 45
Or questi sono
immacolati e puri,
E disprezzanti del mondo
dolente;
Sempre seguendo pur gli
atti maggiuri,
Nell'alto cielo la virtù
li mena
Gli altri lasciando
nell'eterna pena. 50
CAPITOLO IX
Della Liberalità.
Questa virtù che tanto
onora altrui
Il terzo ciel la forma
negli umani
Sì come nel crear fu
posta in lui.
Volere col potere è
bella vista:
Larghezza vale se te ne
allontani 5
E se miri la sua
graziosa lista.
È largitate con misura
dare
A cui e quando e come si
conviene:
Questa è virtute nel
gentile affare.
Ma quei che fanno contro
queste note, 10
A povertà conduceli la
spene
Se la fortuna varia le
sue rote.
Più beato è chi dà che
chi riceve;
Ed ha virtute ricevendo
l'uomo
E quando e quanto, dico,
e come deve. 15
Ma chiunque pur riceve e
non vergogna,
E in lui non è difesa
perché e como,
Contra virtute dì e
notte sogna.
E voi, che date pur
passando il modo,
Or vi ricordi che la
fronte suda 20
Del domandare poi che
siete a sodo.
La conoscenza in povertà
è pena,
E più dogliosa fa la
vita cruda.
Quegli è felice che
vizio raffrena.
O quanti amici, o quanti
parenti 25
Si vede l'uomo nel
felice stato,
Non respirando li
contrari venti!
Dura l'amore fin che
dura il frutto,
Ché quanto l'uomo puo',
di tanto è amato
Da queste genti col
vedere istrutto. 30
Cotanto è l'uomo, quanto
ha di virtute
E tanto quanto più si fa
valere.
O genti cieche con le
menti mute,
Mirate la milizia
desolata:
È senza onore, se non
v'è potere: 35
Più che di vita, di
morte è beata.
Non ritenete nell'antica
borsa
Quel che misura vuol che
pur si spenda,
Ché a poco vien lo tempo
della corsa
Con accidenti non
pensati e gravi. 40
Chi vuole che la spesa
non lo offenda,
Tegna misura con le
aperte chiavi.
Questa virtute degno fa
ciascuno
E grazïa possede in
ciascun loco.
Più tosto dare, che
ricever duno, 45
Più tosto sofferir che
far vendetta:
Questa è la carità col
dolce foco
Che dell'eterna pace il
tempo aspetta,
E fa nel mondo grazia
possedere
A chi con questa serva
il bel tacere. 50
CAPITOLO X
Dell'Umiltà.
Da quanto è posta in
croce questa donna
Dagli uomini col falso
giudicare,
Perché lo cielo questi
non profonna?
Ove è condotta
l'ingioiosa vita,
Solea nel tempo umiltà
regnare: 5
Dal cieco mondo par che
sia smarrita.
Quegli è più degno che
puo' trionfare
Per lo diviso ch'è fra
il nero e il bianco,
Dando ai vicini le
percosse amare.
Dio prese al mondo la
umiltate, 10
Se vi ricorda del
sanguinoso fianco
Quando ricomperò
l'umanitate.
Segue lo suo Fattor la
creatura:
Dunque si deve ancor
seguir costei
Sì come degna e beata
figura; 15
Ché chi s'esalta fa
depresso il volto
Cadendo sopra lui li
tempi rei;
Per più sua pena regna
l'uomo stolto.
Umilitate fa grazia
seguire
Ed alla sommità della
virtute 20
Per nuova conoscenza fa
salire,
Ché sì come gli augelli
stringon l'ale
Per sormontare nell'alte
vedute,
Così ti stringe se del
ben ti cale.
Non fare come fa il
villan grifango, 25
Che nel gran stato fa nota
superba
Né si ricorda del suo
primo fango.
Da grande altura vengon
li gran tumi,
E vedi umilïar la vista
acerba
Il tempo varïando li
costumi. 30
Deve ciascuno lo core
umiliare
Al suo Fattore
dell'eterna luce,
Ai virtuosi la testa
inclinare,
A quei che son di
povertate afflitti
Umilïar l'udito alla lor
vuce 35
Sì come avete negli
antichi scritti.
La Luna sopra questa
virtù spira
La qual raffrena del
voler l'altezza:
Quest'è vera umiltà, chi
ben la mira,
E soggetto e minor
mostrarsi sempre 40
Cui e quando si deve e
non si sprezza
Abbandonando di virtù le
tempre.
La riverenza che si fa
al maggiore,
Onor ch'è testimonïo del
bene,
Obedïenza che si fa al
signore, 45
Gratificare chi il
servir conosce,
Da l'umiltate
ciascheduna vene,
Così dal suo contrario
le angosce.
Questa virtute che dal
ciel discense
Fa pur beato chi con lei
si strense. 50
CAPITOLO XI
Della Castità, Costanza,
Moderazione e Magnanimità.
Muove la castitate dal
Saturno,
Fermezza ed astinenzïa e
misura
Che mostran l'alma bella
come il giurno.
Grandezza d'alma per
l'alta sua sfera
Si forma disponendo
creatura, 5
Entro il suo fermo segno
s'egli era.
È castitate freno di
ragione
E del carnale vizïo le
morse
Stringendo natural
complessïone,
La lingua refrenando e
gli occhi e il core 10
E sostenendo le súbite
corse
Del gran desïo che nasce
d'amore.
O quanto è forte
l'amorosa fiamma
Che vien da immaginar di
cosa bella
Che per disïo tutto il
cor s'infiamma! 15
Ben è più casto, ben è
più beato
Se amor che nasce da
simile stella
Non rompe l'uomo poi che
è innamorato.
La castitate perde sua
radice
Per lo soperchio
dell'ampiata gola 20
Che sempre ad astinenzia
contraddice.
Gli occhi amorosi
insieme riguardando,
E l'occhio il quale tien
la vita sola,
Fan pur languire l'alma
sospirando.
Ben è gran cosa se nel
conversare 25
Dello gran tempo non
nasce peccato:
Dico che è come morto
suscitare.
Però tu prendi la giusta
battaglia
Contro lo male e pensa
nel tuo stato
Lo qual non dura come
fuoco in paglia. 30
Costanza è una virtù che
sempre adorna
E tien le tempre
fuggendo durezza,
Ché il fermo suo voler
mai non si storna
Quando valere la ragion
si vede.
O quant'è bella cosa la
fermezza 35
D'amore, qualità di
dolce fede!
Non chi comincia vederà
salute,
Ma dico chi è costante
sino in fine
Sarà beato nell'alte
vedute.
Non aver fede nell'uomo
incostante 40
Che no è fondato in le
virtù divine
Onde procedono l'opere
sante.
Astinenzia è freno con
le tempre
Del fier volere dalla
gola ghiotta:
Come virtute a lei
s'oppone sempre. 45
Questa virtute fa
crescer la vita
Ed accidenti pravi
toglie allotta,
Che ne verrìano con
doglia infinita.
Misura è modo di tutte
le cose
Schivando sempre tutto
lo soverchio; 50
Sempre nel mezzo tal
virtù si pose.
Di tutte le altre donne
questa è nave
E guida, riposando nel
suo cerchio,
Pur combattendo con le
donne prave.
Grandezza d'animo è nel
conseguire 55
Le valorose cose dello
mondo
E nella vita d'insino al
morire.
Magnanimo non è chi in
atti vili,
Quasi temendo, par che
regga pondo
Cessandosi con gli occhi
quasi umìli. 60
Alle formiche mai non si
fa guerra;
Or prendi esempio e
guarda lo leone,
E l'aquila che mosche
non afferra.
Il magnanimo segue il
valor grande:
Negli atti vili l'alma
sua non pone, 65
Ma pur nelle alte cose
lo cor spande.
Or le conserva queste
sante liste
Ché qui ti lascio,
perché voglio alquanto,
'Nanzi ch'io canti delle
donne triste,
Veder che è gentilezza e
chi è gentile, 70
E mostrerotti nel
seguente canto
Se nobil si puo' far chi
è nato vile.
Poi vederai coteste
prave donne
Per quali il ben felice
si nasconne.
CAPITOLO XII
Della Nobiltà.
Provate, cieli, la
vostra chiarezza
E correggete di questi
l'errore
Che falsamente appellan
gentilezza.
Fu già trattato con le
dolci rime
E definito il nobile
valore 5
Dal Fiorentino con
l'antiche lime;
Ma con lo schermo delle
giuste prove
Io dico contro della
prima setta
E voglio che ragion mio
detto trove.